POESIA POESIABLU DIVINAFOLLIA IL SITO PER L'ARTE, LA POESIA ED I NUOVI POETI DI SILVIA DENTI
Misterioso decesso durante il concerto di apertura della stagione di musica
Quel giorno nel grande
palazzo del faraone c’era grande fermento. La servitù correva da una sala
all’altra come se stesse per accadere un evento eccezionale.
Akheperkara nonostante
avesse la responsabilità dell’intero paese, quel giorno dimenticò gli affari
di stato per restare a palazzo. Egli si muoveva nervosamente nel grande
cortile come chi si aspetta che da un momento all’altro gli giunga una
notizia di vitale importanza.
Le ancelle della regina
Ahmes erano uscite all’alba per raggiungere le levatrici che nel laboratorio
stavano preparando le pozioni che il Sinu (medico) aveva prescritto.
«Donne, donne presto! Non
abbiamo un attimo da perdere, la Grande Sposa Reale ha le doglie, prendete
le vostre pozioni e i vostri strumenti, dobbiamo correre a palazzo! » -
Esclamò una delle ancelle, mentre le altre due cercavano di aiutare le
levatrici a raccogliere tutte le loro cose-.
«E’ talmente grande il
desiderio del faraone di avere un figlio maschio, che dall’ultima
inondazione non pensa ad altro e da una settimana ha completamente
abbandonato la nave dello stato», -disse Atys-.
«Non so come la prenderà se
tra qualche ora gli nascesse una figlia femmina, egli desidera un successore
al trono. Che gli dei glielo mandino!» -rispose Tefnet-.
A passo veloce le cinque
donne con i loro pesanti fardelli percorrevano in silenzio, per non sprecare
fiato, la via del ritorno. Il faraone non riuscì ad affidare loro neppure
un cavallo perché questi erano tutti impegnati nelle guarnigioni che in quel
periodo, si trovavano in giro per i paesi vicini onde evitare che quel
momento di grande gioia potesse tramutarsi in un periodo di caos.
Infatti, nonostante fossero
stati sconfitti, gli Hyksos, di tanto in tanto davano segni di
ribellione.
La nascita di un erede al
trono d’Egitto quindi poteva essere considerata da loro come una minaccia
all’ultimo barlume di speranza per la riconquista della loro libertà.
A palazzo, intanto,
Akheperkara ascoltava in silenzio i gemiti della moglie (sua sorellastra),
ma le ancelle e le levatrici erano ancora a metà strada.
Ormai il sole era già sceso
al di sotto dei teneri giunchi e le flebili foglie di papiro si piegavano
al leggero vento dell’imbrunire. Gli alberi di sicomoro si erano tinti
della porpora del tramonto, a palazzo regnava il silenzio più
profondo, rotto soltanto dai gemiti di Ahmes che da un momento all’altro
avrebbe dato alla luce il futuro sovrano d’Egitto.
Nel giardino erano già
pronti i dignitari di corte per festeggiare il lieto evento e in un angolo
nascosto, le prefiche attendevano per vendere il loro pianto laddove ve ne
fosse stato bisogno.
Dal balcone, il faraone
scorse delle figure avvicinarsi alla sua tenuta e in quel preciso istante,
Ahmes diede un grido di dolore. Le porte del palazzo furono subito
spalancate per accogliere le levatrici stanche ed assetate per il lungo
viaggio, ma non ebbero neppure il tempo per bere un sorso d’acqua, perché
la regina, ormai esausta, aveva partorito da sola il piccolo, futuro
faraone.
«Venite, presto, venite: il
vostro principe è nato! Ha bisogno però, della linfa vitale degli dei! Che
vengano subito le levatrici e voi ancelle chiamate subito i sacerdoti del
gran dio Amon, che siano qui prima che scenda la sera!» Gridò
imperiosamente il re.
Le levatrici raggiunsero la
regina e sollevarono delicatamente il neonato ma, prima di liberarlo dal
cordone ombelicale, si accorsero che il piccolo principe era in realtà una
principessa. Chi avrebbe avuto il coraggio di rivelarlo al padre?
La bimba aveva un viso dolce
dai lineamenti raffinatamente aristocratici. Una volta pulita e profumata
con delicati unguenti ella fu portata alla regina madre che la osservò a
lungo, poi esclamò: Hatshepsut! («Ha il volto delle Nobili Dame»!).
In quello stesso istante il
faraone comparve innanzi alla sua sposa, egli aveva involontariamente
ascoltato l’ultima frase della regina.
«E così non sei riuscita
a darmi un’erede! Ed ora a chi lascerò il mio trono? chi guiderà il paese
quando io partirò per l’altra vita?» Poi dopo un attimo di silenzio
soggiunse: «Donne ascoltatemi! Gli dei mi hanno illuminato! Che nessuna di
voi riveli ad alcuno ciò che ha visto! ...Il mondo intero dovrà credere che
oggi è nato il successore del faraone! Voi due resterete a palazzo al mio
servizio finché mia figlia non sarà cresciuta e la più anziana di voi sarà
la sua educatrice. Tu; dimmi il tuo nome.» -«Sat Ra» rispose la donna «a te
Sat Ra affiderò la principessa, e tu che sei più giovane sarai la prima
ancella della regina, sarete entrambe ben ricompensate per il vostro
silenzio, ed ora al lavoro: bisogna organizzare i festeggiamenti in onore di
mio figlio… avanti non indugiate!»
Akheperkara, affacciato al
grande balcone che dava sul giardino, diede la lieta novella ai sudditi
tutti e la notizia raggiunse in poco tempo anche i paesi vicini. I sacerdoti
innalzarono i loro canti per propiziare il piccolo principe e si banchettò
tutta la notte.
I festeggiamenti si
protrassero per cinque giorni e si conclusero con la presentazione del
piccolo principe al popolo ma, strano a dirsi, il faraone non ne pronunciò
mai il nome.
I giorni passavano
velocemente e la bimba cresceva bene, i suoi occhietti vispi seguivano
qualsiasi cosa si muovesse intorno a lei.
Il padre rimaneva estasiato
osservandola per ore ed ore e nonostante non fosse maschio rimaneva sempre
più affascinato da quella bellissima bimba le cui fattezze sembravano
divine.
Sat-Ra accudiva la piccola
come se fosse sua figlia: era lei che la allattava e lei che la teneva in
braccio seduta nel giardino per farle godere i raggi mattutini del sole e
lei stessa all’imbrunire la copriva con le preziose lenzuola di lino
ricamate d’oro vegliando sul suo sonno di bimba pregando il dio Bes
affinché scacciasse dai suoi sogni gli dei malvagi.
Era passato solo un mese
dalla nascita della principessa, il faraone era andato dalla sua moglie
secondaria Mutnofret, dalla quale aveva già avuto due figli maschi (Imenmes
e il piccolo Uazmes).
Mutnofret era amareggiata
per la nascita del nuovo erede: aveva sperato fino all’ultimo istante che la
regina madre avesse dato alla luce una femmina, in questo modo avrebbe
potuto suggerire al faraone di darla in sposa a uno dei suoi figli, che come
sposo della principessa reale, avrebbe acquisito il diritto al trono.
Ella però, aveva anche molti
dubbi sull’atteggiamento di Akheperkara: «Come mai, mio signore, da
qualche tempo vi vedo pensieroso? Sembra quasi che un terribile segreto
alberghi nel vostro nobile cuore, non ho forse più il privilegio della
vostra fiducia?
Se può esservi di aiuto,
sfogatevi pure con me: sono certa che dopo vi sentirete meglio.»
«Non puoi aiutarmi, né tu
né alcuno, voi non potreste capire il tormento che da diversi giorni mi
porto dentro, ma ora lascia che mi congedi da te. Le ombre della sera
stanno già scendendo e la notte non tarderà ad arrivare. Devo
tornare a palazzo. – rispose il faraone-.»
«Mio signore, quando
rivelerete il nome del piccolo principe al vostro popolo e come mai lo avete
tenuto celato finora? Essi hanno il diritto di sapere come si chiama il
futuro faraone d’Egitto.» Ma il sovrano, in silenzio e senza voltarsi, alzò
entrambe le mani come a significarle che non era ancora giunto il momento,
varcò la soglia e scomparve tra le ombre del giardino.
Quando giunse a palazzo era
già notte, ed egli non faceva che ripensare continuamente alla piccola
principessa. Si sentiva in colpa verso di lei, la sua decisione era stata
avventata, non poteva lasciar credere ancora per molto che il suo erede era
una principessa, non poteva lasciarla vivere nell’inganno e soprattutto, non
voleva imporle di essere ciò che in realtà non era, ovvero non poteva
sopprimere né offendere la sua femminilità con questa atroce menzogna.
La sua mente impegnata in
queste profonde elucubrazioni, non gli permise di accorgersi che una luce
flebile cominciava ad infiltrarsi tra le foglie delle grandi palme e che
pian piano, stava raggiungendo i drappeggi del baldacchino reale dove lui
era seduto ormai da molte ore. La regina Ahmes interruppe per un attimo il
suo sonno guardando il suo sposo che indossava ancora gli ornamenti reali,
in quello stesso istante, lui esausto, si stese sul morbido giaciglio
abbandonandosi al sonno.
Le grida gioiose della
piccola destarono la coppia reale dal loro torpore. Sat Ra giocherellava con
lei in giardino e non vi era cosa più bella per i genitori vederla sorridere
con quei grandi occhi neri. I due si erano affacciati al balcone guardando
le evoluzioni della bimba.
«Non sai quanto sia triste
per me guardare nostra figlia e non poter fare progetti per il suo
futuro così incerto, come puoi pretendere che ella viva un’esistenza felice
se dovrà nascondere per sempre la sua vera identità? » -Disse
malinconicamente Ahmes.-»
Ormai svezzata la piccola
Hatshepsut cominciava a pronunciare i primi monosillabi e Sat Ra desiderava
tanto portarla a passeggiare fuori dal palazzo reale. Anche lei era triste e
preoccupata per il grigio futuro che si delineava per la vita della sua
principessa e sedutasi su di un lato della grande piscina, pensava:
«Come può Sua Maestà essere
così cieco ed egoista nei confronti di questa adorabile creatura? Come può
relegarla fin da ora in una prigione dalle grate d’oro? Egli non è cattivo
e sono certa che in cuor suo la ama come l’amo io, ma la sua mente è
talmente radicata nelle tradizioni dei suoi padri che i suoi occhi non
riescono a guardare oltre il suo trono, tanto che neppure le lacrime della
regina riescono a farlo ragionare. Oh potenti dei del cielo e della terra,
fate che egli sia finalmente illuminato e renda, a questo nobile fiore, la
legittima libertà!»
Akheperkara dal balcone
guardava assorto nei suoi pensieri la nutrice con la sua piccola tra le
braccia e come se le avesse letto nel cuore, scese e sedendole accanto prese
la piccola mano della bimba che istintivamente chiuse le minuscole dita,
stringendo forte l’indice della mano destra del padre.
Egli chiuse lentamente gli
occhi e con lo sguardo rivolto a terra cominciò a piangere senza un
singhiozzo poi, alzato lo sguardo, aprì gli occhi dai quali sgorgavano
copiose lacrime.
«So cosa pensi di me mia
buona donna e non oso biasimarti –disse con voce tremante il faraone -
come so cosa pensano tutti coloro che per mia volontà e da buoni sudditi,
custodiscono nelle loro anime questo ingiusto segreto e non posso biasimare
neanche loro –continuò- ma, credimi, non sono mai stato così infelice, non
puoi immaginare in quale terribile caos sia la mia anima e la mia mente ma
tu sai bene che il tuo faraone non è un uomo malvagio ed io vi chiedo solo
di avere fiducia in me, almeno ancora per un po’. Il dovere mi attende per
una pericolosa spedizione militare, dalla quale non so, se con l’aiuto degli
dei, farò mai ritorno, sii tu colei che veglierà sulla piccola Hatshepsut e
sulla regina, che da domani resterà sola senza di me e se gli dei vorranno,
al mio ritorno, tutto l’Egitto conoscerà il nome della principessa
Hatshepsut. Ella sarà venerata come la prima delle dame, come si legge dal
suo stesso nome, la sua vita sarà luminosa e splendente, come il sole in
pieno giorno, e il suo cuore sarà sereno come la luna riflessa sulle
benefiche acque del prezioso fiume dopo la piena. Questa è la mia promessa e
se non dovessi tornare dalla guerra, che siate voi a far si che questo
accada –concluse-.»
Il giorno dopo alle prime
luci dell’alba, il faraone riunì i suoi ufficiali più coraggiosi tra i
quali il capo rematore Ahmes e il giovane ufficiale Pen–Nekhbet. I due
avevano già partecipato alle campagne militari dei suoi predecessori, Ahmose
e Amenofi I riportando dalle battaglie molte “mani di nemici” per le quali
ricevettero l’oro del valore.
Radunò quindi un cospicuo
numero di soldati senza però, lasciare le mura del palazzo incustodite,
si premurò infatti di organizzare tre pattuglie di sorveglianza che
potevano alternarsi per presidiare il palazzo sia di giorno che di notte.
A questo punto tutto
sembrava perfettamente pianificato ed il sovrano fece l’ultima
raccomandazione alla regina e alle donne di corte:
«Ahmose, mia dolce sposa e
tu, Sat Ra, vegliate sulla mia piccola principessa, fate in modo che ella
non si accorga della mia assenza, datele tutto l’affetto che avete nei
vostri cuori e non fatele mancare mai nulla. Io parto alla volta di Kush,
vi prego, supplicate il dio Amon affinché io possa ritornare sano e salvo
nella mia amata terra ed ai miei affetti.»
Così dicendo, raggiunse i
soldati e ordinò la partenza.
Il gruppo raggiunse
lentamente le sabbie non ancora roventi allontanandosi sempre di più, finché
di loro non rimase che una piccola nuvola di polvere spazzata via dal vento.
Erano già trascorsi sei mesi
dalla partenza di Akheperkara verso il paese di Kush e la regina con l’aiuto
della brava nutrice, accudiva la piccola facendo sì che nulla le mancasse,
proprio come il faraone aveva raccomandato. Si erano recate già due volte
al grande tempio del dio Amon a Karnak, dove avevano lungamente pregato e
fatto copiose offerte affinché il dio con la sua potente mano avesse
protetto e guidato il faraone durante la pericolosa spedizione.
Quel giorno, le due donne
erano sedute in giardino insieme ad Hatshepsut; era l’ora quinta e Sat
Ra si stava recando alle cucine che si trovavano vicino ai granai,
per prendere i biscotti che erano stati preparati per la principessa.
Questa sana abitudine
faceva parte dei compiti della nutrice poiché la bimba per crescere sana,
doveva essere nutrita con regolarità ed ogni giorno agli stessi orari.
Sat-Ra ritornò in giardino tenendo tra le mani il vassoio con i biscotti
appena sfornati e li poggiò sulla panca di granito dove era seduta la regina
con la piccola tra le braccia. In quel momento, uno dei soldati posti di
guardia all’ingresso del palazzo annunciò che una nobile dama era venuta a
far visita alla regina.
«Oh mia venerabilissima
regina -disse il soldato dopo essersi chinato in segno di rispetto- la
moglie del nobile maestro Ineni è qui e chiede di vedervi. Posso lasciarla
passare?»
«Certo che puoi, la moglie
dell’architetto di corte è sempre la benvenuta nella casa del faraone, ella
non era forse qui ad assistermi quando ho dato alla luce l’erede al trono
d’Egitto?»
Pochi istanti dopo, la
nobile dama fece il suo ingresso nel grande giardino. Le sue vesti di lino
erano finemente cucite ed impreziosite con fili d’oro, alle dita ed al collo
portava gioielli stupendamente cesellati e sui quali risplendevano ametiste
e lapislazzuli che dimostravano chiaramente la bravura del marito che li
aveva realizzati.
Ahmes la salutò
affettuosamente, le fece cenno di sedersi e rivolgendosi a lei disse: «Come
mai, mia affezionata amica da tanto tempo non ci delizi con la tua presenza?
Ho visto qualche volta tuo marito qui a palazzo conversare con il faraone
ma erano talmente concentrati nei loro ragionamenti, che ci siamo appena
salutati, spero di non averti involontariamente fatto qualche scortesia, se
così fosse ti chiedo scusa fin da ora.»
«No! Mia dolce regina non è
come voi dite, nessuno sgarbo mi è stato fatto dalla vostra Maestà, è solo
che non ho avuto il coraggio fino ad ora, di venire nella vostra dimora al
cospetto del faraone vostro marito ma ora che lui è partito e che anche
Ineni lo ha seguito, ho deciso di venire qui a parlare con voi da madre a
madre.»
A queste parole la regina
rimase un attimo in silenzio con lo sguardo fisso sulla piccola
Hatshepsut che nel frattempo era passata dalle braccia della madre a
quelle della nutrice, poi scrollando leggermente il capo come per
ridestarsi, si rivolse all’amica: «Qual è il tuo cruccio amica mia cara? Le
tue parole lasciano trapelare un profondo turbamento, confidami la tua pena,
fa che io possa alleggerire il peso che grava sulla tua anima, ti prego
parla!»
«Mia regina, rispose la
nobildonna, come voi sapete mio marito Ineni oltre ad essere un ottimo
artigiano ed un bravo architetto è anche un esperto botanico ed è per questo
che, per ordine del faraone stesso, egli lo segue nelle sue spedizioni in
oriente poiché nei momenti di calma, ha il compito di annotare tutte le
varietà della flora e della fauna locale e studiarne le ideali condizioni
climatiche nella eventualità di trapiantarle nella nostra terra. Capirete
mia signora, che passando tanto tempo insieme al faraone, Ineni è divenuto
il suo migliore confidente e a me che sono la sua sposa, non può nascondere
nulla. Perdonate quindi il mio ardire se oso dirvi che conosco perfettamente
quella che è la vostra pena, così dicendo vi ho confidato anche la mia.»
«Allora, la tua tristezza è
dovuta al tuo grande affetto verso di noi? -rispose la regina – è così bello
–soggiunse- sentirsi amati a tal punto che i nostri amici condividono con
noi le nostre sofferenze, di questo vi siamo grati e per rincuorarti ti
svelerò un segreto del quale solo io, Sat-Ra e pochi altri siamo a
conoscenza:
Al ritorno dalla terra di
Kush, il faraone renderà noto a tutto il popolo il nome della principessa,
ella sarà quindi libera di vivere la sua vita con l’orgoglio di essere donna
e sono certa che se io in futuro non dovessi generare un figlio maschio,
Hatshepsut non permetterà a nessuno di occupare il trono che già da ora le
appartiene.
Ma torneranno mai i nostri
uomini da questa guerra?» «Si mia regina, torneranno molto presto! Ho
sentito dire dai mercanti che nel paese di Kush non vi sono stati scontri
cruenti e che i pochi ribelli che cercavano di creare dei disordini, sono
stati domati in breve tempo dall’esercito di Akheperkara e che questi, a
capo dei suoi uomini, ha già intrapreso il viaggio di ritorno verso la terra
di Uaset, con l’aiuto di Amon saranno qui tra un paio di mesi, forse tre al
massimo.»
«Che tu sia benedetta
-esultò la regina- le tue parole hanno agito su di me come l’incenso
purificatore, ora sono più tranquilla, stanotte gli incubi non mi
tormenteranno, grazie a te amica mia!»
«Sono felice di esservi
stata d’aiuto mia sovrana -rispose la nobile dama- e lo sono anche per
quanto mi avete confidato, vi ringrazio maestà per la fiducia che mi avete
accordato. Ora però devo lasciarvi: è già passato il crepuscolo, è tempo che
io torni alla mia dimora.»
«Che gli dei ti
accompagnino» rispose la regina.
La gravidanza di Mutnofret
intanto, era già molto avanzata di li a poco avrebbe dato alla luce il terzo
figlio di Akheperkara che però, sarebbe nato prima del ritorno del faraone
suo padre.
Questo è il vostro principe!
Le previsioni di Mutnofret
si dimostrarono esatte. Il terzo figlio nacque prima del ritorno del re.
Aveva dato alla luce il terzo maschio proprio come lei voleva. Ad assistere
la partoriente accorsero le mogli di alcuni agricoltori con i quali la donna
aveva un legame di interesse non meglio definito e, un sacerdote del culto
di Amon che, sporadicamente andava a far visita a Uazmes, sostenendo che il
piccolo avesse le caratteristiche di un “illuminato dal dio”.
Dopo più di tre mesi dalla
visita della moglie di Ineni, Hatshepsut compì diciotto mesi ed aveva
lasciato da qualche tempo le braccia affettuose della madre e di Sat-Ra. Era
una bimba bruna dagli occhi neri e profondi, nel fondo di quegli occhi
incredibilmente espressivi, trapelava un velo di tristezza, forse dovuto
alla mancanza della figura del faraone, ma la sua espressione predominante
era quella della sicurezza e della fiducia in se stessa. Il suo portamento
nel camminare sembrava già quello di una donna: dritta, altera e imponente
seppure misurasse solo qualcosa in più di un grande cubito reale. La servitù
la ammirava e sembrava che aspettasse da lei un cenno per poterla
devotamente servire. La piccola principessa, guardandoli, sorrideva e
inconsciamente attraverso i suoi sguardi innocenti, sembrava voler dire
che un giorno il suo amore per il popolo e per la sua terra sarebbero
stati la sua priorità assoluta.
Ormai il quarto mese della
stagione di Peret volgeva al termine. Le giornate infatti, cominciavano ad
infuocarsi della calura di Shemu.
Di lì a poco, la terra si
sarebbe inaridita per la siccità e secondo la tradizione si sarebbero dovute
celebrare grandi feste in onore degli dei ma il faraone non era ancora
tornato in patria: forse marciava ancora col suo esercito sulla via del
ritorno, per cui se non fosse ritornato in tempo qualcuno avrebbe dovuto
sostituirlo durante le cerimonie.
Il ventottesimo giorno della
stagione di Peret, Ahmose decise di recarsi al tempio di Amon per pregare e
per celebrare per lui l’offerta del vino. Insieme a lei la piccola
principessa e l’immancabile Sat Ra che era già pronta per la partenza ma
non fecero neanche in tempo a varcare la soglia del palazzo che una
guardia trafelata per la corsa, ansimando, cadde davanti a loro in ginocchio
e con voce affannosa disse:
«Mia regina, rimandate la
vostra partenza per Karnak, vi prego! Corre voce che ieri verso l’imbrunire
alcuni Sementiu abbiano avvistato una lunga colonna di soldati che dai
limiti del deserto si dirigono verso la nostra terra. E’ Akheperkara che
torna dal paese di Kush!» Esclamò.
La regina rimase in
silenzio, poi fissò negli occhi Sat Ra dopodiché diresse lo sguardo verso la
guardia con l’espressione di chi non crede alle proprie orecchie.
All’improvviso la sua bocca
accennò ad un sorriso e dai suoi occhi cominciarono a scendere le prime
lacrime di gioia, mentre la buona nutrice le asciugava il viso, con un fil
di voce rotta dall’emozione disse:
«Dei del cielo e della
terra, grazie per aver ascoltato le suppliche della vostra umile serva!
Grazie per aver restituito il faraone a noi e alla sua amata terra! Cosa mai
potrò fare per dimostrarvi la mia gratitudine?»
Il giorno dopo tutta la
servitù era indaffarata per preparare un sontuoso banchetto in onore del
faraone che di lì a poco sarebbe tornato a casa dopo un anno di assenza.
Ahmes era raggiante ed a
palazzo erano tutti impazienti di rivedere il sovrano ed anche eccitati per
i giorni di festa che sarebbero seguiti.
La mattina di due giorni
dopo, le grida gioiose del popolo svegliarono tutta la gente che ancora non
si era destata. Dal palazzo si udivano le acclamazioni rivolte all’esercito
che in quel momento entrava tra le mura di Uaset e pian piano il rumore
prodotto dagli zoccoli di migliaia di cavalli diventava sempre più vicino.
La regina trepidante, contava gli ultimi minuti che la separavano dal
sovrano ormai ritornato in patria sano e salvo. Ed ecco che Akheperkara
apparse nel grande giardino, pochi passi e i due si trovarono avvinti in un
tenero abbraccio. Un attimo le vesti candide di lei si tinsero dell’ocra
della sabbia del deserto che il re aveva accumulato nei lunghi giorni di
marcia sotto il sole e nelle fredde notti, ma per lei quell’odore acre di
sabbia e sudore era come il profumo del fiore di loto.
Quell’interminabile
abbraccio s’interruppe solo quando la piccola principessa, infastidita di
non essere al centro dell’attenzione prese a tirare le vesti della madre che
in quel momento la stava trascurando per un uomo di cui lei non ricordava
quasi nulla.
«Figlia mia adorata -disse
il faraone accarezzandole le guance- principessa dalla pelle bianca come le
stelle del cielo degli dei, ti ho lasciato che eri bellissima, ed oggi sei
la bella tra le belle! Chi potrà mai rendermi il tempo passato lontano da
te? Come potrò conquistare il tuo amore e la tua stima? come potrai mai
perdonarmi di una infamia di cui ero pronto a macchiarmi e della quale, per
ordine mio, nulla mai ti verrà rivelato? Ora però sono pronto a riparare,
domani il popolo conoscerà l’erede di Akheperkara il cui nome verrà
venerato e benvoluto per tutta la terra di Uaset e rispettato ma temuto
dalle genti nemiche dei “nove archi”. Una grande festa sarà organizzata in
tuo onore: fastosi banchetti, musica, danze, copiose libagioni ed
offerte agli dei, nulla e nessuno dovrà mancare perché domani tu nascerai
per la seconda volta!»
La regina, commossa dalle
parole del faraone ma felice prese la principessa per mano ed accarezzò il
volto del faraone dal quale traspariva chiaramente la sua stanchezza.
Egli ben sapeva che, reduci
dalla missione punitiva, anche i suoi uomini erano stanchi e provati dal
lungo e faticoso viaggio quindi, prima di ritirarsi nelle sue stanze, si
rivolse a loro e con tono paterno li ringraziò per la loro fedeltà, poi li
rese liberi di potersi riposare e ristorare a loro piacimento.
All’ora decima del
diciottesimo giorno del mese di Shemu, tutta la città era in fervida attesa,
il popolo si era riunito davanti al grande tempio di Amon dove il faraone
aveva fatto annunciare il suo arrivo per quella stessa ora. Questa cerimonia
non prevista dal calendario egizio rappresentò un evento eccezionale. Il
sovrano da poco tornato in patria dalla terra di Kush avrebbe finalmente
rivelato il nome del suo primogenito reale. Hatshepsut era la primogenita
reale di Akheperkara in quanto nata dalla Regina madre Ahmes. I figli nati
dalle mogli secondarie dei monarchi non potevano essere considerati eredi
reali proprio perché nati da una moglie secondaria.
Il sole nel cielo era quasi
all’apice della sua ascesa, e ciò indicava che era circa l’ora undicesima i
sudditi avevano lo sguardo fisso sulle acque del Nilo. All’improvviso un
sottile mormorio si levò nell’aria torrida: in pochi istanti divenne una
fragorosa acclamazione. Il dio sole con i suoi potenti raggi colpiva l’oro
del carro del re che a bordo della grande barca, si avvicinava lentamente al
pontile del tempio ed era tanto splendente da sembrare il dio Amon di
ritorno dalla festa di Opet.
Il carro d’oro fu issato a
spalla da sei robusti uomini che lentamente lo portarono a terra poi con
passi sicuri ma calibrati, si incamminarono tra le due interminabili file di
sfingi del grande viale d’ingresso.
Andarono avanti seguiti dal
popolo che inneggiava festosamente e superato il quarto pilone, si
fermarono davanti al podio allestito per l’occorrenza nel Wadiyt (la sala
dell’incoronazione). Il faraone vi salì e in pochi istanti il frastuono
della folla si placò fino al silenzio totale.
Nella grande sala si creò
un’atmosfera di tensione e di impazienza. tutti gli occhi erano rivolti
sul podio ed ogni suddito pendeva dalle labbra di Akheperkara che in
preda all’emozione, sembrava non riuscisse a proferire parola. Non seppe
trattenere un profondo respiro e tenendo la balaustra stretta tra le ma i
disse:
«Miei fedeli sudditi,
questo è un grande giorno per me e per tutti voi, ho aspettato a lungo
questo momento ed oggi, finalmente, posso mostrarvi il volto dell’erede di
Akheperkara e pronunciarne il nome a gran voce. Avrei potuto farlo prima ma
così facendo, privavo voi di questi giorni di gaia festosità e lei degli
onori che le spettano quale figlia del faraone e principessa reale. Non
avrei avuto il tempo di organizzare una cerimonia degna di lei dovendo
partire alla volta di Kush da cui sono reduce. Gioite, dunque e deliziatevi
del volto della vostra principessa, ella è mia figlia, il suo nome è
Hatshepsut!»
In quel momento la regina
madre apparve alla sinistra del re e dopo pochi interminabili istanti, in
mezzo a loro comparve la piccola principessa che nel frattempo era salita su
di un piccolo sgabello in modo da poter essere ammirata da tutti.
Il popolo confuso dalle
parole del faraone e dalla sua rivelazione cominciò a bisbigliare
sommessamente ma Akheperkara riprese subito il controllo della situazione e
proseguì col discorso: «Capisco il vostro smarrimento, so che vi
aspettavate di vedere il mio successore al trono ma ella è femmina e come
tale non potrà succedermi, questo però non deve rattristarvi perché un
giorno vi darò il futuro faraone, l’erede al trono che tutti aspettavate e
poiché questa festa è in onore della vostra principessa, siate allegri,
siate felici per il vostro faraone e per la vostra regina perché il più
bello e profumato fiore della terra è nato nel loro giardino.»
La famiglia reale scesa dal
podio invitò il popolo a tornare in città dove si sarebbe dato inizio ai
festeggiamenti.
La grande barca del re
riprese le acque del Nilo seguita da quelle dei sacerdoti ed infine
centinaia di feluche che avrebbero riportato a casa i sudditi.
Il viaggio di ritorno si
svolse in un clima di allegria, la navigazione ne era allietata dai
canti e dalle musiche dei suonatori.
Il faraone con la piccola
sulle ginocchia era soddisfatto e felice ma a dispetto di quanto aveva
affermato poco prima pensava: «Sarà lei che occuperà il mio trono, lei
governerà le due terre, lei che vi guiderà.»
Giorni di festa e di gaiezza
furono quelli che seguirono e la famiglia reale non era mai stata così
unita. La piccola principessa a poco a poco si affezionava sempre più alla
figura paterna: ella cercava di coinvolgerlo nei suoi giochi tanto che il re
a volte, sembrava essere ritornato bambino a sua volta ma egli seguendo i
buoni insegnamenti di Sat-Ra, nonostante il suo evidente debole per la
figlia, riusciva sempre ad essere coerente con il suo concetto di
educazione, quindi le insegnava che per ogni piccola conquista bisognava
fare un piccolo sforzo; lei quindi cominciava a capire che un giorno grandi
conquiste avrebbero richiesto grande sforzo e sacrificio.
Quando i festeggiamenti
furono terminati, Mutnofret inviò un messaggero a palazzo per informare il
re del lieto evento e per invitarlo a conoscere il neonato. Nel cuore di
Akheperkara, in quei momenti non c’era posto che per Ahmes e per Hatshepsut,
quella notizia non gli procurò quindi alcuna emozione, ciononostante,
accorse al richiamo della donna che aspettava trepidante il suo arrivo.
«L’ho chiamato Thutmose II
-gridò Mutnofret senza dargli neanche il tempo di riprendere fiato- come
voi e come voi sarà grande.»
Il faraone si trattenne con
lei il tempo necessario per accordarsi sommariamente su come allevare ed
educare il piccolo. Poi verso l’ora quinta salutò la donna che gli porse il
neonato. Era un bimbo dai bei lineamenti ma il re ebbe la netta impressione
che fosse troppo grande e pesante per un bimbo di soli quattro mesi d’età.
L’ambiziosa Mutnofret
La principessa aveva ormai
più di tre anni ed era già padrona del linguaggio, dimostrava svariati
interessi ed era molto loquace.
Sembrava che il suo
interesse maggiore fosse per l’arte e l’architettura.
La maggior parte del suo
tempo infatti, lo trascorreva nel grande parco del maestro Ineni. Lì poteva
ammirare il magnifico giardino con le bellissime piante tropicali. A volte
invece, entrava in punta di piedi nel laboratorio dell’amico architetto e
senza disturbare il maestro, lo osservava mentre realizzava gioielli o
mentre disegnava i suoi progetti architettonici. Ineni era molto paziente e
cercava di soddisfare sempre le domande che la principessa gli formulava
continuamente.
La sua sete di sapere era
pari alla sua bellezza ed il suo fascino era tale che neppure Ineni riusciva
a sottrarsene.
«Maestro -gli disse un giorno- quando
sarò diventata più grande, voglio che tu sia il mio architetto. Per me farai
i monumenti più belli di tutta Kemet dei quali si parlerà per milioni di
anni e, quando sarò faraone, voglio un giardino con tutte le più belle
piante della terra che tu porterai per me da quei paesi lontani solo a te
noti.»
Ineni non avrebbe mai osato
contraddire Hatshepsut ma in cuor suo, nutriva seri dubbi che la piccola
principessa potesse diventare un giorno il suo faraone. La principessa
forse, non sapeva che avere sangue reale non bastava per assicurarsi il
trono; un altro importante attributo le mancava per poter aspirare a tanto.
Forse lei riteneva il sesso un dettaglio trascurabile o per lo meno non
determinante per credere così fermamente di poter un giorno governare su
Kemet.
Ella sembrò leggere nel
pensiero di Ineni e con fierezza proseguì: «So che non sarà facile per una
donna salire al trono, in questo mondo dove gli uomini hanno sempre prevalso
ma io devo farcela, affinché le generazioni future possano capire che
uomini e donne hanno le stesse capacità di riuscire e le stesse probabilità
di fallire. Sono pronta a lottare per far si che il mio destino si compia .»
Ineni rimase sbalordito da queste parole ma soprattutto per la foga e la
determinazione con cui erano state pronunciate da una bimba di soli tre
anni.
La vita al
palazzo di Akheperkara sembrava aver raggiunto finalmente quella serenità
che fino a poco tempo prima appariva così lontana e irraggiungibile. Tutto
era tornato nella più totale armonia.
Hatshepsut era
già molto avanti con gli studi in rapporto alla sua giovane età, si
applicava nello studio con interesse ed apprendeva con facilità. Il suo
maestro, il nobile Ahmes Pen-Nekhbeth, era molto fiero dei progressi della
sua alunna reale. Le lezioni si svolgevano ogni giorno in un angolo del
giardino della magione reale, dove la principessa, insieme ai figli di
alcuni nobili e Nomarchi sedevano a gambe incrociate su alcune stuoie stese
a terra.
Come tutti i
bambini, i suoi compagni ascoltavano svogliatamente sbadigliando di tanto in
tanto. La principessa invece, non si lasciava sfuggire una sola parola, una
sola spiegazione, sembrava quasi avesse fretta di imparare e di crescere.
Anche i suoi
compagni di scuola avvertivano la sua superiorità ed erano anche un po’
invidiosi ma nessuno di loro osava mai farle qualche scherzo ingenuo o
mancarle di rispetto. Neppure quando, nei momenti di ricreazione, ella
spesso enunciava che in un prossimo futuro sarebbe divenuta il loro re e
che li avrebbe avuti al suo fianco nelle sue incredibili imprese. I
fanciulli la osservavano e rimanevano quasi ipnotizzati da quello sguardo
così diretto e penetrante e qualcuno di loro, forse ne era già innamorato.
La regina
Ahmes, in quei giorni era all’ottavo mese di gravidanza e sembrava che il
secondo figlio di Akheperkara avesse una gran fretta di nascere. Il
faraone si trovava in un particolare stato d’animo: da un canto sperava
che il nascituro fosse un maschio, in tal caso egli avrebbe risolto ogni
problema di successione, dall’altro però, egli si rammaricava di dover
venire meno alle tante promesse fatte alla primogenita che era ormai
intimamente certa di essere l’unico erede al trono, assumendone di
conseguenza il comportamento.
D’altra parte
però, il popolo avrebbe mai accettato un faraone donna senza batter ciglio?
In cuor suo ma senza mai riconoscerlo apertamente Akheperkara sperava che la
Regina Madre partorisse una seconda principessa, in tal caso tutto sarebbe
rimasto momentaneamente immutato e col tempo si sarebbe potuta studiare la
soluzione più idonea e meno dolorosa.
Il buon re non dovette
attendere molto per sapere che il suo secondogenito fu ancora una
principessa, a lei fu dato il nome di Neferubity.
In Akheperkara erano ancora
vivi il dolore e la sofferenza causati dall’errore da lui stesso commesso
alla nascita di Hatshepsut e si guarda va bene dal ripeterlo. Quindi rese
subito noto a tutto il Paese il nome della nuova principessina che come tale
fu adeguatamente e degnamente festeggiata.
Hatshepsut era raggiante per
questa nascita, ora aveva una sorellina da cullare e da coccolare e che col
tempo sarebbe divenuta anche compagna di giochi.
Il settimo giorno del
secondo mese della stagione di Peret l’aria era fresca e mitigata da un
leggero alito di vento. Quel mattino verso l’ora decima un ufficiale ben
noto al re, recava un messaggio per lui e dopo essersi inchinato gli si
rivolse dicendo:
«Mio Signore, sono qui, al vostro
cospetto per volontà di Mutnofret, ella mi ha affidato questo papiro
raccomandandomi di consegnarlo riservatamente nelle vostre prodighe mani. Vi
prego di leggerlo, io aspetterò acciocché voi possiate darmi quella risposta
che ella così ansiosamente attende.» Il faraone ascoltò attentamente
l’Ufficiale, prese il rotolo di papiro dalle sue mani e una volta apertolo
rimase in silenzio per qualche minuto. Lesse mentalmente quel lungo scritto
e una volta terminato lasciò che questo si riavvolgesse lasciandosi
scivolare dalla mano il lembo inferiore. Avvicinatosi ad un tripode fece
cadere il papiro tra le fiamme ardenti che in men che non si dica lo
ridussero in cenere. Poi rivolse lo sguardo al nobile messaggero che gli
stava di fronte, ansioso di ricevere una risposta.
«Nobile Pahery,
Signore di El – Kab, tu sei il precettore di mio figlio Uazmes, ho grande
stima di te e mi conforta che Mutnofret, mia moglie secondaria abbia
affidate proprio a te questo messaggio. So che la tua fedeltà fa di te un
latore discreto, quindi reca la mia risposta alla madre del gracile Uazmes e
fa che la mia voce non raggiunga orecchie indiscrete. Domani stesso mi
recherò da lei onde conoscere il prezioso suggerimento da cui (secondo
quanto lei dice) dipenderanno le sorti del Paese.»
