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Bonciani Paolo
Di doman non v'è certezza
A chi mi ha dato il cuore senza riaverlo indietro, a chi mi ha tolto un peso, a chi mi ha dedicato le sue lacrime ed un attimo del suo tempo, ha chi mi ha donato anche solo un sorriso, anche solo una parola... dedicato a chi sa di cosa sto parlando.
Si rigirava fra le mani quella busta chiusa come fosse un tesoro, la girava e la rigirava, come, se potesse dirgli qualcosa così, senza aprirla. La sentiva piena di speranza, o di morte. Il cuore gli batteva all’impazzata, anche il dolore che sentiva nella parte destra del torace pareva acuirsi. Tossì. Non aveva il coraggio di aprirla quella busta, temeva di sapere il responso della biopsia. E temeva di avere ancora meno tempo da vivere di quanto non sperasse. E ricordò. Ricordò la prima volta che sentì quel dolore, e ci passò sopra, pensò fosse un dolore intercostale. Si accorse che non lo era perché dopo qualche giorno non spariva. Diminuiva, certo, ma non spariva. Fumava le Dunhill, a quel tempo. Si accorse una che c’era una relazione fra il dolore e l’aspirazione del fumo, doveva trattarsi di polmoni, non di dolore intercostale, quindi. Smise di colpo di fumare, così, dalla mattina alla sera. Fu aiutato dal sudore freddo che aveva addosso, dal tremore alle gambe, dal senso di nausea che gli regalava la paura. Non gli pesò per niente smettere. Passarono i giorni, il dolore era quasi sparito, lui aveva cominciato a tossire, stava sputando tutta la tossicità accumulata nel tempo dalle sue amate sigarette. Si sentiva più tranquillo, non voleva ricominciare a fumare, sentiva di essersi fermato in tempo. Ma nel suo tossire incessante sentì sapore di ferro. Sapeva cosa fosse. Corse allo specchio e, alla luce del faretto, scorse qualcosa in gola che non gli piacque. Per niente. Una striatura di rosso, rosso vivo, come una minuscola lumaca vermiglia che aveva lasciato una striscia di sangue al suo passaggio. Perché di questo si trattava, di sangue. Poche gocce di quel suo liquido rosso pesavano una tonnellata. Sentì le sue ginocchia cedere, le sue palpebre calare, il suo corpo venire attratto irresistibilmente verso il pavimento.... e non aveva nessuna voglia di resistere. Si risvegliò steso in bagno, con un bernoccolo che gli pulsava fastidioso !
sul retro della testa, un forte mal di testa e la sensazione di essersi risvegliato da un brutto sogno. Che non era un sogno se ne accorse guardandosi di nuovo allo specchio. E ricordò. Stavolta però non ebbe lo stesso effetto devastante. Respirò profondamente, si sciacquò la faccia con l’acqua fredda. Si asciugò e si sentì un po’ meglio.
Si sentiva stanco, afflitto da un senso di oppressione. Si mise in poltrona e sprofondò in un sonno senza sogni. Il giorno dopo andò dal medico. Era certo che lo avrebbe consolato dicendogli di non preoccuparsi, di stare tranquillo, che non era niente... le sue certezze crollarono a poco a poco che gli raccontava l’accaduto, e vedeva il volto del medico farsi prima serio, poi corrucciato. Riuscì a malapena a finire di raccontare, le sue ultime parole gli uscirono come in un soffio. Ci fu un attimo di silenzio. Poi il medico gli disse di non preoccuparsi, e gli segnò una tac. Strano modo di tranquillizzare qualcuno, pensò lui. Aspettò i giorni che intercorsero tra la prenotazione e la realizzazione dell’esame in una sorta di sogno irreale, i suoi giorni scorrevano come se li vedesse dall’esterno, attanagliato da una paura sordida e inesprimibile. Cominciò a lasciarsi andare, e ad aggrapparsi ad un liquido giallo per non finire nel baratro della follia e della disperazione. Cominciò a staccarsi dai suoi amici, dai suoi affetti, anche dalla sua compagna. Tutti erano ignari, nessuno sapeva perché negli ultimi tempi si dimostrasse così scostante e scontroso. Lui lo sapeva però. E non aveva cuore di dirglielo. Come un gatto che sente la morte avvicinarsi e scappa per poter morire solo, così lui si sentiva. Stava allontanandosi dai suoi affetti, dalla sua vita reale per viverne una seconda, di dolore, di rassegnazione, di preparazione all’inevitabile. Stava cominciando a pensare a quando fosse accaduto, come sarebbe stato, non voleva che gli altri lo vedessero soffrire, credeva di essere un peso per loro, non rendendosi conto che chi ti vuole bene ti vuole bene sempre, specie quando stai male. Passava i suoi giorni a letto, perse il lavoro, la donna, gli amici. Da una parte adesso si sentiva più tranquillo, stava tagliando i fili con le cose che amava di più, per non doverle poi perdere tutte insieme. Si stava alleggerendo della sua zavorra affettiva, sarebbe stato più semplice morire non avendo intorno nessuno, pensava.
