Dalla periferia profonda e degradata di Trieste,
città di frontiera, multietnica per definizione e vanto, con studi
tecnici sofferti ma necessari, scrive, suona e fotografa da sempre.
Grazie a Silvia Denti partecipa a varie antologie e pubblica un primo
quaderno di 40 liriche - La notte - , socio del Circolo Fotografico
Triestino, partecipa a mostre collettive e ad esperimenti di ricerca tra
pittura e fotografia, col nick
8D9 pubblica sul sito fotografico woophy (http://www.woophy.com)
nota critica
IL Gabbiano e me ---- Il mio musicista
opere di Giada Clicech
Leggere questa dolcissima
ragazza è come sentire mutare i sentimenti e quella ruota degli anni
che scorre a ritroso e torna nella luce gialla della cucina dei miei
sedici anni, quando scrivevo i pensieri più ingenui e al tempo stesso
profondi, vivi, palpitanti, tipici di un’età in cui tutto si amplifica,
si esalta e si apre…Che meravigliosa sensazione! Presento volentieri questa giovanissima Autrice,
Giada Clicech, oserei dire
figlia d’arte, la quale nella candida età dei suoi sedici anni, abbozza
le sue prime liriche che già denotano uno stile, già hanno un’ossatura
forte, piena di carattere e di coerenza.
L’Autrice ha molte frecce al suo
arco e ci consente di apprezzare una scrittura piena di gioia
adolescenziale, le tipiche crisi, quei colori dell’immediato
dopo-infanzia. Versi che fanno allargare il sorriso e anche il cuore. So
che Giada cambierà, a volte scriverà cose che le sembreranno non
piacevoli, ma saranno quelle che la renderanno forte al punto tale da
forgiarsi il suo stile.
Benvenuta Giada! Benvenuta tra gli inquieti
Autori di questo spazio pieno di poesia, di luce, di esistenza, di
azzurro.
Come sempre vivo notturno,
cercando altrove spicchi di cielo,
guardando dentro al caotico volume dei miei pensieri,
un ordine infinetisimo, neppur labile, trovo.
Come turbine di foglie cadute da Vento avvinte,
immagini, parole, tutto il mio tempo,
ancora scorrere impetuoso.
All' acque chete di un alpestre ristagno,
portare poi scompiglio.
Increspature spumose di superfici perfette,
la vitrea staticità, in flutti dissolvere.
E varcare librandomi nell'aere,
le porte del noto,
alla ricerca del gelido abbraccio,
nel tuffo atteso nel lago del sapere.
Fondermi fluido,
azzurro di cielo,
dal fondo guardare di Luna il tramonto.
Sciogliermi liquido,
una densità conquistare,
olio leggero verso la superficie salire.
Come sempre vivo notturno,
alato tarpato alla terra,
non più sera,
ma eterno giorno
solo nel mio Universo.
E nei tuoi occhi
del sogno il dolce velo,
notte.
Ancora desto all'ore tarde,
voglio poesia,
leggo Alda struggente dall'Ade,
Proserpina emergere dalla follia.
Cerco l'amato Giacomo,
che più mi fu di un amico,
passato non più prossimo
per i molti dall'aspetto comico.
Trovo pensieri, altri,
rivedo volti, altri,
ricerco essenze,
dove esistono solo apparenze.
Ma che razza di paese è mai questo,
che i suoi poeti condanna all'inedia,
mentre ai mediocri dietro ad una sfera
riserva onori, potere e vana gloria.
Ma che paese è mai questo,
che condanna i propri giovani all'oblio,
nuova ignoranza,
negli splendori di una vana stanza.
Stanno negando evoluzione e progresso,
in nome di un non meglio dato diritto,
diritto al non far un tubo,
a posteggiare il cervello
nelle dolci anse del comodo e lì scordarselo,
moriranno, moriranno,
se un giorno il motore dovesse fermarsi.
Moriranno di inedia,
incapaci a coltivarsi il nutrimento,
bastava comperarlo,
moriranno sopraffatti,
scomparendo per primi gli avvocati,
che tanta giuristica certezza infondevano,
Moriranno.
Ma tutti dobbiamo alfine morire,
non c'è eternità per la carne,
definita già mortale.
Eppure,
giovani
per sempre
adesso bisogna essere,
giovani.