Il nobile Pahery, con un
elegante inchino, salutò il sovrano promettendogli solennemente che mai
altro essere umano sarebbe venuto a sapere di quell’episodio e che la sua
risposta avrebbe raggiunto, nel minor tempo possibile, colei che tanto
l’attendeva.
Il mattino dopo di buon ora,
Akheperkara fece approntare il suo cavallo ed alla nona ora era già sulla
strada che conduceva alla dimora di Mutnofret, in meno di un’ora si trovò
alle porte del lussuoso palazzo.
Da lontano scorse la figura
della donna ferma nel mezzo del colonnato antistante l’ingresso alle sale.
Quando furono l’uno di fronte all’altra il sovrano poté notare l’evidente
impazienza di lei che, in segno di rispettoso saluto gli baciò la mano. Dopo
aver esaurito i convenevoli, Mutnofret si accinse ad illustrare il suo
proposito:
«Nobile sovrano, so che la vostra Sposa
Reale, la dolcissima Ahmes, non è riuscita a donarvi un figlio maschio e ciò
pone il futuro del paese in una condizione di pericolosa precarietà per
la mancanza di un erede reale. Conosco anche la vostra dedizione per la
piccola principessa Hatshepsut, per la quale nutrite in cuor vostro il sogno
illusorio di consegnarle un giorno le insegne regali.
Perdonatemi di queste ultime
parole che non vertono ad offendervi ma a farvi riflettere. Sua maestà sa
ancor meglio di me, -continuò la donna- che un simile progetto sarà
difficilmente realizzabile, i casi di donne al potere, in questo nostro
Paese, sono stati rari e quelle poche, intraprendenti donne che hanno
tentato la reggenza, si sono viste schierarsi contro la potenza degli dei,
dei loro grandi sacerdoti e non per ultimi il popolo, il clero, i grandi
dignitari e i Nomarchi.
Voi stesso m’insegnate che
ognuna di queste temerarie regine dopo pochi mesi di regno ha preferito
abbandonare l’impresa cedendo alla forza delle pressioni avverse.»
«Premurosa Mutnofret,
-rispose Akheperkara- le tue parole sono empie di saggezza ma nulla di
quanto mi hai narrato mi era ignoto, so bene quanto sia difficile per una
principessa reale volersi incamminare sulle asperità della strada del
potere, ciò che invece ignoro è a quali conclusioni i tuoi ragionamenti
vogliono approdare?»
«Grande Akheperkara,
riprese la donna, volevo umilmente ricordarvi dei vostri tre figli che ho
avuto il privilegio di donarvi e che pur non essendo nati dalla Sposa Reale,
nelle loro vene scorre il vostro nobile sangue. Il piccolo Uazmes e debole
di costituzione e trasognato di mente ma, Imenmes è un bambino robusto e
intelligente che già dimostra un innato senso del comando ed una grande
passione per le armi. Non credete che, in mancanza di un erede diretto,
l’unione tra lui ed Hatshepsut un domani potrebbe risolvervi ogni problema
di successione?»
Akheperkara, dopo alcuni,
interminabili attimi di riflessione rispose: «Mia cara, ti ho ascoltato in
silenzio fino a quest’istante e il tuo parlare è giusto. Imenmes come
sposo della principessa reale acquisirebbe a tutti gli effetti il diritto
al trono ma, io non sarò mai il padre che impone un’unione per pura
strategia politica se questo può causare l’infelicità dei propri figli.
Pensare all’avvenire del
Paese è un mio diritto e soprattutto un mio dovere ma, preoccuparsi del
futuro e della felicità dei nostri figli è mio ma anche tuo dovere. Non
spetta a noi due scrivere la loro storia ancor prima che essi la vivano.
Loro stessi sceglieranno le strade da seguire, anche se queste dovessero
essere dure e pericolose. Per troppi anni i padri hanno operato scelte di
vita per i loro figli, ignorando le loro passioni, le loro aspirazioni e i
loro desideri. Io non commetterò questo errore!»
Mutnofret, a queste parole,
rimase evidentemente contrariata. Certamente sperava di poter fare del suo
primogenito il futuro monarca ma, dopo una simile risposta, vedeva il suo
sogno dissolversi nel nulla. Ella però, riprese subito il controllo delle
sue emozioni ed apparentemente calma rispose:
«Il vostro punto di vista è
giusto e lo condivido anche se sconvolge profondamente le nostre consolidate
tradizioni, forse un giorno molto lontano i nostri discendenti vi
ricorderanno come il faraone del rinnovamento. Se in futuro tra Hatshepsut e
Imenmes sboccerà un sentimento, ne saremo felici entrambi e il Paese ne
trarrà beneficio ma, siate ben sicuro che non tornerò più su questo
argomento –affermò la donna- ed ora lasciate che vi parli del vostro terzo
figlio, egli cresce bene ma il nobile Pahery è troppo occupato con
l’educazione di Uazmes che sembra non voler minimamente apprendere e come se
non bastasse, oltre ad essere gracile e cagionevole, sembra vivere in un
mondo di sogni. A volte ho l’impressione che abbia la facoltà di vedere
cose che agli altri non è dato vedere, pare assorto in visioni ultraterrene
durante le quali si ha l’impressione che il suo ba lasci il corpo per
volare via chissà dove.»
«E sia! Esclamò il faraone,
tra due giorni al massimo ti manderò due dei miei uomini più fidati che
saranno nominati precettori del piccolo Uazmes. Tu nel frattempo tienimi
informato sulla crescita di Thutmose e, se avessi bisogno di qualcosa, non
esitare a domandarla.»
Detto questo, Akheperkara si
congedò da Mutnofret e, ripreso il suo cavallo, si allontanò nella fresca
aria del primo pomeriggio.
Mutnofret da lontano lo
seguiva con lo sguardo. Nella sua mente, un nuovo piano d’azione si
delineava e lentamente prendeva forma.
«Il re crede di aver chiuso
definitivamente la questione e di avermi disarmata con tutti i suoi discorsi
traboccanti d’altruismo e di amore paterno ma io so bene che riversa tutto
il suo amore su Hatshepsut, la prediletta, e che il suo grande sogno è
quello di vederla un giorno al suo posto. Egli però non mi conosce affatto
bene, se crede che io resti a guardare inerte, senza tirare fino all’ultima
freccia del mio arco, per vedere uno dei miei figli impossessarsi del trono
delle Due Terre.»
Akheperkara, nel frattempo,
cavalcando ad andatura sostenuta verso casa, pensava a quanto aveva sentito
poco prima dalla voce di Mutnofret: -«E’ strano ma nelle sue parole c’era
tanta invidia e tanta sete di potere, l’ho intuito dalle espressioni del suo
volto.
Conosco quella donna da
molteplici anni, ancor prima che divenisse mia moglie secondaria. L’ho
sempre considerata ed apprezzata come una persona dolce, semplice e di
modeste aspirazioni ed oggi, per la prima volta, mi è apparsa sotto una
nuova luce. Quella sua gentilezza e sottomissione mal celavano i suoi
ambiziosi pensieri che, probabilmente, mirano ad escludere la principessa
reale da ogni probabile ascesa al trono. Eppure è proprio la piccola
Hatshepsut ad avere l’innato istinto del faraone.»
In quello stesso momento,
assorto nei suoi pensieri, scese da cavallo avendo ormai varcato le mura
della sua corte. Affidò il destriero ad una guardia ed entrò nelle sale.
La regina Ahmes era lì ad
aspettarlo e, in evidente stato di ansia, gli si rivolse:
«Mio eletto sposo, già da
molto è passata l’ora del desinare e noi siamo qui turbati per la tua
improvvisa assenza.
Non pretendo una
giustificazione da te ma non mi sembra corretto da parte tua allontanarti
da casa di buon ora senza avvisare qualcuno di un probabile ritardo. Non
hai pensato che la tua famiglia potesse preoccuparsi non sapendo dove
fossi?»
«Hai ragione Ahmes, rispose
il re, sono partito questa mattina mentre tutti voi dormivate ancora, il
vostro riposo era così sereno che mi dava pena destarvi.
Ero certo di poter ritornare
molto prima, invece il mio incontro con l’ambiziosa Mutnofret si è
prolungato più di quanto avessi previsto.»
«Cosa aveva mai da dirti,
replicò Ahmes, la tua seconda moglie di tanto importante, da tenerti finora
lontano dalla tua magione?
Non credere, soggiunse, che
io nutra dell’antipatia nei confronti dei suoi tre figli che, dopotutto,
sono miei nipoti. Ciò che mi ha addolorato del tuo comportamento è che, per
la prima volta in tanti anni, non mi hai resa partecipe delle tue ambasce.
Ora ti chiedo solo di comprendere questo mio sfogo, concluse, dovuto solo
all’amore e alla profonda stima che nutro per te da sempre.»
«Mia amata regina, non dire
altro ti supplico, sono qui pronto a raccontarti ogni particolare di questo
incontro che, seppur spiacevole, mi è stato di grande insegnamento. Senza
volerlo quella donna mi ha mostrato una parte del suo essere che fino ad
oggi ignoravo.
Sono convinto che questa
rivelazione, un giorno non lontano potrà esserci di grande aiuto. Ora
lascia che illustri come sono andate le cose:» Akheperkara raccontò nei
minimi dettagli il dialogo avuto con la sua seconda moglie, cercando di non
tralasciare neppure una parola, e quando ebbe finito Ahmes, annuendo, disse:
«Ecco cosa intendevi dire con l’espressione “l’ambiziosa Mutnofret”.»
In quell’ultima decade del
quarto mese di Peret l’intero paese era indaffarato nel prepararsi
all’avvento, ormai prossimo, della stagione di Shemu. Gli agricoltori
avrebbero dovuto sospendere i lavori nei campi e i Sacerdoti si preparavano
per celebrare le numerose feste religiose tipiche di quella torrida
stagione.
Hatshepsut diveniva sempre
più bella nella sua rigogliosa crescita, in questo ultimo periodo, ella,
aveva espresso a sua padre un desiderio di cui Akheperkara, in principio
rimase stupefatto ma che, in realtà lo riempì d’orgoglio: -«Padre, voi
stesso mi avete designata ad occupare, dopo di voi, il vostro meraviglioso
trono e come futuro faraone, oltre all’istruzione scolastica, ho bisogno di
apprendere quelle che sono le tattiche belliche e a prendere
dimestichezza con le armi. Il nostro esercito dispone di Ufficiali di
grande valore che da sempre servono la corona a cui sono fedeli e che,
grazie a loro, sotto il vostro comando, questo Paese si è espanso, divenendo
il più potente della terra.
Vi chiedo, dunque, di
affidarmi alla loro esperienza affinché un giorno io possa difendere questo
nostro regno e con l’aiuto degli dei, proseguire la vostra opera,
continuando ad ampliarne i confini.»
«Figlia mia dilettissima,
la tua maturità mi stupisce e mi rende fiero di te giorno dopo giorno. Come
potrei negarti quanto mi chiedi?, hai dunque, veramente, la ferma volontà di
intraprendere questo impervio viaggio durante il quale dovrai conoscere
difficoltà, ostilità e sofferenze?, sei dunque certa di voler lottare per
realizzare questo obiettivo?» «Si lo sono!» -rispose.- «Sia come tu vuoi,
domani ti condurrò dai tuoi tre fratellastri lì potrai conoscere il mio
capo rematore Ahmes figlio di Abana, egli è uno dei miei più valorosi
ufficiali che ti inizierà alla pratica delle armi e alle tattiche militari.
Insieme a lui ci sarà anche il tuo maestro Pen-Nekhbeth, questi due uomini
mi hanno seguito in numerose spedizioni militari nei paesi nemici dove si
sono sempre coperti di gloria.
I loro insegnamenti sono
quanto di meglio io possa darti concluse il faraone.» La piccola
principessa, senza rispondere, corse verso di lui con le piccole braccia
spalancate e una volta raggiunto lo abbracciò all’altezza della vita, poi
alzò lo sguardo per guardarlo in viso e lui, per la prima volta, vide quei
grandi occhi neri lucidi di pianto e di commozione. Come per magia quelle
lacrime si asciugarono e lei aprendo le piccole labbra in un fulgido sorriso
disse:
«Grazie padre, non vi
deluderò.»
Come promesso, il giorno
dopo, Akheperkara insieme alla piccola Hatshepsut e a Sat Ra si diressero
verso la casa di Mutnofret. Conobbe così i suoi fratellastri più grandi,
Uazmes e Imenmes, dei quali sembrò non avere il minimo interesse, mentre nei
confronti di Mutnofret fu subito evidente una certa ostilità. Fu invece il
capo rematore Ahmes che catturò immediatamente la sua attenzione ed il suo
interesse.
L’anziano ufficiale si chinò
davanti ai sovrani ma lo sguardo della piccola lo aveva quasi ipnotizzato e
riassunta la posizione eretta esclamò:
«Sua Maestà reca con se il
più raro fiore di Uaset, la bellezza della piccola principessa viene spesso
descritta da chi l’ha conosciuta ma, vi assicuro, mio faraone, che la realtà
supera ogni possibile immaginazione.» Ahmes, come se avesse intuito il
motivo di quella visita inaspettata prese la bimba per mano e la pregò di
sedere accanto a lui e, sebbene nessuno l’avesse chiesto, l’ufficiale
cominciò a narrarle di avventurose spedizioni, di grandi vittorie e di
mitici condottieri del passato e, quanto più lui si dilungava nei racconti,
più lei si entusiasmava, avvinta da quelle storie che evocavano le gesta
gloriose dei soldati egizi contro le popolazioni del lontano nord. Era
orgogliosa di discendere da quella stirpe di uomini dotati di tanto valore e
coraggio; ascoltava con tanto interesse che nemmeno si accorgeva di quanto
accadeva intorno, domandando spiegazioni ogni volta che qualche particolare
non le fosse completamente chiaro.
L’incontro con l’anziano
Ahmes segnò una tappa importante nella vita di Hatshepsut che volle ripetere
quell’esperienza e, molte altre volte, vi si recò accompagnata dalla fedele
nutrice.
Il giovane Pen-Nekhbeth che
li seguiva, avvalendosi della sua esperienza, illustrava le varie tattiche
belliche adottate nelle tante spedizioni e nelle diverse circostanze. Alla
fine di ogni incontro, il momento più eccitante: il tiro con l’arco.
Mutnofret non era certo
entusiasta di queste visite ma, cercava di mascherare il suo disappunto con
delle false attenzioni e cortesie alle quali Hatshepsut, ben conscia della
sua falsità, rispondeva educatamente mantenendo però le dovute distanze.
Durante uno di quegli
incontri in casa di Mutnofret il fratellastro minore, Thutmose II fece la
sua prima apparizione in presenza della principessa. Il bambino faceva di
tutto pur di attrarre su di se l’attenzione di tutti: urla, schiamazzi,
capricci e piagnistei. Un bambino viziato, privo della benché minima
educazione e pieno di presunzione, nonostante la scarsa intelligenza,
pensava Hatshepsut.
Quel primo impatto, fu tanto
sgradevole che, senza nemmeno salutare, Hatshepsut chiese a Sat Ra di essere
ricondotta a palazzo decisa a non ritornare più in quella casa.
Ormai oltre a Mutnofret, il
suo sesto senso, avvertiva una nuova, piccola, insidia: Thutmose II.
I suoi incontri didattici
con Ahmes e Pen-Nekhbeth sarebbero proseguiti ma in un luogo meno ostile!
Nei giorni seguenti, le
lezioni di scrittura di lettura e di tattiche belliche della principessa,
continuarono nella casa paterna col giovane Pen- Nekhbeth, mentre per suo
espresso desiderio, il capo rematore Ahmes, due volte alla settimana si
recava da lei per erudirla sulla storia dei grandi faraoni e condottieri del
passato ed ogni notizia, nella sua mente, veniva assimilata in maniera
indelebile.
Malgrado fossero ancora
troppo pesanti, per la sua età, maneggiava già le armi con una certa
padronanza e con il grande arco del maestro, riusciva a centrare una noce di
cocco da una distanza di quindici cubiti. Mutnofret, intanto, non aveva
affatto abbandonato l’idea di fare di uno dei suoi figli il futuro Monarca
e, non perdeva l’occasione, ogni volta che poteva, tramite Pen-Nekhbeth o
Ahmes, di mandare messaggi al faraone per informarlo sulla salute dei figli
ma, principalmente, sulle evidenti attitudini di Imenmes al comando ed alla
guerra. Akheperkara, ormai cosciente delle ambite mire della donna, le
rispondeva con frasi evasive.
Finché un giorno, in
occasione di una delle rare visite a Mutnofret, Akheperkara le fece una
promessa solenne con la quale si sarebbero chiuse, una volta per tutte, le
insistenze della donna.
«Nostro figlio Imenmes,
domani, riceverà dalle mie mani il titolo di generale d’armata, ed al
compimento del suo quindicesimo anno sarà nominato Generalissimo di suo
padre. Come vedi, una carica riconosciuta solo ai figli dei re, disse il
faraone.»
«Mio sovrano, rispose la
donna, quale sorte hai riservato a Uazmes e a Thutmose?»
«Non ti pare prematuro
parlare delle sorti di due bambini ancora tanto piccoli? La tua impazienza
mi sorprende. In quanto a Uazmes, non vedo in lui alcun interesse specifico,
sembra quasi indifferente a tutto ciò che lo circonda. Quando saranno più
grandi cercheremo di capire quali sono i loro interessi e le loro
aspirazioni, per ora lasciamo che crescano entrambi, hanno tanto tempo
davanti a loro.»
Akheperkara, cominciò ad
aver seriamente timore delle insistenze di quella donna, la sua ambizione
era tale da potersi aspettare da lei qualsiasi rivalsa.
Giunto a palazzo, egli, mise
al corrente la sua Sposa Reale delle preoccupazioni che aveva nei riguardi
di Mutnofret. Ahmes, alla fine del racconto, rifletté lungamente, poi
disse: «Mio sposo, se quella donna un giorno arrivasse a rappresentare un
pericolo per la serenità e per l’incolumità di Hatshepsut, è necessario che
noi la preserviamo da ogni possibile insidia. Mandale tre delle mie
ancelle più fidate con il pretesto di un dono per l’ultimo figlio nato.
Tefnet, Atys e la giovane Nefer saranno per noi delle incorruttibili
sentinelle e ci terranno informati di ogni mossa o minaccia che Mutnofret
potrebbe tramare ai danni nostri e della principessa reale.»
«Moglie insostituibile,
saggia e giusta di voce, ancora una volta mi hai dimostrato la tua
comprensione ed ancora una volta sei riuscita a trovare una soluzione
diplomatica che possa tutelare noi e la nostra posizione. Oggi stesso
partiranno le tre ancelle che tu stessa hai scelto.
Loro saranno le nostre dee
protettrici che veglieranno sul nostro sonno.» Quello stesso giorno le tre
ancelle, scortate da cinque soldati del re, partirono alla volta della casa
di Mutnofret, uno dei soldati recava un messaggio per lei con il quale il re
giustificava questo inaspettato dono. Giunti a destinazione, la padrona di
casa li accolse con una espressione di stupore, mentre il soldato le porgeva
il rotolo di papiro contenente il messaggio del re. Leggendo mentalmente la
donna cambiò l’espressione del volto che, da stupore si mutò in diffidenza.
Come mai, pensava, questo
improvviso interessamento del re per i suoi figli? Tre ancelle in regalo
senza che lei ne avesse chiesta neppure una. Sapeva di non poter offendere
il faraone con un rifiuto ma, da quel momento, avrebbe fatto molta
attenzione ai suoi atteggiamenti ed alle sue parole in presenza di quelle
sconosciute. Aveva intuito che le tre donne che aveva di fronte si trovavano
li, nella sua casa, solo per spiare le sue mosse.
La stagione di Aket aveva,
come ogni anno, ingrossato le acque del Nilo con le sue piene e i campi
erano completamente inondati.
Tutto il Paese era
affaccendato nei preparativi della grande festa di Opet. Nondimeno
Akheperkara che, come faraone, doveva compiere le rituali offerte al dio
Amon nel tempio di Karnak per poi guidare la processione fluviale della
barca Userhat fino a Luxor.
Anche Hatshepsut era
eccitata per questo avvenimento e, con la fantasia, immaginava quando lei
stessa, una volta divenuta faraone, avrebbe seguito l’Userhat in
processione.
Il tempio di Luxor, detto
l’harem del sud, il grande tempio del dio Amon a Karnak, questi luoghi
sacri, imponenti e colossali opere architettoniche. Questi luoghi non erano
sconosciuti per la piccola principessa che, accompagnata da Sat Ra, durante
lunghe ed istruttive passeggiate aveva già avuto modo di ammirare.
Specialmente il tempio di
Mentuhotep II costituiva, per lei, qualcosa di estremamente affascinante.
Un giorno ammirandone la
bellezza Hatshepsut disse a Sat Ra:
«Vedi questo tempio? Un
giorno ne farò costruire uno più grande e maestoso, adorno di un
meraviglioso giardino e di grandi vasche; vi saranno centinaia di colonne ,
diverse terrazze disposte l’una sull’altra e svariate cappelle ognuna delle
quali sarà dedicata a un dio.
Tutto questo verrà edificato
per mio volere dai più valenti architetti di tutta Kemet. Questo e molto
altro io farò quando l’intero paese, dipenderà da me!»
La fedele nutrice, guardando
la principessa, annuiva senza accorgersi che un velo di tristezza trapelava
dai suoi occhi. La piccola principessa non poté fare a meno di notarlo e le
chiese:
«Cosa ti turba mia fedele
compagna?, quali grigi pensieri, quali cattivi presagi offuscano la serenità
del tuo cuore?»
«Mia
dolce principessa, -rispose la
nutrice- vi ho vista quando Ra vi aveva appena aperto gli occhi, vi ho
seguita e nutrita come il tenero bocciolo di un fiore delicato e inerme, vi
ho amata e vi amo ancor di più ogni giorno che gli dei ci donano.
Ricordo quando le vostre
piccole labbra non riuscivano ad emettere che pochi, incomprensibili, suoni.
Poi le prime parole, le prime, ingenue frasi. Oggi vi ascolto esprimervi con
linguaggio sicuro ed elegante. Dal vostro parlare si vede chiaramente il
vostro carattere forte, la vostra tenacia e la vostra determinazione nel
perseguire questo grande sogno di governare il Paese ma quanto dovrà
costarvi tutto questo? quanti nemici dovrete crearvi? quanti pericoli
dovrete correre per raggiungere questo obiettivo?»
«Tutti quelli che saranno
necessari. -rispose Hatshepsut-»
Neferubity per caso, aveva
ascoltato l’intero dialogo della sorella maggiore con Sat Ra e rivolgendosi
ad Hatshepsut le disse:
«Come vorrei
assomigliarti, mia bellissima sorella, come vorrei avere la tua forza
interiore e come vorrei aver chiaro nella mente il mio futuro così com’è
chiaro a te ma, anche se non riuscirò mai ad assomigliarti, sarò sempre
fiera di essere sorella di colei che, un giorno, dimostrerà di essere una
delle più grandi donne che la terra di Kemet abbia mai avuto.»
«Nobile sorella, non devi
desiderare di assomigliarmi, nessuna donna è uguale all’altra ed ognuna
possiede una forza unica e inconfondibile che si manifesta in svariati modi.
La tua forza è quella della
dolcezza, dell’amore della giustizia e della comprensione umana.
Sii fiera, principalmente di
questo e sappi che sarai sempre al mio fianco, perché io ho bisogno di
questa tua grande, sublime forza, quando i primi ostacoli appariranno sul
nostro cammino.»
«Non temere, io sarò con
te - rispose Neferubity.-»
Quel giorno Hatshepsut
compiva dieci anni e il faraone, come di consueto, aveva organizzato una
grande festa in suo onore ma, questa volta si trattava non solo del
compleanno della principessa ma, anche di presentarla in società come colei
che avrebbe fatto le sue veci durante la sua assenza. Infatti, di li a
poco, egli sarebbe partito per l’ennesima spedizione militare nei paesi del
nord, alla quale avrebbero partecipato anche il capo rematore Ahmes ed il
giovane Pen-Nekhbeth. Hatshepsut e la sorellina minore, sarebbero rimaste in
compagnia della madre, della nutrice e di un nutrito drappello di ottimi
soldati che avrebbero presidiato il palazzo. Inoltre, un manipolo di cinque
ufficiali scelti avrebbero scortato la famiglia reale durante gli
spostamenti. Difatti, Akheperkara, aveva lasciato ad Hatshepsut il
compito di sostituirlo in alcune funzioni politiche e religiose per le
quali, varie volte, si sarebbero resi necessari dei brevi viaggi all’interno
della valle del Nilo.
Per ordine del faraone, il
nobile Pahery, avrebbe dovuto lasciare momentaneamente la tutela del piccolo
Uazmes per iniziare la principessa reale a tale, eminente, ruolo ed in
funzione di questo, le quattro donne avrebbero trascorso un breve periodo
nella casa dello stesso Pahery, i cui possedimenti si estendevano da Nekheb
(El Kab) fino alla regione di Abedu (Abido).
Superfluo dire che la
giovane principessa si sentiva inorgoglita dell’incarico affidatogli dal
padre era, quindi pronta a dare il meglio di se stessa per dimostrare a
tutti le sue straordinarie capacità ed al faraone di meritare tutta la sua
fiducia.
La festa ebbe inizio: tutte
le fiaccole e i tripodi del palazzo furono accesi, i personaggi più
importanti e le più nobili famiglie di Kemet furono invitate, i suonatori,
con arpe e sistri cominciarono a intonare le più dolci melodie e le arie più
festose; un sontuoso banchetto fu servito ai nobili invitati, composto da
innumerevoli prelibatezze accompagnate da vino dolce e birra. Hatshepsut e
Neferubity erano raggianti, una così bella festa non capitava ogni giorno.
La gioia e l’allegria
aleggiava per tutto il palazzo e le note della musica sembravano salire,
leggere e soavi, fino al cielo. Nel bel mezzo dei festeggiamenti però,
qualcuno approfittando della confusione, si introdusse furtivamente nella
dimora reale.
Sei uomini trasportavano a
braccia due casse, ognuna delle quali conteneva cinquanta bottiglie di vino,
stavano cercando di raggiungere celatamente le cucine.
Senza far rumore,
imboccarono un breve corridoio poco illuminato, uno di loro però, non si
avvide di due scalini e, inciampandovi, lasciò la presa facendo cadere
fragorosamente la cassa mandando in frantumi il suo contenuto.
Il gran fracasso attirò una
delle sentinelle del re che, si trovava in quei pressi, e che, data la
confusione, non riusciva a rendersi ben conto da dove fosse arrivato quel
rumore.
Finalmente arrivò al
corridoio ma, quando la sua fiaccola lo illuminò, trovò solo un cumulo di
bottiglie rotte, una cassa fracassata ed un’altra piena di bottiglie di vino
ancora intatte.
Il soldato informò subito il
capo della servitù che, stupefatto dallo strano incidente, diede
disposizioni affinché tutto fosse ripulito e rimesso in ordine.
Intanto l’odore del miele,
contenuto nel vino, aveva attratto un cane che gironzolava nel cortile e
che, fiutato il liquido odoroso versato sul pavimento, prese a leccarlo
avidamente. Pochi, dolorosi latrati e l’animale cadde al suolo privo di
vita.
I domestici accorsi per
ripulire nel corridoio, assistettero, ignari a tutta la scena, rendendosi
subito conto che quel vino, apparentemente inoffensivo, in realtà, era stato
adulterato con un potente veleno. Il cane morto ne era la prova
ineluttabile.
La gravità del fatto
necessitava che il faraone venisse subito informato. Facendosi strada a
fatica tra i numerosi invitati, il capo dei domestici riuscì a raggiungere
Akheperkara e, appartatosi con lui, lo mise al corrente dell’episodio poco
prima accaduto.
Senza esitare, il faraone,
diede l’ordine perentorio di distruggere quelle cinquanta bottiglie,
dopodiché ordinò che le porte del palazzo venissero chiuse immediatamente ma
con molta discrezione, per evitare di creare scompiglio tra gli intervenuti.
Dopo qualche attimo di
riflessione il faraone si diresse verso il centro della grande sala dove i
festeggiamenti volgevano, ormai, al termine e attirata l’attenzione degli
astanti comunicò:
«Illustri ospiti, vi sono
veramente riconoscente per la vostra presenza qui nella mia casa. La
principessa, mia figlia, vi è grata per tutte le cose preziose che le avete,
generosamente, donato.
Questa festa, resa così
bella dalla vostra magnifica presenza, sta per chiudersi ed io ho chiuso
simbolicamente le porte di questo palazzo con il semplice scopo di poter
ringraziare personalmente ognuno di voi al momento del commiato.»
In questo modo, pensò
Akheperkara, se qualcuno degli attentatori si fosse, in qualche modo,
mimetizzato tra gli invitati, sarebbe stato facilmente individuato. Ma chi
aveva potuto organizzare una simile congiura e a che scopo? Un sospetto
improvvisamente lo assalì. «Dei dell’universo... Mutnofret! Possibile che
sia arrivata a tanto? I suoi bersagli in questo attentato non potevano certo
essere Hatshepsut o Neferubity, troppo giovani per bere vino. Mirava
principalmente a me ed alla regina, naturalmente molte altre persone,
presenti alla festa, sarebbero morte se il suo piano avesse avuto esito
positivo e se anche avessi avuto la fortuna di salvarmi, sarebbe stata la
fine del mio regno.
Un’intrusione al palazzo del
faraone è qualcosa di ingiustificabile! Cosa avrebbe pensato di me il
popolo? Come può, un uomo che non riesce a garantire la sicurezza nella sua
casa, garantire quella dell’intero Paese?»
Tutte queste considerazioni,
fortunatamente per il faraone, rimanevano tali. Gli dei questa volta si
erano schierati dalla sua parte, la grave notizia non sarebbe mai trapelata.
Gli intervenuti ai festeggiamenti furono congedati ad uno ad uno da
Akheperkara fiancheggiato da quattro soldati ed alla fine uno sconosciuto,
mal vestito e dall’aspetto trasandato fu trattenuto e messo agli arresti.
L’uomo fu tenuto prigioniero per quattro giorni privo di cibo e senza bere
un sorso d’acqua ma, nonostante ciò non si decideva ancora a rivelare il
nome di colui che era stato l’artefice del malefico piano.
Il giorno successivo il
faraone sarebbe dovuto partire per la terra di Kush ma, non poteva lasciare
la sua famiglia senza aver prima fatto luce sul tragico episodio.
Il prigioniero, intanto si
ostinava a tacere, finché Akheperkara, esasperato diede l’ultimatum al
prigioniero:
«Per colpa di quanto è
accaduto ho ritardato la mia partenza per Kush, dando così ulteriore
vantaggio al nemico. Domani partirò imprescindibilmente dalla tua
confessione, poiché se la tua ostinazione ti serrerà le labbra fino ad
all’ora sesta di domani, tu partirai con me e il mio esercito e quando
saremo di fronte ai ribelli Kushiti, verrai liberato in mezzo a quei
terribili guerrieri. Sarai giustiziato senza che io mi macchi del sangue di
un traditore.»
«Mutnofret, Mutnofret!
Rispose l’uomo, lei mi ha dato l’incarico di portare a palazzo le cento
bottiglie, così come agli altri cinque poveracci che però sono riusciti a
scappare ma lungi da noi pensare che il vino fosse avvelenato. Quella nobile
dama ci aveva raccomandato di non farci vedere, poiché quel regalo doveva
apparire come per incanto. Lei ci ha indicato i passaggi da percorrere per
non farci notare, lei ci ha organizzati per arrivare qui all’ora propizia
per confonderci con la servitù, lei stessa ci ha indicato il buio corridoio
che porta alle cucine omettendo, però, l’esistenza di quei due scalini che
per fortuna hanno evitato il peggio a vostra Maestà ma che per me, forse,
significheranno la morte. Ormai non posso fare altro che implorare la vostra
clemenza, abbiate pietà di un uomo che voleva guadagnare due sacchi di grano
per far mangiare i suoi figli. Questo è quanto avremmo ricevuto in dono come
ricompensa, oltre ai pochi granelli d’argento che Mutnofret affidò alle mani
di Kharys, un sacerdote del tempio di Amon che a lavoro eseguito, avrebbe
dovuto spartire tra noi sei. Io, come vedete, ho subito solo la vostra
giusta ira senza, peraltro, aver ricevuto nulla in cambio. Questo è tutto
quello che so, la mia vita, ora, è nelle vostre mani.»
«Voglio credere alla tua
storia ora però, dovrai rivelarmi i nomi degli altri cinque uomini che, una
volta catturati, saranno inseriti insieme a te, sotto stretta sorveglianza,
nella comunità dei costruttori che lavorano per innalzare le mie vestigia.
In quanto a Mutnofret, verrà interrogata e mandata in esilio a Yebu da dove
non farà più ritorno.»
Detto questo si ritirò nelle
sue stanze, aveva bisogno di riposare, un lungo, duro periodo l’attendeva
lontano da casa.
Quella notte, invece, non
riusciva a dormire, un altro punto oscuro di quella brutta storia lo
assillava: perché le tre ancelle, coloro che avrebbero dovuto controllare
ogni mossa di Mutnofret, non avevano dato l’allarme di quanto stava per
accadere? Mutnofret era riuscita a corromperle? oppure quella donna
diabolica era riuscita ad eludere la loro sorveglianza?
Il mattino successivo il
faraone radunò il suo esercito, pronto per partire alla volta del paese di
Kush. Aveva già rimandato la partenza per troppi giorni, non poteva
indugiare oltre, aveva lasciato a sua moglie Ahmes le ultime disposizioni
sulle sorti da riservare sia a Mutnofret che a coloro che l’avevano aiutata
nel realizzare il suo piano.
Il primo ad essere arrestato
dalle guardie del re fu il sacerdote Kharys che, condotto al palazzo, fu
portato al cospetto della principessa.
«Ti rendi conto della
gravità del tuo gesto? disse Hatshepsut, come può un uomo della tua
posizione sociale attentare alla vita di chi ti ha elevato ad un tale rango?
quali allettanti promesse hai ricevuto da quella donna irriverente per farti
cadere così in basso? parla! ed io ti risparmierò la vita.»
«E’ così mia principessa,
Mutnofret mi aveva promesso di insignirmi del titolo di capo dei sacerdoti
del dio Amon e una volta che Thutmo-se II, suo ultimo figlio, sarebbe come
lei afferma salito al trono, avrei assunto la carica di Responsabile della
Casa del Faraone e insieme ad altri prestigiosi titoli avrei avuto in dono
oro a sacchi, grandi terre coltivate e un Nomo (regione) su cui avrei
governato.
Ora che vi ho detto tutto
manterrete la promessa di rendermi salva la vita? Concluse Kharys.»
«Le promesse dell’erede al
trono sono imprescindibili, quantunque la gravità del tuo atto
giustificherebbe un mio ripensamento. La tua vita sarà risparmiata, sarai
degradato a ruolo di costruttore seguendo la sorte dei sei sventurati di
cui ti sei servito. Il danaro che avresti dovuto spartire tra loro verrà
confiscato insieme a tutti i tuoi averi. Così sia fatto! ordinò Hatshepsut.»
Nello stesso tempo le tre
ancelle di fiducia della Regina Madre furono ricondotte alla reggia dove
Ahmes in persona le interrogò.
«Come giustificate la
vostra negligenza? Vi conosco da troppo tempo per pensare a un vostro
tradimento. Esigo, però, una ragione plausibile che possa discolparvi da una
simile mancanza.»
«Mia amata regina, rispose
Tefnet, io, Atys e la giovane Nefer non vi avremmo tradito neppure in cambio
di mille sacchi d’oro. L’astuzia di quella donna ci ha ingannato, ella ben
conosce le formule dei veleni e delle droghe. La sera precedente a quella
della vostra festa, come al solito ci è stata servita la cena ma, dopo
neanche un ora dall’averla consumata, un sonno profondo ci assalì. Solo al
nostro risveglio apprendemmo quanto era successo. Quel vino, bevuto durante
la cena, era drogato e ci aveva messo fuori combattimento. Credo che
Mutnofret, -proseguì Tefnet- abbia intuito in qualche modo il motivo della
nostra presenza nella sua dimora. E’ tutto ciò che possiamo dirvi,
concluse.»
«Il tuo parlare è sincero,
rispose la regina, vi conosco come donne giuste di voce e sono cosciente
della perfidia di Mutnofret, per ordine del re ella sarà esiliata a vita
nell’isola di Yebu, sorvegliata giorno e notte.
Voi tre resterete nella sua
casa dove vivono i suoi tre figli e mi terrete informata su tutto ciò che
accade.
Questa volta però siate più
guardinghe, quella donna potrebbe avere dei seguaci pronti a tramare contro
di noi. Ora andate e ricordate di non toccare mai il cibo per prime, la
fortuna potrebbe abbandonarvi e, al posto della droga potreste trovarci
veleno.»
Hatshepsut con sua madre
erano impegnate in gran parte dagli obblighi regali e dalla gestione del
Paese: le varie feste annuali e i cerimoniali in onore degli dei erano tutti
momenti della vita della Valle dove la figura del sovrano non sarebbe potuta
mancare.
Fu proprio in quel periodo
che la Regina Madre prese al suo servizio la famiglia di Ramose, un uomo di
modesta fortuna originario della città di Hermonti, l’Eliopoli del sud.
Questi aveva sposato Hatnefer di estrazione più agiata, dal frivolo
soprannome di Titutiu, dai due era nato un figlio: Senenmut, un ragazzo di
grande intelligenza che la principessa Hatshepsut aveva avuto già modo di
conoscere durante il primo anno di studio, anche lui, infatti, si avvalse
delle lezioni di Ahmes Pen-Nekhbeth.
Ritrovarsi al cospetto della
principessa fu per Senenmut una esaltante sorpresa, anche Hatshepsut fu
contenta di rivedere il suo compagno di studi. Lo ricordava come un bel
bambino con lo sguardo intelligente e profondo. Ora era diventato un ragazzo
dai capelli neri, dal fisico prestante e dal portamento fiero come quello di
un condottiero.