Venne il giorno della tac. L’odore dell’ospedale gli metteva il terrore. Aspettò il suo turno. Fu preparato, gli venne attaccata una flebo col mezzo di contrasto, e lui sentì il liquido freddo ghiacciargli la vena in cui scorreva, fu una strana sensazione. Entrò nel tunnel. Tenne gli occhi chiusi per tutto il tempo. Non voleva vedere come ci si trova in una cassa, stesi con il soffitto a pochi centimetri dagli occhi. Una volta finito, si rivestì e uscì salutando. Era convinto che sarebbe stata l’ultima volta che li avrebbe visti. Attese la risposta dell’esame a casa, trasformata il giaciglio, non usciva quasi più, aspettava la morte che venisse a trovarlo, sentiva il suo fiato freddo sul collo. Non si lavava più e passava le sue giornate dormendo. Arrivò finalmente il risultato. Neppure l’aprì, certo di non capirci niente. Andò dal medico e gli porse la busta. Questi l’aprì, cominciò a scorrere le righe in silenzio, aggrottando le sopracciglia di quando in quando. Chiuse infine la cartella. Lo guardò. “Senta, non si preoccupi, ma la tac ha evidenziato una massa di tre centimetri di diametro, situata nel polmone destro. Adesso facciamo una biopsia e guardiamo di cosa si tratta.” Si stupì di aver seguito il discorso del medico fino in fondo, si stupì di non essere svenuto prima, ebbe paura che morire fosse più difficile del previsto. Subito sentì una fitta al petto. Fece sì col capo in segno di risposta al medico, prese gli esami e uscì in silenzio. Tornò a casa a piedi, quasi fosse un’espiazione di chissà quale colpa. Camminava a testa bassa, guardando i suoi piedi, si accorse quanto fosse perfetto il meccanismo che fa stare le persone in equilibrio. Ma che importava ormai, fra poco sarebbe stato tutto inutile. Si sentiva per morire, ed era maledettamente giovane. Guardava i suoi coetanei andare in giro con le loro giovani mogli o compagne, coi loro piccoli bimbi tenuti per mano, e sentiva che non avrebbe mai potuto averne. Camminava solo, in una solitudine non voluta ma cercata, provava un sentimento simile all’invidia, ma non lo era, era felicità per chi rimaneva, e rabbia per lui condannato ad una fine prematura. La sua vita ricominciò in attesa della biopsia come quella in attesa della tac. Fece finalmente la biopsia ed i giorni che lo separavano da quest’ultimo risultato furono i peggiori che passò. Oltre ai suoi affetti, doveva staccarsi dalla vita. E lo stava facendo. Il grigiore con cui guardava i giorni a venire era il risultato. Se dovrà essere morte che sia, ma in fretta, non ha senso vivere in attesa di morire, pensava. Si era arreso senza combattere, era stato messo di fronte all’ineluttabile, ed il mostro gli aveva mangiato la testa e il cuore. Era rassegnato ormai.