...
tre puntini di sospensione
tre istanti brevi, di tregua,
per sbollire i miei pensieri,
adontarsi per la vaghezza di una società
che di suo moto punta diretta
al solo traguardo dell'autodistruzione,
non serve,
non serve.
Tanto non possiamo fare nulla,
noi minimi comuni multipli,
nulla e su questo nulla,
il padrone del vapore basa la sua forza,
il fulcro detto indifferenza.
... ... ...
tre volte tre puntini di sospensione,
rileggo Alda Merini,
rivedo gli occhi sognanti di quei bambini,
perduti al di là dello steccato,
che delimita il fare dal subire,
Ulisse a me caro mi riporta di Saba le visioni,
mentre l'umanità si dissolve,
nelle certezze imposte dai rilassanti
coinvolgenti
ineluttabili imperfettibili ognissenti
personaggi che appaiono maestri sulle televisioni.
Per sentire poesia devo aspettare
dell'antelucano oblio il tormento
dacchè Morfeo irresistibile a sé mi chiama,
mentre l'orrore dell'opinionista di turno
dagli occhiali colorati ancor da me non diparte.
chissà se al risveglio,
ormai libero dal giogo del sonno,
il mondo troverò ancora,
a volte questa certezza evapora leggera
si dissolve senza lasciare traccia alcuna,
se non l'ormai iineluttabile
certezza della rovina.
Piango sofferenza,
volevo scrivere di Oscar per sempre bambino,
stroncato nel '43 dalla difterite,
del suo ricordo, della sua presenza,
alimentata dall'amore di chi lo pianse
e ne perpetuò in ogni versata lagrima la sofferenza,
ma non posso.
Ho cancellato nervoso dieci versi già composti,
forzati in apparenza.
Ho bisogno di poesia,
nella follia di Alda l'ombra della mia inquietudine,
nelle note lontane del Syrtaki la danza.
Piango tristezza sulla Grecia che Arcadia custodiva,
dal ricordo del mare frangersi su quelle scogliere, bianche.
Sofferenze ammantate di classica armonia,
vincere il mare a remi,
su questo settentrionale, scuro adriatico di gelo e vento.
Ed io a questo vento appartengo,
forte compagno della mia esistenza.
Appartengo a quelle pietre istriane,
insidiose a pelo d'acqua,
la presunzione di abbienti improbabili marinai,
in un urto fatale castigare.
Appartengo alla terra rossa come il sangue,
al vino che da essa si genera,
aspro.
Appartengo a questo tempo,
che si spegne vano di intenti.
Cerco poesia,
in Silvia alla ricerca di una luce nell'angoscia,
nell'orrore di una possibile solitudine,
nel dolore che puntuale confina la mia penna nel suo recesso,
ed il foglio condanna arido.
Leggo versi, anche i miei ancora,
e penso a quel dolore immenso,
ad ogni stanza buia aperta al cielo,
a chi da lì è partito senza incenso.
Il vialetto del cimitero riporta le date,
quattromila morti un bombardamento,
la mia confusione resiste,
corre al ricordo di quelle notti ancora vicine,
insonni al rombo dei bombardieri verso oriente,
e sapere dei fratelli oltre la cortina il lutto imminente.
Uomini, scellerati ricettacoli di vana presunzione,
ammantarsi di buono solo per convenienza,
il proprio popolo alla rovina guidare.
I cannoni dal Vipacco ancora tuonare,
inutilmente,
dopo un secolo di odio e milioni di morti,
la lezione ancora non è bastata.
Non cerco l'antro del Mitreo,
sacrifici di sangue versati alla pietra,
per chieder al divino fortuna in battaglia.
La mia guerra altri morti procura,
di distruzione è ormai avvinto il mio cammino,
macerie di futuro su cui insulsi corriamo, senza vedere.
Ho altro da dire,
in poche esperienze sognare,
mentre la follia varca le soglie del potere,
fondersi di cielo nell'acqua della fontana,
in un tripudio di zampilli lucenti e morire,
cullati da poesia e finalmente sereni, volare.
lirica la forma per un pensiero soltanto,
anelo esperienze, necessità unica
per nutrire il mio narrare e risvegliarne l'incanto.
Lettera ad una persona dolce
per portarle energia, almeno un poca,
briciola di vita nell'oblio precoce
di un sogno che non alza una voce roca.