Senenmut osservava la
principessa con uno sguardo trasognato, rapito, chiunque si sarebbe reso
conto che quel ragazzo era estasiato dalla visione di quella piccola, grande
donna. Con l’emozione nella voce fu Senenmut a parlare per primo:
«Mia dolce principessa, vi
ricordavo che ancora portavate il ricciolo dei piccoli e già allora le
vostre parole e la vostra postura erano quelli di un monarca, ora avete
l’aspetto di una donna e le responsabilità di un faraone. Non vedo più quel
ricciolo laterale che poco esaltava i vostri lineamenti delicati, al suo
posto ammiro questa cascata di capelli neri, stupenda cornice alla vostra
pelle candida. I vostri occhi grandi e profondi, anche se scuri come la
notte, risplendono di una luce divina.
Il vostro portamento altero
è simile a quello di una dea, davanti a voi io mi prostro come l’ultimo dei
servi.»
«Fedele amico mio, rispose
la principessa, sono felice di rivederti e anch’io ti trovo cambiato, sia
nell’aspetto che nei modi. Ho appreso da mia madre che resterete qui a
palazzo per diverso tempo e questo mi rallegra molto. Le più giovani di
questa casa siamo io e la mia sorellina minore, sarà molto bello avere un
coetaneo qui in casa, in questo modo potremo discorrere insieme e scambiarci
le nostre esperienze ed i nostri progetti. Spero di incontrarti spesso,
-concluse-.»
Hatshepsut riusciva a
controllare molto bene le sue emozioni ed i suoi sentimenti, in realtà
quell’incontro le aveva procurato una grande emozione, ella si sentiva molto
attratta da quel ragazzo dai modi così aristocratici: il suo parlare, la
luce emanata dai suoi occhi, le sue frasi poetiche, tutto l'aveva
affascinata del giovane Senenmut che continuava a guardarla osservandola in
ogni espressione, ogni piccolo movimento delle ciglia, delle labbra, delle
bellissime mani dalle dita affusolate. Il leggero vento del crepuscolo, le
accarezzava i lunghi capelli che le ondeggiavano verso nord e il giovane in
quell’istante avrebbe dato chissà cosa per una piccola, tenera carezza,
ormai prigioniero di una irrefrenabile passione.
I due ragazzi, pur vivendo
nella stessa dimora e pur desiderandolo, non riuscivano ad incontrarsi tanto
spesso. I molti impegni e gli studi di lei riducevano moltissimo il suo
tempo libero che, quasi sempre era incompatibile con quello di lui, così
passavano intere settimane senza che i due potessero incontrarsi. Ma ogni
volta che riuscivano a stare insieme, discorrevano lungamente del futuro e
dei tanti progetti da realizzare. Senenmut dimostrava un grande interesse
per l’architettura, tanto che un giorno la principessa rivolgendosi alla
madre le disse:
«Madre, ho scoperto che
Senenmut ha una particolare predisposizione per le arti e per
l’architettura, cosa ne pensate se lo mandassimo al laboratorio del nobile
Ineni per approfondire la materia? Lui è molto intelligente e sono certa
che riuscirà ad apprendere con molta facilità.»
«Mia bellissima figlia, se
non sbaglio, dimostri un certo interesse per quel ragazzo. Spero che ciò si
limiti ad una semplice amicizia, in primo luogo per la vostra età ancor
troppo tenera, senza tener conto che una tua unione con lui non ti
gioverebbe minimamente.
Egli non possiede sangue
nobile, se davvero desideri diventare il futuro monarca, il tuo sposo non
potrà essere altri che un nobile, spero che tu capisca.»
«State tranquilla, madre
mia, il solo legame tra me e Senenmut è quello di due ottimi amici. I miei
progetti per lui sono quelli di farne il mio architetto personale, sarà lui
che erigerà i monumenti che io vorrò edi-ficare, le vestigia che in un
futuro molto lontano testimonieranno la mia maestà.»
«Giacché è così, domani
stesso Senenmut prenderà la sua prima lezione in casa del nobile Ineni, sono
certa che i suoi insegnamenti ne faranno un grande architetto, -rispose
Ahmes-.»
Per la prima volta
Hatshepsut aveva mentito a sua madre, i suoi sentimenti per il giovane non
erano quelli di una semplice amicizia. Purtroppo però, questi, dovevano
rimanere celati; semmai un giorno si fossero uniti, il loro amore sarebbe
dovuto restare per sempre segreto.
Senenmut fu chiamato al
cospetto della regina che illustrò al ragazzo il progetto proposto dalla
principessa, lui accettò con entusiasmo e dopo aver ringraziato Ahmes,
chiamò subito Ramose:
«Padre, Padre… la regina
vuole che io prenda lezioni dal gran maestro Ineni, vi prego accompagnatemi
da lui. Sarò un grande architetto.» «Figlio mio, questo è davvero un dono
degli dei, prendi il tuo calamo, le tue tavolette e fa si che la regina
possa essere orgogliosa di te!» In fretta, il ragazzo raccolse i suoi
strumenti di studio. Avrebbe dimostrato a tutti di essere all’altezza del
compito, perché la ricompensa sarebbe stata grande e meravigliosa: Non il
raggiungimento di una posizione sociale invidiabile ma, il privilegio di
restare per sempre vicino alla sua amata Hatshepsut.
Insieme al padre, uscì dalla
reggia diretti al palazzo di Ineni per la prima, entusiasmante, lezione.
I mesi passavano e Senenmut
faceva passi da gigante ma, i suoi incontri con la principessa diventavano
sempre più rari, questo però non affievoliva la loro brama di vedersi, il
loro desiderio di stare vicini che, anzi, diventava sempre più forte e
incontenibile.
In uno di questi pochi,
sporadici incontri, Senenmut dovette informare la principessa di un
programma di Ineni che li avrebbe tenuti lontani per diversi mesi:
«Mia dolce principessa, il
maestro Ineni ha deciso di condurmi con lui in un viaggio nelle province del
Paese, per mostrarmi templi e monumenti edificati dai vari faraoni del
passato, per apprenderne le tecniche e gli stili architettonici. Tutto ciò
ci terrà lontani per molto tempo ma, voi sarete sempre nei miei pensieri. Se
potete, mandatemi di tanto in tanto vostre notizie. Un messo di corte, sarà
al nostro seguito, egli sarà mandato una volta al mese a palazzo per dare
nostre notizie alla regina ed ai miei genitori, approfittando di lui
potreste farmi sapere di voi. Non riuscirei a resistere, fino al mio
ritorno, senza una parola della mia principessa adorata.»
Malgrado i due ragazzi
conoscessero fin troppo bene il sentimento che li legava, non si erano mai
sfiorati seppure minimamente.
Hatshepsut, ormai al
cospetto di lui, non riusciva più a fingersi distaccata e, con il cuore
colmo di tristezza rispose:
«Non dubitare mio giovane,
tenero amico, non passerà un solo mese senza che tu riceva un mio scritto,
però ti prego di mantenere il massimo riserbo su questo nostro scriverci,
purtroppo è la mia posizione che lo impone, mi capisci non è vero?»
«Vi capisco sublime
sovrana, -rispose- capisco anche che non sarà facile starvi accanto ma,
nulla potrà mai allontanarvi da me, se voi lo vorrete.»
«Vedrai, riusciremo a
superare tutti gli ostacoli e saranno tanti, ma nulla e nessuno potrà mai
dividerci perché anch’io lo voglio.
Ora va e fa tesoro dei buoni
insegnamenti del nobile Ineni, anche da questo dipende il nostro futuro.
Torna presto!»
Senenmut non poté nascondere
la sua commozione e portando una mano al viso si asciugò le lacrime. Lei con
gli occhi lucidi gli porse la mano, lui la strinse portandola alle labbra e
quando lei la ritrasse, si trovarono avvinti nel primo, tenero abbraccio.
Senenmut era ormai partito
per le province in compagnia di Ineni e la principessa pensava a quanto
tempo sarebbe dovuto trascorrere prima di poterlo rivedere.
Mentre era assorta in questi
pensieri una visita inaspettata giunse a palazzo: Tefnet, la più anziana
delle tre ancelle mandate in casa di Mutnofret come informatrici.
La donna si fece avanti e
fermandosi davanti alla regina Ahmes, si inchinò devotamente e disse: «Amata
sovrana, sono portatrice di una notizia incredibile, una storia che ha
dell’assurdo ma vera com’è vero che vi sono di fronte. Mia sublime maestà
–proseguì- Thutmose, Thutmose II figlio di Mutnofret, ebbene quel bambino
che oggi avrebbe dovuto avere nove anni e due mesi, in realtà non ne ha
ancora compiuti nove. Egli non nacque da Akheperkara come sua madre voleva
far credere. Ricorderete anche voi che il faraone nove anni e sei mesi or
sono si trovava lontano dalla patria alla testa del suo esercito.
Quella donna aveva
architettato un piano quasi perfetto: Prima che il faraone partisse per la
spedizione nel paese di Kush ella, usando tutte le sue armi di seduzione,
circuì il faraone e poco dopo gli fece credere di attendere il suo terzo
figlio ma, la donna era già incinta da quasi due mesi. Con l’aiuto di un suo
seguace, fatto passare per il suo Sinu, sarebbe stato facile far credere a
tutti che il bimbo fosse nato prematuramente. Aveva previsto che Akheperkara
sarebbe tornato in patria dopo la nascita del piccolo o che addirittura non
facesse più ritorno, in qualunque caso nessuno avrebbe potuto appurare la
data esatta in cui il piccolo era veramente nato. Aveva anche previsto la
possibilità che il re tornasse prima del parto. In tal caso si sarebbe detto
che il bimbo era nato anzitempo.»
La regina era rimasta
allibita dal racconto della fedele ancella ed appena riuscì a riprendersi
dallo stupore la invitò a sedersi accanto a lei, poi si portò la mano alla
fronte assumendo l’atteggiamento di chi ha bisogno di riflettere e chiese:
«Come sei riuscita a
conoscere, questa inverosimile faccenda con tanta precisione di dettagli?»
«La storia non termina qui,
mia regina: qualche giorno dopo quella infame congiura, precisamente lo
stesso giorno in cui mi mandaste a chiamare insieme a Nefer ed Atys, accadde
che al nostro rientro in casa di Mutnofret, passai involontariamente
davanti all’uscio della camera del piccolo Thutmose, sentii chiaramente la
voce del Sinu (che certamente non si era avveduto del nostro ritorno),
pronunciare queste parole: “Il vostro vero padre è
stato scoperto dal faraone ed accusato della congiura a palazzo insieme a
vostra madre, per punizione egli è stato mandato nella comunità dei
costruttori, tutti i suoi averi sono stati confiscati e vostra madre
esiliata sull’isola di Yebu.
Bisogna stare molto
attenti, dovrete rimanere qui senza parlare con nessuno, almeno fino a
quando non troverò il modo di poter incontrare uno dei vostri genitori per
trovare una soluzione”.
A questo punto, sentii i
passi dell’uomo avvicinarsi alla porta, smisi di origliare e mi allontanai
velocemente.
Era evidente che il padre
naturale di Thutmose era Kharys che, quindi, era anche l’amante segreto di
quella donna indegna. Ormai ero decisa a far luce sull’intera faccenda
quindi, mi misi di vedetta aspettando il momento in cui quel falso Sinu si
fosse allontanato da casa. Di notte, io e le mie compagne dormivamo a turno,
certe che una volta o l’altra l’avremmo visto uscire.
Passarono molte notti
insonni, ma nulla accadeva finché durante una di queste, Nefer che era di
guardia, ci svegliò bruscamente.
Il Sinu, infatti,
approfittando del favore delle tenebre si stava dirigendo alle stalle senza
produrre il minimo rumore. Noi, intanto, raggiungemmo di corsa la terrazza
del piano superiore per poterlo spiare meglio dall’alto. Egli prese un
cavallo e lo guidò lentamente fuori dal palazzo senza montarlo e, quando fu
abbastanza lontano da non essere udito, vi balzò in groppa sparendo nel
buio. Finalmente potevamo frugare nella stanza di Mutnofret alla ricerca di
qualcosa che potesse condurci al bandolo della matassa.
Gli dei ci aiutarono e, dopo
alcune ore di vane ricerche trovammo ciò che cercavamo: Decine di papiri
avvolti ben stretti e, nascosti in un vaso per l’incenso, vennero alla luce.
Molti di questi erano semplicemente scritti amorosi ma molti altri
rivelavano il segreto della nascita di Thutmose e i particolari del loro
piano.
Tutti con la firma di un
unico individuo, “Kharys”.»
«Non riesco a credere alle
mie orecchie -balbettò Ahmes- esterrefatta, Akheperkara la credeva ambiziosa
e pericolosa ma non sa quanta malvagità possa esservi in quella donna
mostruosa.»
«Quel che è ancor peggio,
-continuò Tefnet- è la perseveranza di quella donna, suppongo che aspettasse
un evento speciale, come una grande festa a palazzo, solo allora avrebbe
potuto attuare la seconda parte del piano e l’occasione propizia è arrivata
dopo più di otto anni. Capite con quale freddezza sia riuscita ad attendere
pur di arrivare ai suoi loschi scopi? Il veleno contenuto nelle famigerate
bottiglie di vino avrebbe ucciso il faraone e voi, se ciò non fosse
avvenuto, certamente sarebbero morti molti personaggi importanti presenti
alla festa, a quel punto il faraone sarebbe stato incolpato della strage
perdendo così ogni credibilità e la fedeltà del popolo.
Mutnofret allora, avrebbe
potuto facilmente proporre Imenmes o il piccolo Thutmose come legittimo
erede al trono, costringendo la principessa reale a sposare uno dei due.
Purtroppo per lei, qualcosa non ha funzionato, qualcosa era sfuggito ai suoi
calcoli e tutto si risolse con la morte di quel povero animale.
Cosa pensate di fare, oh mia
regina, ora che conoscete l’intera storia?»
«Non so che risponderti,
Tefnet, questa scoperta mi ha sconvolto, in questo momento non riesco a
prendere nessuna decisione e per di più il faraone è lontano. Credo che la
cosa migliore da fare, per ora, sia mettere le mie figlie al corrente di
tutto. Sono convinta che con il loro aiuto riusciremo a decidere l’immediato
da farsi. Voi nel frattempo ritornate in quella casa come se non sapeste
nulla, e se quell’uomo avesse l’ardire di chiedervi dove foste state, direte
che la regina vi aveva mandate a chiamare, e non aggiungerete altro.
Entro domani troveremo il
modo di sistemare le cose e voi tre farete, finalmente, ritorno a palazzo.»
«Faremo come voi dite,
Maestà ma vi prego fateci tornare presto.»
«Siatene pur certe, siete
troppo preziose per me. -Concluse Ahmes-.»
Non appena le tre ancelle
furono andate via, la regina chiamò le sue figlie per metterle a conoscenza
di quanto aveva appreso poco prima. Le due principessine ascoltarono tutto
il racconto senza mai interrompere e quando Ahmes finì Hatshepsut disse:
«Dovremo occuparci di
rimettere in ordine diverse cose; cominciamo per gradi: quale ulteriore
punizione possiamo infliggere a lei e al suo amante? dove finiranno i suoi
tre figli?»
«E cosa ne faremo del falso
Sinu? -soggiunse Neferubity-.»
«Credo che questa sia
l’ultima cosa della quale preoccuparci. -affermò Hatshepsut- Durante il
racconto di nostra madre, -continuò- ella ha detto che quell’impostore si
allontanò da casa furtivamente e a notte fonda. Ebbene sono certa che
quell’uomo è ormai lontano e deciso a non ritornare indietro.»
«Come fai ad esserne tanto
sicura? Domandò Neferubity.»
«Quale interesse avrebbe a
rimanere in quella casa? Mutnofret e Kharys non possono più far niente per
lui, inoltre sa della loro relazione e conosce il segreto di Thutmose II.
Credo che il sol pensiero di essere scoperto lo abbia terrorizzato e spinto
a fuggire il più lontano possibile.»
«Ci converrà attendere il
ritorno di vostro padre, disse Ahmes.
Quei due hanno già avuto la
loro punizione, per punirli in modo ancor più esemplare dovremmo dar loro la
morte ed io non mi sento capace di prendere una simile decisione.»
«Avete ragione madre,
rispose Hatshepsut, anche se la morte è proprio quel che loro stavano per
dare a noi, neanch’io ho il cuore di macchiarmi di un delitto. Lasciamo che
tutto resti così, almeno momentaneamente; dopotutto la loro condizione
attuale non gli permette di nuocere.
Per quanto riguarda Imenmes,
Uazmes e Thutmose, avrei un’idea per poterli controllare più da vicino: Dopo
la “bella festa della valle”, per volontà del faraone, partiremo per
raggiungere i grandi possedimenti del nobile Pahery dove ci fermeremo per
qualche tempo, propongo che i tre fratelli vengano a stabilirsi lì per tutto
il tempo che resteremo noi, chiederemo a Pahery di sistemarli in una delle
sue case sulle sponde del fiume e di farli sorvegliare dalle sue guardie.
Non vedo altra soluzione, sebbene la loro vicinanza mi ripugni,
-con-cluse-.»
La regina Ahmes e Neferubity
furono d’accordo con Hatshepsut che aveva preso la decisione più saggia,
pertanto si doveva pensare a prepararsi alla festa che sarebbe durata dieci
giorni durante i quali il dio Amon con la sua barca sacra si sarebbe
allontanato dal tempio di Karnak per visitare i templi delle divinità
funerarie e dei faraoni defunti, che si trovavano nella parte occidentale di
Uaset, ai limiti del deserto.
Insieme ad Amon avrebbero
seguito la processione anche le divinità Mut e Khonsu (gli altri due dei
della triade tebana). Dopo le divinità sarebbe seguita Hatshepsut facente
le veci del faraone, i dignitari di corte, i sacerdoti ed il popolo fino al
più umile di loro. Attraverso un canale tutte le imbarcazioni potevano
raggiungere il limite del deserto. Sarebbe stata Hatshepsut a visitare i
templi delle divinità poiché il dio Amon per visitare i templi si sarebbe
identificato con il faraone stesso, per cui durante tutto il rituale
Hatshepsut e Amon sarebbero divenuti una unica entità.
La festa era iniziata da sei
giorni e proseguiva con la dovuta solennità, la principessa veniva venerata
da tutti come un dio vivente. In questa occasione Hatshepsut aveva
conosciuto templi a lei ancora sconosciuti ed ella era rimasta estasiata da
tanta bellezza e maestosità. Più che mai si ridestò in lei il desiderio di
un tempio tutto suo. Un giorno, pensò, questa processione dovrà far tappa
anche davanti al Djeser Djeseru così si chiamerà il mio tempio. Mentre lo
immaginava, nella sua mente, appariva il volto dell’architetto che lo
avrebbe costruito per lei, il suo amato Senenmut che era lontano.
Il lungo cerimoniale della
festa era ormai giunto all’ultima fase: ciascuno avrebbe raggiunto le tombe
dei propri defunti per poterli salutare poiché durante la festa della valle
il mondo dei vivi si univa, per opera degli dei, con il mondo dell’aldilà.
Il corteo stava per
riprendere la via del ritorno ma, quando arrivarono ai limiti del deserto,
il Nobile Pahery con molta discrezione si avvicinò alla Regina Ahmes e
sottovoce le disse qualcosa che la fece impallidire. Il corteo continuò il
suo pellegrinaggio per due giorni ancora e si concluse con il ritorno delle
divinità tebane ai loro templi.
Alle mura della città ognuno
fece ritorno alla propria dimora ed il nobile Pahery, anticipatosi di
qualche minuto, era già alle porte del palazzo in attesa della famiglia
reale.
Poco dopo Ahmes e le due
figlie giunsero davanti alla loro casa scortate dalle guardie del faraone.
Ahmes invitò l’amico ad entrare in casa, la servitù fu informata che
l’ospite avrebbe trascorso la notte a palazzo e, mentre nelle cucine si
approntava la cena, altri inservienti preparavano la camera degli ospiti per
l’illustre Pahery.
Durante la cena Ahmes,
impaziente, chiese al suo ospite:
«Mio caro amico, non
tenetemi sulle spine, parlate vi prego. Durante la cerimonia parlavate di un
uomo trovato dalle vostre guardie, morto in pieno deserto, poi dicevate
qualcosa a proposito dei gioielli di Mutnofret ma, la confusione del corteo
rituale non mi ha permesso di capire più di tanto. Dal vostro tono però, ho
capito che si tratta di qualcosa di molto grave.»
«Proprio così mia Maestà.
Avevo inviato nel deserto due delle mie guardie per recuperare alcuni sacchi
d’incenso fresco che i Sementiu mi avevano promesso, questi dopo aver
recuperato il carico si erano diretti sulla strada del ritorno, proprio in
quel momento notarono un cavallo nero che vagava disorientato tra le dune. I
due incuriositi si erano avvicinati all’animale che si lasciò catturare
docilmente. Quando ebbero le sue briglie tra le mani si accorsero dai
finimenti che si trattava di uno dei cavalli delle scuderie di qualche
nobile. Non ebbero neanche il tempo di domandarsi come fosse arrivato da
solo fin lì, la risposta era poco più avanti. Una sagoma inerte giaceva
distesa sulla bianca sabbia del deserto.
Con cautela ma, senza
esitare si avvicinarono lentamente a ciò che pian piano assumeva le
sembianze di un uomo con il viso immerso nella polvere e le braccia piegate
sotto il corpo. Intorno a lui si distinguevano ancora le tracce, sue e
quelle del cavallo, la sua morte non doveva risalire a più di un’ora prima.
Senza perdersi d’animo i
miei uomini lo sollevarono di peso e lo assicurarono al cavallo che,
probabilmente, lui stesso aveva rubato.
Nessuno dei due miei uomini
aveva mai visto il volto di quell’uomo che, sotto il lungo mantello
nascondeva una borsa piena di monili d’oro degni di una principessa.
Seguendo le tracce del
cavallo ancora visibili, che lo sconosciuto aveva lasciato poco prima, le
due guardie scorsero in lontananza una colonna di fumo levarsi in direzione
delle prime terre coltivate ma, quando furono poco distanti dal rogo,
trovarono solo le macerie fumanti di una casa di contadini.
Quindi il corpo fu portato
al mio palazzo -continuò Pahery- e le mie guardie non trovandomi vennero a
cercarmi alla festa della valle, ormai giunta verso la conclusione.
In poche ore, accompagnato
da loro, raggiunsi i miei possedimenti per esaminare il corpo e, guardandolo
in viso mi accorsi di averlo già visto ma non ricordavo dove.
Esaminai il suo corpo palmo
a palmo per capire la natura del suo decesso ma non aveva alcuna ferita,
tranne una piccola puntura, simile a quella di uno spillo, sull’indice della
mano destra.
Quando aprii la borsa dei
gioielli mi accorsi che uno di questi era macchiato di sangue, un anello con
un minuscolo, affilatissimo aculeo incastonato al centro di cinque piccole
pietre di lapislazzuli.
Lo presi con ogni cautela e
lo portai sotto la luce di una torcia, un oggetto stupendo –pensai- mossi
inavvertitamente qualcosa e, come per incanto l’anello si aprì, al suo
interno un piccolo serbatoio ricolmo di un liquido biancastro e lattiginoso
in tutto simile al veleno del cobra.
In quell’istante ricordai di
colpo il suo viso: il Sinu di Mutnofret, infatti anche i gioielli erano
suoi. Ricordavo perfettamente un’armilla (bracciale) con due effigi del dio
Horus con al centro il disco di Ra, ed era lì assie-me a tutti gli altri.
Questa è tutta la storia mia
Regina, domani, se me lo consentirete, darò sepoltura al corpo che ancora
giace nelle mie cantine -concluse Pahery-.»
«Una casa di poveri
contadini arsa dalle fiamme –intervenne Neferubity- deve esserci un nesso,
le impronte lasciate dall’uomo rivelano un suo passaggio in quel luogo.
Oserei pensare che quella gente sia stata sorpresa dal fuoco durante il
sonno e che non sia riuscita a sottrarsi alle fiamme.»
«E’ andata certamente così!
–disse Hatshepsut- e, c’è di più, il responsabile dell’incendio è senza
dubbio il ladro dei gioielli! Era l’unico ad avere un movente che lo
inducesse a sbarazzarsi di quella gente: conoscevano la sua vera identità ed
il segreto di Mutnofret. Di certo non erano al corrente che tutta la farsa
era stata scoperta e neanche il falso Sinu lo sapeva, lui però, sapeva che
l’attentato era fallito e che coloro che lo avevano assoldato erano: una in
esilio e l’altro alle cave di pietra, non poteva quindi rischiare di essere
scoperto.
Aveva già premeditato e
studiato un piano per potersi sbarazzare di quei contadini il cui unico
torto era quello di sapere troppo. Architettò quindi una fuga notturna
prevedendo una breve sosta ai margini del deserto dove era la casa di quegli
sventurati. La prima cosa da fare però, era impadronirsi dei gioielli di
Mutnofret, così approfittando di un momento favorevole, probabilmente quando
mancarono anche le nostre tre fedeli ancelle, si introdusse nella camera
della padrona e ne trafugò i monili.»
«La tua ricostruzione dei
fatti mi sembra attendibile –osservò Ahmes- anche se basata su semplici
supposizioni ma, come spieghi che la sua morte sia avvenuta solo dopo aver
dato fuoco alla casa?»
«Suppongo sia stata una
fatalità. – continuò Hatshepsut- Quando egli rubò i preziosi, fece tutto
molto in fretta riempendo la borsa senza neppure rendersi conto dell’entità
del bottino quindi, la nascose in attesa del momento opportuno per
dileguarsi. La notte stessa si mise in azione e, rubato un cavallo si diede
alla fuga. Una volta giunto nei pressi della casa delle vittime designate,
lasciò il cavallo da qualche parte e proseguì a piedi, quindi si assicurò
che tutti dormissero poi cercò di sigillare porte e finestre dall’esterno in
modo da evitare che qualcuno potesse uscirne vivo e, appiccato il fuoco
raggiunse di corsa il suo cavallo ripartendo al galoppo diretto chissà dove.
Solo quando fu abbastanza lontano dall’incendio decise di fare una sosta per
riposarsi e per dare un’occhiata ai gioielli rubati, anche per rendersi
conto del loro valore poiché aveva certamente intenzione di venderli.
Vedendo l’anello mortale fu
attratto dalla sua bellezza e, nel toccarlo fece probabilmente scattare il
congegno di espulsione della piccola punta avvelenata ferendosi la mano.
Credo che a quel punto ebbe solo il tempo di rimettere gli oggetti nella
borsa e forse, non riuscì neanche a risalire a cavallo perché il veleno
aveva già fatto il suo effetto.
«So di questi strani anelli
perché me ne parlò il maestro Ineni spiegandomene il funzionamento. Sembra
che egli ne abbia visto qualcuno durante i suoi viaggi in oriente –
concluse-.»
Sat Ra che, fino a quel
momento era rimasta in silenzio ad ascoltare, esordì: «Lasciate che esprima
un mio pensiero mie nobili Maestà.
L’unica cosa che possa
comprovare le nostre teorie, per quel poco che può servire, sarebbe l’esame
del corpo di quel lestofante. C’è bisogno di una prova che possa dissipare i
nostri dubbi e su di lui, forse, potrebbe esserci ancora qualche piccolo
indizio. Con il vostro permesso Maestà, vorrei prendere io quest’incarico.»
«Sia come tu desideri mia
buona Sat Ra ma, con te ci sarò anch’io.
Domani all’alba noi due
insieme al nobile Pahery ci trasferiremo per qualche tempo nella sua casa,
secondo il volere del faraone mio padre, con noi partiranno anche Ramose e
Titutiu. Voi madre mia –proseguì Hatshepsut- resterete qui a palazzo con la
mia adorata sorella, manderete a chiamare le nostre ancelle e i tre figli di
Mutnofret, quindi ci raggiungerete.»
Ahmes non tentò neppure di
dissuadere la principessa dalle sue decisioni, conoscendola, sapeva che
nulla poteva farla ritornare sui suoi passi, e rivolgendosi all’ospite
disse:
«Come vedi mio nobile amico
la nostra principessa ha stabilito ogni cosa, non ci resta che obbedirle.
Ora però sarà bene prepararci per la notte è stata una giornata faticosa per
tutti.»
Il nobile Pahery prima di
congedarsi dalle sue ospiti chiamò una delle sue guardie a cui aveva
affidato i gioielli di Mutnofret e presa la borsa la consegnò alla sovrana.
«Ecco mia regina, questi sono i monili sot-tratti a Mutnofret, li affido
alle vostre mani, la vostra saggezza saprà cosa farne.»
Hatshepsut si avvicinò, aprì
la borsa e la capovolse, decine di oggetti d’oro caddero tintinnando sul
tavolo sotto lo sguardo stupito di tutti. Li prese uno per uno e li ripose
nella vecchia borsa, solo uno ne restò fuori: uno splendido anello d’oro
con cinque lapislazzuli. Lo raccolse dal lato inferiore e con una leggera
pressione fece ritrarre l’aculeo letale. «L’anello della morte – disse-
non so cosa ne farete degli altri, madre, ma questo è mio. Un giorno forse,
potrebbe essermi d’aiuto.»
Quando
finalmente giunsero in prossimità di Nekheb, -il nobile Pahery annunciò-
«Da questo momento, mia principessa, viaggeremo sulle mie proprietà, in
poche ore raggiungeremo la mia casa.
Spero che il
viaggio non vi abbia stancato troppo.»
Hatshepsut e
Sat Ra si guardarono in viso meravigliate quell’uomo doveva essere davvero
molto ricco –pensò Hatshepsut- sapeva che i suoi possedimenti erano molto
ampi ma, non immaginava che lo fossero fino a tal punto. Dopo circa quattro
ore di marcia, ecco comparire in lontananza un sontuoso palazzo, degno di
un principe. «Ecco la mia casa –disse Pahery- spero che la mia ospitalità
possa essere all’altezza delle vostre maestà e di coloro che vi
accompagnano. Sono veramente felice della vostra presenza nella mia dimora,
d’ora in poi di qualsiasi cosa aveste bisogno, vi basterà solo un cenno e
tutti noi saremo pronti ad esaudire ogni vostro desiderio.»
«Ti
ringrazio, nobile Pahery –rispose Hatshepsut- non avevo dubbi sulla tua
ospitalità ma, prima di ogni altra cosa desidero controllare il corpo di
quell’uomo anche poiché non puoi tenerlo lì ancora per molto tempo. Domani
stesso potrai ordinare ai tuoi uomini di restituire il corpo alle sabbie a
cui lo sottraesti. Egli era un ladro e un traditore e come tale non merita
alcuna sepoltura!»
Dopo essersi
sistemate nelle camere a loro riservate, la principessa chiese al suo ospite
di essere condotta alle cantine. Pahery faceva strada con la luce di una
torcia accendendo man mano le altre che erano infisse alla parete della
lunga scalinata.
Giù nel
seminterrato l’aria era greve, l’acre odore della morte aleggiava in tutto
il locale, al centro di questo, adagiato su di una stuoia, giaceva supino il
corpo dell’uomo coperto dal suo mantello. La principessa e la fedele Sat Ra
si avvicinarono e scoperto il cadavere lo esaminarono lungamente ma senza
scoprire nulla di rilevante. Sul suo volto era ancora impressa l’espressione
di un dolore lancinante ed i suoi occhi erano spalancati dal terrore.
«Guardate la smorfia del suo volto –osservò Hatshepsut- sembra quasi che nel
suo ultimo istante di vita egli abbia veduto qualcosa di terrificante… ma
guardate, guardate i suoi occhi, ecco la prova, il piccolo particolare che
ci era sfuggito finora. Quegli orribili occhi spalancati ci hanno impedito di notarlo prima,
costui ha le ciglia completamente bruciate ed anche una parte dei capelli.
E’ questa la prova che cercavamo!»
La mattina seguente il
fedele Pahery fece avvolgere il corpo in una stuoia ed ordinò alle sue
guardie di abbandonarlo alle sabbie del deserto, il sole e gli avvoltoi
avrebbero consumato i suoi resti mortali, cosicché neanche il suo ba
(l’anima) sarebbe potuto risorgere nella vita ultraterrena.
Dopo le ultime,
sconvolgenti, vicende vi fu un periodo di serenità.
La regina Ahmes, come
previsto raggiunse il palazzo di Pahery, insieme a lei la piccola
Neferubity, le tre ancelle ed i tre figli di Mutnofret i quali furono
sistemati, per espresso desiderio della famiglia reale, nella parte nord del
grande palazzo. In questa maniera i loro contatti con gli ospiti regali si
sarebbero ridotti al minimo indispensabile.
La principessa aspettava con
ansia notizie di Senenmut, ormai era già passato più di un mese dalla sua
partenza ma ancora nessun messaggio le era arrivato.
Tra le due piccole
principesse al di là del legame familiare, si era venuto a creare un vero e
proprio rapporto di amicizia e di grande fiducia. Hatshepsut ormai confidava
ogni cosa alla sorella minore persino i suoi segreti più intimi.
Frattanto il figlio minore
di Mutnofret, anche se dall’alto della terrazza dell’ala nord, sembrava
spiare continuamente la piccola principessa quando lei passeggiava nel
grande giardino. Hatshepsut alle prime volte non vi diede gran peso poi,
notando la perseveranza del ragazzo, cominciò ad infastidirsi di tale
atteggiamento. Anche Neferubity si accorse di quello strano comportamento
che Thutmose aveva nei confronti della sorella maggiore, a cui un giorno
chiese:
«Cosa avrà mai da guardare
con tanta sfacciataggine quel ragazzo insignificante? non si sarà, per caso,
invaghito di te?»
«Spero proprio di no mia
dolce sorella, lo spero per lui, –rispose Hatshepsut- non nutro sentimenti
di odio nei suoi confronti, perché in fondo non ha colpe, ma solo
indifferenza poiché in lui vedo unicamente i suoi modi effeminati, la sua
scarsa educazione, la sua boria ingiustificata e soprattutto la sua
limitatezza di intelletto. Quale attrazione potrebbe esercitare su di me un
simile individuo anche se la mia mente ed il mio cuore non fossero già
rivolti in tutt’altra direzione?» «Nessuna –confermò Neferubity- la tua
bellezza e la tua intelligenza non potrebbero mai finire al fianco di un
essere tanto mediocre. Ma Senenmut –continuò sussurrandole all’orecchio- non
ti ha ancora scritto? come mai tanto ritardo?»
«Lo ignoro – rispose- e non
ti nascondo la mia preoccupazione, d’altro canto però, è in compagnia di
Ineni e ciò mi rassicura, la sua esperienza e la sua conoscenza di quei
luoghi sono proverbiali. Sono certa che non metterebbe mai a repentaglio
le loro vite avventurandosi in territori ostili.»
«Lo credo anch’io –rispose
Neferubity- ma, ritornando al discorso dello scambio di messaggi, come farai
a riceverli ed evitare che nostra madre possa leggerli?»
«Vedi sorella mia, quando
Senenmut partì organizzammo tutto nei minimi particolari con accordi ben
precisi: lui avrebbe dovuto inviarci due messaggi ogni mese, uno per i suoi
genitori e l’altro, diretto segretamente a me. Per distinguere i due rotoli
stabilimmo che il primo sarebbe stato legato con un nastro di lino tinto di
verde e consegnato direttamente nelle mani di uno dei suoi genitori o di
nostra madre, mentre l’altro con un nastro rosso, riservatamente a me, ma
solo per la prima volta, poiché come d’accordo con il messaggero, i
successivi scritti sarebbero stati deposti direttamente da lui in un luogo
segreto che io stessa avrei dovuto indicargli una volta che lo avessi
stabilito; in questo modo avremmo evitato la malaugurata possibilità di uno
scambio di messaggi.»
«Mi sembra perfetto come
sistema di comunicazione –osservò Neferubity- qualcosa però mi sfugge: Il
messaggero, avrà ricevuto un tuo ordine di mantenere in totale segreto
l’esistenza del secondo papiro, dico “tuo ordine” perché Senenmut non ne
possiede l’autorità ma, siete certi di potergli accordare tanta fiducia e di
poter contare con tutta tranquillità sul suo silenzio? Ti dico ciò non per
demoralizzarti ma per l’affetto che ci lega. Negli ultimi tempi, persone
nelle quali avevamo riposto tutta la nostra fiducia ci hanno ricompensati
con l’inganno, col tradimento e con la malvagità. Non vorrei che una banale
leggerezza possa ripercuotersi sulla tua felicità.»
«La tua apprensione mi
conferma ancora una volta il tuo amore per me piccola cara, ma non
tormentarti inutilmente. Non è forse vero che conosci tutti i miei segreti?
e che dalle tue labbra non uscirà mai una sola parola? E’ vero, gli ultimi
episodi che la nostra famiglia ha vissuto ci hanno rese più sospettose e più
prudenti nei confronti del prossimo ma, non si può non fidarsi di colui
nelle cui vene scorre il tuo stesso sangue! Amenemhat, il messaggero, è
degno di fiducia, nelle sue vene scorre il sangue di Senenmut, egli è suo
fratello!»
L’attesa della principessa
dovette prolungarsi ancora per poco.
Il mattino di due giorni
dopo Amenemhat si presentò alle porte della casa di Pahery. Fortunatamente
le prime a vederlo furono le due principesse, Hatshepsut gli corse subito
incontro pronta a ricevere il papiro dal nastro rosso e non appena lo ebbe
indicò al giovane messaggero il punto esatto dove avrebbe dovuto nascondere
il prossimo scritto di Senenmut poi corse verso le cantine e nella penombra
dell’unica torcia accesa aprì il rotolo e cominciò a leggere:
“Mia amata, sono solo poche
settimane che sono lontano e la nostalgia che ho di voi rende le ore e i
giorni interminabili. A volte, con invidia, penso al vento che
spudoratamente vi accarezza il viso, alla terra che si privilegia di
accogliere i vostri passi armoniosi, all’aria che osa confondersi col vostro
respiro, al silenzio che può udire la musica delle vostre parole ed al buio
della notte che delicatamente vi sfiora le ciglia per farvi addormentare.
Poi all’improvviso ricordo
che sono qui per noi e per il nostro futuro, ed ecco che una sconosciuta
linfa vitale mi pervade, il vostro nome mi echeggia nella mente e sono
pronto ad affrontare un nuovo giorno e a lavorare per il nostro meraviglioso
sogno”.
Con gli occhi umidi di
commozione, la principessa riavvolse il foglio e lo avvicinò alla fiamma ma,
quando questa cominciò a lambirlo ella lo ritrasse spegnendolo. Non riusciva
a bruciarlo, non ne aveva il coraggio, in quel foglio vi era racchiuso tutto
il suo amore, tutta la sua anima. Notò un foro tra i mattoni del muro, la
sua profondità era sufficiente per contenerlo. Dopo averlo privato del
nastro rosso, nascose il papiro in quel provvidenziale nascondiglio poi,
cercò in giro qualcosa che potesse coprire la bocca dell’orifizio. Una
pietra sembrava essere proprio la parte mancante del muro, la prese e la
inserì nel pertugio, le parti combaciavano perfettamente. Nello stesso
momento Ahmes era impegnata con Ramose e sua moglie nella lettura di quanto
Senenmut aveva scritto ai genitori, una lettura resa ancora più lunga dalle
continue interruzioni e dalle tante domande di Neferubity. Hatshepsut, così
ebbe tutto il tempo di uscire inosservata dalle cantine e di raggiungere
gli altri senza destare sospetti.