Decise di portarla al medico, che l’aprisse lui la busta con la sentenza di morte. Fu il suo turno ed entrò nella stanza. Il medico, dopo i saluti, aprì la busta e cominciò a passarci sopra lo sguardo, da sinistra a destra. Lui guardava i suoi occhi, la sua fronte, le impercettibili increspature della sua pelle cercando conferma ai suoi dubbi. Alle sue certezze, ormai. Stranamente non ne trovava. Lo sguardo del medico era sì attento, ma non aveva l’espressione dell’ultima volta. Lo starà facendo per tranquillizzarmi, pensò. Finì di leggere, chiuse la cartella. Lui abbassò gli occhi, il momento che aspettava era giunto, il giudice stava per pronunciare la sua sentenza di morte. Si accorse di non esserne preparato come avrebbe voluto. Alzo lo sguardo sul suo volto, quasi ad implorare pietà essendo certo di non trovarne. Vide invece un sorriso sul volto dell’altro. Un sorriso? Si chiese non capendo più niente. Cosa c’era da sorridere? Fece per aprire bocca ma il medico lo prece!
dette. “Vada a giocare un terno al lotto!” esordì “lei non ha niente, è solo una ciste, un’innocua palletta di grasso che si era irritata e aveva dato quei sintomi.... sarebbe bene magari aspirarla, mi faccia sapere quando e le faccio avere la richiesta...”
La sua bocca rimase aperta come quella di un bambino davanti ad una giostra mirabolante. Non riusciva ancora a crederci “No, non è possibile, guardi meglio, forse si è sbagliato...” disse al dottore. Questi si fece una grossa risata “Dia retta a me, lei non ha niente, è sano come un pesce!”.
Sentì di nuovo il sangue invadergli la testa, le mani, il viso, i piedi. Sentiva il suo cuore di nuovo battere vivo nel petto. Salutò calorosamente il dottore ed uscì. Adesso si sentiva come risvegliato da un incubo, i ricordi della paura si confondevano con le percezioni reali. Uscì dall’ambulatorio e si accorse che pioveva. Se ne accorse quando fu completamente bagnato. Sentiva le gocce battere sulla sua pelle, fredde. Le amò. Amò ogni singola goccia che toccò il suo corpo, amò i suoi piedi inzuppati, amò lo scrosciare incessante dell’acqua sul suo volto, sui suoi capelli che ne erano intrisi. Amò l’odore acre dell’asfalto bagnato, amò il colore plumbeo del cielo. Si scoprì a ridere. Ridere di cuore, ridere di niente, ridere per essere vivo. Entrò in un bar, lo trovò splendido, carico di aromi, li riconobbe tutti, singolarmente, sentì quello del caffè, quello dei liquori, il profumo della barista, quello dei detersivi, persino quello dei giornali, freschi di stampa. Amò anche loro, si sentiva parte di loro, era anche lui odore, suono, calore. Prese il caffè, lo trovò ottimo, apprezzò anche la consistenza e la rotondità della tazzina, apprezzò il peso delle monete con cui pagò, il volto e le mani della barista, la accarezzò con lo sguardo, ne gustò la pelle, il profumo, la forma, le piccolissime rughe da sorriso. Scorse nello specchio posto al di là del bancone, sul quale erano stati fissate le mensoline di cristallo piene di liquori, un volto che non gli piacque. Era lui, sciatto, con la barba lunga, le occhiaie. Corse a casa, si lavò e si sbarbò, uscì in cerca di un nuovo lavoro. Si accorse nel tempo a seguire che la vita aveva assunto per lui un nuovo sapore, era come se gustasse la vita all’ennesima potenza. Sentiva che se anche fosse morto il giorno seguente, non avrebbe perso neppure un attimo, neppure un briciolo della vita che lo aspettava, riusciva a gustare anche i dolori che provava, sentire dolore equivaleva ad essere vivo, e finito il dolore tornava il piacere. E ricordò. Chi vuol esser lieto sia,
di doman non v’è certezza.