Vita di tanta sofferenza,
passata nel buio della violenza,
che altri miseri deboli angeli
confusi avvinti, da follia i veli.
Ricordo gli occhi di Elsa
il sorriso spegnersi nella follia,
di Elena, penna eccelsa,
il sorriso che in rantolo mortale si umilia.
E più lontano nella corrente del mio fiume,
che comando al ritroso andare il flusso,
Gianni piccino e inerme,
volare con ali di farfalla in un futuro fesso.
Divento volgare e voglio bestemmiare,
leggo le storie dal manicomio scappate,
vissi quegli anni di frenetico innovare,
fritture di cervelli da scienze sciroppate.
Parlare più non posso,
commosso fin dentro ai fantasmi dell'id
ormai mi agito scosso,
e la rabbia che monta offusca la mente.
La follia lacera l'umanità in cristalli di dolore,
che feriscono chi più s'avvicina,
chi per portar sollievo paga lo scotto all'ardire,
e rischia nello stesso male scivolar per la china.
Mi rifugio in una preghiera.
Anelo esperienze mai pago,
ma dimenticar dolore è una chimera
e della sofferenza si stringe il giogo.
Luce sulla landa innevata,
il fantasma di un treno a vapore sbuffa nella mia fantasia.
Da un vagone una freccia di luce rossastra rivela una lanterna accesa.
Ricordi di film visti da bambino,
solo la musica è sostanzialmente diversa,
la notte no.
La landa non parla russo,
passiamo San Lazzaro e Bologna è un altro ricordo,
uno dei tanti momenti di percorso, di luce prima, ora notturno.
Mille chilometri in treno,
un buon libro e tanta pazienza,
non gridano più il tutti in carrozza si parte,
che a me ricordava la diligenza.
Stendhal indispettito giunse dalle mie parti,
ambasciatore di Francia in una città di mercanti,
scese proprio in diligenza la via Commerciale,
un budello stretto e pericoloso,
una discesa ancor più folle,
per il tiro a sei cavalli e una vettura senza molle.
Ecco perché detestava i nostri primi,
non per la pochezza della mondanità locale,
ma per la tema ferale,
che l?avventuroso arrivo impose.
Io penso e guardo fuori dal finestrino,
righe di luce variopinte solcano il blu della notte,
e sono già paesaggio,
Ferrara in vista e il treno rallenta la corsa,
stazione come tante, poca gente, forse nessuno.
Seguirà Rovigo addormentata dai campi candidi di neve,
Padova un risveglio lieve,
forse Mestre porterà un qualche movimento al convoglio,
notturno ed inerte.
Nelle carrozze blu, passeggeri russare beati,
in cuccette di angusta comodità,
forse svestiti.
La sosta, la manovra, le luci abbaglianti sfumare
nel buio apparente,
l'ultima corsa inizia verso oriente.
Già da un pò il libro è finito, letto, riposto,
il tempo è spazio in questo viaggio notturno,
potrei scandirne il passaggio a chilometri,
saranno le due più o meno, chilometro ottocento.
Ormai per abbrivio apparente il convoglio,
passa stridendo cittadine silenti,
solo di neve e di ghiaccio ammantate,
Qualche fermata, troppo breve per distogliermi dai pensieri,
e finalmente dal blu della notte congiunto al mare di notte,
intravedo le luci lontane dei miei lidi,
alle tre finalmente tutto è silenzio,
i pochi rimasti ormai giunti come me alla meta,
si inoltrano nel gelo delle pensiline di marmo d'Aurisina.
Un tassista distratto, 10 euro ed è finita.
La macchina percorre il suo tragitto,
veloci orizzonti mutano intorno,
al variare della distanza,
dall'invisibile alternanza
alberi mutati in spiriti vacui corrono,
dietro sempre più lenti fino a distinguerne l?oggetto.
Il variare dell'orizzonte nei suoi colori,
scendere e salire,
senza mai cambiare rotta,
velocità pura, paura astratta,
il voler correre senza finire,
incontro a non si sa più cosa, reali timori.
Perdersi in un viaggio senza meta
di strada in strada
avanti andare
cercando la notte nel cuore
ritrovarsi immobili, respiro di giada,
da soli, in mezzo alla nebbia della vita.
Immagini sbiadite di un mondo passato,
di me bambino in quella contrada,
di povere case, di gente dal passo greve.