«Abbiamo notizie del tuo
architetto personale –disse scherzosamente Ahmes– pare che tu sia stata
lungimirante, quel ragazzo sta facendo dei progressi davvero notevoli, il
maestro Ineni è molto soddisfatto delle sue capacità, lui stesso afferma
che in poco tempo sarà in grado di sviluppare da solo i suoi primi progetti
architettonici.»
Erano trascorsi più di otto
mesi dal giorno in cui Amenemhat arrivò per la prima volta in casa di
Pahery, ed il nascondiglio dove Hatshepsut ripose il primo messaggio
ricevuto da Senenmut, ora ne conteneva solo tre, tanti erano quelli ricevuti
fino a quel momento.
Lei era comunque felice,
ogni giorno che passava era un giorno in meno che la separava da lui. Ella
però, era ignara della nera nube, che avrebbe turbato, da un attimo
all’altro, la sua serenità.
Ahmes quel giorno si trovava
in giardino in compagnia di Ramose e di sua moglie. I tre discorrevano
amichevolmente dei loro figli ma l’argomento principale dei loro discorsi
era Senenmut, i suoi progressi e la gratitudine dei suoi genitori nei
confronti della regina per aver pensato al futuro del loro figliolo dandogli
la grande opportunità di studiare con un maestro come il grande Ineni.
Ahmes stava per rispondere
quando inaspettatamente apparve il giovane, irriverente Thutmose che
troncando il discorso della regina prese prepotentemente la parola:
«Parlo anche a nome dei
miei fratelli –tuonò- ci avete relegati nella parte più isolata del palazzo
evitando ogni contatto con noi, al pari degli appestati. Ci avete sottratti
alla nostra casa conducendoci qui per controllare le nostre mosse ed avete
annientato ogni nostra volontà arrogandovene il diritto perché siete la
Sposa Reale. Ma noi non tollereremo oltre questi soprusi, i miei fratelli
sono figli del faraone e vanno quindi rispettati, in quanto a me, dovreste
essermi grata per il servigio che sto per rendervi: Avete tenuto sotto
stretta sorveglianza noi perché figli di Mutnofret, senza rendervi conto dei
sotterfugi delle vostre due figlie.
Dalla terrazza nord ho
spiato con grande pazienza tutti i loro movimenti ho aspettato con
perseveranza ogni visita del messaggero di Ineni, poiché già dalla sua prima
venuta in questa casa notai degli strani atteggiamenti tra lui, la
principessa Hatshepsut e sua sorella. Oggi io conosco il loro segreto, in
base a questo vi dico che il giovane Senenmut ha osato alzare i suoi occhi
impuri sulla principessa e che tra i due vi è una tenera intesa che dura
ormai da più di un anno. A vostra insaputa, si scambiano dei messaggi con
l’ausilio e la complicità di Amenemhat e, se non credete alle mie parole,
verificate voi stessa. Io so con quale stratagemma si scambiano gli scritti:
il messaggero reca sempre due papiri, uno di questi è per Hatshepsut, ed è
legato con un nastro rosso per poterlo distinguere dall’altro. Egli lo
nasconde in un luogo prestabilito al di fuori delle mura di questo palazzo,
ai piedi della grande palma in una buca scavata nel terreno. Io stesso ho
visto la principessa recuperare il papiro segreto e depositarvi l’altro
diretto a Senenmut. Ella poi correva alle cantine forse per poter leggere in
tutta tranquillità. Tutto sarebbe rimasto in segreto se il mio intervento
non li avesse smascherati; ora sta a voi, Maestà, offrire la meritata
ricompensa a chi ne ha ben d’onde ed infliggere la giusta punizione a chi
l’ha meritata.»
«Come hai osato
abbandonare i tuoi alloggi e presentarti a me? –rispose Ahmes furente– e
con quale tono ardisci parlare alla tua regina? Il figlio dell’infamia, si
crede in diritto di accusare spudoratamente le figlie reali del faraone! Hai
forse dimenticato i tuoi veri natali, ignori forse le ragioni per cui tua
madre fu esiliata. Sei così stupido ed impudente da non riuscire a capire
con quanta magnanimità il faraone ti abbia risparmiato la vita, in cambio
getti fango sulle sue figlie chiedendone la punizione e pretendendo perfino
una ricompensa? Ti ho lasciato parlare senza interromperti per poter
valutare quanto grande dovesse essere la punizione alle tue calunnie ed ora
lo so! Guardie riconducetelo dai suoi fratelli –gridò Ahmes- e tenetelo
sotto stretta sorveglianza, nelle vene di costui scorre il sangue di
Mutnofret, potrebbe essere pericoloso, anche se da lei ha ereditato la
malvagità ma non la furbizia.»
Quantunque Ahmes si fosse
infuriata con Il giovane Thutmose, doveva riconoscere che qualcosa di vero,
nelle sue asserzioni calunniose doveva pur esserci. Il suo racconto era fin
troppo dettagliato per essere unicamente il frutto della sua labile mente.
Occorreva accertarsi di quanto, in tutto ciò, vi fosse di vero. La prossima
visita di Amenemhat sarebbe stata determinante per far luce sulla intricata
faccenda.
Ramose e sua moglie rimasero
in silenzio fino a quel momento e quando si ripresero da quella situazione
di disagio cercarono di spiegare alla regina che loro non sapevano
assolutamente nulla dei due ragazzi e la supplicarono affinché non fosse
troppo severa nel giudicarli nel caso in cui in quella storia vi fosse stato
qualcosa di vero. Essi erano talmente giovani da confondere una semplice
simpatia con un sentimento più profondo quale l’amore. Ahmes ancora tremante
dalla rabbia si avvicinò alla fontana e dopo aver lungamente bevuto dal cavo
delle mani rispose:
«Credo ciecamente nella
vostra buona fede e se i nostri figli si fossero innamorati non vi darei
tanto peso ma, ciò su cui non transigo è la sincerità delle mie figlie.
Ancor prima che madre, ho sempre cercato di essere per loro come una buona
amica. Specialmente Hatshepsut che è la più grande, ha sempre goduto di
tutta la mia fiducia e comprensione, perché dunque, nascondermi una parte
tanto importante della sua vita, avrei potuto consigliarla, aiutarla a
capire meglio i suoi sentimenti, è questo il dovere di una madre non è così?
Inoltre, il comportamento
assurdo di quel ragazzo presuntuoso mi ha letteralmente mandata su tutte
le furie, non avrei dovuto perdere il controllo davanti a voi. Vi prego di
scusarmi!»
«Non c’è nulla di cui
scusarvi maestà –rispose Titutiu– comprendiamo bene il vostro stato d’animo
ed anche noi siamo sconvolti dall’accaduto. Ora però, permetteteci di
chiedervi come intendete comportarvi alla luce di questi ultimi eventi?»
«Non so proprio cosa dirvi
–rispose Ahmes confusa– la prima cosa che certamente farò sarà parlare con
le mie figlie, voglio conoscere la loro versione prima di prendere
provvedimenti avventati.»
Hatshepsut intanto riposava
ignara di ogni cosa, Neferubity invece destata dalle voci provenienti dal
giardino, era riuscita a percepire solo l’ultima parte della discussione.
Questa però le era bastata per intuire cosa potesse essere successo. Si
avvicinò alla sorella, le afferrò un braccio e cominciò a scuoterglielo per
indurla a svegliarsi.
«Hatshepsut! Hatshepsut
svegliati!» Quando la principessa fu ben desta, la piccola Neferubity le
spiegò per sommi capi l’accaduto, e quanto ciò avesse irritato la regina
che, di lì a poco le avrebbe convocate al suo cospetto per conoscere la
verità.
Pochi minuti dopo invece, fu
la regina a raggiungere le due principesse e con voce pacata raccontò loro,
fin nei minimi particolari, dell’accesa discussione avuta con Thutmose. Le
due giovanette di primo impatto dovettero simulare un’espressione di stupore
ma, quando la regina chiese la verità i loro sguardi si incrociarono ed i
loro occhi si incupirono.
«Ora vi prego figlie mie,
parlate –disse Ahmes quasi con un sussurro– vi lascio l’ultima parola, io
sono qui pronta a credervi, ma siate giuste di voce oppure tacete!»
La piccola Neferubity stava
per prendere la parola in difesa della sorella più grande ma, Hatshepsut non
le permise di parlare interrompendola subito:
«Scusami sorella amata, ma
non posso permettere che tu menta a nostra madre per colpa mia.
Anche in questa storia hai
dimostrato di essere quell’adorabile, dolce, disinteressata piccola amica
mia di sempre. Non meriti di essere punita solo perché hai mantenuto stretto
nelle tue mani il segreto che io ti avevo affidato, o perché volevi
difendere la mia felicità. Di tutto ciò io ti sono e ti sarò eternamente
grata ma, oggi è giunta l’ora in cui devo parlare assumendomi le mie
responsabilità. Quindi sorella mia perdonami e lascia che sia io a parlare.
Che gli dei me ne siano
testimoni, madre mia –giurò Hatshepsut– la mia voce sarà giusta! Ciò che vi
ha detto il “figlio della serpe” è vero –proseguì rivolgendosi ad Ahmes–
fin dalla prima volta che Senenmut entrò nella nostra casa, ci sentimmo
fortemente attratti l’uno dall’altra. Cercavamo di incontrarci di nascosto
solo per parlare di noi, del futuro e di ciò che esso ci avrebbe potuto
riservare. Egli è un ragazzo dolcissimo e tanto buono, mi ha sempre trattato
con grande rispetto, l’amore che alberga in lui è puro e disinteressato e le
sue frasi colme di venerazione sono la dolce poesia della sua nobile anima.
Voglio che leggiate quanto egli mi scrive, solo così forse, mi capirete.»
Detto questo chiese alla
madre di attendere qualche minuto, si allontanò di corsa e dopo poco si
ripresentò alla madre stringendo al petto alcuni rotoli di papiro.
«Ecco i suoi scritti madre,
leggeteli.»
La buona regina, armatasi di
pazienza cominciò a scorrere i fogli uno per uno, mentre leggeva la sua
espressione diventava sempre più dolce e rabbonita. Le due principesse,
intanto, la guardavano in silenzio.
«Figlia mia –disse la
regina– anche stavolta sei riuscita ad averla vinta. Ho letto ciò che egli
ti scrive e, mio malgrado devo ammettere che al tuo posto anch’io sarei
rimasta affascinata da un simile corteggiamento. Questo ragazzo oltre a
possedere un’innegabile intelligenza, sa usare le parole in modo davvero
toccante ma, come già ti dissi in passato la tua posizione di principessa
reale e la tua aspirazione al trono escludono un simile connubio. Io non ti
imporrò di cancellare Senenmut dalla tua vita se è lui la persona con cui
vuoi condividerla, questa storia però, non potrà mai esistere pubblicamente.
Ora se vuoi anch’io farò parte di questo segreto ma, d’ora in poi sii più
prudente. Curerò io la custodia di questi scritti e, quando vorrai
rileggerli li troverai nella mia camera nello scrigno segreto che è ai piedi
del simulacro della dea Maat.»
Il volto delle due
principesse s’illuminò all’improvviso di una magica luce e in un istante si
trovarono strette tra le braccia della regina che singhiozzando proseguì:
«Non dovrai più nasconderti da me, non avrai più bisogno dei tuoi
nascondigli e Amenemhat lascerà a me il tuo ultimo messaggio. Purtroppo,
però vostro padre non dovrà conoscere il nostro segreto. Suppongo che oltre
Senenmut e suo fratello siamo le uniche tre ad esserne al corrente.»
«Quattro –fece eco la voce
di Sat Ra– perdonatemi mia regina ma anch’io lo sapevo e, visto che questo
giorno lo ricorderemo come quello delle confessioni, mi unisco alle
principesse nel chiedere la vostra indulgenza ed il vostro perdono.
Lasciate però che io vi informi circa le intenzioni di Hatshepsut: Ella
aveva deciso già da tempo di raccontarvi tutto al nostro ritorno a
palazzo, purtroppo l’intervento di quel
ragazzino pettegolo ha fatto
si che tutto precipitasse. Può darsi che tutto ciò, forse, faccia parte
dell’incomprensibile disegno degli dei.»
«Non temere mia buona
nutrice, so che non potevi comportarti diversamente –rispose Ahmes– conosco
mia figlia meglio di quanto tu non creda ed ho imparato a mie spese che è
molto difficile negarle qualcosa.» Detto questo la regina rimase per alcuni
minuti come assorta nei suoi pensieri, poi riprese il discorso:
«Lasciate che io rifletta
un attimo, abbiamo innanzitutto bisogno di una piccola bugia da raccontare a
Titutiu e Ramose ed in secondo luogo di intensificare la sorveglianza a
quell’odioso ragazzino prima che escogiti qualche altro sistema che possa
seriamente danneggiarci. Attribuiremo il suo atteggiamento di oggi alla
gelosia, dicendo che fu lui ad aver osato alzare lo sguardo su di
Hatshepsut, nella speranza di potersi unire a lei, in questo modo, quale
sposo della principessa reale, avrebbe potuto aspirare al trono di Kemet
quindi a reggere le sorti del Paese. Questo ingenuo espediente ci servirà
per avvalorare maggiormente la nostra “piccola bugia”. Chissà che ciò non
sia anche vero –proseguì– quel che è certo è che sua madre gli ha
somministrato grandi dosi di avidità di potere e di malvagità. –Seguì un
attimo di pausa poi riprese.– Intanto il faraone è ancora lontano. Quando
questi nostri ultimi giorni di permanenza in questa dimora saranno
terminati, quei tre ragazzi torneranno alla loro casa e quando vostro padre,
reduce dalle sue spedizioni, giungerà finalmente a palazzo, sarà lui a
decidere delle loro sorti.»
«Non hai bisogno di
nascondere alcunché –disse la donna– il nostro segreto ora appartiene anche
alla regina ma, non temere, ella ha già concesso il suo benevolo perdono a
ognuno di noi che pur sapendo non rivelò e che ora più che mai dovrà
tacere.»
Il giovane sorrise
timidamente ed estratto il manoscritto dal sigillo rosso lo porse alla
corpulenta nutrice che, per evitare il grande portale principale deviò verso
l’ingresso secondario. Il giovane invece, risalito a cavallo raggiunse il
giardino dal portale d’ingresso, lì trovò Ahmes ad attenderlo ed a lei
consegnò il rotolo dal nastro verde.
«Vai pure a fare un bagno
ristoratore –disse Ahmes– nel frattempo darò ordini affinché ti sia servito
un succulento arrosto, ma ricorda sempre le parole di Sat Ra, il nostro
segreto dovrà rimanere inviolato, da ciò potrebbe dipendere il futuro della
corona!»
In quello stesso momento Sat
Ra arrivava al cospetto della regina per consegnarle il messaggio dal nastro
rosso ma, la regina accarezzandole il viso le disse con voce rassicurante:
«E’ ormai da tempo che non
ricevo messaggi da un innamorato, e questo non è diretto a me! Ma per colei
che lo attende quello che per noi due sembrerebbe un semplice foglio per lei
è molto di più. Tu volevi devotamente consegnarlo nelle mie mani ma io
ti dico che non è giusto neppure per una madre amorevole appropriarsi
dell’intimità di sua figlia. Sai a chi è diretto questo papiro, va e portalo
a colei che lo anela, io non lo leggerò se non sarà lei a volerlo! »
Il mio pensiero vola sempre
a voi qualunque cosa io faccia. Ricordate i nostri lunghi discorsi sul
tempio che avrei costruito per voi? Ebbene con l’aiuto del maestro Ineni
abbiamo elaborato un progetto architettonico che potrebbe sod-disfare le
vostre aspettative, eccovene un disegno, al mio ritorno potremo commentarne
i dettagli e perfezionarlo secondo i vostri desideri.
Sarà un’opera maestosa,
degna di Voi, nessun altro monumento potrà reggere il confronto con “ La
meraviglia delle meraviglie” e se me lo permetterete, poco distante dal
vostro santuario edificherò una piccola tomba, la mia dimora per la vita di
poi. In questo modo potrò esservi eternamente vicino quale vostro devoto
guardiano.”
La regina stava per
proseguire nella lettura quando dal giardino sottostante si udì la voce del
nobile Pahery invocare il suo nome.
Affacciatasi al balcone vide
l’uomo che, con ansia e con lo sguardo rivolto in alto attendeva di vederla
apparire.
«No maestà –rispose–
lasciate che vi spieghi. Come voi sapete io sono uno dei precettori del
giovane Uazmes, egli mi è stato affidato per ordine del faraone. La salute
del ragazzo è stata precaria fin dalla nascita, trascorre la maggior parte
della sua vita disteso sul suo letto e molto spesso rifiuta anche il cibo,
sembra vivere in uno stato comatoso dal quale pare che riesca a venir fuori
solo poche volte, quelle stesse volte in cui riesce ad esprimersi con
lucidità. L’atmosfera che regnava nella casa di Mutnofret non ha certo
giovato alle sue condizioni, egli fu privato di ogni attenzione, sua madre
era evidentemente troppo occupata nelle sue losche faccende e resa cieca dal
suo egoismo tanto da concentrare ogni sua energia sugli altri due figli che
essendo di buona costituzione avrebbero potuto aspirare ad una ascesa
sociale della quale lei per prima avrebbe potuto godere i privilegi. Il
seguito della storia, inutile dirlo, lo conosciamo tutti molto bene.
Eppure mia regina in Uazmes
non v’è alcuna malvagità –proseguì- anzi a volte ho l’impressione che ogni
suo pensiero sia rivolto al bene altrui. Dai primi giorni in cui quel
ragazzo entrò in questa casa, notai subito un suo graduale miglioramento,
egli infatti sembra aver acquisito nuove forze che gli permettono di vivere
maggiormente nella realtà. Ciò che invece mi sconvolge sono le sue crisi
che, negli ultimi tempi sono divenute meno frequenti ma molto più intense,
in quei momenti egli si invola in strani viaggi dove le porte del più
immediato futuro si aprono davanti ai suoi occhi permettendogli una visione
nel tempo e nello spazio di avvenimenti non ancora sopraggiunti.
Pur non sapendo dare una
spiegazione a questo strano fenomeno, egli ha la certezza che questi
accadranno riuscendo talvolta a precisarne la data esatta. »
«Un dono o una condanna!
–rispose Pahery- vedete maestà, egli sa che la sua esistenza non sarà molto
lunga ma, pur non sapendo quando dovrà affrontare il grande viaggio, egli
vive il presente nella paura del domani. E come se non bastasse deve
continuamente subire lo scherno del fratellastro più piccolo che osa
burlarsi di lui, della sua malattia e della sua malformazione.
Con il vostro permesso
–continuò- vorrei provvedere a sistemare il ragazzo in un’altra camera dove
possa vivere più tranquillamente questi ultimi giorni nella mia casa.»
«Caro amico –intervenne la
regina- intuisco che nutriate dell’affetto per quel ragazzo.»
«E’ vero maestà, ho avuto
modo di stargli vicino nei peggiori momenti della sua giovane esistenza e
credetemi, egli ha sofferto e soffre tuttora, anche per la mancanza di una
vera famiglia che egli ha sempre desiderato.
Ho cercato di tendergli una
mano nei momenti di grande sconforto, l’ho assistito come se fosse il mio
vero figlio ed egli me ne è riconoscente ma, la sua grande tristezza è
sentirsi rifiutato da voi e dalle vostre figlie per la sola colpa di esser
nato da una donna come Mutnofret da cui, credetemi, egli non ha ereditato i
sentimenti.»
Pahery era davvero
affezionato al piccolo Uazmes che, in realtà, era completamente estraneo
alla vita dissoluta della madre. Al contrario di Thutmose II che, per quanto
fosse piccolo, sembrava averne già assimilato diversi aspetti negativi.
Hatshepsut ascoltava
attentamente le parole del loro ospite che andando avanti nel parlare si era
completamente allontanato da quello che era il concetto iniziale. Il suo
lungo discorso sembrava girare intorno ad un argomento che l’uomo cercava di
raggiungere senza trovarne il coraggio.
«Vi prego Pahery
–intervenne educatamente la principessa- perdonatemi ma, il vostro
tergiversare non vi aiuterà a molto, se avete qualcosa di cui parlarci, non
temete, siamo pronte ad ascoltarvi e ad aiutarvi se necessario.»
«Avete colto nel segno
maestà –rispose- c’è qualcosa di molto importante che devo dirvi, qualcosa
che riguarda proprio voi ed il vostro futuro: E’ stato proprio Uazmes a
pregarmi di mettervi in guardia da suo fratello minore mi ha parlato di una
sua recente visione premonitrice in cui Thutmose II cercava di farvi del
male ma non ha voluto dirmi di più. Tutto ciò che chiede a vostra maestà e
di potervi parlare personalmente così da mettervi in guardia da ogni
eventuale atto che quel ragazzo potrebbe tramare ai vostri danni.
Io credo che dobbiate
ascoltarlo, gli occhi del mio pupillo riescono a guardare molto lontano
poiché egli vede attraverso quelli degli dei.»
«Andate –rispose
Hatshepsut- ringraziatelo e ditegli che appena possibile andrò da lui, voi
frattanto provvedete ad alloggiarlo in un’altra camera.
Pahery uscì ringraziando e
Ahmes solo allora si accorse di avere ancora tra le mani il messaggio di
Senenmut di cui aveva letto solo poche frasi.
Lo riavvolse accuratamente e
restituendolo ad Hatshepsut disse:
«Grazie figlia mia, mi hai
fatto capire quanto sia grande il tuo affetto per me. Mi hai dato questo
foglio ed hai voluto che fossi io a leggerlo ma queste frasi sono rivolte a
te ed è giusto che sia tu a farlo, io non posso, significherebbe violare i
tuoi sentimenti, cosa che io non voglio. Ora va figlia mia –continuò la
regina- Neferubity ti chiama, raggiungila! È così bello vedere due sorelle
così legate e così felici quando sono insieme, ciò è molto importante per
noi, lo è ancora di più in questo particolare momento.
Gli dei stanno mettendo a
dura prova l’unione della nostra famiglia, ora abbiamo bisogno di
comprenderci e di amarci come non mai per rimanere unite, poiché questa sarà
la nostra forza per fronteggiare le avversità.»
Il lungo discorso di Pahery
sulle straordinarie capacità di Uazmes stimolarono la curiosità della
principessa che quella mattina decise di far visita al suo fratellastro. Più
che le sue doti intuitive voleva constatare la sua onestà e la sua bontà
d’animo tanto elogiata da Pahery.
Il piccolo illuminato era
stato trasferito per sua espressa richiesta in una camera della servitù che
si trovava nella parte sud del palazzo, nei pressi dei granai e delle
cucine. Hatshepsut lo ricordava vagamente per averlo intravisto nella casa
di Mutnofret in qualche rara volta che veniva portato in giardino.
La giovane principessa,
accompagnata da Ramose era all’uscio della camera di Uazmes e prima di
bussare ebbe un attimo di esitazione ma, solo un attimo dopo disse a Ramose
di bussare alla porta e di annunciare il suo ingresso. Ad accoglierla fu
Pahery che da buon precettore dava conforto al gracile Uazmes.
«Entrate mia principessa,
non vi è gratitudine che possa eguagliarsi all’averci concesso la vostra
presenza, grazie per aver dato ascolto alle mie parole, ecco Uazmes, ecco
colui che attende da tanto tempo di potervi parlare.»
«Maestà, non avevo dubbi
che da un giorno all’altro vi avrei vista entrare da quella porta, non
perché una visione me lo abbia acclarato antetempo ma solo perché e,
perdonate il mio osare, questo piccolo, debole, sconosciuto, informe e
devoto fratello, vi conosce meglio di quanto voi immaginiate.»
Uazmes si presentò per la
prima volta in piedi agli occhi di Hatshepsut: piccolo di statura, malfermo
sulle esili gambe tremanti per il peso di un grosso fardello che qualche dio
malvagio aveva voluto che egli portasse in eterno sulle sue piccole spalle;
il volto scavato al di sotto degli zigomi e due grandi occhi azzurri nelle
orbite profondamente segnate dal dolore. La pietà lasciò subito posto alla
tenerezza, nel cuore di Hatshepsut che, capì subito... egli era un puro.
«Molte cose –disse Uazmes-
potranno sembrarvi assurde di ciò che vi rivelerò ma accettatele per vere
poiché la verità non tarda mai a dimostrarsi. Nobile Maatkare –continuò- voi
siete la giusta, voi siete l’incarnazione del dio sulla terra!»
«Vaneggi! –rispose la
principessa- questo non è il mio nome, perché lo hai pronunciato? a chi
appartiene questo altisonante appellativo?»
«Giustizia e verità sono
l’anima del sole, questo sarà il vostro nome, quel che vedo non mi mente mai
perciò ascoltate le parole di questo piccolo deforme e giuratemi di non
diffondere ciò che devo rivelarvi, non prima che la nostra amata terra
sia completamente nelle vostre mani, quando il grande popolo di Kemet
camminerà dietro la vostra ombra, quando sarete il sovrano delle due Terre,
l’unico incontrastato faraone.»
La principessa si avvicinò
al fratellastro qualcosa in quel ragazzo la affascinava, lo prese per mano
lo invitò a sedergli accanto e disse:
«Amerei che tu mi parlassi
con minor distacco, ho letto nei tuoi occhi che il tuo animo e propenso al
bene ed anch’io mi fido di ciò che vedo, è vero che tua madre è una donna
perfida e pericolosa ma è pur vero che anche tu sei figlio di Akheperkara e,
nostro padre è un uomo dal gran cuore e di rara rettitudine, in te io vedo
il suo sguardo.»
«Grazie mia principessa,
-rispose- le tue parole mi riempiono di gioia e la tua vicinanza sublime
allevia le pene della mia malattia. Non ti biasimo quando parli della
perfidia di mia madre perché dici il vero, ella condusse una vita dedita al
male, all’egoismo ed all’inganno, lei che in questo momento pensa alla fuga
dall’esilio, lei che ancora non abbandona il male riuscirà solo a
distruggere tutto ciò che la circonda compresa se stessa. In lei alberga lo
spirito del dio Seth.»
«Ascolta fratello, oggi
gli dei ci hanno riuniti, ho sempre creduto che anche tu fossi malvagio, e
di questo ti chiedo perdono, sappi però che da questo momento puoi
contare sul mio appoggio ma, ti prego ora rivela ogni cosa di quel nome
“Maatkare”, perché è a quel nome che è legato il mio destino, non è vero?»
«Si! sorella, questo è il
primo dei tuoi cinque nomi giubilari da faraone. Governerai per lungo tempo
sulla nostra terra, sarai amata dal popolo e ti coprirai di gloria come i
tuoi predecessori, darai a Kemet nuova forza e immenso splendore. Prima che
tutto ciò avvenga proverai il grande dolore di chi perde le persone più
care, troverai gli ostacoli che gli esosi porranno sul tuo cammino, ma
riuscirai a superare tutte le vicissitudini con coraggio e determinazione ma
sempre nel rispetto della giustizia.»
Uazmes a questo punto rimase
in silenzio e chiuse gli occhi:
«Ciò che sto per dirti è
tanto importante che potrebbe dare una svolta alle nostre vite ma potrebbe
anche determinare la mia fine, nel caso in cui tu non riesca a credermi.
Devo, comunque, correre il rischio poiché non posso esimermi dal compiere la
missione che mi fu affidata dal tuo divino padre.»
Il gracile Uazmes cadde in
ginocchio tremante davanti alla principessa che sempre più sbalordita
esclamò:
«Alzati, tu tremi, libera
il tuo animo da questo terribile segreto; temi che io non creda alle tue
parole? Eppure io ti posso assicurare che ti crederò sebbene non sappia il
perché, qualcosa mi fa capire che tu sia sincero. Ma ora dimmi cosa vuol
dire la missione che ti affidò il mio divino padre, Akheperkara è mio padre
ma anche il tuo, la tua affermazione è enigmatica quindi parla ti prego.»
Un lungo respiro e la
rivelazione del piccolo illuminato:
«io fui concepito da
Akheperkara, come tu sai, tu invece fosti concepita da qualcuno che aveva
solo le sembianze del nostro faraone. Egli se ne servì per unirsi alla
regina Ahmes di cui era innamorato costui è il dio Amon in persona e tu, per
quanto assurdo possa sembrarti, sei la sua figlia divina. Ora fa di me ciò
che vuoi, io sono pronto.»
«Io figlia di Amon?...io
nata dal gran dio?...e Ahmes, mia madre, ella mi ha sempre taciuto di questa
mia divina paternità, perché mai?»
«Quando Amon apparve nella
sua stanza –rispose Uazmes- Ahmes dormiva profondamente, il dio aveva
assunto le sembianze del faraone mentre l’aria si impregnava del suo
profumo. Quell’essenza così penetrante destò la regina che aperti gli occhi
vide il suo sposo sederle accanto. Un lungo sguardo languido fu il preludio
della loro unione.
Improvvisamente la regina
riconobbe Amon in colui che apparentemente sembrava essere Akheperkara e
riconoscente di cotanto privilegio disse al dio: “Oh grande signore di
Karnak, dio di immenso splendore. Hai voluto onorare la mia femminilità
concedendomi i tuoi favori, la tua rugiada ha inondato le mie membra. La tua
potenza infinita mi ha concesso di guardare il tuo volto mentre ti univi
alla mia maestà e non v’è cosa più bella e nobile”. Amon sorridendole
rispose:
“ Hatshepsut-Khenemet-Amon,
La prima delle dame venerabili è colei che si unisce a me e tale sarà il
nome di sua figlia che io posi nel suo grembo, io unisco per lei le due
terre nei suoi nomi sul trono di Horus assicurandole la mia protezione in
ogni giorno della sua vita”.
Detto questo Amon sparì ed
Ahmes ricadde in quel suo sonno profondo. Al suo risveglio, del dio e del
suo sublime profumo non v’era più alcuna traccia e la regina si convinse che
fosse stato solo un sogno, ecco perché non fece mai parola a nessuno di
questa sua divina unione. Fu il dio stesso a farle credere che tutto fosse
accaduto in sogno poiché questo divino iméneo dovrà rimanere celato fino al
giorno in cui Maatkare non salirà al trono. Neppure le persone di cui ti
fidi più ciecamente dovranno sapere, poiché svelare questo grande segreto
prima del tempo stabilito, significherebbe scatenare le ire del dio.»
«Stai pur tranquillo
Uazmes –rispose la principessa- tranne noi due, ed il dio Amon nessuno saprà
mai, fino al giorno convenuto. Ma ora lascia che mi occupi di te, non posso
permettere che tu ritorni in quella casa dove vivono i tuoi fratelli.
Chiederò a Pahery di tenerti qui ancora per qualche tempo, egli ti è molto
affezionato e sarà ben felice di prendersi cura di te! Col tempo convincerò
la regina e mio padre affinché tu possa stabilirti a palazzo con noi ora,
però, devo lasciarti ma non temere tornerò presto.»
«Un’ultima
raccomandazione: –replicò Uazmes- non preoccuparti di Imenmes, egli non
oserà mai intralciare i tuoi passi. Ricevette dal faraone la carica di
generale d’armata ed ora concentra ogni sua energia nello studio dell’arte
militare al fine di diventare un grande condottiero ed essere degno della
nomina di generalissimo del faraone della quale sarà insignito al suo
quindicesimo anno d’età.
Sii invece molto guardinga
nei confronti del piccolo Thutmose, egli è come il “falco nel nido,” scarso
di intelletto ma, di grande perfidia, non si fermerà davanti a nulla pur di
affermare le sue ambizioni, da lui puoi aspettarti ogni sorta di tranello.
Guardatene bene, ripeto, a volte le persone più stupide ed insignificanti
possono essere le più pericolose. Un giorno lui cambierà ma quel giorno è
ancora tanto lontano.»
«Non tormentarti per me
fratello, –rispose- mi ricorderò dei tuoi preziosi consigli.»
L’attesa di Hatshepsut era
ormai terminata solo pochi giorni la dividevano dal suo Senenmut che
finalmente viaggiava sulla strada per la città di Uaset. In casa di Pahery
la famiglia reale era già pronta per far ritorno a palazzo, Sat Ra, infatti
era intenta a preparare gli ultimi bagagli prima della partenza. Hatshepsut
era ansiosa di tornare a casa ma, non sarebbe andata via senza aver prima
rivisto il piccolo Uazmes che invece restava in casa di Pahery, affidato
alle sue cure. Lo raggiunse nella sua camera e lo rassicurò che al più
presto avrebbe trovato il modo per convincere Ahmes a ospitarlo a palazzo e,
congedatasi, raggiunse la regina che insieme agli altri la attendeva per
mettersi in marcia.
Giunti a palazzo dopo, il
lungo viaggio, qualcuno era lì ad attenderle.
La sposa del maestro Ineni,
che seduta in giardino vide da lontano la famiglia reale fare il suo
ingresso a palazzo, si alzò e sorridendo andò incontro alla regina per darle
il suo benvenuto.
«Sono felice di rivedervi
mie maestà –disse la nobildonna- la notizia del vostro arrivo ci è giunta
veloce come il vento del deserto, ed io mi sono precipitata qui per
accogliervi. E’ bello potervi rivedere dopo tanto tempo.»
«Anche per noi è stato
bello trovarti qui ad attenderci –rispose Ahmes- grazie per questa tua
premura.»
Nel frattempo anche Ramose e
sua moglie varcarono la soglia del grande palazzo e al cospetto della moglie
di Ineni la salutarono rispettosamente ma non poterono aggiungere altro
poiché la donna presa dall’entusiasmo li interruppe:
«Scusatemi tutti,
perdonate la mia euforia ma, sono così felice di poter essere io a darvi
questa splendida notizia: Ineni e Senenmut sono qui! –esclamo gioiosamente-
sono arrivati ieri sera a tarda ora, giusto in tempo per accogliere sua
maestà che torna nella sua casa.»
A queste parole Hatshepsut
non seppe nascondere la sua emozione, le sue gote, all’improvviso si tinsero
di rosso, il suo cuore batteva forte ed un lieve tremore la pervase. La
piccola Neferubity notando il suo imbarazzo si allontanò di corsa
incitandola a seguirla così da trarla d’impaccio.
Quella stessa sera Ahmes
organizzò un banchetto speciale a cui avrebbero partecipato anche Ineni, sua
moglie, Pahery e per la prima volta Ramose, Titutiu e Senenmut.
I servitori di corte
annunciarono l’apertura del banchetto con le prime, fumanti portate. I
commensali ascoltavano con interesse il maestro Ineni che illustrava
meticolosamente le varie fasi del viaggio appena terminato. Nei suoi appunti
erano annotate le svariate qualità della flora trovata in quei paesi lontani
e le particolari condizioni climatiche in cui queste vivevano. Poi il
discorso si concentrò sui monumenti visitati insieme al giovane allievo e
sui suoi eccezionali progressi.
«Senenmut ha grandi doti
innate -affermò il maestro- ed i suoi apprendimenti sono talmente avanzati
che in un anno al massimo egli potrà iniziare a lavorare da solo, magari al
tempio della principessa Hatshepsut, del quale ha già disegnato il
progetto.»
Il maestro Ineni era un uomo
molto loquace e di buona compagnia. I suoi racconti continuarono a ritroso
nel tempo ricordando le tante spedizioni militari a cui aveva preso parte al
fianco di Akheperkara, esaltandone la saggezza e le impavide gesta.
Senenmut, da acuto osservatore si avvide che sul volto della regina stava
calando un velo di malinconia. Certo i racconti del maestro le avevano
ricordato il suo sposo lontano esposto a mille pericoli. Il giovane allievo
senza farsi notare fece cenno al maestro che, senza volerlo aveva turbato la
regina.
«Sono un imperdonabile
chiacchierone, –disse Ineni- il mio blaterare a volte fa di me uno stolto.
Mia regina perdonate se le mie parole vi hanno involontariamente
rattristata, non era mia intenzione guastare la gaia atmosfera di questo
bellissimo banchetto.»
«Non è nulla caro amico –
rispose Ahmes- è solo un po’ di nostalgia dovuta alla mancanza di una
figura di grande importanza per la nostra famiglia, il mio amato sposo che
per il bene del paese mette a repentaglio la sua vita e quella dei suoi
fedeli soldati. Ma egli, come anche tu sai, -proseguì rivolgendosi a Ineni-
è un condottiero di grande valore e saggezza, quindi sono certa che non
correrà rischi inutili e che presto ci darà notizia della sua vittoria e del
suo imminente ritorno. Quando il faraone partì –soggiunse- io e le mie
figlie dovemmo farne le veci sia negli impegni sociali che in quelli
religiosi. Poi si susseguirono una serie di spiacevoli eventi che
probabilmente hanno impedito alla nostra mente di rilassarsi ma, ritornando
nella nostra dimora, ho trovato tutti voi, amici cari, ciò mi ha dato grande
gioia e di questa bella sorpresa vi siamo sinceramente grate. Ora però
lasciate che io ricompensi adeguatamente questo giovane genio che ha
ampiamente meritato la nostra fiducia in lui e nelle sue attitudini:
“Io Ahmes, Grande sposa
Reale, Regina delle due terre, assegno in dono al giovane Senenmut, quale
riconoscimento alla sua fedeltà alla corona dimostrata dal grande impegno
assunto e dagli straordinari risultati ottenuti, la regione a Nord della
prima cataratta, sulla riva sinistra del grande fiume, presso Gebel Silsila
e della quale potrà disporre immediatamente con pieni poteri di proprietà”.
Così sia fatto! -concluse.-»
Il viso di tutti i presenti
si illuminò di gioia per il gesto munifico della regina, Ramose e Titutiu
erano raggianti di felicità e fieri del loro giovane figlio, Senenmut in
lacrime, avrebbe voluto manifestare la sua riconoscenza alla magnanimità
della sua sovrana ma, per la commozione non riuscì che a balbettare.
