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Alex Dracht
ALLA RESA DEI CONTI: NAGAI KAFU
Dopo tutti questi anni mi è tornato il desiderio di parlare della Francia di Nagai Kafu, quella dei suoi Furansu monogatari per meglio intenderci.L'occasione mi è stata data da tre fattori che si sono casualmente combinati: pochi fogli bianchi, relitti dei tempi dell'università, il riordino di materiale in fotocopia risalente al periodo della mia tesi, l'ascolto della musica di Erik Satie.
E forse è anche per chiudere qualche conto in sospeso che mi prendo la briga di riaprire un capitolo chiuso della mia storia passata.
In precedenza non ho avuto l'occasione di agganciarmi a talune tematiche che trovo assai pertinenti all'opera di Kafu: dopo la tesi, ho continuato a interessarmi, seppure in misura minore, di letteratura giapponese, e ciò che quasi sempre riscontro è la qualità scadentissima delle traduzioni, che, nel loro preoccuparsi di rimanere fedeli al testo originale, finiscono col soffocarlo in mille costruzioni improbabili in un buon italiano e col degradarlo per mezzo di dialoghi che paiono fuoriuscire da bocche di persone dementi.Per chi conosce il giapponese, la sensazione di sconforto è solo in minima parte mitigata; per chi invece ne è digiuno, allo sconforto temo si aggiunga il disgusto, tale da impedire di continuare a leggere simili traduzioni.
Sicuramente anch'io me ne sarò reso colpevole in alcuni luoghi e di ciò chiedo venia.
La prosa di Kafu contiene un altissimo tasso di poeticità e non assomigliando a nessun'altra favorisce decisamente una traduzione sui generis. Ovviamente le righe che seguiranno saranno prevalentemente autoreferenziali, prive quindi di citazioni e di rimandi, ma le considerazioni linguistico-stilistiche da me fatte in passato le ritengo a tutt'oggi corrette, come corretta ritengo anche la mia valutazione di Kafu in quanto intellettuale.
La lingua dei Furansu monogatari non assomiglia a nessun'altra lingua letteraria apparsa in Giappone fino a quell'epoca e non è scorretto dire che, se oggi i traduttori maltrattano così proditoriamente la nostra lingua affinché si capisca (ma chi legge deve sempre essere considerato un imbecille?) che il libro che si ha di fronte è stato scritto da un autore giapponese, Kafu abbellisce, rinvigorisce e ricrea la propria lingua grazie al contatto con la cultura francese d'inizio Novecento.In questo flusso culturale erano ben presenti, vivi e produttivi tutti gli antecedenti che avevano reso la Francia il paese di riferimento per la cultura occidentale di quell'epoca. Per tale motivo è nient'affatto sorprendente l'abbondanza di citazioni, la messe di riferimenti (palesi e nascosti) che costellano la scrittura di Kafu: il testo non ne risulta appesantito, al contrario esso getta ponti e percorsi tanto al lettore europeo quanto a quello giapponese. Talmente fitto è il gioco dei reciproci rimandi che i Furansu monogatari alla fin fine divengono, e questa era a mio parere l'intenzione dell'autore, una felice sintesi dell'estetica contemporanea a Kafu, tanto a Occidente quanto a Oriente.
Va ricordato a questo punto che se in Europa vi fu ciò che ricade sotto l'etichetta di japonisme, a volte con esiti un po' maldestri, in Giappone la conoscenza delle culture europea e americana fu di gran lunga più approfondita, facendo sì che per una non piccola parte dell'intellighenzia giapponese nomi, opere e concetti provenienti dall'Occidente non restassero lettera morta.
Baudelaire, Verlaine e altri permeano le righe di questi racconti, ma Kafu cita con sapienza infinita, incastonando rimandi e accenni nel discorso senza darne un'interpretazione e una resa pedisseque. Si è tanto parlato di narrazione pura a proposito dei Furansu monogatari che la similitudine meglio in grado di descrivere la tecnica di Kafu è quella dell'esploratore subacqueo, il quale nel suo procedere uniforme incontra nei fondali creature fra le più svariate e diverse anche fra loro. La capacità di osservazione di Kafu è illimitata e gode di una vasta gamma di angolazioni: come un biologo egli elabora, cataloga, sviluppa il risultato dei suoi studi in un sistema perfettamente coerente in sé.
I Furansu monogatari, come dicevo più sopra, segnano una felicissima sintesi estetica, nella quale nulla può più essere considerato esotico, o, il che è la stessa cosa, tutto può esserlo.