Il colore dell'anima
Ormai non usciva quasi più. Un po’ perché gli era difficoltoso, un po’ perché preferiva rimanere lontano dal mondo che lo circondava, un mondo caotico, pieno di gente, che ti si strusciava contro per la strada, pieno di odori e colori per lui troppo forti, tutti che giravano beatamente col loro sorriso stampato sulle facce comuni, scialbe, tutte le mamme che portavano per mano figli urlanti, uomini in doppio petto e valigetta che camminavano frettolosi su marciapiedi sporchi e troppo stretti. Lui era lì, in soffitta. Aveva tutto ciò che gli necessitava per vivere senza spostarsi, acqua e luce, una finestra per guardare il mondo dall’alto e con distacco, da quella finestra gli si apriva una visuale che spaziava sui campi lontani trapuntati dalla foschia, lontani dal frastuono della città. Da quella finestra si godeva il tramonto, lo guardava finché il sole non veniva inghiottito dalla terra, dalle lontanissime montagne che coprivano chissà cosa di altro… e da quella finestra lui guardava e dipingeva. Dipingeva quello che vedeva, quello che immaginava, quello che la sua mente voleva che vedesse. Viveva solo, nel suo mondo. Per le commissioni incaricava una donna, una servizievole donnetta dall’età indecifrabile, con una testa piccola incassata su un collo taurino, con le guance e le mani burrose e una vocetta da bambina. Ingrid si chiamava. Ma tutti, lui compreso, la chiamavano Donna. Campava con quei pochi soldi che aveva messo da parte in una vita di incompreso lavoro, gli bastavano per comprare il poco cibo che il suo stomaco accettava, per comprare il suo veleno che beveva quotidianamente e che era da sempre, a memoria sua, stato il suo unico amico. L’altro suo vizio erano le sigarette, non comuni sigarette, ma di quelle fatte a mano, la considerava quasi un’arte quella di confezionarle, e le faceva lunghe, corte, larghe e a cono. Poi le accendeva soddisfatto. Il legno delle pareti era impregnato dall’odore del fumo, delle sigarette e del camino, dell’odore oleoso dei colori che si trovavano sparsi un po’ ovunque, e non ultimo della sua scarsa pulizia. Sì, non era mai stato una persona estremamente curata, forse per quel sottile male di esistere, forse per fatica. Lungo il perimetro della stanza si trovavano ammonticchiati tele dipinte e bianche, dai soggetti più disparati, i campi, il tramonto, la città frenetica, e addirittura un veliero che solcava un mare impetuoso e spumeggiante, regalo del vino e della sua mente. Quella mattina si era svegliato presto, aveva tolto con un ampio gesto del braccio i resti della cena della sera prima gettandoli in terra insieme ad un’altra quantità di cose indecifrabili, e si era fatto un caffé. La mattina la sua casa odorava di tana, e lui di animale. Era la mattina che traeva la sua energia, dall’aria, dalla prima luce che filtrava dalla finestra, anche se lui non poteva vederla. In passato, quando stava meglio, usciva dalla finestra e saliva sul tetto quando l’aria era pungente e sentivi odore di legna bruciata invadere l’aria e carezzarti dolcemente le narici ed il cuore. Adorava l’odore del legno bruciato, gli ricordava quando, da piccolo, con suo padre che faceva il boscaiolo andava lungo i pendii coperti di muschio. E poi si fermavano per pranzo e mangiavano qualcosa cuocendolo sulla brace. Fu suo padre a fargli assaporare il nettare degli dei mettendolo però in guardia contro l’abuso. Da allora non lo abbandonò più. Mise su una caffettiera enorme in preda ad una strana eccitazione, si guardava intorno febbrile. Gli succedeva quando stava per partorire qualche opera degna di lode. Se lo sentiva, lo fiutava. Spense il gas quando il caffè smise di borbottare la sua venuta al mondo. Lo versò in una tazza con i bordi decorati dal calcare e lo guardò fumare con gli occhi persi dentro il liquido nero. Aveva già in mente la scena. La stava vedendo, non gli rimaneva da fare altro che dipingerla. Beffe il caffè con le mani tremanti, strascico di una vita passata a bere. Lo accostava alle labbra lentamente, ne faceva piccoli sorsi e vi intingeva i baffi incolti, poi li asciugava col labbro inferiore. Quando