Per Hatshepsut invece, fu
come se avesse avuto in dono il mondo intero, la madre, aveva voluto
premiare il giovane architetto ma quel regalo andava ben oltre:
rappresentava il primo passo della carriera di Senenmut. Conoscendo i
sentimenti che legavano i due giovani, Ahmes stava cercando di venirgli
incontro accorciando le distanze sociali che li allontanavano. La regina era
però ben cosciente che se anche Senenmut avesse avuto la più brillante delle
ascese, il suo legame con Hatshepsut sarebbe dovuto restare comunque
nell’ombra ma, se malauguratamente, un giorno sarebbe trapelato qualcosa, un
rapporto di Hatshepsut con Senenmut gran dignitario di corte avrebbe
destato meno scalpore di una storia con Senenmut il semplice
cortigiano.
Finalmente Il giovane si
riprese dall’emozione e a bassa voce si rivolse alla regina:
«Dirvi grazie oh mia
sovrana non esprimerebbe la mia riconoscenza né tantomeno ciò che il mio
cuore prova in questi momenti di assoluta felicità, non ho vergogna di
mostrare queste mie lacrime poiché esse possono parlare per me e rendere
palese a tutti voi la grande riconoscenza di Senenmut, un ragazzo di modeste
origini che ebbe la fortuna di entrare in questa casa al cospetto della
regina più giusta di tutti i tempi che è anche la donna più buona del mondo.
Gli dei mi hanno benvoluto a tal punto che ella si prese cura di me
affidando il mio futuro nelle mani del grande maestro dei maestri, Ineni
l’architetto, il botanico, l’orafo ma, anche l’uomo paziente che mi ha
seguito e mi ha indicato la strada da percorrere per migliorare me stesso.»
Mentre egli parlava non
riusciva ad evitare di volgere il suo sguardo ad Hatshepsut i cui occhi
quella sera avevano assunto uno splendore nuovo. Dopo un anno di lontananza
sembrava ancora più bella… o forse lo era davvero. Lo sguardo di lei era
fisso su di lui a cui infondeva sicurezza e vigore. Senenmut viveva
quell’attimo con un’intensità mai provata prima e la giovane principessa
gli trasmetteva inconsciamente una grande serenità. Nella sua mente una
ridda di pensieri si rincorreva in un vortice di sentimenti. Si immaginava
eternamente unito a colei che silenziosamente continuava a guardarlo.
Rimase a sognare a occhi
dischiusi per qualche istante, poi si riaccostò alla realtà e con voce
sicura proseguì:
«Trovarmi qui tra voi per
me e per i miei genitori è un grande privilegio, né io né loro avremmo mai
osato sperare tanto. Sarò fin da questo momento, per questa nobile famiglia
reale, il suddito devoto, colui su cui contare in qualunque modo ed in ogni
circostanza, le mie braccia ed il mio cuore vi apparterranno per tutto il
tempo che gli dei decisero di concedermi nel mondo dei vivi. Questo è il
mio giuramento di fedeltà alla famiglia del faraone Akheperkara e dei suoi
successori finché avrò vita –promise solennemente-.»
I due ragazzi continuavano
la loro storia d’amore in segretezza, nonostante la regina ne fosse ormai
conscia, non potevano rischiare che qualcuno della servitù li vedesse.
Sfruttando il pretesto del progetto del tempio, potevano comunque vedersi
con più libertà e più frequentemente e solo quando erano sicuri di non
essere osservati si abbandonavano in un furtivo abbraccio o in una fugace
carezza.
La principessa intanto non
aveva dimenticato della promessa fatta a Uazmes e, poco per volta stava
cercando di far capire alla regina che il ragazzo era stato mal giudicato,
che il suo animo era nobile e che il suo cuore era propenso al bene. Le
raccontò poi delle sue precarie condizioni fisiche e che lì a palazzo
avrebbe potuto ricevere delle cure più adeguate al suo stato.
Ahmes, però, non sembrava
voler prendere una simile decisione senza il consenso del faraone ed ogni
volta rispondeva che era il caso di pazientare ancora un po’, poiché il
faraone non avrebbe tardato a ritornare in patria.
La previsione della regina
purtroppo non si avverò, trascorsero ancora sei mesi ed in questo frattempo
di Akheperkara non giunsero notizie; ad arrivare, invece, furono notizie di
Uazmes.
Amenemhat, incaricato da
Pahery arrivò al palazzo del faraone, annunciando alla regina che le
condizioni già instabili del giovane illuminato si erano aggravate e che, il
ragazzo chiedeva continuamente di poter vedere la principessa
Hatshepsut.
«Vedete madre –intervenne
la principessa- le mie insistenze erano fondate, quel ragazzo ha bisogno di
noi. Mio padre sarebbe certamente d’accordo ad accoglierlo nella nostra
casa, anche solo per un breve periodo. Date ascolto alla donna generosa
che è in voi, vi prego, fate si che le sue sofferenze siano alleviate, vi
assicuro che non avrete di che pentirvi.»
«E sia! Voglio darti
ascolto ancora una volta, sarai tu stessa a decidere in quale stanza
ospitarlo. Amenemhat, però, dovrà prima riposarsi dal viaggio e rivedere la
sua famiglia. Quando sarà pronto a ripartire sarà accompagnato da alcune
nostre guardie a cui darò l’ordine di condurre Uazmes dalla casa di Pahery
qui a palazzo. Ora va figlia mia e avverti Senenmut e la sua famiglia
che Amenemhat è qui e che desidera riabbracciarli.»
Tre giorni dopo il fedele
messaggero ripartì alla volta di Nekheb accompagnato da tre guardie della
regina il cui compito era di condurre il giovane Uazmes al palazzo. La
principessa, intanto, aveva già provveduto a far preparare una camera del
lato più fresco del palazzo, controllando personalmente che fosse stata
allestita nel modo più confortevole e con ogni sorta di comodità.
Erano trascorsi ancora dieci
giorni quando finalmente le tre guardie ritornarono a palazzo con il giovane
ospite. La principessa si affrettò a fare gli onori di casa mentre alcuni
servitori provvedevano a sistemare le ultime cose di Uazmes nel suo nuovo
alloggio. Dopo essersi rifocillato il ragazzo si sdraiò sul letto stanco ma
felice, i suoi occhi si chiusero e subito cadde in un sonno profondo.
Il mattino dopo ricevette la
visita di Ahmes e delle sue due sorellastre.
«Sii il benvenuto in
questa casa, –disse la regina– spero che tu abbia riposato bene e che
questa camera sia stata di tuo gradimento.»
«Non avrei potuto chiedere
di meglio nobile Ahmes, –rispose- la vostra ospitalità è sublime come il
vostro aspetto. Vi esprimo tutta la mia riconoscenza per avermi accolto con
tanta premura nella vostra reale dimora.»
«Non affaticarti –rispose
Ahmes– dai tuoi occhi traspare un animo buono, sul tuo volto, segnato dalla
sofferenza, non v’è empietà. I giusti di voce entreranno sempre liberamente
nella casa del faraone ma, ora riposa ancora un po’, quando il desinare
sarà approntato farò in modo che ti venga servito a letto.»
Ahmes e Neferubity
salutarono il piccolo illuminato e si allontanarono mentre Hatshepsut volle
trattenersi ancora un po’ con lui. Il ragazzo le era molto grato e con voce
commossa le disse:
«Sembra quasi che tu mi
abbia letto nella mente, speravo tanto che tu ti trattenessi ancora. Dovevo
ringraziarti per aver mantenuto la tua promessa, e per il tuo aiuto senza il
quale non sarei qui tra voi nella serenità di queste mura.
C’è però qualcosa di molto
più importante che devi sapere, qualcosa che riguarda nostro padre: Egli
marcia verso Uaset con il suo esercito. Molti dei suoi uomini persero la
vita in una battaglia lunga e cruenta ma, egli torna ancora una volta
vittorioso. Tra poco tempo le sue truppe faranno il loro ingresso in città,
è questo che la mia mente ha visto, le sue vesti però, erano intrise di
sangue e per quanto reale fosse tale visione, essa fu altrettanto fuggevole,
tanto da non riuscire a capire se quel sangue fosse di Akheperkara o dei
nemici uccisi dalla sua mano.»
«Vuoi dire che nostro
padre potrebbe tornare ferito? –rispose la prin-cipessa–»
«Non posso esserne certo,
l’unica certezza è che tornerà vivo, non temere quindi. –concluse Uazmes–»
Senenmut aveva notato
l’interesse della sua amata per il fratellastro e che quasi ogni giorno gli
faceva visita trattenendosi con lui per delle intere ore. Il ragazzo sapeva
bene che nel cuore Hatshepsut non c’era posto se non per lui e che per
Uazmes nutriva solo un affetto fraterno.
Ciononostante in Senenmut,
sebbene cercasse di nasconderla, nacque un pizzico di gelosia.
Uno scalpitare di centinaia
di cavalli nel silenzio della notte svegliò la città. Tutti si precipitarono
impauriti fuori dalle loro case per rendersi conto di quanto stava
accadendo. Le strade in breve si gremirono di gente tanto da sembrare il
fiume in piena. Le grida di migliaia di uomini, donne e bambini che
impauriti si erano riversati nelle vie divenne un frastuono assordante, un
esercito di uomini e cavalli stavano entrando nelle mura di Uaset.
Improvvisamente le grida divennero acclamazioni. Non un esercito di ribelli
ma l’esercito del faraone aveva svegliato il paese in piena notte,
Akheperkara ferito ma ancora una volta vincitore, ritornava in patria dopo
una lunga e sanguinosa battaglia.
A palazzo erano tutti desti
per il gran rumore ed intimoriti, non sapendo ancora quale minaccia
incombesse. Ahmes inviò subito un gruppo di guardie in avanscoperta mentre
tutti si erano riuniti nella grande sala d’ingresso in trepidante attesa di
notizie, anche il giovane Uazmes aveva lasciato il suo giaciglio per
raggiungere gli altri, incurante di mostrare a tutti la sua malformazione e
con voce commossa ed allo stesso tempo rassicurante annunciò:
«Ascoltatemi per favore ed
abbandonate i vostri timori, nessuna calamità avanza verso di noi. Gioite
invece, poiché il faraone ritorna alla patria magione.»
Uazmes quasi non ebbe il
tempo di ultimare la frase che il faraone, sorretto da due soldati, entrò
nella grande sala. Le sue vesti erano sudicie e lacerate in più punti, il
petto nudo era fasciato dai resti del suo mantello usato a mò di bende su
cui erano impresse due grosse macchie rosse.
«Nobile signora di Kemet,
–disse uno dei soldati con voce grave e affannosa– il faraone riporta due
profonde ferite di guerra, noi stessi lo abbiamo medicato alla meglio e con
quel poco che avevamo a disposizione, il suo fisico e forte come la sua
tempra ma ora ha bisogno di riposo e di cure immediate. Le bende che gli
avvolgono il torace sono ormai vecchie di sei giorni, le sue ferite devono
essere pulite e medicate, egli ha perso molto sangue.»
«Presto! –gridò Ahmes, in
preda alla disperazione– portatelo nelle sue stanze e qualcuno corra a
chiamare il Sinu di corte, che venga subito!»
Frattanto, nelle strade, le
acclamazioni non accennavano a diminuire, il popolo aspettava che il sovrano
desse notizie sull’esito della battaglia e bisognava dar loro ciò che essi
si aspettavano.
La principessa non si perse
d’animo e salita sul carro d’oro del padre ordinò di essere condotta tra la
folla urlante. Non fu facile passare attraverso quel tumultuoso torrente
umano ma man mano che il carro vi si addentrava le urla si abbassavano
diventando un brusio, il popolo era incuriosito e meravigliato. Non era
Akheperkara a scendere tra le genti del Paese! Chi mai poteva salire
liberamente sul carro reale? chi mai poteva onorarsi di un tale privilegio?
Ad un certo punto Hatshepsut
ordinò ai portatori di fermarsi, si alzò in piedi e con voce chiara e decisa
annunciò:
«Sono la principessa
Hatshepsut, la figlia primogenita del faraone Akheperkara. Ascolta, popolo
di Uaset! Risparmia la tua voce e lascia che io ti parli al posto di mio
padre. Egli è ritornato in patria riportando delle profonde ferite da cui
sgorgò molto sangue. Egli ora non può soddisfare la tua sete di sapere non
può parlarti delle sue gesta né di quanto ha sofferto lontano dalla sua
terra Il suo corpo è indebolito dalla fatica e dai sacrifici che una guerra
comporta a chi la vive di persona. Egli però, ha portato con se molte mani
nemiche e molti cavalli, egli è tornato vincitore, assicurando così
prosperità e serenità alla sua terra ed al suo popolo. Per questo ti dico
risparmia la tua voce, risparmiala e conservala fino al momento in cui lui
stesso sarà in grado di parlarti dall'alto del suo trono.»
Il carro girando su se
stesso si riportò in direzione del palazzo del re e mentre la folla si
ritraeva per lasciar libero il passaggio alla principessa inchinandosi in
segno di rispetto; ordinatamente le strade cominciarono a svuotarsi
ed il vociare andò pian piano scemando lasciando dietro di se solo il
silenzio della notte ancora fonda. Quando la principessa giunse a palazzo,
quasi tutti erano tornati a dormire tranne Ahmes che era al capezzale del
suo sposo insieme alla piccola Neferubity. Hatshepsut li raggiunse
immediatamente per informarsi sulle condizioni del padre.
«Madre, -chiese- quali
sono le condizioni del faraone?»
«Il Sinu ha pulito e
medicato le sue ferite – rispose Ahmes- e fortunatamente non vi sono
infezioni ne sono stati lesi organi vitali. Il taglio alla spalla è molto
profondo ma, in un paio di settimane sarà rimarginato.
Ora egli ha bisogno di molto
riposo, sarà meglio non disturbarlo. Domani, quando sarà desto, potremo
dargli il benvenuto.
Figlia mia –proseguì la
regina- so del tuo discorso al popolo e sono fiera della tua saggezza e
della tua prontezza di spirito, mi rammarico solo di non esserti potuta
stare accanto, io stessa non avrei potuto fare di meglio. Sono sempre più
convinta che la nostra terra non potrà avere un sovrano migliore di te.»
Il giorno dopo il paese
riprese svogliatamente il suo ritmo di vita. Al palazzo del faraone tranne
la servitù dormivano ancora tutti, nonostante l’ora tarda.
Il primo a destarsi fu
Senenmut che uscito in giardino disegnava su di una tavoletta i particolari
del tempio di Hatshepsut. Poco più tardi anche la principessa scese
all’aperto, il sole la colpì in viso ed ella chiuse gli occhi riaprendoli
lentamente per abituarli alla luce del giorno, i suoi capelli erano ancora
sciolti e quando si accorse della presenza di Senenmut lo vide nell’atto di
fissarla con ammirazione.
«Buon giorno maestà –disse
il giovane– è stata una notte movimentata per tutti, per me, invece, è stata
la notte delle grandi rivelazioni.»
«Cosa intendi dire –rispose
la principessa– quali grandi rivelazioni ti sono state fatte stanotte?»
«Devo confessarvi qualcosa
–rispose– la gelosia stava per annebbiarmi la vista come in una tempesta di
sabbia, non riuscivo quasi più a tollerare il vostro interesse per Uazmes
seppure fosse solo fraterno.
Questa notte egli mi ha
chiarito molte cose, ci siamo trattenuti insieme a discorrere nella sua
camera fino all’alba ed ora il mio tormento è completamente svanito.
Quel ragazzo possiede un
dono divino del quale non ero ancora convinto fino a ieri sera, quando
all’improvviso annunciò l’arrivo di Akheperkara del quale non poteva in
nessun modo essere a conoscenza. Lui stesso, una volta rimasti soli, mi
parlò di questa mia vana gelosia. Egli conosce il sentimento che ci lega
anche se nessuno mai gliene parlò, poi, mi fece un solenne giuramento che
tutto ciò sarebbe rimasto in segreto per sempre e mi fece capire che era
assurdo da parte mia tormentarmi poiché il nostro amore non potrà mai
temere rivalità, anche se per esso, dovremo essere disposti a superare
enormi ostacoli e grandi sofferenze. Infine mi parlò del dono che ebbi
dalla nostra amata regina, rivelandomi che questo non è che il primo passo
verso i grandi successi che gli dei mi riserveranno per il futuro.»
«Come osi dubitare dei
miei sentimenti? –rispose Hatshepsut delusa– non ti rendi conto di quanto,
questo amore mi renderà, in futuro, tutto più difficile?»
«No, non è del vostro
amore che io dubito, di quello non ho mai avuto il minimo dubbio, è di me
stesso che dubito, ho paura di perdervi, paura di non essere all’altezza di
starvi accanto.»
In quel preciso istante
Ramose comparve tra le lunghe foglie dei folti papiri del giardino. I due
dovettero fingere di parlare d’altro e, visto che nelle mani di lui c’erano
i progetti del tempio, accennarono a certi particolari da modificare ma,
Ramose li interruppe:
«Perdonate principessa
–disse– se oso interrompervi, vostro padre desidera vedervi.»
La principessa obbedendo al
desiderio del faraone, si affrettò a raggiungerlo e quando fu al suo
capezzale vi trovò anche la regina e la giovane sorella. Hatshepsut,
commossa, si lasciò cadere delicatamente tra le braccia del faraone che in
silenzio le accarezzò i lunghi capelli.
«Finalmente siete tornato
padre mio, quanto tempo è passato ma, ora siete qui, che gli dei siano
lodati.»
Il faraone con un fil di
voce le disse quanto era orgoglioso di lei per la fierezza, il coraggio e
la saggezza dimostrata durante la sua assenza:
«Figlia mia -disse
Akheperkara- tua madre mi ha raccontato di cosa sei capace e di quanto
grande sia la tua perseveranza e il tuo senso della giustizia. Stanotte al
mio ritorno ne desti l’ennesima prova lanciandoti coraggiosamente con il mio
carro tra la folla acclamante per informare il popolo delle mie ferite di
guerra, quale nobile gesto, degno di un vero faraone.
Adesso vi prego ritornate
pure alle vostre occupazioni. Io dormirò ancora un po’, ne sento il bisogno,
la ferita alla spalla pur non sanguinando più, è tanto profonda, da
procurarmi ancora molto dolore.»
Anche gli Ufficiali
dell’esercito di Akheperkara erano finalmente ritornati alle loro case e ai
loro affetti, tra questi il fedele capo dei rematori Ahmes ed il coraggioso
Pen-Nekhbet, entrambi copertisi di gloria, quest’ultimo però, dopo pochi
giorni trascorsi in compagnia della sua famiglia, dovette recarsi al palazzo
di Pahery dove erano ancora ospitati, loro malgrado: Imenmes, di cui il
valoroso ufficiale era stato il precettore e Thutmose II che diventava di
giorno in giorno più arrogante e presuntuoso. I due ragazzi, per ordine del
faraone, avrebbero fatto ritorno alla loro casa accompagnati, appunto, da
Pen-Nekhbet.
I giorni trascorrevano e
Akheperkara riacquistava poco a poco le sue forze, le ferite erano quasi
del tutto rimarginate, in poco tempo avrebbe ripreso le sue ambasce di
sovrano. Anche la cagionevole salute di Uazmes sembrava migliorare: il suo
volto scarno riprendeva la sua rotondità; il suo colorito pallido
riacquistava un tenue rossore e le sue forze gli permettevano di stare molto
più a lungo in piedi. Hatshepsut si tratteneva spesso con lui ed anche la
piccola Neferubity.
Egli era diventato amico di
tutti a corte ma, il suo più affezionato sostenitore, strano a dirsi,
divenne proprio Senenmut. Chi o che cosa aveva operato un tale miracolo nel
piccolo illuminato? ciò fu forse dovuto alla vicinanza dei suoi nuovi amici?
oppure fu tutto merito della principessa?
L’odore del mosto invadeva
ogni angolo del paese, chiunque possedeva anche una piccola una vigna era
intento nella premitura dell’uva. La stagione calda era arrivata e con essa
il tredicesimo anno di Hatshepsut e il quindicesimo di Imenmes.
Il faraone completamente
ristabilito doveva tener fede a una promessa fatta tempo prima, insignire
ufficialmente il suo primogenito della carica di generalissimo, un
riconoscimento che avrebbe messo il giovane al di sopra di ogni ufficiale
del suo esercito.
Imenmes fu chiamato a
presentarsi al cospetto di Akheperkara che, con una solenne cerimonia gli
conferì l’alta carica ed il comando del suo esercito. Dal quel momento
Imenmes avrebbe preso il comando di tutte le operazioni di controllo dei
confini territoriali, che periodicamente venivano effettuate, operazioni che
fino ad allora erano state capeggiate dallo stesso faraone e che avevano lo
scopo di verificare che i paesi del nord rispettassero i confini e per
scoraggiare ogni eventuale tentativo di sommossa.
Il giovane generale era
commosso e sinceramente riconoscente nei confronti del padre che, aveva
tramutato il suo sogno in realtà mantenendo una promessa fatta a sua madre,
la stessa che aveva tradito ed attentato alla vita della famiglia reale.
Quando la cerimonia si
concluse era l’ora quinta ed il sole era ancora alto nel cielo, il caldo era
soffocante e Akheperkara andò a sedersi all’ombra di un sicomoro, la sua
mente era assorta nei ricordi di guerra, nei tanti pericoli che aveva
affrontato e superato ma, i suoi pensieri furono interrotti dalla voce del
giovane Senenmut:
«Altezza –disse il
ragazzo– potete concedermi qualche minuto del vostro prezioso tempo? Avrei
bisogno di parlarvi.»
«Parla pure giovane
architetto –rispose– colui che gode della stima della mia regina e delle
mie due principesse, merita anche quella del faraone, sono pronto ad
ascoltarti, parla dunque.»
«Maestà, questa mia
richiesta vi potrà sembrare strana, ma è un desiderio che coltivo da tanto
tempo, una antica passione.
Tutto ciò che vostra maestà
ha fatto per me e per la mia famiglia avrebbe reso felice qualunque uomo e
noi, per questo, vi saremo eternamente riconoscenti ma io non voglio
accontentarmi di servirvi offrendovi soltanto il mio ingegno nella
costruzione dei vostri monumenti. Vorrei onorarmi di offrirvi la forza del
mio braccio nella difesa del nostro amato paese. Lasciate che io faccia
parte del vostro esercito, lasciate che io combatta per voi nelle fila dei
più umili dei vostri uomini. Nulla sarebbe più gratificante per me se un
giorno i posteri potessero dire che colui che fu l’architetto di corte del
grande Akheperkara fu anche un coraggioso soldato del suo esercito. Fate si
che io possa cimentarmi, datemi questa ulteriore opportunità.»
Il faraone per quanto si
sforzasse non riusciva a spiegarsi una simile richiesta da parte di un
giovane talento artistico quale era Senenmut, egli, aveva già dimostrato
ampiamente quanto valesse come architetto ed il maestro Ineni lo aveva
confermato. Perché, dunque, tanta voglia di inserirsi anche in campo
militare, con tutti i rischi che esso comporta? Akheperkara gli chiese se i
suoi genitori erano al corrente della cosa ed il giovane lo confermò
aggiungendo:
«Già da molto tempo avrei
voluto chiedervelo ma solo oggi mi si è presentata l’occasione per farlo.
Anche i miei genitori sanno di questa mia decisione ed anche se li rattrista
molto, non sono riusciti a dissuadermi ed alla fine mi hanno dato la loro
benedizione. L’ultima parola resta comunque la vostra, maestà.»
«Ebbene figliolo, come
posso rifiutarmi davanti a tanto coraggio e determinazione, se questo può
farti felice avrai il mio consenso e la mia benedizione ma, prima dovrai
dimostrare le tue attitudini. In poco più di un mese, il mio ufficiale Ahmes
figlio di Abana saprà dirmi se hai le caratteristiche necessarie per
diventare un buon soldato e, se il suo giudizio sarà positivo, potrai
entrare a far parte del mio esercito. Da domani, quindi, comincerai il tuo
addestramento, ricorda però che la tua carriera militare comincerà proprio
come tu mi hai chiesto, dall’ultimo gradino.»
Hatshepsut rimase senza
parole quando suo padre le raccontò della strana richiesta fattagli da
Senenmut, lui non le aveva mai neanche accennato al desiderio di voler
intraprendere la carriera militare, i suoi interessi sembravano interamente
assorbiti dall’arte e dai monumenti. Cosa si nascondeva dietro quella sua
inspiegabile esigenza?
Da quando il faraone era
tornato gli incontri dei due ragazzi divennero ancora meno frequenti.
Fortunatamente però, i lavori del tempio della principessa, erano un buon
pretesto per potersi vedere sotto un aspetto ufficiale, ma i momenti più
teneri erano costretti a viverli solo quando avevano la certezza che nessuno
si accorgesse di nulla. Nel profondo della notte, nei sotterranei che
portavano alle cantine.
Quella notte i due giovani
avevano concertato uno dei loro furtivi appuntamenti notturni ed Hatshepsut
non aspettava altro. Questa era l’occasione buona per chiedergli
finalmente, il perché di tanta insistenza nel voler entrare a far parte
dell’esercito del padre. Senenmut però la prevenne e prima che lei potesse
intavolare l’argomento le sussurrò:
«Mia adorata, devo farvi
partecipe di una mia decisione che forse, in principio, potrà sembrarvi a
dir poco bizzarra.»
Il giovane raccontò del
colloquio avuto in giardino con il faraone in ogni dettaglio ed infine, come
Akheperkara avesse deciso in merito alla sua domanda.
«Mio dolce Senenmut,
-rispose- sono contenta di non aver fatto in tempo a chiedertelo poiché ero
quasi tentata a credere che volessi nascondermelo ma, vedi io sapevo già
tutto. Quel che non mi è chiaro è questa tua improvvisa attitudine alle
armi, cosa della quale ero completamente all’oscuro. In realtà credo che
aldilà di una tua presunta velleità bellica vi siano ben altre ragioni che
ti inducono a prendere una decisione tanto grave e pericolosa.»
«E’ vero –rispose- esiste
più di una ragione che mi spinge a compiere questo importante passo e
riguarda noi due. A volte penso alla nostra vita insieme e mi convinco
sempre più che la nostra felicità dipende unicamente dalla mia condizione
futura, ed è proprio per questo che dovrò cercare di distinguermi non solo
nel campo dell’arte e dell’architettura ma in qualsiasi ambito io possa dar
prova del mio valore.
In questo modo posso sperare
di abbassare il più possibile le barriere sociali che ci dividono. Inoltre,
come voi sapete, devo molto alla regina Ahmes per cui mettere il mio braccio
al suo servizio, sarebbe da parte mia una dimostrazione della mia grande
riconoscenza. Il figlio di Abana –proseguì- al quale Akheperkara mi affidò è
già molto soddisfatto dei risultati del mio addestramento, credo che in
poche settimane sarò già un soldato del re.»
«Stamani ne ho parlato con
Uazmes –disse Hatshepsut- ed anche lui è assolutamente certo che la tua
nuova carriera sarà costellata di successi e di gloria. Che gli dei ti siano
vicini fin da ora e che ti proteggano affinché niente e nessuno possa mai
farti del male.»
I lavori del tempio di
Hatshepsut erano già iniziati da più di un anno e Senenmut era sempre
impegnatissimo dovendo adempiere ai doveri militari e nello stesso tempo
dirigere i lavori del tempio a Deir El Bahari nella parte occidentale di
Uaset ma, nonostante tutto riusciva a dare il meglio di se stesso sia
nell’uno che nell’altro campo. I sovrani erano ammirati dal temperamento e
dalla grande forza di volontà di quel ragazzo che voleva emergere ad ogni
costo.
Un’audace evasione
Dopo venti giorni
dall’ultima inondazione del grande fiume, molta gente di Uaset aveva
lasciato il Paese per recarsi a Iunet Tantere (Dendera), al tempio della dea
Hator, per partecipare alla festa dell’ebbrezza e la città era come caduta
in uno strano, silenzioso torpore.
Era l’ora ottava e al
palazzo di Akheperkara si stavano approntando succulente vivande per un
banchetto in onore del generale Imenmes che, dopo due giorni sarebbe partito
al comando della sua sesta spedizione perlustrativa. Il giovane aveva già
dimostrato nelle precedenti spedizioni di essere un ottimo stratega, aveva
imparato le tattiche e i punti deboli del nemico riuscendo ad utilizzarli a
proprio vantaggio, mantenendo su di loro la più totale supremazia. Ora però,
Imenmes, si sarebbe spinto per la prima volta fino ai confini con il
territorio Hyksos, i pericolosi guerrieri che più volte avevano tentato
l’invasione della terra del Nilo, insieme a lui il soldato Senenmut alla sua
prima esperienza sul campo.
La principessa pensava a
questa partenza con una spina nel cuore, il timore che potesse perdere il
suo amato la tormentava. Appartate nella loro camera le due principesse
erano silenziosamente l’una di fronte all’altra, Neferubity sapeva quanto
Hatshepsut stava soffrendo, le prese le mani tra le sue e l’abbracciò
teneramente, poi con voce flebile ma rassicurante disse:
«Non aver paura mia dolce
sorella, lui ritornerà da te sano e salvo, il suo unico desiderio è quello
di viverti accanto non quello di morire in battaglia. Ed ora asciuga quelle
lacrime –soggiunse- gli altri si staranno già chiedendo dove siamo finite,
non vorrai certo farti vedere con quegli occhi lucidi e arrossati dal
pianto? Non sarebbe dignitoso.»
Il banchetto si svolse
all’insegna della formalità, l’atmosfera non era certo delle più allegre
anche se ciascuno dei commensali cercava di camuffare le proprie
preoccupazioni.
Alla vigilia della partenza,
i due giovani innamorati si diedero l’ennesimo appuntamento notturno. Senza
pronunciare una sola parola rimasero stretti in un interminabile abbraccio,
erano entrambe in lacrime. Lui le prese il viso tra le mani poi le accarezzò
i capelli. Lei alzò lo sguardo per guardarlo negli occhi in cui si
rifletteva la fiamma della torcia che li illuminava e che, ondeggiando ad
ogni minimo soffio, sembrava volerli beffare, e giocando con le ombre dei
loro volti impreziosiva quelle lacrime tanto da farle sembrare delle
piccole, purissime gemme risplendenti. Ella accostò le sue labbra a quelle
di lui avvicinandole sempre di più fino a farle unire. Fu il loro primo,
dolcissimo bacio, forse l’ultimo.
Un’intera stagione era
passata da quell’ultima notte. Solo quattro mesi ma per la principessa
sembrava un’eternità e questa volta non c’era neanche la possibilità di
confortarsi scrivendosi, il che rendeva il distacco ancor più doloroso, non
c’era altro da fare se non attendere.
Mancavano soli pochi giorni
al compimento del quindicesimo anno di Hatshepsut ella però non volle alcun
festeggiamento. Già da molto tempo avrebbe voluto festeggiare il compleanno
insieme alla sorellina minore che, solo sei giorni dopo, ne avrebbe compiuti
dodici. I festeggiamenti furono quindi rimandati di sei giorni, secondo il
desiderio delle due principesse. Fu una delle più grandi e sfarzose feste
che il faraone avesse mai organizzato: Furono chiamati i migliori suonatori
e le danzatrici più belle di Kemet. Nelle cucine si prepararono le pietanze
più squisite: dai prodotti della terra alle carni più pregiate servite
insieme ai migliori vini dolci delle vigne di Akheperkara. Nella grande sala
le due principesse osservavano dall’alto le movenze sinuose delle danzatrici
e le evoluzioni dei giocolieri sedute sul grande trono del loro padre.
Per un attimo Hatshepsut
dimenticò le sue preoccupazioni, dimenticò perfino il suo amore lontano.
Tutto sparì dalla sua vista, nella sua mente la grande sala era
completamente vuota, le sue orecchie non udivano alcun suono, alcun rumore.
All’improvviso vide una gran folla invadere l’immensa sala del trono,
centinaia di persone che acclamavano il suo nome inneggiando al nuovo
faraone.… Maatkare! Maatkare, il dio tra gli uomini, il nostro re! In
quell’istante sentì che qualcuno le stringeva la mano con forza. Fu come
ridestarsi brutalmente da un sogno: la confusione della festa, le musiche,
le danzatrici e Neferubity che stringendole le mani cercava in qualche
maniera di ricondurla alla realtà.
«Sorella ti prego –disse
Neferubity- dimmi cosa ti accade, mi stai facendo paura.»
«Non è nulla. –rispose-
Tante volte ho sentito parlare di “sogni ad occhi dischiusi” ma, non sapevo
che potesse realmente accadere, oggi è successo a me.»
«E quel nome –chiese
Neferubity- Maatkare, chi è? Ti ho sentito pronunciarlo.»
«Non chiedermelo e non
ripeterlo mai più finché non saprai tutto anche tu e il momento non è
ancora giunto.» –concluse Hatshepsut-.
La principessa stava
rileggendo i vecchi messaggi che Senenmut le scriveva nel periodo in cui era
ospite a Nekheb, in questo modo aveva l’impressione che le sue ansie si
alleggerissero. Era tanto assorta nella lettura che a un certo punto le
sembrò di sentire il rumore degli zoccoli del cavallo di Amenemhat, il loro
messaggero.
La stagione di Peret
quell’anno fu particolarmente torrida, e la famiglia reale si era riunita
nell’ampio giardino per trovare un po’ di refrigerio all’ombra dei
lussureggianti alberi mentre le ancelle facevano delicatamente ondeggiare i
grandi ventagli di piume. Era l’ora terza e la servitù stava ancora
adoperandosi per rassettare la sala dove il giorno prima si erano tenuti i
festeggiamenti in onore delle due principesse reali. All’improvviso il sole
parve adombrarsi come per il passaggio di una nube, il cielo, invece, era
terso come non mai, i raggi infuocati si ritirarono pian piano; voci
allarmate cominciarono a levarsi da ogni angolo del paese invaso dallo
sgomento fino a diventare grida di panico. In pochi attimi fu tutto un
marasma. Gli ultimi timidi raggi furono come inghiottiti dalle tenebre e fu
il buio più profondo.
Qualche giorno dopo la calma
ritornò tra le genti di Kemet seppur nei loro animi sussisteva ancor vivo il
ricordo di quella sconvolgente esperienza.
La voce del faraone fece eco
nella grande sala del trono ed attirò subito l’innata curiosità della
piccola Neferubity che sbirciando di nascosto vide il padre che parlava
animatamente con uno sconosciuto:
«Mio Signore –disse
l’uomo- sono una delle guardie a cui fu affidata la custodia di Mutnofret,
l’esiliata dell’isola di Yebu.»
«Ti riconosco –disse
Akheperkara- sei Pairi, il fratello maggiore di Senenmut, il capo dei
sorveglianti di quella donna infame, come mai sei venuto fin qui? come capo
dei sorveglianti dovresti essere sull’isola, non è forse questo il tuo
dovere?»
«Si Maestà, questo sarebbe
il mio dovere ma, vi imploro di perdonare la nostra ingiustificabile
inettitudine. Purtroppo, nonostante il nostro zelo, e gli dei mi sono
testimoni, non abbiamo più nulla da sorvegliare, né io né i miei uomini.»
«Di cosa parli soldato,
intendi forse dire che ella è morta?» –chiese il faraone con voce grave.-
«Questo non so dirvelo,
mio nobile Signore, ella è sparita, semplicemente, inspiegabilmente sparita,
non posso dirvi che sia morta poiché se così fosse sarebbero sparite anche
le sue spoglie mortali. Ci siamo resi conto della sua scomparsa quattro
giorni or sono, quando all’ora seconda, la sentinella di ronda trovò il suo
giaciglio vuoto.
Al posto del suo corpo vi
era solo un cumulo di paglia ammucchiata ed al posto della testa la
sua acconciatura. Da quel momento fino ad oggi abbiamo setacciato l’isola
come farina di grano, guardando in ogni angolo più recondito, in ogni
anfratto più inaccessibile e nascosto, senza tralasciare neppure un solo
palmo di terra ma di lei, non una traccia, non un’impronta, neppure il più
piccolo indizio. Tra i miei uomini corre voce che le forze del male
l’abbiano rapita durante il sonno.»
«Non credo a queste
superstizioni –rispose il sovrano- è vero che quella donna ha in se qualcosa
di diabolico ma, in questa storia gli spiriti del male non hanno alcun
nesso. Com’è possibile che sia riuscita, ad dileguarsi…forse…» Seguirono
alcuni attimi di silenzio, poi Akheperkara si portò la mano destra alla
fronte assumendo l’atteggiamento di colui che sta riflettendo, infine guardò
Pairi negli occhi ed appoggiandogli le mani sulle spalle disse:
«Siete certi che la
sparizione sia avvenuta di notte? cerca di ricordare, qualcuno l’ha vista
durante il giorno prima?»
«Ora che mi ci fate
pensare –rispose- il giorno prima, fui proprio io a portarle da mangiare,
era passata da poco l’ora seconda, lei era lì che aspettava, doveva avere
molto appetito perché dopo circa un quarto d’ora aveva già consumato il suo
pasto. Da quel momento ella rimase nella sua stanza senza mai uscirne.
Verso l’ora quarta di quello stesso giorno, la mano degli dei oscurò la luce
del giorno causando disordine e panico in tutta l’isola. Di quegli attimi
però ho solo un ricordo confuso. La calma si ristabilì solo dopo molte ore,
fu allora che uno dei miei uomini, come al solito, andò da lei a portarle
la cena, ella dormiva profondamente coperta dal lenzuolo, l’uomo cercò di
svegliarla chiamandola ad alta voce ma lei non si mosse minimamente. Egli
quindi, lasciò tutto sul tavolo e venne via. Non era la prima volta che
all’ora di cena dormisse ancora.
Quando poi ci accorgemmo
della sua fuga, o qualsiasi altra cosa fosse, il suo cibo era ancora lì nei
vassoi, non aveva toccato nulla.»
«Proprio così –disse il
faraone- quel giorno assistemmo ad un evento eccezionale: la fulgida luce
del sole per pochi minuti si oscurò tanto da sembrare notte fonda. Tutti si
riversarono in strada come impazziti, un simile momento di caos era la
circostanza ideale per mettere in atto una fuga premeditata.»
«E’ ciò che credo anch’io
–rispose Pairi- ma in tutta questa storia vi sono due punti ai quali non
riesco a dare una spiegazione. Se quella donna è riuscita davvero ad
abbandonare l’isola, come può averlo fatto senza che nessuno la vedesse?
Inoltre, mi sembra improbabile che ella fosse a conoscenza del giorno e
dell’ora esatti in cui si sarebbe verificato un tale, straordinario
fenomeno.»
«E’ un bel dilemma! Non
sarà facile risolverlo. –disse Akheperkara- Ora però vai dai tuoi genitori,
saranno felici di riabbracciarti, domani ripartirai per Yebu ed ordinerai
ai tuoi uomini di rientrare, ormai su quell’isola non hanno più nulla da
fare – concluse-.»
Neferubity che aveva
ascoltato l’intero discorso, non perse tempo, corse da Hatshepsut e la
informò di quella misteriosa scomparsa.