Questi racconti vanno oltre l'autobiografia e il ricordo, sono nulla più che pretesti grazie ai quali mettere in moto il meccanismo narrativo, al riparo da qualsiasi tentazione naturalista, dato che in essi la natura ha ben poca parte nel determinare la psiche umana: in quanto osservatore/esploratore (non teorico!) Kafu si pone su ben altre basi rispetto a quelle del naturalismo di stampo zoliano (che pure immensa fortuna ebbero), la natura è compartecipe della narrazione e l'essere umano, una volta tanto, detiene un atteggiamento quasi di conciliazione rispetto a essa.
Dal punto di vista temporale i Furansu monogatari mettono in scena azioni e luoghi che paiono esclusi dal flusso cronologico usualmente percepito, nessuna trama, nessun plot, eppure la narrazione esiste, procede, e può proustianamente accadere in qualsiasi momento: ecco ciò che rende un'opera letteraria un classico.
Memoria, nostalgia, ricordo: concetti che possono anche essere importanti, e che però qui vengono trasfigurati in un piano temporale che è sì passato, ma che potrebbe benissimo screziarsi di presente rendendone supreflua qualsiasi collocazione precisa. Kafuagisce pi di cento anni fa rispetto a oggi, eppure, durante la lettura, lo scarto di epoche viene obliterato, solo per comodità i suoi verbi li traduco al presente, manca infatti in italiano un aspetto a-temporale del verbo.
Uno degli episodi più chiarificatori in tal senso è il viaggio notturno che Kafu compie in treno per raggiungere Lyon: popolato di silenzi, lune, presenze momentanee e evanescenti, è quasi un viaggio iniziatico: au bout de la nuit? Il confine tra veglia e sonno è quantomai labile, non è dato capire se e fino a che punto i suoi occhi restino aperti e vigilie da dove invece inizi a agire la fantasia onirica.
Ciò che la critica giapponese e, in certa misura, occidentale non hanno recepito è la qualità di questa scrittura, la sua eccezionale levità che sfiora l'inconsistenza e l'indeterminazione. Se gli squarci paesaggistici che spesso nelle sue pagine fanno capolino hanno un sapore impressionistico, è altresì vero che possono essere letti come visioni in dissolvenza, dovute non a una memoria tendente a disperdersi, così concepiti per porre in risalto la loro luce.
Come forse è noto, la costruzione della frase giapponese differisce fortemente da quella italiana, per cui una trasposizione nella nostra lingua degli elementi giapponesi tale da ricalcare la disposizione originale vira quasi sempre verso il grottesco e il ridicolo. Ciò nonostante, in alcuni luoghi dei Furansu monogatari essa sarebbe quasi auspicabile; l'estrema musicalità della lingua giapponese viene sempre e irrimediabilmente persa quando trasposta in altra lingua, ivi inclusa la nostra. L'unica onesta operazione è tentare di reperire delle corrispondenze quanto più possibile equivalenti a livello di senso fra il testo giapponese di partenza e quello di arrivo (va detto che è vero anche il viceversa?).Eppure. Eppure in Kafu accade una specie di sortilegio, o meglio si pone in atto una qual sorta di fascinazione, allorché si intuisce che la lingua dei Furansu monogatari è sì modellata sulla migliore prosa giapponese possibile, ma anche sulla migliore poesia francese. E' doveroso chiedersi come ciò si sia realizzato, perché proprio qui risiede la bellezza di questi racconti: da una parte abbiamo la lingua giapponese, con la sua magmatica sperimentazione per auto-rigenerarsi grazie al confronto diretto con le culture occidentali; dall'altro abbiamo la lingua francese, il cui nume tutelare nel corso dei secoli è stata la clarté, il totem cui ogni scrittore di Francia ha dovuto debitamente offrire sacrificio. Fino all'arrivo di Baudelaire, dei Maudits, di Mallarmé, i quali agendo dall'interno della lingua ne hanno scardinato la burocratica chiarezza per immettervi l'imperativo dell'arte, finalmente.
Ecco che la poesia francese fiorisce come mai prima e i suoi artisti divengono Artisti, sempre e comunque, nel bene e nel fiore del male.
Così, la lingua di Kafu si fa prosa poetica unica, continuum armonico di frasi che si arricchiscono di toponimi francesi, europei, americani, senza creare disarmonie nel corpo del testo. La capacità descrittiva raggiunge vertici inusitati: non calligrafie, ma affreschi evocati con tratti, accenni, illuminazioni come in una ipotetica evoluzione postmoderna dell'ukiyoe che accoglie in sé l'art déco. Non so se mi spiego.