ebbe finito si mise sullo sgabello, mise una grossa tela sul cavalletto a favore di luce, prese la tavolozza e cominciò a strizzare i colori… “Toc Toc!” sentì bussare alla porta e si girò di scatto quasi sentisse qualcuno che lo stesse per raggiungere. “Signore, sono io , ha bisog…” la vocetta da bambina tacque coperta da una sequela d’improperi al suo indirizzo. Detestava essere disturbato quando lavorava, non voleva fonti di distrazione. “Cazzo Donna! Vattene! Sciò! Non voglio niente! Vatteneeee!” gli gridò con la voce rauca e sgranata. A fare da cappello prese la tazza del caffè e la infranse contro la porta. Era furente. Bastava poco per renderlo tale. Questa sua indole, quando ancora usciva, gli era costata più di qualche notte al fresco. Poi, calmo della tipica calma dei folli, riprese a impastare i colori sulla tavolozza. Prese poi un pennello, lo intinse nel giallo, e cominciò a strusciarlo sulla tela focalizzando un punto, poi fu la volta del rosso, e compose un tramonto, gli riusciva di una facilità incredibile, ed era dannatamente bravo. Quando dipingeva così infervorato, passavano le ore e non se ne accorgeva, la mano andava da se e scopriva sulla tela un dipinto che sembrava già esserci. Poi fu la volta del verde, e dipinse i pendii a lui cari, dipinse il muschio screziandolo di viola, e le rocce. Quando terminò sentì l’odore di quel muschio, era un odore reale, non un’allucinazione. Inalò lentamente, gustandoselo. Poi dipinse un fuoco, dalle cui fiamme usciva fumo di legna verde, e stavolta, oltre all’odore da lui amato, gli parve di sentire il crepitio, il calore quasi. E cominciò la parte più bella. Cominciò a dipingere un vecchio seduto accanto al fuoco, un vecchio ubriacone sporco di colori ad olio… si dipinse a tre quarti, illuminato dal fuoco e che guardava verso il sole. Dipinse nel cielo arrossato anche due uccelli in volo, e si accorse di stare piangendo. Adesso mancava solo il tocco finale. L’anima. Nessun pittore ha mai dipinto l’anima, sarebbe come dipingere l’aria. Pensò a dove dovesse risiedere l’anima, pensò alla testa…no, non lì, troppo piena di ragione e di inutili pensieri, troppo presa dai pensieri per lasciare spazio all’anima. Troppo piena di se. Nel cuore forse… no, neanche lì. Era troppo pieno di dolore, di solitudine e di tristezza, l’anima ci sarebbe stata stretta, avrebbe dovuto dividere il cuore con i sentimenti, che a volte la offuscano. Allora dove metterla? Si torse le mani in affannosa ricerca. Poi, il lampo. “Negli occhi!” esclamò battendosi una mano sulla fronte e stupito di non averci pensato prima. Ora il problema è un altro, pensò. Come faccio a dipingerla? Che forma ha l’anima? Che colore ha l’anima? Calma, una alla volta… potrei fare un raggio proiettato all’orizzonte….no… scontato e irreale, potrei fare un’aurea che mi circonda… no, non ci siamo, non è quello che voglio…. Poi, di nuovo il colpo di genio. Prese un pennello piccolo, il più piccolo che aveva, e rimase a mezz’aria. Di nuovo pensieroso… “e ora, di che colore?Rosso, come la passione, il sangue, i papaveri nel campo… no, troppo forte, la mia anima è delicata. Nero? Neppure, la mia anima è mutevole e cangiante, ma non nera… “ poi pensò al mare, al mare che aveva dipinto sotto al veliero, pensò al cielo che aveva visto una notte in Francia, pensò al colore degli occhi di un bambino… “Blu! La mia anima non può essere che blu!” gridò eccitato “Sì, blu blu blu! È perfetto!” quasi saltava sullo sgabello. Con una mano incredibilmente ferma cominciò a dipingere quello che per lui era la sua anima, e la sua anima prese forma, dipinse una testa con dei capelli arruffati, la bocca, il naso, tratti infantili, di un bambino, la sua anima era quella di un bambino, semplice, pura, incompresa. Prese fiato e dipinse gli occhi, nel momento il cui terminò il dipinto il pennello cadde rotolando legnoso sul pavimento, lui non c’era più, era dentro al suo quadro, adesso sentiva il calore, il crepitio e il calore del fuoco, l’odore del legno verde e del muschio, guardava gli uccelli sparire in volo verso l’orizzonte lungo un tramonto che non terminò mai di fissare.