«Esiste un solo modo per
abbandonare quell’isola senza essere visti –affermò Hatshepsut sicura di se.
– Il canale del Nilometro! Esso parte dall’edificio ed arriva direttamente
al grande fiume. In questa stagione arida il canale è allagato solo per
metà c’è quindi sufficiente spazio per poterlo attraversare a piedi
comodamente. Sarà lungo circa ottocento o novecento cubiti ed una volta
superato, il lungo tunnel sfocia in un punto del Nilo dove non vi sono terre
abitate ne coltivate ma solo delle terre desolate e rocciose disseminate di
grotte naturali. Tutto ciò non è certo un’impresa delle più facili ma,
quando non si ha più nulla da perdere tutto appare più semplice. Quel che
non riesco a capire –soggiunse- è se veramente Mutnofret abbia approfittato
di quello strano fenomeno e come sia riuscita a prevederlo con tanta
esattezza o se invece sia stata solo una fortunata coincidenza. Una sola
persona è in grado di dare una risposta a questo enigma.»
Senza aggiungere altro
Hatshepsut prese la sorella per mano, in fretta scesero per la gradinata ed
attraversata la grande sala imboccarono la porta del giardino dirette verso
i granai. Quando arrivarono nella sua stanza, Uazmes era in piedi, con lo
sguardo diretto verso di loro. Il viso del giovane, vedendo le due sorelle,
assunse un’espressione di gioia e con voce cordiale salutò calorosamente:
«Buongiorno mie nobili
principesse, sono veramente lieto di vedervi, è già da qualche giorno che mi
avete privato della vostra amabile presenza, forse i vostri tanti doveri
non vi hanno concesso neanche un piccolo ritaglio di tempo da potermi
dedicare? Quel che più conta, però, è che non mi abbiate abbandonato.»
«Non ti abbandoneremo
mai.»–risposero quasi in coro.-
«Sono contenta di vederti
in buona salute –continuò Hatshepsut- il tuo viso è rilassato e colorito di
rosa, il tuo stato migliora ogni giorno di più e di questo ne siamo tutti
felici.»
I tre ragazzi conversarono a
lungo di cose più o meno futili ma, quando il discorso cadde su quello
strano oscuramento del sole, Uazmes divenne improvvisamente pensieroso. Egli
ricordava di una visione avuta molti anni prima, quando viveva ancora con
sua madre:
«Ricordo quella visione
con incredibile precisione e limpidezza, le tenebre che inghiottivano il
disco solare, il popolo impaurito riversarsi nelle strade, le loro urla, ma
ciò che più mi sconvolse furono le parole pronunciate da una voce
sconosciuta che durante la visione continuava a ripetermi quando tutto
questo sarebbe accaduto: “Il quindicesimo anno dell’erede al trono, il
ventiduesimo giorno del primo mese della stagione di Shemu, all’ora quarta.”
Così ripeteva instancabilmente quella voce lontana, la cui eco sembra
rimbombarmi ancora nella mente. In queste ultime settimane, questo lontano
ricordo, è riaffiorato molto spesso nella mia mente. Ho aspettato con
trepidazione che arrivasse il giorno preannunciato, forse speravo di averlo
sognato soltanto ma, cinque giorni fa quella sconcertante visione si è
materializzata esattamente come la previdi allora, facendomi rivivere nella
realtà quella scena allucinante.»
«Mio buon Uazmes –disse
Hatshepsut- hai mai parlato con qualcuno di questa tua visione a parte noi
due? »
«Non ricordo di averne mai
parlato a nessun altro tranne che a voi due ed a mia madre. –rispose- Lei
era vicino a me quando fui vittima di quella allucinazione, durante la quale
le mie labbra, inconsapevolmente, ripeterono ciò che la “voce” aveva
predetto, lo seppi da mia madre quando ripresi conoscenza. A lei raccontai
tutto ciò che la mia mente aveva veduto, così come ho fatto con voi. La tua
domanda, però, ha un suo preciso scopo sorella, quale? »
Le sue principesse gli
raccontarono della presunta fuga di Mutnofret e di come secondo loro
potrebbero essersi svolti i fatti:
«Come vedi - disse
Neferubiti- ella potrebbe aver studiato il suo piano di fuga avvalendosi del
fatto che sapeva precisamente il giorno e l’ora in cui il fenomeno si
sarebbe manifestato per trarre vantaggio dalla confusione e dall’oscurità
che il fenomeno avrebbe prodotto.»
«Non posso negare che ciò
sia possibile, -rispose- anche se, ne io ne lei avremmo mai potuto avere la
certezza che tutto ciò potesse verificarsi nella realtà. Comunque sia non
tormentatevi al pensiero che ella possa nuovamente tramare contro di voi,
ormai è sola e forse non sa neanche di esserlo.»
«Sembra quasi che tu
sappia più di quel che dici, –intervenne Hatshepsut- conosci forse le sue
intenzioni o dove andrà a rifugiarsi? »
«Vedi mia principessa
–rispose- se oggi mia madre venisse catturata, l’esilio come punizione non
basterebbe più, solo la morte potrebbe essere un adeguato castigo.
Io ti giuro –soggiunse- che
non so cosa ha in mente e non so dove intende nascondersi ma, se anche lo
sapessi non potrei mai svelarlo. Ella è mia madre! L’infida, la malvagia,
colei che non ha scrupoli, la meretrice, la traditrice… la mia unica madre.
Quel che so, invece, è che
la sua esecrabile esistenza sta per compiersi, l’ultimo atto della sua
storia è ormai prossimo. Ora se potete perdonate la mia sincerità e le mie
parole oppure ripudiatemi per sempre».
La tristezza cadde sul viso
di Hatshepsut che, dopo aver respirato profondamente si avvicinò a lui, gli
tese la mano e disse:
«Mio sfortunato Uazmes,
non saranno queste tue giustificate parole ad allontanarci, è un nobile
comportamento difendere la propria madre al di là della sua bontà o della
sua perfidia.
Non tutti gli esseri umani
riescono a distinguere il confine tra ciò che è giusto e ciò che non lo è,
proprio per questo c’è chi sceglie di percorrere la strada dell’amore e
della giustizia e chi invece dedica la propria vita al servizio delle forze
del maligno. La regina Ahmes, mia madre, scelse la prima strada, quella del
bene ma, se avesse scelto quella dell’odio, anch’io come te, l’avrei
ugualmente amata.
Non abbiamo nulla di cui
perdonarti –concluse- poiché anche tu percorri la strada degli uomini
giusti».
Intanto la regina, sapeva
che era giunto il momento di raccontare tutto all’ignaro faraone, non si
poteva più rimandare. Ma ogni volta che se ne presentava l’occasione, finiva
sempre per tergiversare. Pensò quindi di farsi consigliare, come di
consueto, dalle sue figlie e dalla vecchia nutrice. Si decise che la cosa
migliore da fare sarebbe stata quella di riunire l’intera famiglia in modo
da poterne parlare insieme.
Neferubity raggiunse il
padre nella grande sala e lo pregò di raggiungere le camere superiori dove
gli altri membri della famiglia lo aspettavano dovendo parlargli di alcuni
delicati argomenti.
Quando furono tutti riuniti,
Ahmes prese la parola ed iniziò il racconto. Durante la spiegazione di
quegli incresciosi episodi, il re non riusciva a fare il minimo commento. Le
espressioni del volto erano l’unica cosa tangibile che egli riuscisse ad
esternare, nella sua mente si affollavano mille pensieri in un vortice
caotico, confuso ed incontrollabile. Prima di chiudere il discorso la
regina volle giustificarsi con il faraone per il lungo ed apparentemente
ingiustificato silenzio:
«Sapevo –disse- che queste
inaccettabili realtà ti avrebbero fatto soffrire ed è per questo che non
riuscivo a trovare il coraggio per parlartene ma, la nostra unione si è
sempre retta sulle basi della sincerità e della lealtà reciproche. Il timore
di darti dolore mi ha frenata fino al momento in cui ho capito che quel che
conta è la verità, anche se questa, a volte, distruggendo le nostre
convinzioni, può ferire più del filo di una lama..»
Akheperkara ebbe un attimo
di deliquio, perse perfino l’equilibrio e non riuscendo a stare in piedi si
accasciò affranto sul letto. Il terribile capogiro sembrava non avere fine,
intorno a lui ogni cosa ruotava turbinosamente come se fosse al centro di un
mulinello, poi le sue labbra si dischiusero in un lungo respiro, i suoi
tendini si rilassarono e i suoi occhi si chiusero come per un improvviso
sopore.
Quando riprese conoscenza
erano tutti lì, palpitanti intorno a lui, la piccola Neferubity gli teneva
la mano mentre Ahmes gli reggeva il capo per aiutarlo a bere.
«Che gli dei siano lodati,
padre –sospirò Hatshepsut- ci avete fatto trepidare ma adesso è tutto
passato, è stato solo un leggero malore.»
«Avervi accanto –disse il
faraone con un fil di voce- è quanto di più bello un uomo possa desiderare,
è in voi che trovo la forza per combattere le avversità, siete voi che con
il vostro affetto mi date l’energia per reggere il peso delle responsabilità
che ho verso questa nostra amata terra ed è pensando a voi che in battaglia,
quando le forze stanno per abbandonarmi e il gelido alito della morte sta
per assalirmi che trovo il coraggio per continuare a combattere e la
tenacia per vincere. Ora vi prego, abbassate quei tendaggi, la luce del sole
è troppo vivida per i miei occhi ancora ottenebrati.»
Ahmes chiuse accuratamente
le tende poi si avvicinò al suo sposo per assicurarsi che stesse bene. Egli
ad occhi chiusi e con voce sommessa ma confortante asserì:
«Non datevi pena per me, è
tutto passato, ho solo un gran bisogno di oscurità e di silenzio. Dormire mi
aiuterà a riacquistare le forze, più tardi vi raggiungerò.»
In realtà però Akheperkara
non riuscì a riposare, le parole di Ahmes si ripercuotevano nella sua mente,
senza potersi rassegnare di essere stato l’ignara vittima di un simile
oltraggio, di un tale, ignobile raggiro, di un complotto perpetuato nel
tempo al fine di porre sul trono il frutto di un tradimento che non poteva
rimanere impunito. Si rese conto di essere stato fin troppo indulgente nei
confronti di quella donna che per lunghi anni era riuscita a recitare il
ruolo della donna sottomessa ed affettuosa, della madre premurosa e della
moglie comprensiva. Akheperkara, un uomo dall’animo caritatevole, dai modi
gentili e dal cuore generoso, incapace di provare odio o rancore, per la
prima volta nella sua vita pensava alla vendetta. Colei che aveva osato
spudoratamente di servirsi di lui come l’ultimo degli stolidi, avrebbe
ricevuto il giusto castigo, una punizione pari alla sua mostruosa perfidia.
Nei giorni che seguirono il
faraone era visibilmente agitato, egli si era chiuso in un mutismo quasi
totale. L’offesa subita aveva lacerato profondamente il suo orgoglio, una
ferita dolorosa che solo la vendetta avrebbe potuto sanare. Ma dove cercare
l’oggetto del suo tormento? dove si nascondeva Mutnofret?
Se mai ci fosse stata una
risposta a quell’interrogativo, vi era un luogo solo dove poterla cercare.
Quando giunse la sera e la
famiglia reale si ritrovò riunita intorno al desco, Akheperkara comunicò la
sua intenzione di recarsi sull’isola di Yebu per cercare un indizio, una
traccia, qualsiasi cosa, anche la più banale che potesse ricondurlo alla
fuggitiva.
«Con l’aiuto degli dei la
troverò. –disse-»
«Padre, -intervenne
Hatshepsut con lo slancio di sempre- permettetemi di seguirvi, sono certa di
potervi aiutare a sciogliere l’enigma di quella misteriosa scomparsa.»
La principessa espose al
padre come ipoteticamente si fossero svolti i fatti ma, dal modo con cui ne
parlava, più che una supposizione sembrava una certezza. Il faraone rimase
incuriosito da quelle affermazioni ed attratto dal magnetismo delle parole
di sua figlia.
«Partiremo insieme. –disse
infine il re-»
Hatshepsut ancora una volta,
avvalendosi del suo incredibile carisma e della sua grazia era riuscita ad
ottenere dal padre ciò che desiderava, neanche il faraone riusciva ad
eludere il fluido seduttivo del suo sguardo e dei suoi occhi profondi.
L’alba appena nascente
colorava il celo di rosso ed ogni cosa in controluce diventava una sagoma
scura, mentre il fiume si vestiva di una livrea scintillante. Il lento ed
armonioso scorrere delle calde acque sfiorava dolcemente le sponde erbose
dando vita a un melodioso fruscio, come un’unica solitaria canzone mentre
tutto intorno taceva.
Il faraone contemplava quel
miracolo che si compiva ciclicamente al sorgere del nuovo giorno e i suoi
pensieri si rivolgevano agli dei quasi come una preghiera di ringraziamento:
«Oh divino Horus, le tue
grandi ali si sono spalancate per me, traendomi al riparo dagli spiriti
malvagi che impossessandosi della mia mente volevano indurmi a commettere un
atto iniquo e sconsiderato.
Se la mia regina non mi
avesse rivelato ogni cosa, avrei veramente dato a colui che usurpa il nome
dei Thutmose, mia figlia in sposa e con lei il mio trono? di quale orribile
sortilegio ero inconsapevolmente succube?»
La voce di Hatshepsut lo
strappò ai suoi pensieri:
«Perdonatemi padre ma il
sole tra poche ore s’innalzerà nel cielo, abbiamo poco tempo prima che i
suoi raggi brucianti rendano disagevole il nostro cammino. E’ già tutto
pronto, ho predisposto ogni cosa, non ci resta che partire!»
Sulla sponda destra del Nilo
alcune imbarcazioni erano già pronte ad accogliere il faraone e i dodici
soldati della scorta reale.
L’isola si ergeva di
fronte a loro come una ninfea cullata dall’onda e quando approdarono
sulla terra ferma il grande edificio del Nilometro si stagliava
sull’orizzonte in tutta la sua possenza. Era proprio identico a come
Hatshepsut lo aveva immaginato. Le descrizioni che Ineni varie volte le
aveva fatto, erano così precise da non omettere neppure il più piccolo
dettaglio di quella straordinaria, affascinante costruzio- ne. Mentre si
avvicinavano, la principessa illustrava le varie parti dell’opera
spiegandone le diverse funzioni.
Il faraone era stupefatto:
Hatshepsut arrivava per la prima volta a Yebu eppure descriveva il Nilometro
come se l'avesse progettato lei stessa. Si avviarono verso il portale
d’ingresso ed una volta varcato si trovarono in una grande sala, al centro
di questa un grande e profondo pozzo la cui enorme pertica centrale
riportava i vari livelli espressi in cubiti, la metà di questa aveva assunto
una colorazione verdastra dovuta ai lunghi periodi di immersione provocati
dalle inondazioni del Nilo, ciò dimostrava che le piene del fiume non
superavano quasi mai il livello di guardia spiegò Hatshepsut.
Di lato al pozzo una lunga
scala a chiocciola che portava alla terrazza superiore e dalla quale si
dominava l’intera vallata.
«Ecco padre –disse la
principessa- è dal pozzo che Mutnofret fuggì! Come vedi il corridoio di
collegamento col fiume è allagato solo di un paio di cubiti, lo si potrebbe
attraversare addirittura a piedi.»
Senza aggiungere altro
Hatshepsut iniziò a discendere la scala laterale del pozzo, il re dietro di
lei reggeva una torcia, la fiamma era resa traballante da una corrente
d’aria ascensionale proveniente dal cunicolo di sbocco. Man mano che
scendevano i loro passi producevano un’ eco sempre più lunga.
Arrivarono ad una
piattaforma, alla loro destra un lunghissimo cunicolo che sembrava non avere
fine. Stettero in silenzio per alcuni attimi, mentre alcune gocce cadendo
dalla volta producevano un ritmico e costante rumore che amplificato dalle
pareti del pozzo, sembrava rimbalzare da un muro all’altro.
«Immonde creature.»
–esclamò Hatshepsut- sobbalzando dallo spavento. Decine e decine di ratti,
dopo aver invaso la piattaforma si erano dileguati arrampicandosi sulle
scale e sui muri sconnessi.
«Vuoi ancora andare
avanti?» –disse Akheperkara-
«Non sarà certo qualche
dozzina di grigi roditori ad inibirmi, –affermò la principessa- se così
fosse non avrei futuro.»
L’aria del corridoio era
calda ed umida, il pavimento irregolare rendeva l’equilibrio instabile tanto
da costringerli, a liberarsi dei loro calzari d’oro che scivolavano al
contatto delle minuscole alghe cresciute sul fondale ed a sorreggersi di
tanto in tanto alle viscide pareti. Avevano percorso all’incirca cento
cubiti ed ancora non si vedeva minimamente l’uscita, nel frattempo, con
l’ausilio della torcia, i due esploravano ogni palmo dell’angusto budello
ma, della donna non v’era traccia.
Avevano percorso quasi
quattrocento cubiti ed un piccolo punto luminoso cominciò ad intravedersi in
lontananza, l’acqua che li sommergeva fin sopra le ginocchia rendeva
faticoso ed impacciato il loro cammino. Si trovavano giusto al centro del
corridoio e solo allora poterono rendersi conto di quanto fosse dura
l’impresa. Vi erano solo due alternative: la più semplice era tornare
indietro e ritrovarsi sulla terra ferma oppure andare avanti con la certezza
di dover coprire a nuoto chissà quale distanza per poi ritrovarsi chissà
dove.
«Perdonatemi, padre –disse
Hatshepsut- prima di scendere dalle imbarcazioni, avremmo dovuto avvicinarci
allo sbocco di questo canale per poter studiare la via più breve da prendere
una volta usciti dal cunicolo. Non averlo fatto è un grave errore che
potrebbe dimostrarsi fatale ed è tutta colpa mia –soggiunse- il mio
temperamento impetuoso e la mia voglia di iniziare subito le ricerche mi
hanno impedito di vedere il pericolo a cui andavamo incontro. Mutnofret
invece, aveva certamente previsto ogni possibile difficoltà, nonostante
tutto la mia idea è quella di andare avanti, gli dei ci aiuteranno!»
Il faraone seppur
scoraggiato seguì la figlia. Anch’egli infatti aveva imparato che era più
facile seguirla nell’impresa che non dissuaderla. Ormai solo un centinaio di
cubiti li separavano dall’uscita, la luce del giorno si rifletteva
sull’acqua come una lunga immobile lastra di vetro. Un leggero soffio d’aria
fresca entrando dal pertugio inondava i loro volti sudati, ancora un piccolo
sforzo ed avrebbero guadagnato l’uscita ma, quale sorpresa li attendeva?
Finalmente, a pochi passi
dalla bocca del canale poterono rendersi conto che il fiume ad un migliaio
di cubiti da quel punto, in direzione del corso delle acque, si restringeva,
la sponda opposta era tanto vicina da poter essere raggiunta a nuoto in poco
più di un’ora, sfruttando il favore della leggera corrente. Uscendo
all’aperto si accorsero che il pavimento proseguiva ancora per cinque o sei
cubiti, mentre sul lato destro dell’uscita, una roccia, per bizzarria della
natura aveva formato una sorta di rampa. La principessa vi salì agilmente
raccomandando al padre di non spegnere la torcia ed incitandolo a
raggiungerla sulla provvidenziale piattaforma. In poco tempo riuscirono ad
estirpare una cospicua quantità di arbusti e rami secchi, che sporgevano
numerosi dalle pareti esterne, miseri resti di piante cresciute durante le
piene del fiume. Li accumularono in un angolo appiccandovi il fuoco, infine
vi gettarono sopra delle foglie fresche ed umide. In pochi secondi, una
densa colonna di fumo nero cominciò a salire lentamente verso il cielo.
Quel segnale sarebbe stato
certamente notato dalle guardie che senza esitare sarebbero accorsi in loro
aiuto. Si concessero solo alcuni minuti di riposo, quindi si accinsero a
compiere l’ultima parte di quella inaspettata avventura: il guado del fiume.
Il sandalo di
cuoio
Stremati per lo sforzo
compiuto ma felici per lo scampato pericolo raggiunsero la riva, facendosi
strada tra gli alti giunchi di papiro arrivarono in una zona dove il sole
ancora caldo poté asciugare le loro tuniche. Ormai ogni speranza di trovare
le tracce di Mutnofret era quasi del tutto svanita. I pericoli corsi,
l’immane, inutile fatica. Fu davvero un amaro boccone dover ammettere la
loro sconfitta. Si distesero in terra per riprendere fiato, Hatshepsut come
per gioco, immergeva le mani in quella sabbia calda e dorata, qualcosa però
venne a contatto con le sue dita.
Una striscia morbida e
sottile, cercò di estrarla ma era trattenuta dalla sabbia che in profondità
era più umida, tirò con forza e si trovò l’oggetto tra le mani… un
sandalo di cuoio.
«Divino Amon! –esclamò
Akheperkara- è uno dei suoi sandali, lo riconosco. Ricordo perfettamente che
quando fu condannata all’esilio calzava ancora i suoi sandali d’oro, io li
confiscai insieme ai suoi averi, ed io stesso ne feci confezionare tre paia
di cuoio, i soli che avrebbe avuto per il resto della sua vita tutti
perfettamente identici e questo è uno di essi.»–concluse-
La ricompensa alle loro
fatiche era arrivata quando tutto sembrava perduto, la fiducia in se stessi
fu prontamente riacquistata.
«Come vedete siamo sulla
giusta strada. –rispose Hatshepsut-
Credo che il primo sandalo
lo perse durante la traversata a nuoto, l’altro che ormai le era solo
d’impaccio fu sepolto qui dove noi lo abbiamo rinvenuto.»
Non restava che attendere
l’arrivo delle guardie. Da quel punto le ricerche sarebbero proseguite a
cavallo.
La loro attesa non fu lunga.
Dopo poco più di un’ora alcune delle guardie del faraone giunsero al
cospetto dei due sovrani, cinque uomini e sette cavalli, uno degli uomini
era il devoto Pairi che, rivolgendosi ad Akheperkara disse:
«Vostra maestà dovrà
sospendere le sue ricerche fino a domattina, le prime ombre della sera
stanno già calando, vi consiglio di ristorarvi con del buon arrosto che i
miei uomini stanno già approntando, anche le tende per la notte sono state
issate, un’ora di marcia e saremo al campo, capisco che per la principessa
sarà un’esperienza nuova –proseguì- ma abbiamo fatto del nostro meglio per
rendere tutto quanto più comodo possibile.»
Le ricerche ripresero di
buon mattino, era l’ora sesta. Sei uomini comandati da Akheperkara
partirono in direzione sud e gli altri sei al comando di Hatshepsut in
direzione nord. Si sarebbero mossi secondo uno schema ben preciso: entrambe
i gruppi si sarebbero sparsi assumendo una formazione a ventaglio così da
coprire più ampiamente possibile il territorio circostante e chiunque avesse
trovato qualcosa lo avrebbe comunicato agli altri del gruppo con una colonna
di fumo. Prima del tramonto, qualunque fosse stato l’esito, le ricerche
sarebbero state interrotte, e la marcia deviata verso il punto di partenza
per far ritorno al campo prima di notte.
I due gruppi stavano
rastrellando ogni angolo facendo attenzione a non tralasciare neppure un
palmo di terra, ma sebbene fossero già passate alcune ore, della donna
ancora non v’era traccia.
Il faraone aveva abbandonato
ogni speranza di riuscita, erano partiti da più di sei ore e le ricerche si
erano rivelate vane. La principessa, dall’altro fronte, quantunque non fosse
riuscita ad ottenere alcun risultato concreto, non aveva ancora perso tutte
le speranze. Pairi che era al suo fianco, scrutò per un attimo il cielo,
quindi si avvicinò ad Hatshepsut.
«Divina maestà, - le
disse- è da circa sette ore che marciamo, ormai la cosa più saggia da fare
è ritornare al campo, se vostra maestà è d’accordo. Abbiamo ancora cinque o
sei ore di luce e la via del ritorno è molto lunga.»
La principessa non rispose,
il suo sguardo era fisso su qualcosa: che aveva attirato la sua attenzione:
una piccola formazione rocciosa a ridosso della sponda del fiume la cui
sommità emergeva dal folto della vegetazione.
«Seguimi con la tua
torcia presto! –ordinò Hatshepsut- qualcosa mi dice che il nostro
peregrinare non sia stato del tutto infruttuoso.»
Uno stretto e scosceso
sentiero permise loro di scendere agevolmente a cavallo ed a circa venti
cubiti più in basso si trovarono ai piedi di una roccia quasi completamente
mimetizzata da un intricato groviglio di rami secchi e foglie che sembravano
messi lì apposta per nascondere qualcosa. In poco tempo i due riuscirono a
mettere a nudo la roccia, rivelando un ampio squarcio che aveva tutta l’aria
di essere l’ingresso di una grotta sotterranea. Hatshepsut, con molta
cautela si accinse ad esplorarla, davanti a lei Pairi illuminava il loro
cammino. La grotta era più grande di quanto ci si potesse aspettare e
proseguiva in discesa.
«Immagino che questo luogo
durante il periodo dell’ inondazione venga interamente sommerso –osservò
Pairi-.»
Le pareti infatti, erano
corrose dalle acque del Nilo ed il terreno sotto i loro passi era asciutto
ma sabbioso come il letto del fiume. Il breve tratto discendente dell’antro
si apriva in una grande camera circolare ed in un angolo di questa la prova
che qualcuno, di recente, l’aveva abitata: un mucchio di cenere e di rami
semi carbonizzati, i resti di un fuoco, e tutt’intorno diverse impronte di
piccoli piedi.
«E’ lei! –esclamò Hatshepsut
trionfante-.» Non ebbe neanche il tempo di finire la frase che un’altra
stupefacente scoperta apparve ai loro occhi: altre inconfondibili impronte,
quelle degli zoccoli di un cavallo.
Le risorse di quella perfida
donna erano davvero impensabili. Come era riuscita a procurarselo?
Il chiarore della luna piena
illuminava la strada dei due cavalieri che per l’entusiasmo della la
scoperta fatta, non si erano resi conto dello scorrere del tempo, perdendo
così alcune preziose ore di luce.
Era già passata l’ora ottava
ed il campo distava almeno due ore di cammino. Quando finalmente giunsero al
campo era già notte, il faraone era lì che li aspettava trepidante insieme a
tutti gli altri. Il buon Akheperkara avrebbe voluto prorompere in un solenne
ammonimento verso Hatshepsut che senza riflettere aveva agito d’istinto
ignorando le raccomandazioni di suo padre.
Cosciente della sua
avventatezza ed intuendo le intenzioni del faraone, la principessa senza
perdere un attimo di tempo gli raccontò della grotta sotterranea e della
scoperta fatta, lasciandolo senza parole.
«Dovrei almeno redarguirti
per quanto mi hai fatto stare in pena ma, come sempre, sei riuscita a
placarmi. Vieni qui figlia mia, lascia che ti abbracci e promettimi che
un’altra volta darai ascolto alla voce della prudenza prima di farti
trascinare dalla tua impulsività.»
Durante la cena si discusse
a lungo sul da farsi del giorno successivo ma principalmente sulla direzione
da prendere.
«I fattori da valutare
sono molteplici. –disse Akheperkara- Suppongo che io sia colui che meglio
conosce Mutnofret, le sue abitudini, e le sue amicizie. Considerando che
ella ha trascorso tutta la sua vita tra Uaset, Nekheb e le zone circostanti,
escluderei che si possa essere diretta ancora più a sud di Yebu, credo
piuttosto che sia diretta verso nord est, magari ai margini del deserto
orientale, conosceva molta gente tra la popolazione contadina di quei
luoghi, tra i quali quella famiglia di sventurati che perirono tra le
fiamme.»
«Sono d’accordo con voi
-osservò la principessa- inoltre, lei non sa di tutto ciò che successe dopo
il suo esilio, nulla di più probabile che voglia raggiungere proprio
qualcuno di coloro che un tempo le furono amici, forse è addirittura in
cerca del suo manutengolo, colui che conosceva il nascondiglio dei suoi
gioielli e che lei stessa, senza averne l’intenzione, ha assassinato.»
«I suoi gioielli… –disse
Akheperkara poggiandosi la mano destra sul capo- i suoi gioielli… –ripeté-
il loro valore avrebbe reso ricco e potente anche l’ultimo dei sudditi del
mio regno, lei li sta cercando disperatamente, essi sono l’ultimo barlume di
speranza nel buio del suo futuro; é così ne sono certo! –concluse-»
La notte al campo
trascorreva tranquilla, solo l’ululato del coyote rompeva di tanto in tanto
il silenzio, ma il sonno del faraone era turbato da orribili sogni: Il
trono di Kemet alla mercé di un inetto, Hatshepsut la sua sposa infelice e
lui stesso impazzito dal dolore. Un sussulto e fu desto poi
riaddormentatosi, il ripetersi della stessa insistente visione, e poi
ancora. L’alba arrivò trovandolo ancora desto ma stanco e disorientato.
Fuori gli uomini smontavano le altre tende pronti a mettersi in viaggio
verso nord, verso la loro casa.
Le tre imbarcazioni erano
già pronte a salpare per risalire il Nilo, gli uomini si sarebbero alternati
nelle perlustrazioni via terra a gruppi di quattro, gli altri invece,
avrebbero proseguito a bordo delle piccole navi che avrebbero sostato in
punti prestabiliti per poter dare agio agli uomini ed ai cavalli di turno
al cambio col turno successivo, inclusa la principessa Hatshepsut per suo
espresso desiderio.
La navigazione procedeva
sulle acque appena increspate dal leggero vento del sud, i rematori
vogavano con ritmo lungo per far sì che le navi non si anticipassero troppo
rispetto ai quattro esploratori che pro-seguivano via terra. La principessa,
seduta a prua del “Grande Horus”, (la nave del faraone) parlava con
Pairi che ormai era entrato nelle sue grazie:
«Dimmi, devoto amico mio,
tu che fosti il capo dei sorveglianti di Mutnofret, cerca di ricordare chi
oltre te ed i tuoi uomini ebbe mai occasione di avvicinarsi a quella donna?
È importante scoprire chi può averle procurato il cavallo di cui ella si
serve.»
«Le uniche persone che
avrebbero potuto avvicinarla erano gli uomini delle carovaniere che di tanto
in tanto arrivavano sull’isola per rifornirci di spezie –rispose- ma nessuno
di loro, in mia presenza, le ha mai rivolto la parola.»
«Ciò non prova che lei non
sia riuscita a farlo a tua insaputa, –osser-vò Hatshepsut- non dimenticare
che quella donna oltre alla malvagità possiede una notevole astuzia.»
«Questo è vero –ammise
Pairi- ma, se anche fosse riuscita a parlare con qualcuno di quegli uomini,
nessuno di loro le avrebbe procurato il cavallo senza ricevere nulla in
cambio, conosco quelle persone e so bene quanto siano corrotte e venali.»
«Già - rispose la
principessa- lo so anch’io, ed è proprio questo il punto oscuro della
questione, come avrà fatto a pagarsi quel cavallo? La risposta a questo
interrogativo, forse, potrà fornircela mio padre, ho idea che non tutti i
suoi gioielli le furono confiscati quando fu arrestata, sarà riuscita in
qualche modo a nascondere qualche piccolo oggetto, forse un anello. Solo il
faraone conosceva i suoi oggetti, una volta giunti a palazzo potrà
esaminarli e facendo appello alla memoria controllare se manca qualcosa. Se
così fosse, avremmo la soluzione dell’enigma –concluse-.»
Due giorni erano già,
infruttuosamente, trascorsi, superata Ombos si proseguiva in direzione di
Nekheb, dove si sarebbero fermati per rivedere il nobile amico Pahery e
rifornirsi di viveri per poter affrontare l’ultima parte del viaggio di
ritorno. Hatshepsut notava qualcosa di insolito in Akheperkara, in certi
mo-menti sul viso del padre le sembrava di vedere lo sguardo assente di
Uazmes quando questi era in preda ad una delle sue visioni, ciò la
preoccupava ma non ne parlò a nessuno.
Dall’espressione di Pahery
si capiva chiaramente quanto le fosse gradita quella inaspettata visita.
Egli aveva riconosciuto da lontano la nave del faraone e si era precipitato
alla darsena per dare il benvenuto ai suoi regali ospiti.
«Rivedervi mi riempie il
cuore di gioia, mie divine maestà –disse Pahery- spero di avervi nella mia
casa almeno per qualche giorno.»
«Sei gentile come sempre,
–rispose Hatshepsut- accettiamo il tuo invito con immenso piacere ma
possiamo fermarci solo uno, due giorni al massimo, stiamo conducendo una
spedizione esplorativa sulle tracce di Mutnofret evasa quindici giorni fa
dall’isola di Yebu.»
Per sommi capi la
principessa illustrò all’ignaro Pahery quanto era recentemente accaduto e
quanto lei stessa avesse scoperto durante le ricerche.
«Mio buon amico –disse
Hatshepsut- devo chiederti un grosso favore, guidarci sul luogo dove
vivevano quei contadini la cui casa fu data alle fiamme.»
«Non dubitate –rispose- vi
ci condurrò io stesso.»
L’ultimo atto
di Mutnofret
Una generosa scorta di
viveri, omaggio di Pahery, fu caricata sulle navi, i cavalli ben foraggiati
e riposati erano pronti a ripartire. Pahery ed alcune delle sue guardie
salirono a bordo del Grande Horus unendosi alla spedizione della coppia
reale.
Anche Pahery aveva notato
qualcosa di strano nelle espressioni e negli atteggiamenti del faraone,
sembrava essersi ammalato di una strana malinconica abulia, che di tanto in
tanto lo assaliva. Queste crisi erano di brevissima durata, ma molto
intense. Il fedele amico avrebbe voluto parlarne alla principessa ma, non
riusciva a trovare la forma adatta per affrontare il discorso senza
rischiare di urtarne la suscettibilità. D’altronde non poteva restare
inerte, il faraone aveva fatto tanto per lui. Possibile che sua figlia non
si sia accorta di nulla? Akheperkara aveva bisogno di aiuto e la coscienza
di Pahery gli impediva di tacere:
«Mia principessa, non so
se riuscirò a dirvi quel che sente il mio cuore senza che le mie parole vi
offendano ma i sentimenti che mi legano a voi ed alla vostra famiglia mi
impongono di preoccuparmi della salute del grande Akheperkara che mi sembra
compromessa dal subdolo demone dell’apatia. Dobbiamo fare qualcosa, io sono
pronto, disponete pure di me.»
«Mio caro amico, -rispose-
questo è l’assillo che da molti giorni non mi da pace, anche io come te ho
visto quella folle luce che qualche volta appare sul volto di mio padre, e
solo gli dei possono essere testimoni di quanto ciò mi addolori. Tutto
cominciò quando seppe da mia madre che Thutmose II non era suo figlio, un
improvviso malore gli annebbiò la vista ed i suoi occhi rifiutarono la luce
del sole per diverse ore. In seguito vi fu un miglioramento che oggi si
dimostra quanto mai effimero. Il suo peggioramento avvenne quando la luce
divenne tenebra, nello stesso momento in cui Mutnofret stava attuando la sua
fuga. Ti ringrazio, comunque, per la tua devozione e ti prometto che ogni
cosa sarà fatta affinché lui possa guarire.»
L’ultima parte del viaggio
non diede i risultati sperati, nulla infatti emerse di colei che
probabilmente proseguiva nella sua fuga verso un misterioso approdo. Non una
sola traccia fu trovata, mentre di quella povera casa di contadini non
rimaneva altro se non un cumulo di mattoni di fango e paglia semi coperti
dal tempo e dalla polvere del deserto. Il terreno circostante, una volta
reso fertile dalla mano dell’uomo, ora era inaridito. Laddove gli alberi che
con il sacrificio e la pazienza di lunghi anni, un giorno dettero i loro
frutti, oggi cedevano il posto a lunghe file di tetri scheletri lignei che,
come scarni soldati imploranti, innalzavano i loro rami al cielo, privi di
vita.
«Ecco la ricompensa di chi
per errore imboccò il sentiero che conduce al male, ecco le messi raccolte
da questi contadini, irresponsabili vittime dell’inganno. Come possono gli
dei proteggere ancora colei che fu la causa di queste morti innocenti?
–disse Hatshepsut al cospetto di tanta desolazione-.»
Un pensiero blasfemo ed
impronunziabile, quasi una bestemmia: “A che serve essere figlia di un dio
se non posso evitare queste drammatiche ingiustizie?”
La giovane principessa scese
dal suo cavallo aiutata da Pairi.
«Accompagnami –gli disse-
solo qui possiamo ancora trovare qualcosa che ci conduca alla fuggiasca.»
Il giovane Pairi felice di
poter obbedire, seguiva silenzioso e rapito quella giovane donna sempre
più affascinato dalle sue fattezze e dal suo temperamento. Nel suo cuore
nutriva un terribile segreto: La sua principessa reale, colei per cui
palpitava il cuore di suo fratello Senenmut, a cui egli era fortemente
legato ed al quale mai avrebbe osato dar pena, colei la cui fiducia non
andava giammai tradita, ella l'aveva ammaliato e lui, senza accorgersene se
ne era segretamente innamorato; il suo però, era un sentimento senza
futuro, destinato a giacere in eterno nel fondo della sua anima.
Le speranze di Hatshepsut
furono disattese, per quanto si fossero prodigati in una minuziosa ricerca,
nulla di rilevante fu trovato. Eppure Mutnofret era certamente passata per
quel luogo –pensò la principessa- possibile che questa volta non avesse
commesso il più piccolo errore? Non restava che proseguire la marcia verso
Uaset, tenendo però gli occhi ben aperti e avendo cura di evitare che una
eventuale, improbabile traccia potesse passare inosservata.
Il nobile Pahery ed i suoi
uomini salutarono sua Maestà il faraone e sua figlia tornando sui loro passi
si diressero verso Nekheb. La loro presenza ormai non era più di alcun
aiuto.
Era già pomeriggio inoltrato
quando arrivarono a Uaset, il loro ingresso a palazzo fu accolto con gioia
da tutti. Neferubity era raggiante per il ritorno di Hatshepsut, la sorella
maggiore ma anche la sua unica grande amica. La regina Ahmes aveva gli occhi
lucidi per la commozione, anche Uazmes era lì emozionato ma felice, anche
lui aveva atteso con ansia il loro ritorno.
Nei giorni che seguirono
Akheperkara fu visitato dai migliori Sinu di tutta Kemet ma nessuno di loro
dava troppa importanza alla sua malattia che peraltro da qualche tempo
sembrava migliorare.