In questi racconti è la lingua l'unica vera protagonista, è il monogatari che torna a recuperare il suo significato originario:
narrare cose. Che altro se no? Essendo tale, un narrare cose cioè, è corollario ovvio che il monogatari può contenere tutto e di tutto, però in maniera differente dal romanzo, che necessita di una struttura omogenea pur nell'infinità di argomenti e stili. Il monogatari è di per sé una forma narrativa anarchica, se è lecito usare questo termine, dove l'attenzione alle cose narrate procede di pari passo con l'attenzione per la lingua. Già in tempi remoti in Giappone v'era chi lo diceva a chiare lettere (a qualcuno ricorda qualcosa il discorso sulla narrazione nel Genji monogatari di Murasaki Shikibu?)...
Viene da chiedersi perché Kafu si sia preso un simile disturbo: egli ha posto in essere un processo mimetico col quale ha plasmato la sua lingua come più sopra esposto, in quanto essa era l'unica possibile e funzionale a narrare di quella Francia: forse sono ben pochi gli scrittori così umili e al tempo stesso audaci da non deformare il tema in funzione della scrittura, capaci al contrario di tentare un processo linguistico così ampio e multiforme.
Il risultato è una Francia che possiede eccezionale freschezza, ovviamente non ritratta a tutto tondo, bensì con un insieme di tratti, suggestioni e visioni in mezzo ai quali chi legge può muoversi liberamente secondo gli impulsi del proprio gusto, in totale libertà associativa e cognitiva. Le malinconie di Kafu, originantisi dallo scorrere del tempo, hanno un che di 'artificiale', funzionali al contesto eppure ugualmente di circostanza: di base, la preoccupazione dell'autore non è a mio parere il tempo che (tra)scorre, quanto piuttosto la capacità di evocare nelle sue pagine il flusso emozionale che inevitabilmente scaturisce dallo scorrere del tempo. La Storia non fa parte delle preoccupazioni di Kafu, almeno non nel senso comunemente condiviso di tale concetto. Il Nostro si colloca in un continuum cronologico che volontariamente non tiene conto degli Avvenimenti: non che egli sia un anti-storico, solo che, al contrario di altri, è il suo muoversi in ambienti e circostanze a dare origine al tempo cronologico dei suoi scritti. Se di solito la preoccupazione fondamentale di uno scrittore è la verosimiglianza, cioè la giusta collocazione della storia narrata nell'ambito più vasto della Storia, Kafu si distacca nettissimamente da simile procedimento per porsi in un'ottica priva di centri di aggregazione temporali, prediligendo una tela uniforme su sui porre e proporre la propria narrazione. Non c'è caos né disordine nelle sue pagine, i fatti esposti, le emozioni, le situazioni e le sensazioni non vengono descritti con intenti gerarchici, poiché ogni particolare confluisce nel quadro generale, magistralmente impostato da Kafu e lasciato funzionare alla stregua di un orologio, discreto e precisissimo.
I dialoghi riportati nei Furansu monogatari sono precisi, essenziali senza mai essere scarni, e si configurano come ulteriore modalità del narrare cose di cui più sopra si diceva. In essi viene lasciata vibrare l'emozione di un incontro, di una situazione, ogni elemento superfluo e di convenienza ne viene delicatamente allontanato per lasciare brillare l'incontro nella sua accezione più ampia, quindi anche come occasione di affascinare e lasciarsi sedurre dall'unicità di ciò che si ha di fronte. A questo punto si può riprendere la similitudine fra Kafu e l'esploratore subacqueo, il quale vaga in un mondo di fronte al quale non può che osservare e accogliere gli incontri che a mano a mano che procede gli si presentano. Penso che sia chiaro che l'esplorazione che Kafu compie non avviene a bordo di una nave col fondo trasparente...
Kafu nei suoi scritti ha infranto i legami della temporalità.
A quanto pare la Francia è il luogo della libertà, dove il pensiero estetico, critico può formarsi senza costrizioni con la massima chiarezza: lontano dal Giappone Kafu trova la sua collocazione esatta, il che però non implica automaticamente che il Giappone venga eliminato dal suo orizzonte intellettuale: esso, in quanto patria mentale, è la fonte del linguaggio, nel Giappone risiede la genesi della lingua di Kafu, e per quanto criticato e in parte biasimato esso resta cifra espressiva e logos primigenio. La critica al proprio paese è posta in atto da Kafu non per partito preso, piuttosto perché il Giappone non aveva secondo lui sfruttato al meglio l'occasione presentatasi allorché le culture dell'ovest si sono affacciate sul paese del Sol Levante. Quello della sua epoca era un Giappone resosi colpevole di volere diventare una brutta copia dell'America, o dell'Europa: non so cosa potrebbe pensare Kafu del suo paese se avesse la possibilità di vederlo e esaminarlo oggi, tuttavia credo che il suo giudizio sarebbe un po' più indulgente un secolo dopo la pubblicazione dei Furansu monogatari. Forse perché comunque e a differenza di altre nazioni il Giappone è rimasto se stesso, con i dovuti aggiustamenti è vero. Accanto alla giacca e alla cravatta Kafu potrebbe pur sempre trovare il kimono, a fianco del computeril pennello col bastoncino per fare l'inchiostro conservano la loro importanza.
