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Mario Bressan
Il navigatore perenne
Tante cose io so.
So che vorrei essere una farfalla
so che sapore hanno le lacrime
so che fa male abbracciare il vuoto
so che la sete mi tormenta
so che domani è vicino quanto lontano
so che il castello dei miei sogni trabocca
so che l’esilio è amaro più del fiele
so che voglio vivere….
ma…
so anche che i tuoi occhi,
dopo l’amore,
mi incantano
Il setaccio
Né potrò mai
sapere
Tesa
attraversata
dalla luce nascente
dell’alba
di ogni giorno,
una fittissima rete
cala
a barriera
dei miei sogni.
Trama e ordito
ugualmente stretti e sottili
da non parere che esistano,
premono tuttavia
sulla voglia di emergere
delle mie notturne
emozioni
contro
le rigide difese
poste dalla mia specie
per me contro di me.
o intuire
quanto più giusto sia
essere io funzionale
alla specie
piuttosto
che la specie a me.
“Così assolutamente bella”
Quel pomeriggio
di una primavera
ancora solo voglia
di esplodere,
quando ti dissi
sei troppo bella
e inaspettatamente
turgide gemme esplosero
in reconditi anfratti
morbidi di muschio
e ti vidi arrossire
come non s’usa
ora…
Quel pomeriggio
i tuoi occhi d’acquamarina
vidi
farsi più trasparenti
ancora.
Ma io riuscirò,
un giorno,
a trovare l’antico strumento
che abbia il giusto timbro
per poterti spiegare
(sai?)
spiegarti veramente
quanto sei
e perché sei
così assolutamente bella.
“I tuoi occhi”
I tuoi occhi
immensi di azzurro,
conchiglie d’infinite trasparenze.
Acquamarine
levigate
dolcemente a lungo
dal tuo pur breve
tempo.
Profondissime offerte
di
impossibili ricordi
di ancestrali cieli.
Ridenti anche
nel rossore improvviso
del tuo volto
un giorno.
Un giorno di primavera.
I tuoi occhi.
Tu.
“Tu sempre”
Ho promesso
un giorno
alle tue
trasparentissime iridi
di raccontarti
quanto
e come sei bella.
Oggi hai finto
di non ricordartene.
Lo sai già,
o hai paura
che te lo dica?
“Come”
C’è ora in me
la voglia di dirti,
di raccontarti,
non quanto, non perché,
ma come,
come sei bella.
(Saper cogliere dall’eterno
vocabolario inconsultabile
le parole del come!)
Come l’alabastro
delle tue mani
che si fonde
sulla mia fronte d’uomo,
come l’acquqmarina
dei tuoi occhi
(i tuoi occhi, amore)
che si scioglie in infinite
profonde iridescenze
quando dici ti amo,
come il miele del tuo seno,
dolcissima offerta
alla mia sete d’amore…
come l’alterna paura
del tuo io che oscilla
fra la voglia di esplodere
e quella di chiudersi…
come il fuoco della tua offerta,
come il fremito del tuo desiderio,
come l’oro dei tuoi capelli,
come la flessuosità del tuo corpo
di giunco,
come la musica della tua voce,
come la tua innocenza aperta
alla nuova ipotesi d’essere,
come il fiore delle tue labbra
di nettare,
come l’alba del tuo sorriso,
come il cristallo delle tue parole
non dette ancora,
come il buio dei tuoi rifugi,
come le tue braccia aperte
a ricevermi
nel nuovo mondo nostro,
come…
Così,
oltre gli spiragli
delle nostre antiche paure,
vogliamo ora immergerci
nella struggente tenerezza
del nuovo essere noi.
Così.
Il sole di Sunba ti
brucia:
Mescalito
Voglio tornate
laggiù
nelle mie isole,
a respirare
l’incantata
atmosfera
densa di vapori
d’argentee albe
e di indescrivibili
colori
di tramonti
ove i miei occhi
si schiariscono
di attonita
impensata
meraviglia.