«Ben alzato padre, come vi
sentite oggi? –chiese Hatshepsut-»
«Bene mia cara, -rispose-
vi siete allarmati senza motivo, ero solo molto stanco, ormai non sono più
giovane come una volta, anche per questo ho affidato le mie truppe al
comando di Imenmes e tra non molto dovrò cedere anche il mio scettro.»
«Permettetemi di
contraddirvi padre, siete ancora un uomo forte, tra pochi mesi ci sarà il
vostro primo giubileo reale, la grande corsa rituale vi attende, gli dei vi
daranno nuova forza vitale per consentirvi di regnare su Kemet ancona per
molti anni. Ora però devo chiedervi di fare qualcosa che possa confermare
una mia teoria sulla fuga di Mutnofret.»
La principessa gli spiegò la
sua idea, secondo cui ella poteva aver nascosto qualcuno dei suoi gioielli e
che poi avrebbe usato per pagare colui che le aveva procurato il cavallo.
Insieme si recarono al cospetto della regina, colei che custodiva i monili
dell’esiliata.
Ecco che riapparve quella
vecchia sacca di pelle portatrice di infamie e tradimenti. Era rimasta
chiusa per quasi sei anni.
«Ecco padre, -disse
Hatshepsut- questi sono i suoi gioielli, guardateli attentamente ed
attraverso i ricordi ditemi se ne manca qualcuno e se le mie previsioni si
dimostreranno esatte, al fine dovranno mancarne due, uno di questi è
certamente un anello.»
Gli oggetti furono disposti
in fila sul tavolo ben in evidenza, Akheperkara iniziò ad esaminarli
scrupolosamente, mentre sul suo viso appariva pian piano un’espressione di
rabbia, quella era solo una piccola parte dell’enorme fortuna che lui aveva
donato a quella donna e lei nello stesso momento lo ricambiava tradendolo
meschinamente. Le mani del faraone prendevano quegli oggetti tra l’indice e
il pollice uno per uno e dopo averli osservati da vicino li riponeva
delicatamente, come se il loro contatto gli procurasse un senso di
ribrezzo. Quando arrivò all’ultimo della lunga fila, che ancora teneva in
mano, guardò ancora una volta tutti gli altri e sentenziò:
«Ne mancano due e sono
entrambi degli anelli, il primo è un pericoloso anello dalla punta mortale,
l’altro è identico ma innocuo, sono due oggetti di grande valore, ma il
primo nelle mani sbagliate può procurare una morte istantanea.»
«Ebbene padre –rispose la
principessa- il primo anello l’ho io, lo presi col consenso della regina,
l’altro è nelle mani dell’uomo che la ha aiutata nella fuga, probabilmente
un carovaniere con cui era d’accordo da tempo. Tutto ciò però non conduce a
nulla, -proseguì Hatshepsut- conferma solo come abbia potuto pagare
qualcuno. Un particolare molto importante, un nuovo indizio lo avete fornito
proprio voi esaminando questi oggetti. Avete parlato di due anelli
perfettamente identici tranne che per l’aculeo avvelenato. Quella donna è
riuscita a trarre vantaggio da un errore commesso in precedenza: –spiegò-
Ella credette di aver sottratto l’anello letale. Quando le vostre guardie
andarono a prelevarla, la fretta di quell’inaspettato arresto non le permise
di controllarlo, si accorse di questo errore solo quando non poteva far
nulla, ormai tra le sue mani c’era solo un gioiello di grande valore, non
l’arma subdola della quale potersi servire per chissà quali scopi. In
seguito ragionando con calma capì che il suo gesto non era stato del tutto
inutile, era in possesso di qualcosa che le avrebbe permesso di pagare e
corrompere. Bisognava capire solo chi, alla corruzione, era avvezzo, ciò
avrebbe richiesto del tempo ed ella ne aveva.»
Le deduzioni della giovane
Hatshepsut potevano anche essere fondate ma in quel momento non avrebbero
prodotto alcun risultato, tranne purtroppo un’inaspettata crisi del già
provato Akheperkara.
«La malattia del nostro
faraone non è di natura fisica, –disse Uazmes- il suo è un male della mente,
sconosciuto e subdolo, nessuno dei nostri Sinu potrà far nulla per lui,
dobbiamo rassegnarci al volere degli dei senza nutrire vane speranze di
guarigione. È duro anche per me affrontare questa dolorosa realtà, tutto ciò
che possiamo fare per lui è tacergli ogni avvenimento nefasto, renderlo
quindi estraneo a tutto quel che di spiacevole potrebbe accadere intorno a
lui e nel Paese.»
Hatshepsut e Neferubity si
scambiarono uno sguardo stupito, come si poteva escludere Akheperkara dalle
sorti di Kemet se era proprio lui a doverle decidere?
«Non mi sembra che un
simile atteggiamento possa giovargli –disse Neferubity- egli è un uomo di
potere, ha combattuto per il suo Paese agendo sempre con saggezza e
giustizia, forse talvolta con troppa clemenza, non credi che metterlo da
parte come tu dici possa aggravare le sue facoltà ormai già compromesse?»
Uazmes ammise che la
situazione richiedeva tatto, coerenza e competenza degli affari di stato di
cui il regno abbisognava per non finire verso una inevitabile catastrofe ma,
tra i numerosi dignitari di corte vi erano uomini di grande valore che
avrebbero potuto consigliare ed aiutare la famiglia reale nella reggenza
del potere.
«Credo che una simile
decisione vada presa con molta cautela, –disse Hatshepsut- in ogni caso
spetta alla regina l’ultima parola.»
All’improvviso, senza alcun
motivo il volto di Uazmes cambiò espressione: Gli occhi divennero
allucinati, le sue mani cercavano un appiglio al quale sorreggersi, tutto il
suo corpo era in preda al tremore. Le due principesse, allarmate lo
aiutarono a sdraiarsi sul letto, poi Neferubity corse a chiedere aiuto. Nel
frattempo Hatshepsut che era rimasta al suo capezzale, capì che egli stava
vivendo una delle sue visioni. Ad un certo punto smise di tremare ed i suoi
occhi dapprima sbarrati si chiusero, dalle sue labbra cominciarono ad uscire
dei suoni incomprensibili, quasi dei lamenti, poi più niente. Restò immobile
ed in silenzio per alcuni istanti, Hatshepsut preoccupata stava già pensando
al peggio quando trafelati arrivarono Ahmes, Ramose e Titutiu.
Un urlo straziante uscì
dalla gola del giovane poi una frase “Madre… Che gli dei vi perdonino!“
E poi ancora “Come potrete mai presentarvi davanti al tribunale di
Osiride, la vostra esistenza consacrata al male vi ha reso colpevole delle
morti di molti innocenti ed ora che la vostra vita volge all’ultimo atto,
quale disonorevole, assurda fine state scegliendo? Perché volete costringere
un giusto a compiere un atto tanto ignobile? Lui non vi permetterà di
compiere la vostra ultima ignominia. La sua mano vi fermerà prima che la
vostra possa vilmente colpire! ” Il suo respiro cominciò a farsi
regolare, il suo viso si stava distendendo e pian piano, le sue membra si
rilassarono, poi spossato si addormentò, mentre tutti guardavano allibiti.
Quale tragica visione aveva avuto? forse quella della morte di sua madre
assassinata da qualcuno?
Dopo quell’ultima
esperienza, Uazmes aveva riacquistato le sue forze fisiche ma era caduto nel
più totale mutismo. Cercava di sfuggire a tutti ma, ciò che era più evidente
è che voleva dimenticare quel che aveva veduto. A chiunque gli domandasse
della visione o del significato di quanto egli stesso aveva detto in
delirio, lui rispondeva di non rammentarsi di nulla, che questa volta era
stato tutto più confuso e che anch’egli lo era.
Col passare dei giorni
Akheperkara era migliorato nelle sue condizioni fisiche ed anche Uazmes,
questi sembrava addirittura irrequieto. Egli però continuava a chiudersi in
se stesso passando intere giornate con lo sguardo fisso rivolto
all’orizzonte come se aspettasse qualcosa o qualcuno, vittima di uno stato
d’ansia che non gli dava pace.
Il giorno del grande
giubileo reale, la festa più importante per ogni faraone si celebrava quando
il faraone compiva il trentesimo anno di reggenza. Akheperkara pur non
avendoli compiuti decise ugualmente di compiere questo importante rituale,
adducendo il suo trentennale all’oracolo del dio Thot, di cui egli era
figlio, che ne annunciò l’ascesa al trono oltre quindici anni prima che ciò
avvenisse. Il re era convinto che gli dei con la loro potenza avrebbero
potuto donargli nuova forza e nuova linfa vitale, ponendo definitivamente
fine al suo male. I grandi dignitari di corte, i Nomarchi ed i sacerdoti
avevano un gran da fare nei preparativi della cerimonia. Numerose offerte
propiziatorie furono fatte agli dei dell’aria e dell’acqua, essi in cambio
avrebbero concesso la loro protezione al faraone, ai suoi sudditi ed alla
sua terra.
A corte tutti erano pronti
per raggiungere il grande tempio ed assistere alla cerimonia Heb Sed. Fu
proprio allora che Uazmes ruppe il suo lungo silenzio, anche lui aveva
diritto a partecipare al giubileo del padre, Hatshepsut ed Ahmes cercarono
di dissuaderlo. L’ultima crisi da lui avuta lo aveva molto provato, sarebbe
stato più saggio restare a palazzo a riposare. Il giovane però si dimostrò
irremovibile. La buona regina quindi acconsentì capendo, infine che ogni
insistenza da parte sua sarebbe stata vana.
Il lungo corteo reale
uscendo dalle mura di Uaset si mosse alla volta di Karnak, la cerimonia si
svolgeva in tutte le sue fasi con scrupolosa precisione, i sacerdoti
pronunciavano passo dopo passo ogni formula del rituale, ogni frase, ogni
parola aveva una vitale importanza per la riuscita dell’intera cerimonia,
anche il più piccolo errore avrebbe potuto comprometterne il buon l’esito.
Akheperkara aveva iniziato
la sua corsa, era l’ultimo rituale che dimostrava l’avvenuto rinnovamento
delle sue forze. Migliaia di uomini e donne acclamavano al sovrano rinato e
agli dei che lo avevano permesso ma, tra il clamore della folla, una strana
figura si aggirava con circospezione. La famiglia reale osservava commossa
la conclusione della cerimonia. Uazmes dietro di loro seguiva con lo
sguardo quella figura dalle bianche vesti che a viso coperto guizzava
agilmente tra la folla in cerca di qualcosa. Finalmente si fermò e volse lo
sguardo verso la regina, Uazmes guardò nei suoi occhi: due stupendi occhi
verdi, sembravano quelli di un serpente, uno sguardo pieno di odio e di
rancore. Un attimo dopo era sparita, Uazmes irrequieto cercava di vederla
muoversi tra la folla ma invano.
Akheperkara stava
percorrendo gli ultimi cubiti della sua corsa.
La misteriosa figura, si
materializzò come per incanto alle spalle di Hatshepsut, la sua mano
brandiva minacciosa un lungo, aguzzo coltello, pronta a sferrare il colpo
mortale Uazmes con inaspettata destrezza compì un salto afferrando con forza
la mano armata che non raggiunse la principessa soltanto per un soffio ,
entrambi caddero al suolo rotolando avvinti. Uazmes si alzò ansimante, la
sua tunica era intrisa di sangue, si chinò sul corpo esanime sul cui petto
si ergeva l’impugnatura dell’arma. Gli dei avevano protetto Hatshepsut
servendosi del braccio di Uazmes. L’attenzione di tutti si concentrò sul
giovane illuminato, il suo viso era bagnato di lacrime, le sue mani del
sangue dello sconosciuto.
«Non sarò io a scoprirvi
il volto –disse Uazmes prostrandosi davanti a quel corpo e parlandogli come
se fosse vivo- cancellerò questo giorno dalla mia mente e vi ricorderò come
una donna mite ed affettuosa, come voi non siete mai stata. Perdonatemi,
perdonate il mio gesto ed apprezzatelo per avervi sottratto dall’ultimo
delitto che stavate per compiere e per aver evitato altro fango al vostro
nome già troppo infangato dalle vostre azioni malvagie, dai vostri
tradimenti, dalla vostra cupidigia. Voi che invece avreste potuto lasciare
un ricordo di bontà e giustizia per coloro che vi hanno amato. Chiedo
perdono ad Amon e chiedo perdono a voi per avervi sottratto alla vita,
proprio a voi che un giorno me la donaste, proprio a voi che foste mia
madre.» Si alzò lentamente e si allontanò a capo chino, sembrava un essere
senza vita, un fantasma che si trascinava via lento, come chi porta con se
un grande peso, un grande dolore, la lacerante sofferenza di chi da uomo
retto si vide costretto a commettere, per una nobile causa, un ignobile
gesto. Pairi si avvicinò al corpo e ne scoprì il volto… la perfida,
bellissima Mutnofret, i suoi occhi erano chiusi come in un dolce sonno, ed
il suo viso per la prima volta disteso, sembrava quasi che avesse desiderato
morire così, tra le braccia di suo figlio, quel figlio storpio, quel figlio
che aveva sempre ignorato, forse l’unico che nonostante tutto l’aveva
amata, certamente l’unico che ora ne piangeva la morte.
In un attimo nella mente di
Hatshepsut tutto fu chiaro, le parole di Uazmes durante il delirio
assumevano il loro fatale significato. La sua mente, ancora una volta,
aveva vissuto una tragedia futura.
Sapeva quel che sarebbe
accaduto e non aveva esitato a fermare quella mano, pur sapendo quant’era
grande il prezzo da pagare. La vita della madre in cambio della vita di
Hatshepsut, quel gesto sarebbe stato inciso sulle mura dei templi, un atto
degno di enormi onori e ricompense, una nobile azione ma, cosa c’era di
nobile o di orribile da ricordare per Uazmes in tutto ciò?
L’insondabile
decisione di una mente folle
L’alternarsi del giorno e
della notte, l’avvicendarsi delle stagioni, l’inesorabile scorrere del fiume
ed il passare del tempo, proseguivano per volere degli dei, con il ritmo di
sempre a dispetto di quanto accadeva ai comuni mortali che con i loro
affanni, con le loro ambasce, con i loro piccoli o grandi fardelli,
proseguivano nel cammino della vita, seguendo ognuno il proprio sentiero.
Alla corte di Akheperkara si
viveva in un’atmosfera mesta dovuta principalmente al dramma da poco
vissuto. L’atroce vicenda aveva scosso tutti ma chi ne subì maggiormente i
postumi furono proprio Uazmes ed Akheperkara. Il giovane illuminato, da
quel fatidico giorno , veniva venerato da tutta Uaset, la grandiosità del
suo gesto lo aveva quasi divinizzato, i sudditi provenivano da ogni parte
del paese per vedere quell’uomo dalle facoltà divine, colui i cui occhi
vedevano al di là del presente. Uazmes non si sentiva affatto fiero, ne
gioiva della moltitudine di pellegrini che ogni giorno affluivano intorno
alle mura del palazzo del re invocando l’oracolo del messaggero di Amon
“Uazmes l’illuminato.” Tutto ciò indusse Ahmes ad istituire delle pattuglie
di guardia a difesa del palazzo per evitare eventuali disordini da parte di
qualche gruppo di malintenzionati che la confusione della folla dei
pellegrini poteva incoraggiare.
Uazmes, comunque, aveva
dimostrato la sua vera inconfutabile natura, quella di uomo giusto, egli
aveva Maat nel cuore e lo aveva dimostrato, di lui si poteva dire solo che
era “il giusto tra gli uomini giusti”, colui che si frappose tra la morte e
la principessa Hatshepsut, colui che si schierò dalla parte del bene nei
confronti del male, l’incarnazione di Horus, il dio falco vittorioso nel
titanico scontro sul malefico e temuto dio Seth. Il faraone, reduce dal
giubileo ebbe solo alcuni sprazzi di lucidità ma, la sua mente ricadde
subito in quello strano stato di confusione, che stava degenerando in una
progressiva follia.
In quel caotico momento
Akheperkara diede un ordine che lasciò tutti senza parole: «Fate in modo che
mio figlio Thutmose II, giunga subito al mio cospetto –ordinò- devo dirgli
qualcosa di estremamente serio e della massima urgenza.»
Il faraone doveva essere in
uno stato di totale confusione –pensò la regina- egli sapeva benissimo che
Thutmose II non era suo figlio, come poteva aver cancellato dalla sua mente
un particolare tanto importante? e cosa doveva dirgli di tanto urgente?
Nessuno a corte aveva
piacere di incontrare quel ragazzo arrogante ma, gli ordini del faraone non
si potevano discutere, malgrado tutto bisognava obbedire.
Il fedele Pairi partì il
giorno dopo con l’incarico di condurre il giovane a palazzo, allo stesso
tempo la regina e le due principesse commentavano la grave condizione in cui
versava il faraone e la conseguente precaria situazione del regno che, in
mancanza di una immediata soluzione, rischiava seriamente di sfuggir loro di
mano.
La notizia dell’imminente
arrivo a palazzo del figlio della colpa, arrivò anche alle orecchie di
Uazmes che, a quanto parve, gradiva quella presenza anche meno degli altri.
Forse il giovane illuminato conosceva il motivo per cui il faraone lo aveva
convocato con tanta urgenza? Quando Hatshepsut si presentò a lui, Uazmes la
salutò con il calore di sempre, per di più aveva premura di parlarle:
«Mia dolce sorella,
–sussurrò- corre voce che tra qualche tempo il giovane Thutmose arriverà qui
a palazzo per conferire con nostro padre. Purtroppo se la sua permanenza qui
dovesse prolungarsi, mi vedrei costretto a lasciare questa casa, non
riuscirei a vivere a contatto con lui, ora meno che mai.
Nostra madre è morta per una
tragica fatalità ma conoscendo la perfidia di Thutmose, so che potrebbe
accusarmi di averla assassinata ed io non so come reagirei ad una simile
infamante accusa.»
«Ti comprendo, –rispose
Hatshepsut- anch’io rabbrividisco al pensiero di dover condividere la nostra
casa con lui anche se per poco tempo. Spero solo che il faraone non lo
trattenga qui più di quanto sia necessario.»
«Lo spero anch’io –rispose
Uazmes- quel ragazzo possiede un animo malvagio, ovunque lui posi lo sguardo
arriva la maledizione degli dei egli sarebbe una vera calamità per tutti
noi, so di cosa può essere capace e ne ho timore. Che Amon ci sia vicino!
–concluse-.»
La giovane principessa non
ricordava di aver mai vissuto un periodo della sua vita tanto incerto e
preoccupante: Il padre vittima di quello strano male, l’arrivo di Thutmose,
Senenmut lontano, del quale non aveva neppure la più piccola notizia, per di
più, la regina non riuscendo a rassegnarsi della malattia del suo sposo
diventava di giorno in giorno più ipocondriaca.
L’arrivo del figlio della
colpa non si fece attendere a lungo, qualche giorno più tardi infatti,
seguito da Pairi fece il suo trionfale ingresso a palazzo:
«Sono Thutmose II
–annunciò- il faraone ha chiesto di vedermi, che qualcuno mi conduca da
lui.»
Ramose e Titutiu corsero
dalla regina per avvertirla ma non ebbero il tempo di raggiungerla che
Akheperkara era già lì nella grande sala del trono, al cospetto del giovane
Thutmose.
«Sono lieto di constatare
la prontezza con cui hai risposto all’appello del faraone, -gli disse-
questo dimostra che hai del rispetto nei miei confronti. Vieni qui, siedi
accanto a me e ascolta attentamente quel che ho da dirti.
Ormai le mie forze non mi
permettono più di sedere sul trono di Kemet, non sono più l’uomo forte di
una volta. Ho già affidato il mio esercito alle mani di tuo fratello
Imenmes, ora devo cedere il mio trono a colui che mi succederà. Come ben sai
la Regina Madre non mi dette figli maschi ed ora tu sei l’unico a cui posso
dare lo scettro del potere. Prima che ciò sia fatto però, dovrai farmi un
solenne giuramento: Tu governerai saggiamente ed all’insegna della
giustizia, come ho fatto io fino ad ora, amerai questa terra ed il suo
popolo ed anteporrai le loro necessità a qualsiasi cosa, regnerai per la
pace senza provocare inutili guerre se queste non saranno necessarie per
ampliare i confini del regno. Ed infine amerai e rispetterai con tutto te
stesso la sposa che ti ho designato, la principessa Hatshepsut e questo è
ciò che più mi sta a cuore.»
«Le vostre parole mi
inorgogliscono –rispose Thutmose- e nello stesso tempo mi riempiono di
gioia. Vi giuro davanti agli dei fin da ora che il vostro volere sarà
rispettato, il trono di Kemet avrà in me un sovrano degno di voi ed amerò la
principessa più di ogni altra cosa al mondo poiché in segreto la amavo già
da dalla prima volta che incontrai il suo sguardo.»
Detto questo si inchinò
davanti al faraone prostrandosi ai suoi piedi, un gesto di devozione che
poco gli si confaceva. Chiunque si sarebbe accorto dell’espressione di
avidità apparsa sul viso di Thutmose nell’apprendere di essere stato il
prescelto e con quanta ipocrisia aveva espresso il suo giuramento al faraone
la cui malattia lo rendeva inconsapevole della follia che stava
commettendo.
Il buon Pairi che era
rimasto ad aspettare sotto il portale d’ingresso, aveva percepito
involontariamente ogni parola del discorso tra il faraone ed il giovane. Per
lui, fu come ricevere una pugnalata alle spalle, ne rimase profondamente
sconvolto. Come poteva il faraone, un uomo dalla proverbiale saggezza, aver
perpetrato ai danni della figlia un’ingiustizia tanto grave? cosa ne sarebbe
stato della terra di Kemet e del suo regno una volta che questi sarebbero
caduti nelle avide mani di Thutmose? Cosa sarebbe accaduto alla sua amata
principessa costretta a divenire la sposa di un tiranno?
I pensieri si affollavano
confusamente nella sua mente ma, riuscì a riprenderne il controllo:
«bisognava avvertire la principessa di quanto stava per accaderle –pensò
Pairi- e bisognava farlo subito.»
Senza minimamente indugiare,
la guardia percorse correndo il grande giardino alla spasmodica ricerca di
Hatshepsut.
«Ascoltatemi principessa,
–disse Pairi col cuore in gola- devo comunicarvi una notizia della massima
gravità, preparatevi ad ascoltare qualcosa che potrebbe sconvolgervi e con
voi l’intero paese.»
«Calmati ora e parla, ti
prego. –rispose la giovane principessa-»
Con voce tremante Pairi le
raccontò ogni cosa. La reazione di lei fu del tutto inaspettata, il suo viso
rimase stranamente impassibile, sembrava addirittura che la terribile
notizia non le avesse procurato alcuna emozione oppure il suo spirito era
talmente forte da riuscire a controllare anche una rabbia che per chiunque
altro sarebbe stata incontenibile. Non disse una sola parola ma si vedeva
chiaramente che la sua mente stava lavorando alacremente. Dopo alcuni
interminabili istanti, la sua voce ruppe il silenzio:
«Grazie mio devoto amico,
grazie per la tua fedeltà e per la tua solerzia. Purtroppo la malattia di
mio padre è degenerata a tal punto da chiudergli completamente gli occhi e
la mente. Avevo immaginato quale potesse essere il motivo legato alla venuta
di quel gradito ospite ma ho sperato di sbagliarmi fino ad ora, tu invece mi
hai confermato che non mi sbagliavo. Tutte le promesse, tutti gli elogi e
tutti i miei sforzi per dimostrare il mio valore… tutto invano, tutto
negletto, dovrò accettare l’ imposizione di un folle, costretta ad obbedire
perché quel folle è il sovrano di Kemet. Ecco avverarsi le profezie della
mia fedele nutrice, ecco il primo ostacolo alla mia felicità forse il più
grande. Avrò certo bisogno di far appello a tutte le mie forze ma non
permetterò a nessuno di interporsi tra me e il mio futuro, sarò io a vincere
questa prova, costi quel che costi!»
«Io sarò con voi! -giurò
Pairi-»
La conferma ufficiale della
decisione di Akheperkara non tardò a giungere anche al di fuori delle mura
di corte, in poco tempo tutto il paese seppe che allo scadere del trentesimo
giorno del quarto mese della stagione di Aket, Hatshepsut sarebbe diventata
la Grande sposa Reale di Thutmose II, il quale lo stesso giorno sarebbe
salito al trono come faraone dell’Alta e Bassa Kemet.
Per Uazmes tutto ciò
significava solo una cosa: abbandonare, seppur dolorosamente, sia il palazzo
che la principessa alla quale egli si era sinceramente affezionato:
«Mia cara sorella, –gli
disse- come vedi quel che più temevo sta per avverarsi, ciò determina la
fine della mia permanenza tra voi. La mia devozione per Amon mi spinge a
chiederti di intercedere presso il faraone, nostro padre, affinché io possa
servire il dio nella sua divina dimora. Intendo diventare suo sacerdote al
grande tempio di Karnak. Fa si che questo mio desiderio venga esaudito prima
che Thutmose prenda definitivamente in pugno il potere poiché a quel punto
non sarebbe più possibile. Accetta questa mia decisione e comprendimi, non
sto abbandonando te a cui tengo più di quanto tu non immagini ma cerco di
sottrarmi alla presenza di qualcuno che potrebbe nuocermi e che certamente
cercherà di nuocere te.»
«Farò tutto ciò che è in
mio potere, -rispose- il tuo desiderio sarà esaudito se è questo che
desideri, hai la mia parola. Non dimenticare che anche io nutro per te un
grande amore fraterno, come potrei non amarti per la vita, se fosti tu a
salvarmela?»
In un momento come quello
anche la regina doveva assumere una posizione difensiva. Il desiderio che
Uazmes aveva di entrare a far parte del clero aprì la mente di Ahmes, egli
non sarebbe stato un semplice sacerdote di Amon poiché questi venivano
sostituiti ogni quattro mesi, a lui, quale figlio del faraone gli sarebbe
spettato il titolo di Gran Sacerdote; ora bisognava pensare alla nomina di
uno schieramento politico e religioso formato da personaggi fidati che
avrebbero sostenuto Hatshepsut nonostante l’avvento del nuovo faraone. Una
lista di rekhyt, uomini di legge, fu stilata, e tra gli altri Nomarchi il
nobile Ineni avrebbe assunto una carica di grande responsabilità e
prestigio, quella di Visir. Anche il giovane Pairi avrebbe avuto una
posizione determinante nel tempio di Karnak, egli possedeva la cultura
necessaria per potersi elevare al ruolo di Sacerdote lettore e suo fratello
Senenmut intendente personale della principessa, futura Sposa Reale. Ma come
avrebbe reagito lo stesso Senenmut nell’apprendere che la sua amata andava
in sposa all’odiato Thutmose?
L’erede al trono era
ritornato comunque nella sua dimora, in attesa del giorno dell’incoronazione
che sarebbe stata celebrata unitamente al matrimonio con la principessa
reale. Akheperkara, ormai privo di senno ricevette dalle mani della regina,
la lista delle nuove nomine che in presenza dello scriba di corte fu
accettata e confermata con l’apposizione del sigillo reale. Qualche giorno
più tardi tutti coloro a cui erano destinate le nuove cariche, sarebbero
convenuti davanti alla famiglia reale per la cerimonia delle consegne, in
presenza della nobiltà e degli uomini più illustri del Paese, solo Senenmut
ed il neo Visir Ineni avrebbero ricevuto la nomina al ritorno dalla
spedizione militare guidata da Imenmes. Questa mossa nella partita contro
Thutmose era la prima a favore di Hatshepsut.
Il fatidico giorno delle
nomine giunse e puntualmente giunsero anche coloro che dovevano
beneficiarne, decine di nobili attendevano il faraone per ricevere il nuovo
incarico. Ma gli dei avevano in serbo un inaspettato avvenimento per
Hatshepsut, qualcosa che le avrebbe ridato la felicità ma che l’avrebbe
obbligata a confrontarsi con un ulteriore problema. Le guardie del faraone
annunciarono l’ingresso delle truppe entro le mura di Uaset. In poco tempo
il generale Imenmes avrebbe raggiunto il palazzo di Akheperkara per
comunicare gli esiti della spedizione appena conclusa. Hatshepsut avrebbe
finalmente riabbracciato colui che amava.
Il giovane Senenmut entrò
nella sala nel culmine della cerimonia, insieme a lui Ineni ed Imenmes.
Quando tutte le cariche furono assegnate ufficialmente venne anche il turno
degli ignari Ineni e Senenmut giunti in tempo per essere insigniti. Il
generale Imenmes a quel punto chiese l’attenzione di tutti:
«Nobili di Uaset,
ascoltate le parole del Generale Imenmes, capo dell’esercito del faraone
Akheperkara. Io ed i miei uomini siamo reduci da una spedizione militare
conclusasi con l’immancabile successo di sempre ma che stava per vedermi
vittima di alcuni ribelli che nottetempo cercarono di pugnalarmi durante il
sonno. Sarei certamente perito sotto i loro colpi se un soldato valoroso non
fosse intervenuto con audacia e presenza di spirito sventando così il vile
attentato. Quest’uomo, un semplice soldato, sprezzante del pericolo e spinto
dal la sua fedeltà alla corona compì questo mirabile gesto di
altruismo.
Io il principe Imenmes
generalissimo di sua maestà, per il potere conferitomi dal faraone, elevo al
grado di ufficiale il soldato Senenmut figlio di Ramose e propongo che gli
venga concesso l’oro dei valorosi, con l’assenso degli dei del popolo e del
re.»
L’impavido Senenmut accolse
tra il compiacimento di tutti questo secondo inatteso riconoscimento ai suoi
meriti, la giusta ricompensa agli sforzi compiuti in missione ed al lungo
distacco dall’amata principessa.
I suoi occhi esprimevano una
grande fierezza ed il suo cuore era colmo di felicità. Egli ignorava che una
felicità tanto grande era purtroppo destinata ad essere altrettanto breve.
Una notizia terribile stava per raggiungerlo, veloce e dolorosa come la
punta sibilante di una freccia nemica.
La notte stessa i due
innamorati si trovarono insieme come ai vecchi tempi nell’oscurità dei
sotterranei. Gli occhi di Senenmut brillavano di gioia, quelli di lei
erano umidi di pianto, sul suo volto le si leggeva una profonda tristezza
ed una grande angoscia.
«Mio dolce amore –le
disse- perché quelle lacrime? Sembra quasi che tu non sia felice di
rivedermi. Forse durante la mia assenza i tuoi sentimenti verso di me sono
mutati?»
«Ti prego abbracciami
–rispose- e rendi questo momento interminabile come il tempo in cui fosti
lontano. Ciò che ti dirò sarà orribile ma ora fa che io goda in silenzio la
gioia della tua vicinanza.»
Il tempo passò velocemente
senza che se ne avvedessero ma un debole raggio di luce apparve in
lontananza nel lungo corridoio, quasi ad annunciare l’alba ormai prossima.
Non fu facile per Hatshepsut
dirgli ogni cosa, in quell’istante avrebbe preferito tacergli tutto per non
turbare la tenerezza di quei momenti stupendi e rimandare quel tragico
racconto a chissà quando, egli però era ansioso di sapere, e la notizia
divenuta ormai di dominio pubblico.Se non fosse stata lei a parlare qualcun
altro lo avrebbe certamente fatto. Anche se con la morte nel cuore,
bisognava affrontare il discorso, era l’unica cosa saggia da fare sebbene
fosse molto dolorosa.
L’irriducibile
Hatshepsut
Forse, la
felicità provata quella notte riuscì a prevalere in Senenmut sulla dolorosa
realtà dell’imminente unione della sua amata principessa con l’odiato
Thutmose, grazie al solenne giuramento di lei:
«Mio unico indivisibile
amore, sai bene che non posso ribellarmi alla volontà del faraone e conosci
il mio disprezzo per Thutmose. Anche se dovrò piegarmi ed unirmi a lui, in
realtà egli non mi avrà mai. In me troverà solo la sua più acerrima ed
agguerrita nemica, non sa di cosa sarò capace per far valere i miei diritti
e per riscattare la mia libertà. Pur figurando come sua sposa, io sarò
eternamente tua, se ancora mi vorrai –giurò-»
«La mia vita è legata a
te, –rispose Senenmut- esisto perché tu esisti. Come potrei non volerti se
sei tu la mia linfa vitale? Affronteremo e supereremo insieme questa nuova
prova che gli dei hanno posto sul nostro cammino. Finché la forza del nostro
amore ci terrà uniti non ci saranno ostacoli capaci di separarci.»
Intanto il tempo passava e
quel giorno infausto diveniva sempre più prossimo. I preparativi per la
cerimonia venivano svogliatamente espletati dalla servitù che, ormai, da
tempo affezionata alla principessa era in pena per la sua sorte e nello
stesso tempo temeva per quella del paese. Senenmut era tornato ad occuparsi
della direzione dei lavori al tempio. Uazmes, lasciato il palazzo si era
stabilito al tempio di Amon del quale era divenuto il maggior responsabile.
Anche Pairi, in qualità di Sacerdote si stabilì al tempio, tra lui e
Uazmes, ben presto si stabilì un rapporto di grande fiducia e di sincera
amicizia.
Kemet, sembrava vivere quei
giorni nella speranza che qualcosa potesse invertire l’ordine degli
avvenimenti ma, nulla di nuovo accadde. Mancavano soli sei giorni al
trentesimo del quarto mese della stagione di Aket ed Akheperkara andava
peggiorando di ora in ora, la sua mente ormai l’aveva abbandonato del tutto
e nel suo vaneggiare ripeteva di aver agito saggiamente, convinto che
l’erede designato fosse davvero suo figlio. Neferubity era amareggiata
almeno quanto sua sorella maggiore, alla quale cercava di dare il suo
appoggio morale e, come sempre, il suo incondizionato affetto.
A poca distanza dal palazzo
del re sorgeva una grande casa fatta erigere dallo stesso Akheperkara nei
suoi primi anni di regno.
Questa sarebbe dovuta
diventare la dimora del suo successore e della sua sposa reale. La casa del
suo erede al trono, quel figlio maschio che Ahmes non riuscì mai a donargli,
quella stessa casa che a giorni avrebbe dovuto accogliere il nuovo sovrano
Thutmose II ed Hatshepsut, sua sposa. Come avrebbe potuto vivere la futura
regina al fianco di un uomo che disprezzava, avrebbe davvero lasciato la
casa che l’aveva vista nascere? avrebbe davvero abbandonato coloro che più
amava, l’avrebbe mai fatto -chiese Neferubity?-
«Non lo farò mai –rispose-
questa unione, per me sarà solo un atto di obbedienza verso nostro padre
che, in fondo non ha colpa se la sventura si abbatté su di lui tanto da
fargli perdere il senno ma, non apparterrò mai a colui al quale andrò in
sposa per sua imposizione , né condividerò la sua dimora. Non temere
–soggiunse- nessuno riuscirà a sottomettermi al suo volere, tantomeno “il
frutto del tradimento”, colui che crede di avermi ormai in pugno, egli non
sa da quale suprema entità io sia stata generata, il divino che con la sua
potenza dirige i miei passi, l’onnipotente del quale sono la prima delle
nobili dame, colui che con le sue grandi ali diviene l’imperituro scudo di
cui io mi avvalgo.»
«Vaneggi anche tu sorella
mia, di cosa parli? –chiese Neferubity allarmata dalle parole di Hatshepsut-
la malattia di nostro padre ha forse contagiato anche te?»
«No piccola mia –rispose-
sono savia come non mai, le parole che giudichi dissennate hanno un senso e
tra non molto lo avranno anche per te, quel giorno non è lontano.»
Nella sala
dell’incoronazione del tempio tutto era pronto per la cerimonia. Il nuovo
faraone era già lì in attesa che Akheperkara arrivasse e con lui la sua
bellissima figlia, colei che sarebbe divenuta la sua Sposa Reale. Il giovane
Thutmose pur non essendone innamorato, ne era attratto, non solo dalle sue
fattezze esteriori, ciò che maggiormente lo affascinava di quella giovane
donna era il temperamento, la combattività e la grande determinazione in
qualsiasi cosa ella facesse.
Il sentimento prevalente di
Thutmose per Hatshepsut era odio e sete di vendetta, sentimento che nutriva
anche per la regina Ahmes. Egli le riteneva le maggiori responsabili della
morte del padre e di quella di sua madre. Se la pazzia non avesse rapito la
mente del faraone cosa ne sarebbe stato di lui? Un bastardo nato da due
traditori della corona che con l’inganno si erano arricchiti alle sue
spalle. Sarebbe finito certamente in esilio, come sua madre nella migliore
delle ipotesi, se non addirittura giustiziato, e se anche la clemenza del re
fosse stata tanto grande da rendergli sia la libertà che la vita, in che
modo avrebbe vissuto, visto che ogni avere di sua madre fu confiscato. Da
mendicante? da costruttore di tombe? o forse da ladro e saccheggiatore delle
tombe degli antenati? Tutto ciò non accadde, egli stava per diventare il
sovrano delle due terre, il dio vivente, colui ai cui piedi l’intera Kemet
si sarebbe prostrata, enormi ricchezze sarebbero divenute sue, la stessa
Hatshepsut sarebbe stata di sua proprietà eppure per lui non era abbastanza.
Nella sua mente contorta si delineava tutto ciò che avrebbe fatto
avvalendosi dello uno scettro usurpato che già sentiva stretto nel suo
pugno.
Akheperkara sorretto da due
guardie fece il suo ingresso nella sala che subito si riempì del ronzio di
voci dei curiosi presenti alla cerimonia. Tutti commentavano lo stato di
incoscienza del faraone e come avesse potuto decidere le sorti del regno in
una così grave condizione mentale.
Akheperkara raggiunto il
punto centrale della sala fece cenno di iniziare la cerimonia di unione.
Thutmose si avvicinò ad Hatshepsut che riluttante dovette subire il dolore e
l’umiliazione di obbedire ad un legame che non avrebbe mai rispettato se non
per quella forma iniziatica. Quando le mani degli sposi si unirono la fiamma
ardente sul tripode di Amon si spense all’improvviso, Thutmose tremò.
La cerimonia andò avanti
fino alla consegna dello scettro di Akheperkara al nuovo reggente ma per
quanto i sacerdoti facessero offerte al dio, sembrava che egli non
accettasse una simile unione, la fiamma fu riaccesa dai sacerdoti impauriti
dall’ammonizione divina ed il rito continuò fino alla conclusione.