A cosa paragonare la lingua di Kafu?
A questo punto mi riallaccio alle righe iniziali di queste note, dapprima proponendo per lui una definizione pertinente all'ambito musicale, perché Kafu non dà origine a una scrittura sinfonica e corale in senso stretto. Piuttosto, la lingua dei Furansu monogatari ricorda un pianoforte, in sé summa delle potenzialità strumentali e dalla versatilità infinita pur essendo un singolo strumento.
Kafu di tale strumento porta alle estreme conseguenze la musicalità:
ecco allora le sue modulazioni farsi largo pagina dopo pagina e propagarsi nelle sfaccettature del suo narrare cose. E in ciò, quasi en passant, è ribadito che Kafu è Kafu. Eppure come non essere tentati dall'accostamento (senza confonderli, per carità!) con Erik Satie?
Due hapax legomena nelle rispettive culture d'appartenenza, volontariamente isolati e anche per necessità, come altrimenti dare voce alla propria unicità?
Se si fossero incontrati un quegli anni...chissà. Chissà che non si sarebbero trovati reciprocamente insopportabili, oppure si sarebbero intesi alla perfezione immediatamente. Non è dato sapere, ma è certo che per uno di quei miracoli che di tanto in tanto accadono, per godere di Satie conviene leggere Kafu, e per amare Kafu non v'è mezzo migliore che ascoltare Satie.
Malattia e santità
Quant'è
mistico tacere
per giocare al santo
ai tempi del dolore
ma io senza te
poesia non ho più
digiuno d'anima
d'un tratto scopro
il tuo dolore
è anche il mio
ma già lo seppi
dal primo bacio
sul tuo respiro
Volto tuo
Prendi un giorno
d'autunno e metti
la luna in pieno
mattino accanto
al sole
stendi le nubi
ecco hai un pezzo
d'altrove affrescato
sul vuoto del cielo
così è
il volto dell'amore
poco prima delle otto
So
Nel giorno divino
conviene colmare
le tue labbra d'angelo
sai
è un agrume il mio cuore
ogni alba spremuto
sui mondi ulteriori
cascate silenti
in deserti elisi
il nostro sangue
di flutto in flutto
ci risveglierà
il tuo nel mio
sguardo
Nu hoop ik
M'è ignota sazietà
di te concetto
assoluto
mentre l'acqua
m'avvolge nel barbaglio
di mari in sogno
lavoro in virtù
della forza
per mia certezza
che fosse caso
o sentiero obbligato
che m'importa
nel mio tu
s'insinua il tuo io
per necessaria elezione
Colori
Una conchiglia
portai dal mare
dicono esservi
la voce del ricordo
ma tu sai
la mia strana percezione
ogni giorno io l'apro
in zampilli
d'acqua e balenar di sole
nel suo vuoto
spazio non dà al passato
eccoci
fra le mani di dio
te e me vedo
e nostro è l'arcobaleno
i tuoi ai miei
colori saldati
nostra strada
di luce invitta
Tempo
Nessuna è mia
epoca più d'un respiro
in un giorno d'altri
m'attraversa il tempo
al mio invecchiare
lento trasparire d'anima
ma mi risplendo
in te mio bene
ché l'argento brilla
più d'ogni oro
e d'estenuato trionfo
così mi significo
nel te ineffabile
fluire sconosciuto
Dona ferens
Si respira universo
coi tuoi silenzi
estrosi d'artista
passaggio per l'infinito
sguardo imparziale
offerto al mondo
senza virgole
tu mi apri
come finestra
sull'assoluto
ora come sempre
m'accorgo
delle parole
e sempre so
i tuoi doni
La potenza
Ogni giorno
è sera
in cuor mio
già
ma nei fianchi tuoi
si squaglia la prosa
in fiume di poesia
pensieri di bruma
presto dissipati
nel tuo argenteo prato
così forte sei
con un abbraccio
spremi le stelle
fra le mie mani
incrollabile calice
mi colmi di gioia
E’ l’esser vivo finalmente
tutto l’amore che sento
perso nei tuoi abbracci
che soli smuovono
il mio cuore montagnoso
non mi basta più il cielo
per contenere lo sguardo
ti trattengo nelle parole
come nelle notti sì
tu che mi fai vivere
tu che mi dai forma
Mijn
storm
e' tempesta d'oro
le foglie in volo
su tiepidi aliti
nel nostro bosco
recano iscritto
il perdono
per amarti
in figure d'aruspice
apro un riccio
di castagna
ci trovo il tuo cuore
del tuo silenzio
sono ebbro
come mani in preghiera
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