Allegria era quasi un' offesa,
il canto disturbo ad un giusto riposo.
Nei giorni che altrove venivano vissuti,
cercavo per ogni sussurro di vita un motivo.
Esplorare il fitto rovo sotto casa,
dall'inestricabile spinoso groviglio,
trarre un qualcosa celato dal tempo,
un giocatolo perduto, un vecchio portafogli gonfio di rugiada.
Non si può aprirsi al mondo celandosi dietro alla distanza,
nascondersi per paura dentro questa stanza,
Lontano un mondo viveva le sue stagioni,
ma noi non gli appartenevamo,
reietti della periferia.
Ancor oggi se guardi bene,
negli occhi del grosso cuoco dai sogni bruciati al tegame,
in fondo al bicchiere del meccanico senza officina,
riconosci il disagio di non aver cantato, allora,
di essere stati bravi, di non aver disturbato,
il sonno della mente che del futuro e' rovina,
su strade lastricate di ignoranza,
trascinare in catene la ragione,
sempre in silenzio,
per evitar cagione.
Emicrania, la chiamano emicrania crania crania, l'eco è compreso nel prezzo, ma non lo compri, è rigorosamente omaggio. Lo ripagherai dopo coi pensieri ripetuti in ogni ansa, ansa di illogica parola abortita nel pensiero generante abortito nel pensiero creativo abortito nel pensiero recidivo abortito nel pensiero distruttivo, autodistruttivo, generante, il contrario, degenerante, gira a destra, allucinazione acustica servita. SENTO LE VOCI. Che sia il momento di rendere l'anima a Dio? Così, senza lacrima di donna e pianto d'infante, senza candor di accademici camici comici ridicoli medici in corsie lunghe d'ospedali asettici eppur zeppi di microbi. CRANIA CRANIA CRANIA. Il letto rotellato volta a sinistra, allucinazione visiva servita. VEDO LE OMBRE. Paura non ho, voglion giocar a carte. Oltre le punte dei miei piedi si estende l?infinito. ODDIO SON MORTO, focalizzo l'alluce destro, pulsa a sinistra qualcosa sopra l'orecchio, OHIBO' SON VIVO. A S P I R I N o qualcos'altro, nomi strani complessi, verbali amplessi di farmaceutico chimica arroganza. Sono ormai fuori della stanza, stringendo denti occhi e muscoli facciali, raggiunger il mobiletto dei medicinali è una battaglia. Ostacoli spinosi in corridoio, trabocchetti egizi in bagno, e buon ultima la frana precipitosa di scatole scatoline e scatolette, anch'esse vinte dall'onnipotente gravità terrestre, tra esse quella buona per una sana cura al mal di testa. Il piegamento è straziante, risollevarsi peggio ancora. Sbattere la testa già dolente sulla porticina ancor aperta un triste dovere. Eppoi raggiunger la cucina contagiando le piastrelle di follia? Ma per lor fortuna non hanno testa, lottare con la pasticca che nel suo recesso vuol rimanere, forzarne proprio lo sfintere, e cade a terra, magari è l'ultima possibile salvezza. Altro straziante piegamento, il sangue sà d'essere materia e lo dimostra, unico encefalico coagulo pulsante. E finalmente di fresca acqua lo zampillo nel bicchiere,
trangugiar liquido e medicamento, e poi, pazientemente aspettare, distesi immobili autoannichiliti sfatti e sudati? che passi il tempo e il principio dimostri finalmente d'essere l'attivo che il foglietto, detto bugiardello asserisce in grassetto. Ma dopo un'ora d'attesa inizia un ben altro movimento,
verso il basso localizzato? AHIME' vuoi veder che nella foga di lenir il patimento, invece dell'analgesico il purgante ho ingurgitato? Di tregenda la notte si colora, meglio finirla qui, che il prosieguo ignoro ancora.