Un amore diverso
Chissà che ti era passato dentro. Chissà cosa hai provato la prima volta che ti sei reso conto di essere “strano”. A scuola stavi in disparte, non sopportavi quei ragazzi chiassosi sempre in cerca di ragazze… preferivi leggere e scrivere, scrivevi poesie senza il finale, inchiodavi il tuo male di vivere su un foglio di carta come se bastasse a mettertene al riparo… Chissà quale era l’emozione che hai provato la prima volta che hai fatto la doccia nudo in palestra, attorniato dai tuoi simili con i primi peli che spuntavano sulle loro facce imberbi o sul loro liscio pube… ti sei sentito un po’ mancare sotto quella doccia, tanta era l’emozione che non ti sapevi spiegare, che cosa era quel rimescolio nel basso ventre tu ancora non lo sapevi. E stavi male, sempre più. Quando desti il tuo primo bacio ad una ragazza provasti fastidio, quasi disgusto, eppure lei non era niente male, davvero. Cominciasti a capire lentamente quali fossero i tuoi orientamenti, i tuoi desideri e ti copristi di vergogna. Era una cosa troppo grossa, non sapevi da dove cominciare, non sapevi cosa fare. Sentivi dentro tutta la dolcezza e l’amore che era in te cercare di sbocciare prorompenti e copiosi come un fiume di popcorn, e tu non li potevi trattenere. Ancora non capivi la tua sensibilità, ancora non sapevi il perché dei tuoi gesti teneri e della tua voce un tono sopra del dovuto. Eri solo molto intelligente a scuola, di un’intelligenza sopraffina frutto di chissà che dolore che ti squassava l’anima. Aspettasti che lui facesse il primo passo. Era più grande di te e sicuramente più esperto. Si avvicinò a te quando nessuno ti poteva vedere, mise i suoi occhi dentro ai tuoi guardandoti dentro e sorrise. Tu ti sentisti capito improvvisamente anche senza proferire parola. Sentivi che lui era simile a te e non avevi paura. Ti desti a lui per intero, arrossisti solo leggermente. Il tuo giovane cuore batteva all’impazzata, le tue labbra cercavano le sue, sentivi l’odore fresco della sua giovane pelle e lui sentiva il tuo caldo e glabro corpo. Fu per te bellissimo. Quando tornasti a casa eri al settimo cielo, avevi capito quale fosse la tua strada ed eri pronto ad incamminartici… quando due giorni dopo andasti a trovarlo all’uscita dal lavoro, ti appostasti dietro un albero per fargli una sorpresa. La sorpresa la fece lui a te. Uscì dalla fabbrica con una ragazza, abbracciandola e baciandola. Quando tu uscisti dal tuo covo segreto con le lacrime agli occhi lui ti guardò dapprima ghiacciandoti il sangue, poi, indifferente e senza dire una parola, baciò lei guardando te e si incamminarono dandoti le spalle. Vomitasti in un cespuglio tutto il pranzo. Quando tornasti a casa, a cena, eri torvo e avevi gli occhi arrossati dal pianto. La mamma ti abbracciò e cercava di consolarti, il babbo era seduto e mangiava non curandosi di noi.
“Sei uscito con una ragazzina e lei ti ha lasciato vero?” fece la mamma con un sorriso non immaginando neppure lontanamente quanto sbagliasse.