Voglio tornare
e incontrare
i meravigliosi occhi
delle loro donne,
simboli
dell’assoluto
estetico
del loro essere
vive.
L’incandescente luce
del loro sole
scioglie,
rarefacendola,
l’aria dei loro
templi
le cui ancestrali
ma sempre diverse
strutture
sono fondenti
preghiere
a ignoti iddii.
Ove io stesso mi
fondo.
Ove le mie emozioni
sono consapevolezza
umile, ma certa
del sentire me
immerso
nell’eterno,
cosciente,
puro fluire
dell’essere.
Paese
ti entra dal cranio
a disseccare il tuo corpo
ed i tuoi pensieri.
Trafora la tua pelle
sciogliendola in stille calde
d’infinito sudore.
Ti possiede in toto.
Per atavico istinto
cerchi un
triangolo d’ombra
disegnato in perfetta geometria
dai candidi muri di calce.
Bianco. Nero.
Entri nella zona nera
a cercare una pace
che non trovi,
perché il sole ti richiama,
ti vuole.
E come drogato ti rituffi
nelle sue fiamme.
Non puoi farne a meno.
Non sai nemmeno
se sei vittima offerta
o già parte di lui.
C’è quest’altra notte
al cui molo
attracca
puntigliosamente,
la mia barca.
Come al molo
di tutte le notti
senza sonno,
misurate
fra le righe
dell’arido lunario
di carta assorbente
ove si essicca
il siero
dei miei multiformi globuli.
Ma non sarebbe forse
più umano
se in queste
“white sparkling nights”
chiamassi
un esperto Don Juan
a prepararmi
il mescalito
giusto
per imparare a riconoscere
lo squarcio
fra i densi oscuri drappi
tesi
fra l’essere
ed il sapere?
Vorrei,
girando un angolo
qualsiasi
delle strade
del mio paese,
vorrei
incontrare uno,
uno a caso
anche mai visto
e dirgli ciao.
Vorrei che fosse
come me,
ora,
e che non mi chiedesse
perché.
Perché vorrei dirgli
che questo strampalato paese
ha dei momenti
come questo,
quando gli altri
sono stanchi di esserci
e noi no,
e loro se ne vanno
e lasciano a noi
la piazza deserta
ed i silenzi
ove si addensano le presenze
di noi
che malinconicamente,
quasi,
cominciamo a riviverlo,
proprio negli spazi
di loro assenti
ove l'aria
è più trasparente
e pulita
ed il sole più morbido
ai nostri polmoni
di trasgressori
che possono regalarsi
un wisky
di più,
e non è neanche il caso
che ci raccontiamo
cose difficili,
perché comunque
non ci darebbe fastidio
capirle,
e poi dirci ancora
ciao,
e prendere strade diverse
che non vanno lontano.
Il tempo
si sfalda lento
in esili scaglie
che inarrestabilmente
scivolano
sulla mia pelle stanca.
Lo specchio del mare
è già opaco.
L’orlo delle nubi
(sopito il temporale)
sfuma pianamente
verso l’ombra leggera
della prima notte.
I sogni si quietano.
Solo un ricordo
antico d’amore
resterà, in silenzio,
a tenermi la mano.
ho ancora,
in mio oscillante
potere,
un foglio di carta bianca
ed una matita,
la mia preferita matita.
Tentazione alterna,
incerta,
fra la parola
e la compiuta essenza
d'un foglio
pago
del suo candore.
Lunghissime lettere
o essenziali epigrafi
o armoniosissime cantiche
mi tentano.
Ma dirò solo di me
a me
se le parole
saranno mai
supporto degno
alle emozioni.
O non dirò,
se l'alternanza
del pendolo
porterà solo,
a me solo,
voglie di silenzio.
Che il tempo si dipani
dai suoi bozzoli
inesausti,
poiché tutto
cade da lui.
Che le cose succedano
quando l'ora è matura,
purché succedano.
E tutto questo è pur vero,
al di là
della mia diafana
capacità
o presunzione
d'esserne misura.
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