Lontano negli anni ormai trascorsi, quando le persone di quel tempo sono
diventate
solo dei ricordi, rievocare fatti, volti, voci, non sempre é fonte di gioia. Sembra un gioco al massacro, sentimenti contro ricordi, ricordi contro
sentimenti,
e come in ogni guerra che si rispetti, non ci sono né vincitori né vinti, ma
solo
dolenti, irrazionali forzati del tempo. Perché ostinarsi a dar memoria di tutto se non per l'utopistica e se vogliamoanche egoistica, epica ricerca di viaggiare indietro nel tempo! Forse mossi solo da rimpianti dolorosi, da invidie perfide, cerchiamo e
costruiamomacchine per tornare indietro, a nostro piacimento: anche se la tecnologia ci
nega il privilegio, ecco che allora subentra la fantasia a cercare, e a creare. Ricordi la ragazza, l'amico di ieri, idealizzi per loro un futuro plasmato dai
tuoi pensieri. Poi magari il fato te li fa incontrare. La realtà spesso rivela
ciò
che per noi è impensabile.
Nasi gonfi di vini da quattro soldi, giornate una dietro all'altra, tutte
uguali,
trasfigurate dal fidato compagno in bottiglia, ragazze sfiorite in grottesche
megere.
- No, pietà ! Ma perché mi sono cercato questa tortura? Solo pervanità? Per compiacere alla mia posizione di intellettuale un po' misogino ed un
po' trasognato? Dacché.....Ho l'autostima in riserva, ed il serbatoio delle idee grida tutta la
sua
secchezza, continuamente..No, cerco forse di capire dove «io» ho sbagliato, dove il mio limite si rende palese. Ecco, li ho abbandonati.... .ma che cavolo dico, prendemmo le nostre strade, in piena autonomia.... eppoi non ero certo io la luce dei loro occhi! - Pensieri dietro a pensieri, continuamente soffocati da realtà improprie,
forzose prove di sopravvivenza, ribellarsi anche a sé stessi se serve
soprattutto
a sé stessi. - Mi dico credente, da sempre, non lo so perché e non l' ho mai voluto sapere,
è una condizione difficile, adesso, fossimo nel medioevo, allora la società
viveva
di Fede, non come adesso che vive del contrario....ecco, cerco di giustificare
la mia vita, in uno standard, un cliché...proprio io,che li ho sempre rifiutati,
cercando disperatamente sempre una mia via al mondo......e non sono mai stato
un vigliacco, mai...Forse sono solo disperato, per la solitudine che comporta
il non potermi esprimere come vorrei. - Artista è colui che crea concetti astratti e li trasmette agli altri rendendoli
materialmente fruibili attraverso un mezzo. - Ecco, sono il Picasso della chiacchiera !!!! Sono un artista inespresso, ma ci può essere arte senza espressione?.. Non ho la forza di svelare il mio ben misero talento, non è fellonia, né
timidezza,
mi sento schiacciato da tanti e più grandi maestri, mi confronto con loro e vedo
la mia piccolezza riflessa dalle loro opere. - Non a tutti è dato di avere un Virgilio che ti guida dagl'inferi all'empireo.... Eppure quando l'aiuto arriva inaspettato, spesso, diffidenti dall'anima, lo
rifiutiamo
sdegnati. -Capperi...chissà quante pedate ho tirato alle virgiliane terga.....in nome del
mio
sacrosanto orgoglio. - E alla fine, stanchi della nostra miseria, cerchiamo di fuggirla, fuggendo
l'intera
realtà. Ma guarda che combinazione..ma allora l'amico d'infanzia distrutto dall'alcool
ha
capito tutto ed in anticipo? Custodisce gelosamente i segreti del mondo? La ragazza che si é giocata nella droga l'inebriante bellezza dei ricordi è in
realtà
una moderna vestale, custode del sacro fuoco? - Forse ho sbagliato tutto........- La realtà contemporanea propone, insinua, modelli devianti, globalizza il male
travestendolo da bene, necessario e sacrosanto. Non possiamo avere tutto, ma ci dicono che ciò e male, perché noi dobbiamo
comprare, far girare la ricchezza, consumare.. Noi dobbiamo essere onnipotenti, e già lo siamo....ma non ce ne rendiamo conto. Noi dobbiamo eccellere, superare, i nostri aggettivi saranno sempre assoluti,
e soprattutto maggiorativi. Eppure basta il ricordo di un prato fiorito per farci dimenticare questo tempo
presente, per volere al di sopra di se stessi, tornare indietro, riviverlo quel
momento, ripercorrere quel sentiero del nostro passato. Allora forse la realtà ha un'altra valenza, non certo quella che ci impongono,
ma quella che dentro di noi spinge la coscienza ad uscire dal letargo mediatico
in cui è costretta.