“Lascialo stare e vieni a tavola” bofonchiò tra i baffi il babbo, stava mangiando con gli occhi bassi sul piatto, abbuffandosi con gli abiti ancora sporchi di calcina. Brandiva la forchetta come fosse stata una zappa. Tu avevi cominciato a piangere e a tremare, mentre la mamma insisteva nella sua teoria…. “Ma dai, sei un bel ragazzo, vedrai quante ragazze ti faranno la corte e…” non sopportasti altro, con un improvviso scatto d’ira gettasti in terra il piatto con la pasta che cadde e si frantumò in mille pezzi. Il babbo smise di mangiare e alzò gli occhi su di te. Non abbandonò la forchetta, però. “Mamma io non ce la faccio più!” esordisti isterico e paonazzo. “A me non piacciono le ragazze!” Non so perché glielo dicesti in quel modo, forse ti fidavi di loro, forse credevi che ti avrebbero capito e sostenuto, o forse più semplicemente non avevi calcolato le loro reazioni o non te ne fregava niente… Ci fu un attimo di silenzio che preannunciava la tempesta che regolarmente esplose subito dopo. “Cosa hai detto?” fece la mamma sbiancando in volto e rimanendo con la bocca semiaperta. Il babbo fece cadere la forchetta. “Non mi piacciono! A me piacciono i ragazzi!” Questo fu il colpo di grazia. Il babbo si alzò di scatto rovesciando la sedia e furioso cominciò a rincorrerti per la stanza. Tu cercavi di evitarlo girando intorno alla tavola, la mamma stava ferma come inebetita lasciandosi sfiorare dalla vostra furia. “Anche un figlio finocchio!” urlava il babbo “Non solo uno scemo!” diceva indicando me “Lo dicevo che eri strano… tu non sei mio figlio! Sempre perfettino, sempre a leggere, mai un calcio ad un pallone.. mai una ragazza… ora capisco… meglio morto che frocio!” gridava a gran voce rovesciando e tirandoti dietro tutto ciò che gli capitava sotto mano. “Fermati che ti ammazzo!” continuava e tu scappavi più veloce “Scusa… scusa” frignavi e correvi, io ero troppo piccolo è per poter fare qualsiasi cosa e vi guardavo impotente. Poi prendesti le scale e ti fiondasti in camerina e chiudesti la porta a chiave. Il babbo arrivò ansante e tempestò la porta di pugni “Apri, pezzo di merda! Apri che te la faccio passare io la voglia” disse togliendosi la cintura dai calzoni. Aveva una faccia da fare paura, sembrava indemoniato. Non lo avrei mai più rivisto conciato così. Tu da dietro la porta piangevi e singhiozzasti “Babbo… scusa… non è colpa..mia…” finalmente la mamma, che si era scossa dal torpore, prese a strattonare il babbo per un braccio e lo fece desistere dal buttare giù la porta. “Ora scendo, dopo facciamo i conti!” fu la sua ultima minaccia nei tuoi confronti. Chissà che mare profondo si agitava in te mentre eri da solo, non mi è dato saperlo, come non mi è dato sapere cosa hai provato togliendo i lacci alle scarpe e annodandoli insieme per farne una corda, non saprò mai cosa hai provato salendo nudo su una sedia, nudo eri e così ti sentivi. Né mai saprò che cosa hai fatto quando hai scalciato la sedia sotto di te rimanendo appeso alla maniglia della finestra, se l’istinto di conservazione ha prevalso sulla ragione che ragione non era, se hai avuto un ripensamento e hai cercato di liberarti, oppure no. Quando il babbo sfondò la porta ti vidi anche solo per un attimo nudo, appeso per il collo come un pesce per la coda, eri viola in volto e sotto di te si era allargata una pozza di liquido. La mamma cominciò a strillare con quanto fiato aveva in gola, il babbo entrò , ti sollevò con un braccio e con l’altro ti sciolse, non c’era più traccia di rabbia sul suo volto, ma solo terrore. Ansava come un toro, fu incredibilmente delicato quando ti pose sul pavimento, le sue gigantesche mani screpolate si erano trasformate per te in soffici piume che ti sostennero dolcemente. “Vai a chiamare il 118!” gridò concitato. La mamma sparì dalla camera in cerca del telefono. Non ricordo quel che avvenne dopo, ricordo solo che al funerale il babbo pianse insieme alla mamma, si era messo il vestito buono. E da allora non ha mai più proferito parola con nessuno. La mamma ti ha fatto un altarino dove dormivi, pieno di fiori, peluche , foto tue e ogni sera prega davanti a una candela accesa, io guardo il mondo scorrere attraverso le sbarre della mia finestra, non è poi male qui, i pasti sono regolari e buoni, mi curano, ho una bella stanza coi muri imbottiti perché pensano che mi faccia male…. E tu sei con me fratellino…
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