Akheperkara si apprestò all’ultima fase della cerimonia le sue parole
confermavano Thutmose sul trono:
«Questo è il tuo scettro,
costei tua sposa, questa è la terra su cui governerai con saggezza, questo è
il flagello con cui farai giustizia su coloro che trasgrediranno alle leggi
dei nostri padri e dei nostri dei.»
Akheperkara consegnò i
simboli regali nelle mani del suo successore e in quello stesso istante la
fiamma si spense per la seconda volta. Uazmes rabbrividì, il dio Amon aveva
reso tangibile il suo dissenso per ben due volte. La fiamma restò spenta,
nessuno ebbe il coraggio di riaccenderla. Il vecchio faraone si tolse la
corona per porla sul capo del nuovo reggente, che come tale avrebbe preso i
cinque nomi della titolatura regale, primo dei quali sarebbe stato
Akheperenra.
«Questa e la corona
dell’alta e bassa Kemet –recitò Akheperkara- questo è il simbolo dell’unione
dei due regni che d’ora in poi dovranno obbedire al tuo comando e
riconoscerti quale unico e supremo sovrano e venerarti come l’incarnazione
del dio sulla terra.»
L’eco delle ultime parole di
Akheperkara si rincorreva ancora tra le mura del tempio quando una luce
folgorante, sottile e veloce come una lancia apparve all’improvviso simile
ad un fulmine scaturito dal nulla. La fiamma si riaccese alzandosi fino al
soffitto, solo pochi secondi e questa sparì lasciando al suo posto una lunga
colonna di fumo nero dall’odore acre. Il tripode ebbe un sobbalzo ed il fumo
si dissolse. Una massa informe prese a muoversi nel tripode ormai spento
fino a prendere le sembianze di due minacciosi cobra che ergendosi dritti
sul sinuoso corpo iniziarono a combattersi l’un l’altro. Un rapido scambio
di morsi mortali e i due rettili rimasero immobili mentre i loro corpi si
mutavano in pietra, poi la pietra cominciò luccicare diventando pian piano
sempre più trasparente. I due cobra di cristallo vibrarono per pochi istanti
e con un secco e crepitante rumore iniziarono a frantumarsi in migliaia di
minuscoli pezzi, finché non restò che una manciata di sabbia incandescente.
Thutmose era stato
incoronato contro la volontà di Amon, e tutti nella sala rimasero atterriti
da quella minacciosa manifestazione, un silenzio mortale regnò per alcuni,
interminabili attimi sul tempio, forse su tutta la terra, solo la voce di
Akheperkara osò romperlo, solo la voce di un folle avrebbe potuto sfidare la
palese ira del dio e completare il rituale dell’incoronazione in favore
di Thutmose Akheperenra che paralizzato dal terrore non riusciva a
pronunciare una sola parola.
Tutti cominciarono ad uscire
dal tempio temendo che una terribile sciagura potesse abbattersi su ognuno
di loro, solo Hatshepsut sembrava aver conservato il suo sangue freddo, dal
suo volto non traspariva alcun timore. Nei suoi occhi all’improvviso brillò
una strana luce, si trovava alle spalle di Thutmose Akheperenra che non
riuscendo ad alzarsi era ancora inginocchiato davanti ad Akheperkara, fu
allora che la principessa notò uno strano segno dietro il suo orecchio
sinistro: tre piccoli cerchi pieni simili a tre gocce di sangue del quale
avevano anche il colore, forse un segno che aveva fin dalla nascita ma che
nessuno aveva mai notato forse perché coperto dai capelli. Un trascurabile
capriccio della natura o un ulteriore segno degli dei con un suo preciso ma
misterioso significato?
Il corteo nuziale avrebbe
dovuto lasciare il tempio per accompagnare la coppia reale alla loro nuova
dimora ma prima che tutti lasciassero la sala dell’incoronazione Uazmes
annunciò l’oracolo di Amon:
«Fermatevi! –tuonò- il dio
Amon ha manifestato la sua collera, egli non ha dato il suo benvolere a
questa unione, il suo spirito ha visto qualcosa di impuro, qualcosa che
dovrà essere mondato con sacre cerimonie purificatrici mediante offerte e
sacrifici, affinché la sua collera possa essere placata. Fino ad allora
questa coppia non potrà vivere condividendo la stessa casa. Non fino a
quando il dio non avrà dato il suo divino assenso, questa è la sua volontà
–concluse-.»
Davanti ad Amon una fiamma
calda e luminosa riapparve, il volto della sua statua venne illuminato da
quella tenue luce ed in un attimo il tempio fu invaso da una leggera coltre
di fumo inondando l’intero tempio di un intenso profumo di incenso fresco.
Il supremo Amon aveva dato il segno di conferma alle parole del suo Gran
Sacerdote Uazmes ma era anche un’ammonizione affinché il suo volere venisse
rispettato. Nella stessa misura in cui Hatshepsut dovette obbedire alla
volontà di suo padre sposando Akheperenra, al di là di ogni sua aspettativa
e contro la sua volontà, il nuovo faraone dovette accettare la volontà del
dio Amon permettendo che la sua sposa vivesse lontano dalla sua dimora
reale. Questo però, era un boccone amaro che il nuovo re non riusciva ad
ingoiare.
La giovane regina intanto
era tornata nella sua casa paterna circondata dai suoi affetti più cari tra
cui suo padre la cui malattia in continua progressione aveva raggiunto uno
stato così avanzato da ridurlo alla perenne incoscienza. Nonostante le
continue cure e la costante assistenza degli uomini di medicina, sembrava
che per Akheperkara stesse giungendo il momento della sua ultima partenza.
Nelle Valle dei Re, la tomba
ipogea di Akheperkara era ormai terminata. Gli artisti stavano dando gli
ultimi ritocchi necessari al completamento delle incisioni e delle pitture
parietali all’interno della camera del sarcofago dove il suo corredo
funerario era già stato sistemato: tutto ciò che gli sarebbe servito
nell’altra vita, così come in quella terrena: oggetti d’oro e d’argento, i
simulacri delle divinità di Uaset, ogni tipo del più raffinato e pregiato
vasellame e 360 statuine con le sue sembianze che avrebbero lavorato al suo
posto nei campi dell’aldilà. Nulla gli doveva mancare e nulla fu tralasciato
ne omesso.
Tutti coloro che lavoravano
alla tomba ne avevano libero accesso ma venivano sorvegliati giorno e notte
dalle guardie per evitare che questi potessero trafugarne i tesori, come era
già accaduto per altre tombe della Valle. C’era quindi bisogno che il capo
delle guardie fosse una persona della massima integrità, onestà e fiducia.
Anche in questo caso Hatshepsut volle dare questo incarico a qualcuno di cui
si poteva fidare ciecamente, qualcuno che conosceva il segreto del suo
cuore e che ne era stato il fedele messaggero, quell’uomo era Amenemhat,
fratello di Senenmut.
A Gebel Silsila presso le
grandi cave di arenaria si lavorava alacremente per estrarre i blocchi da
costruzione destinati al tempio di Hatshepsut, l’occhio vigile
dell’architetto Senenmut controllava che tutto fosse fatto con meticolosa
precisione. Egli si era concentrato sul lavoro in modo ossessionante, nel
suo cuore albergava una grande sofferenza forse questo era l’unico modo per
distrarre la sua mente da un pensiero che lo tormentava continuamente,
quello che un giorno o l’altro la sua adorata avrebbe dovuto cedere al
volere del nuovo faraone e unirsi a lui. Senenmut sapeva bene quanto fosse
forte il carattere di Hatshepsut, ella aveva sempre tenuto fede ad ogni
decisione e ad ogni promessa fatta, e ciò lo confortava ma il potere era
ormai nelle mani di Akheperenra e bisognava agire con intelligenza e tatto
se si voleva evitare questa assurda, infame unione.
Nella casa della vita del
tempio di Amon, Uazmes era intento a scrivere inni agli dei, Pairi entrò
silenziosamente recava sul viso una espressione gioiosa ed avvicinandosi al
gran sacerdote gli si rivolse rispettosamente:
«Nobile Uazmes, gradirete
sapere che qualcuno ha voluto allietarci con la sua presenza, è la nostra
amata regina che si è recata qui in compagnia di sua sorella, la dolce
principessa Neferubity, entrambe desiderano vedervi.»
«È ormai da qualche giorno
che il mio pensiero giunge a loro –rispose Uazmes- speravo tanto di
rivederle presto e sono felice che siano qui… ti prego conducile da me.»
Pochi istanti dopo le due
dame si ritrovarono davanti al fratello che commosso le accolse tra le
braccia.
«Finalmente –disse
Hatshepsut- il desiderio di rivederti era grande ma come tu sai la mia vita
in questi ultimi giorni è più travagliata che mai. Mi sento confusa ed
amareggiata, e in queste condizioni non riesco a trovare una via d’uscita.
Ma parlami di te, della tua nuova vita da sacerdote, della tua salute.
Quando mi chiedesti di volerti accostare al sacerdozio, io ti affiancai il
buon Pairi che qualche tempo prima mi espresse lo stesso tuo desiderio.
Sapevo che ti sarebbe stato di buona compagnia e che, se ve ne fosse stato
bisogno, sarebbe stato in grado di prendersi cura di te. Egli è una persona
buona e disponibile, spero che non ti abbia deluso.»
«Ciò che dici risponde
alla verità, –rispose Uazmes- Pairi e molto buono ed è per me un grande
amico. Qui viviamo nella serenità dello spirito e godiamo del silenzio
e della parola di Amon ma molto spesso durante il desinare parliamo
dei nostri ricordi e qualche e volta ci confidiamo qualche piccolo o
grande segreto. La tua fiducia in lui è ben riposta, egli farebbe qualsiasi
cosa per vederti felice. Quando ti disse di volersi iniziare alla vita del
tempio, egli fece una scelta dettata dalla saggezza, solo così poteva
allontanarsi dalla donna che amava senza soffrirne troppo e forse un giorno,
con l’aiuto degli dei, riuscirà a farne dono al cielo trasformando quel
grande amore in un sacrificio supremo.
Quanto a me posso
assicurarti che non c’è più alcun male ad affliggermi, anche le mie visioni
sembrano essersi allontanate sebbene molto spesso, non so come, riesco a
prevedere avvenimenti futuri. Altre volte invece la mia mente raggiunge
coloro che mi sono più cari, tanto da entrare nei loro pensieri, nelle loro
sensazioni, nelle loro pene, ecco perché conosco il tuo tormento.
Quando durante
l’incoronazione di Akheperenra si verificarono quegli strani fenomeni, che
ancora oggi non riesco a spiegarmi, ne approfittai interpretandoli
arbitrariamente come un rifiuto di Amon alla tua unione. Ero cosciente di
quanto rischiavo con una simile azione ma, era l’unico aiuto che potessi
darti in quel momento. Per le nostre leggi il tuo matrimonio non sarebbe
valido poiché tra voi due non c’è ancora la rituale convivenza, inoltre
nelle vene di Akheperenra non scorre sangue reale, non essendo egli figlio
del faraone. Queste sono le uniche due frecce del nostro arco, ma chi
crederebbe a questa storia se fu proprio il faraone a designarlo
pubblicamente come suo figlio legittimo? Per di più, antecedentemente,
nostro padre promise ad Akheperenra di concedergli la tua mano e come tu sai
un simile accordo fra i due ha un notevole peso, e non depone a tuo
favore.»
«Ti sono riconoscente per
il tuo provvidenziale intervento che mi ha permesso di ritornare alla mia
casa paterna senza dover lottare per evitare di convivere con quell’uomo.
Condivido pienamente le tue considerazioni, la mia attuale posizione è
nettamente di inferiorità rispetto ad Akheperenra il quale ora può avvalersi
anche del potere conferitogli da nostro padre. Eppure deve esserci una via
d’uscita, un punto debole, un espediente. –concluse Hatshepsut-.»
«Bisogna studiare con
calma e ponderare bene le prossime mosse se vogliamo riuscire nel nostro
intento, sono certa che gli dei ci verranno incontro. –osservò Neferubity-»
Il marchio di
sangue
Alle parole
della sorella, Hatshepsut ricordò immediatamente un particolare notato
durante la famigerata incoronazione:
«Ricordo che alla
fine della cerimonia mi trovavo alle spalle di Akheperenra, il quale era
ancora inginocchiato davanti al faraone, mi accorsi allora di uno strano
segno che aveva dietro l’orecchio sinistro: tre piccoli cerchi pieni del
colore del sangue disposti in maniera tale da sembrare un fiore con tre soli
petali.»
A queste parole Uazmes si
alzò in piedi ed avvicinatosi alle due sorelle e scostandosi il copricapo
Nemes scoprì l’orecchio sinistro dietro il quale si celavano tre piccoli
punti rossi simili ad uno strano fiore purpureo con soltanto tre petali.
«E’ forse questo il simbolo che vedesti?.»
«Divino Amon! –rispose-
Come è possibile? Lo stesso identico segno, lo stesso preciso colore. Qual è
il suo significato? Ti prego, non tacere, dimmelo!»
«Ti dirò ciò di cui sono a
conoscenza, –rispose- ma non vedo come possa giovarti. Ebbene nostra madre
adottò questa usanza fin dal suo primo figlio, ricordo ancora il dolore
provato quando con un affilatissimo strumento mi furono fatte centinaia di
piccolissime, fittissime punture, una tortura che durò alcune ore credo, ma
non posso esserne certo, ero troppo piccolo, due o tre anni al massimo.
Quando il disegno fu completato inserirono nelle minuscole ferite una sorta
di pigmento rosso. Ho portato questo marchio nella speranza che col passare
del tempo potesse cancellarsi ma come vedi è ancora lì indelebilmente
impresso dietro l’orecchio, perfettamente identico a quello che vedesti
dietro l’orecchio di Akheperenra e se un giorno ti capitasse l’occasione,
potresti vederne un altro uguale dietro quello di mio fratello maggiore, il
generale Imenmes. Questo è il marchio che hanno tutti i figli di Mutnofret,
ma nessuno di noi sa a cosa servisse.»
Hatshepsut rimase
disorientata dalle parole di Uazmes, la mente della giovane regina, come
sempre cercava di dare una spiegazione logica a questa nuova bizzarria di
Mutnofret che, anche dopo la sua scomparsa, continuava a stupire con i suoi
comportamenti enigmatici. Perché mai quella donna si preoccupava di apporre
sul corpo dei suoi figli quello strano simbolo? Un’idea le balenò
improvvisamente: Un segno indelebile che potesse provare la legittima
maternità dei suoi tre figli.
Ma immediatamente si rese
conto che questa ipotesi non poteva essere attendibile, un elemento
fondamentale mancava per far si che il concetto non fosse solo qualcosa di
empirico.
Ahmes accolse le figlie che
tornavano dal tempio con un’espressione di profonda tristezza, da quegli
occhi stanchi si leggeva la sua rassegnazione, non disse nulla ma le sue
giovani figlie capirono.
Ormai la vita
terrena del faraone Akheperkara stava per giungere alla sua inevitabile
conclusione. Quell’uomo che fu esempio di saggezza e di giustizia, che aveva
cercato di vivere secondo i dettami delle leggi di Osiride, colui che seppe
dispensare amore al suo popolo, clemenza per i suoi nemici e carità per gli
sventurati, ora si accingeva a raggiungere il giudizio finale. Un uomo che
ebbe il coraggio di riconoscere i propri errori e che seppe porvi rimedio,
quello stesso uomo che ora giaceva supino e immobile sul suo letto regale
con lo sguardo perso nel nulla. I muscoli delle sue membra ancora turgidi,
il suo petto ancora gonfio di potenza ed i tratti del volto ancora
plasmati di virile bellezza erano ormai solo materia inanimata, sebbene il
suo cuore palpitasse ancora. Tutti coloro che gli furono fedeli e che lo
amarono, ricevettero la mesta notizia ed ora erano lì al suo capezzale: da
Ineni, al nobile Pahery, da Ahmes Pen Nekhbet, ad Ahmes figlio di Abana e
poi Imenmes, Senenmut con tutta la sua famiglia e non per ultimo Uazmes che
affranto dal dolore guardava l’espressione indifferente del cinico
fratellastro mentre si pavoneggiava, nelle sue vesti regali, del potere
indegnamente detenuto. Il silenzio avvolgeva l’intera sala, rotto soltanto
da qualche isolato bisbìglio della servitù che si prodigava per mettere i
visitatori a loro agio. D’un tratto la voce del nuovo monarca si levò alta:
«Dimmi Gran Sacerdote, tu
che per voce di Amon ne decretasti la collera, tu che del dio sei l’oracolo,
dimmi quando giungerà il giorno in cui la mia sposa avrà il permesso di
occupare il posto che gli spetta nella sua nuova dimora per assolvere ai
suoi doveri di Sposa Reale al mio fianco?»
«La tua domanda è
rivolta semplicemente ad un uomo, -rispose Uazmes- un umile servitore del
tempio che non può soddisfarti. La risposta non spetta a me, solo Amon può
darti la risposta e non credo che egli possa farlo qui in questo preciso
istante come tu pretendi. Non è questo il luogo giusto e, perdonami se oso
dire che non è certamente il giusto momento. Recati al tempio, maestà, solo
lì potrai avere la risposta che cerchi, e quando porrai la tua domanda,
sarà cosa ben saggia moderare il tono della tua voce, così facendo eviterai
di offendere le sue orecchie, la stessa cosa sa che avresti dovuto fare ora,
per non offendere il dolore di coloro che vegliano nella casa di un uomo
morente. »
«Farò come tu dici
–rispose- ed ignorerò il modo irriverente con il quale hai osato parlare al
tuo sovrano. Ringrazia gli dei di essere mio fratello, se al tuo posto vi
fosse stato un altro uomo egli avrebbe ricevuto una esemplare punizione. Non
dimenticare che io sono Akheperenra, Re dell’Alta e Bassa Kemet, il tuo
faraone.»
«Non lo dimenticherò e se
ho sbagliato te ne chiedo umilmente perdono. Ciò che tu hai dimenticato
invece, è che colui che ora giace in agonia è la stessa persona che ti diede
il potere di cui ora ti fregi e che merita tanto rispetto quanto tu stesso
ne pretendi. Per quanto riguarda noi due, sai bene che non è mai esistito
alcun legame fraterno e seppure vi fosse stato, esso sarebbe decaduto nel
momento in cui nostra madre smise di vivere. Puoi quindi considerarmi alla
stregua di qualunque altro uomo e punirmi secondo la tua volontà, io non mi
opporrò.»
Il giovane faraone si fece
rosso in viso per la rabbia. Il colpo infertogli dal sacerdote fu molto
doloroso egli però riuscì a non infierire, d’altra parte anche il più vile
degli uomini resta inerme quando la verità gli si pone davanti. Alla durezza
delle parole di Uazmes non vi fu alcuna risposta, Akheperenra si limitò a
raggiungere velocemente l’uscita del palazzo sparendo nel buio e lasciando
che il silenzio tornasse a regnare tra quelle alte, dignitose mura.
Un grido lancinante proruppe
improvvisamente dalla stanza di Akheperkara, seguì immediatamente un
pauroso silenzio. Ahmes che era vicina al suo sposo uscì in lacrime dalla
sua stanza.
I presenti dopo i primi
attimi di smarrimento rivolsero lo sguardo alla regina che affranta dal
dolore cercava confusamente un appiglio per potersi sorreggere ma le forze
vennero a mancarle e si accasciò lentamente mentre dalla sua gola sfuggiva
un soffocato, debole lamento di disperazione. Hatshepsut a Neferubity
corsero a perdifiato su quella breve ma interminabile scala, precipitandosi
con il cuore colmo di ansia nella camera del loro padre. In un baleno gli
furono accanto, si avvicinarono al suo viso e lo abbracciarono teneramente
come per chiedergli un bacio, come quando erano ancora due teneri virgulti.
Il suo corpo rimase
immobile ed i suoi occhi non si dischiusero, il suo volto si tingeva pian
piano del gelido pallore della morte. Era troppo tardi, troppo tardi anche
per ricevere il suo ultimo respiro ormai già esalato.
I preparativi del viaggio
per l’aldilà del faraone defunto sarebbero stati lunghi e laboriosi: il
corpo di Akheperkara fu portato sulla sponda occidentale del Nilo, nella
Tenda della Purificazione, nel punto esatto in cui il sole tramontava. Qui
il corpo avrebbe ricevuto il primo dei lavaggi rituali. Il corpo non doveva
rimanere preda della corruzione, se non fosse stato perfettamente
conservato il suo ba (l’anima) non vi si sarebbe potuto ricongiungere. Dalla
Tenda della Purificazione il corpo fu portato nella casa degli imbalsamatori
che aspettavano le spoglie mortali del faraone indossando una maschera del
dio Anubi, dalle sembianze di sciacallo, egli era preposto alla
mummificazione e ad accompagnare i morti nel regno dell’aldilà. Uazmes,
essendo il Gran Sacerdote di Amon, accompagnava la salma del padre, a lui
spettava di recitare i testi sacri del rituale. Il corpo fu adagiato sul
tavolo, uno scriba tracciò un segno sull’addome sul quale l’imbalsamatore
con una lama di selce, praticò l’incisione. Gli organi vitali furono
asportati e lavati nel vino di palma e una volta asciugati furono riposti
nei quattro vasi canopi. Solo il cuore non fu asportato poiché in esso erano
contenute tutte le emozioni i sentimenti ed i pensieri del faraone. Anche il
corpo fu lavato col vino di palma poi fu rasato completamente ed immerso nel
Natron dove sarebbe rimasto per settanta giorni. Infine fu cosparso di
resine ed oli profumati quindi avvolto in sottili bende di purissimo lino
tra le quali furono inseriti diversi gioielli, placche d’oro e amuleti
protettivi. Finalmente il corpo venne disteso in un primo sarcofago poi in
un secondo poi nel terzo. Era quindi pronto per raggiungere la sua ultima
dimora terrena. Il corteo funebre accompagnò Akheperkara fino all’ingresso
della sua tomba, seguito dal pianto delle prefiche, qui Uazmes davanti al
sarcofago posto con il viso rivolto a sud, diede inizio al rituale
dell’apertura della bocca. Il sacerdote prese i suoi strumenti d’oro e con
il dyeba e il nechereti diede un lieve tocco alla bocca e agli occhi
del sarcofago ridando così nuova vita al padre defunto con una invocazione
al dio Osiris, primo giudice del tribunale dei morti:
“Oh divino Osiris, tu che
presiedi al tribunale dell’aldilà. Osserva quest’uomo, le sue membra sono
forti e perfette come quando camminava sulla terra di Kemet. Egli ha vissuto
dietro l’ombra di Maat, non ha calunniato, non ha detto il falso, non ha
torturato i suoi nemici per questo è giustificato presso Amon. Fa si, oh
divino che egli si nutra come sulla terra, che il suo cuore sia a suo agio
nella necropoli e che raggiunga la dimora in pace, Fa che egli raggiunga il
suo ka in tutta tranquillità, che tutti gli dei lo accolgano benevolmente e
che tutti coloro che lo hanno preceduto nel viaggio lo aiutino a compiere
il suo”.
Ed infine l’invocazione al
cuore del defunto affinché diventasse più leggero della piuma che ne era il
contrappeso sulla bilancia di Osiris:
“Oh cuore, oh cuore di tua
madre, oh cuore delle tue diverse età, non ti ergere contro di lui come
testimone, non ti opporre a lui in presenza dei giudici divini, fa si che il
piatto non si inclini a suo sfavore, davanti al guardiano della bilancia
perché tu sei il ka che è nel suo corpo, il dio Khnum sorveglia le sue
membra intatte per non lasciarle preda della corruzione. Oh cuore rendi il
suo nome odoroso d’incenso e renditi più leggero della piuma presso il dio”.
Il rituale si concluse con
l’offerta di cibi e libagioni, dopodiché la mummia reale fu portata
all’interno della tomba e posta al centro della camera funeraria assieme
agli oggetti che gli furono più cari durante la sua vita terrena. L’ingresso
del sepolcro, infine, venne definitivamente chiuso con l’apposizione del
sigillo reale che sarebbe dovuto restare inviolato per l’eternità.
Il corteo
funebre riprese lentamente la via del ritorno, Kemet aveva perso un sovrano
tanto amato dal suo popolo e che la storia non avrebbe mai dimenticato.
Il compromesso
La morte di akheperkara era
ancora vivida nell’animo dei suoi cari, erano trascorsi solo quattro mesi
dalla sua morte e la mancanza del monarca cominciava già a produrre i suoi
effetti. Il popolo era disorientato ed alla mercé di se stesso, benché la
corona appartenesse ad Akheperenra, i sudditi rivolgevano la loro stima ad
Hatshepsut ed alla madre Ahmes le quali però avevano perso gran parte del
loro potere decisionale. Esisteva però un nutrito gruppo di incrollabili
sostenitori del vecchio regime, una moltitudine di persone di ogni
estrazione sociale tra cui moltissimi personaggi di alto lignaggio. Il paese
si trovava quindi diviso in due opposte fazioni: la prima era quella delle
ultime generazioni del popolo, simpatizzanti del giovane monarca, la
seconda quella di coloro che furono i fedelissimi di Akheperkara che ora
si erano coalizzati in un accanito gruppo di sostenitori di Hatshepsut. A
questi ultimi si affiancava il potente clero di Amon, tutto ciò metteva i
due sposi avversari in una posizione di parità. La partita tra Hatshepsut e
Akheperenra era appena iniziata ed ancora tutta da giocare.
Senenmut e la sua regina
erano più che mai innamorati e questa triste circostanza li aveva
avvicinati ancor di più.
«Fino a quando riuscirai
ad evitare di vivergli accanto? –chiese Senenmut- Non potrai sottrarti in
eterno agli obblighi coniugali, prima o poi dovrai cedere.»
«Cercherò di sfruttare
l’aiuto di Uazmes e finché la storia della collera di Amon sarà credibile io
vivrò qui, lontana da lui. Nel frattempo spero che accada qualcosa che
possa stravolgere gli eventi e se ciò non accadesse sto già pensando
all’eventuale estrema soluzione.»
Il generale Imenmes quella
mattina si presentò al palazzo del suo defunto padre, in visita di lutto ad
Ahmes ed alle sue figlie.
«Salve nobile sposa del
grande Akheperkara, Imenmes reca il suo mesto pensiero per colui che ci
lasciò e si unisce al dolore che ci accomuna tutti, salve anche a voi
sorelle -proseguì- sono lieto di vedervi, anche se gli dei a volte ci
inducono su sentieri diversi, loro stessi fan si che questi, a un certo
punto, convergano unendosi ed io credo che per noi questo momento sia
giunto. Ora più che mai i figli di Akheperkara devono stringersi intorno al
suo ricordo per perpetuarne la grandezza d’animo e di cuore. Il nostro amore
per questa terra ci impone di proseguire l’opera di nostro padre. Purtroppo,
colui che oggi siede sul trono di Kemet rappresenta un pericolo per tutti
noi. Quel trono, spettava a voi mia nobile Hatshepsut e molti uomini di
Uaset, sebbene siate una donna, vi acclamano. Costoro sono pronti ad
obbedirvi e a sostenervi, io sono con loro… il primo di tutti loro!
Thutmose Akheperenra,
l’usurpatore, non regnerà a lungo su Kemet, colui che non ha dignità, colui
che è privo di scrupoli non può dare un futuro a questa terra. Lo scettro
che è nelle sue mani apporterà solo sventura e decadenza. La sua perfidia
tramuta in veleno ogni cosa che tocca. Ricordo la mia adolescenza nella casa
materna. Egli già dalla prima infanzia ci fu ostile, ed è per questo che io
e Uazmes abbiamo sempre cercato di evitare la sua vicinanza, ben sapendo di
cosa fosse capace pur di vederci soffrire. Si faceva forte dell’appoggio di
nostra madre, della quale fu sempre il prediletto. Il suo maggior
divertimento era quello di tramare contro i suoi fratelli maggiori per il
semplice, insano gusto di farci punire. Io come fratello maggiore riuscivo
a malapena ad osteggiare la sua cattiveria innata. Una volta, armatosi di
un coltello, arrivò addirittura a minacciarmi, mi esasperò a tal punto che
la mia ira non riuscì a trattenersi, lo disarmai con l’intenzione di dargli
una volta per tutte la lezione che meritava ma, non vi riuscii, le sue urla
d’aiuto attirarono nostra madre che accorse subito in suo soccorso e dopo
averlo liberato dalla mia presa vide l’arma, la raccolse dal pavimento e
osservandola da vicino vi riconobbe il mio coltello da caccia. Fui accusato
ingiustamente di aver aggredito il piccolo Thutmose. Implorante, cercavo di
spiegarle le mie ragioni, ma non volle credermi. Fui punito con cinquanta
nerbate, la mia schiena ne porta ancora oggi le cicatrici.» Così dicendo
Imenmes, si avvicinò alle tre donne, poi si scoprì la schiena mostrando loro
i profondi segni lasciati delle frustate.
Hatshepsut avvicinandosi al
giovane generale gli pose una mano sulle poderose spalle in segno di
compiacimento:
«La tua fedeltà dimostra
la nobiltà del tuo cuore. In principio credevo che fossi semplicemente un
soldato che guida il suo esercito in cerca di gloria per il solo gusto di
appagare il proprio io e di affermare se stesso, ora so che non è così.
Capii che eri un uomo giusto già da qualche tempo, fin dal giorno in cui
tornasti dall’ultima spedizione militare, quando davanti ai più importanti
uomini di Uaset volesti conferire al soldato Senenmut l’oro dei valorosi.
Questo gesto mi fece capire la tua vera essenza, in quel momento mi
ricordasti nostro padre, il quale al ritorno dalle sue battaglie sapeva
sempre ricompensare coloro che erano meritevoli. Anche tu come lui sapesti
dimostrare la tua riconoscenza a colui che con un gesto coraggioso ti salvò
la vita.
Il racconto della tua
infanzia, poi, ha dissipato ogni mio dubbio ed è proprio di questi insulsi
dubbi che io ti chiedo sinceramente scusa. La nostra diffidenza è frutto
dei tradimenti e delle congiure che la nostra famiglia ha subito
ingiustamente fin ora. Tutto ciò, purtroppo, ci induce, nostro malgrado, a
vedere del male anche dove male non c’è.»
«Non avete bisogno di
scusarvi, comprendo come possiate sentirvi dopo tutto ciò che è accaduto
fino ad oggi nella vostra vita. Chiunque al vostro posto agirebbe con la
massima cautela nei confronti di tutti.
Ma non temete, sebbene nato
da Mutnofret, cerco di condurre la mia esistenza secondo le leggi divine,
quelle della giustizia e dell’onestà quelle stesse leggi che nostro padre ci
insegnò, ecco perché mi schiero dalla vostra parte, disponete pure di me, il
mio braccio e la mia mente sono al vostro servizio.»
«Non dubitare, mio fedele
Imenmes, quando sarà giunto il tempo non esiterò a chiedere il tuo aiuto.
Ma ora va a rinfrescarti, sarai stanco della lunga marcia, resterai nostro
ospite.»
Imenmes accompagnato dalla
giovane Neferubity stava per raggiungere la camera destinata agli ospiti di
riguardo, quando Hatshepsut ricordando le parole di Uazmes fermò i loro
passi:
«Ti prego mio generale,
perdona questa mia curiosità, allontana dal viso il lembo sinistro del tuo
nemes e lascia che io guardi dietro il tuo orecchio.»
Imenmes si avvicinò e,
quando fu a un solo passo da Hatshepsut, tolse il copricapo e voltandosi di
spalle mostrò il suo orecchio sinistro:
«Questo è il marchio di
sangue, -spiegò- tutti i figli di Mutnofret lo hanno, dal primo all’ultimo.
Ci fu fatto quando eravamo molto piccoli, era questo che volevate vedere non
è vero?»
«Si! –rispose- Incidere
quel marchio con degli strumenti da punta sulla viva carne di un bimbo deve
essere cosa molto dolorosa, allora perché sottoporre i propri figli ad una
simile tortura? Non di certo per una semplice vanità. Sono certa che quel
segno abbia un significato, un fine ben preciso.»
Il generale rimise il suo
Nemes e disse:
«Ignoro il motivo di
questo eccentrico comportamento, quel che so e che anche mia madre ne aveva
uno, di forma e colore identici e nel medesimo punto. Il suo però gli era
stato impresso dalla natura, ella infatti nacque con quello che lei stessa
definiva un segno di distinzione, il “fiore rosso degli esseri superiori”.»
«Grazie –disse Hatshepsut-
e perdona la mia curiosità che, forse, ha ridestato nella tua mente un
doloroso ricordo.»
Imenmes si inchinò
rispettosamente e congedatosi si diresse verso il suo alloggio, Ahmes ed
Hatshepsut lo osservavano mentre si allontanava, nello sguardo di quell’uomo
si leggeva il tormento di chi aveva amato una madre che non seppe dargli
affetto, il cui ricordo gli procurava solo sofferenza.
«Anche lui come Uazmes ha
vissuto un’infanzia travagliata –disse Ahmes- ed anche in lui il gene di
Akheperkara ha prevalso su quello di sua madre. Imenmes è un uomo degno di
stima, i suoi occhi sanno distinguere la terra che produce messi rigogliose
da quella arida ed infruttuosa, egli è un giusto di voce.»
«E’ vero –rispose
Hatshepsut- il suo parlare è quello degli uomini nobili, nei suoi modi non
v’è presunzione, sa spogliarsi delle vesti di Grande Ufficiale per vestirsi
d’umiltà. La storia del marchio di sangue deve avergli ricordato dei
terribili momenti, le sue mani tremavano mentre ne parlava.»
«Dunque, a quanto pare,
Mutnofret nacque con quello strano segno –disse Ahmes- che poi volle far
riprodurre anche sulla pelle dei propri figli, ma che senso ha tutto
questo?»
«Forse, madre mia, si
potrebbe definire un marchio di possesso. Sappiamo quanto fosse grande
l’ambizione di quella donna e che la sua massima aspirazione fosse porre sul
trono uno dei suoi figli e non per fregiarsi del maestoso titolo di Regina
Madre ma per il potere e la ricchezza che ne sarebbe scaturita. E’ chiaro
che per lei, ognuno dei suoi figli, rappresentava una vera miniera d’oro.
Ora supponiamo che ella fosse ancora in vita e che uno qualsiasi dei suoi
figli fosse salito al trono, ella avrebbe avuto bisogno di qualcosa che
potesse confermare la sua maternità in modo inequivocabile, il marchio.
Tutto ciò per timore che un’eventuale rivalsa da parte nostra avesse potuto
contestargli di essere la vera madre del faraone, sottraendole così quella
ricchezza che tanto bramava.»
«Questa potrebbe essere
una spiegazione logica, –intervenne Naferubity- ciò che invece mi sembra
illogico è che tutti i suoi figli abbiano ricevuto il marchio, quando uno
solo poteva salire al trono.»
«Questo è molto semplice
da spiegare. –rispose Hatshepsut- Il primo a ricevere il marchio fu Imenmes
ma, poco più di un anno dopo, nasceva Uazmes e con lui il problema: chi dei
due avrebbe regnato? La soluzione fu quanto mai ovvia, contrassegnare anche
lui. Con il tempo, però, si accorse che nessuno dei due poteva ne voleva
assecondare i suoi piani: Uazmes con la sua malformità e con le sue crisi;
Imenmes che invece guardava solo alla carriera militare rifiutando con
tenacia le imposizioni di sua madre. Non restava altro da fare se non un
altro figlio, nella speranza che fosse un maschio. Ed ecco che entra in
ballo il suo amante segreto dal quale venne alla luce l’attuale Akheperenra,
marchiato anche lui, naturalmente.»
«Se i fatti si svolsero
veramente come tu dici, bisogna dire che quella donna aveva previsto tutto.
–disse Ahmes- Tutto tranne la follia di Akheperkara che avrebbe reso inutile
ogni suo piano e tutte le sue bieche fatiche.»
Hatshepsut contemplava
silenziosamente il calare del sole dalla finestra delle apparizioni. La
città di Uaset, come tutta la terra di Kemet a quell’ora si avvolgeva di
un’atmosfera incantata: il cielo vermiglio sembrava soffocare il disco
solare e la terra arroventata apriva pian piano la sua morsa
soffocante. Ogni cosa appariva animata da un flessuoso ondeggiare, come
quando si guarda al di la della brace di un fuoco appena spento. In quel
momento il pensiero della giovane regina era rapito dalla bellezza di quella
generosa terra e dalle gesta dei valorosi che con il loro sacrificio
l’avevano resa un grande e ricco impero. Tante madri avevano pianto i loro
figli caduti in battaglia, tante mogli aspettarono invano il ritorno del
loro sposo. Quante generazioni attesero il giorno in cui il loro paese fosse
divenuto il luogo migliore per vivere? e quanti re, combattendo lo resero
tale? come si poteva ignorare tutto quello che fu costruito nei millenni
dai grandi monarchi per riporlo in un attimo nelle mani di un piccolo
meschino egocentrico?
Una guardia del nuovo
faraone fece il suo ingresso al palazzo di Ahmes; recava un papiro per la
regina Hatshepsut, lo consegnò nelle sue mani e si piegò in un inchino
dicendo:
«Chiedo il permesso di
andare mia maestà, il nobile faraone attende una vostra risposta ma,
desidera che voi riflettiate a lungo prima di prendere una decisione.
Tornerò tra tre giorni per la risposta.»
Hatshepsut chiamò subito sua
madre e la giovane sorella:
«Il faraone –disse- mi ha
mandato un messaggero recante questo importante scritto. Desidera avere una
risposta ma, vuole che io rifletta a lungo sull’argomento. Voglio che anche
voi assistiate alla lettura, poiché i vostri consigli mi sono sempre stati
preziosi.
“Mia nobilissima regina,
la nostra inesistente unione si dilunga ormai da
tempo e ciò non giova alla mia posizione ed alla mia figura di regnante, di
conseguenza anche il paese a lungo andare potrebbe risentirne.
E’ proprio per il bene del
regno che proprio oggi ho nominato il nuovo Nomarca della città, egli è un
uomo di nobile estrazione che conosco fin dall’adolescenza e riscuote di
tutta la mia fiducia ed ammirazione.
Sennefer mi aiuterà e mi
insegnerà a governare saggiamente, cosa che avrei dovuto apprendere in
tenera età come vostro padre fece con voi, ma io non fui educato per
governare, certamente voi sareste stata un ottimo faraone, senz’altro
migliore di me. Gli dei, però, a volte sono beffardi. Ricordate gli strani
eventi della cerimonia d’incoronazione? rammentate l’oracolo di Amon, il
quale decretò la nostra immediata separazione? Ebbene, gli dei si beffano
di noi e dei nostri progetti, dei nostri sogni, dei nostri desideri ed
aspirazioni. Oggi al mio posto, se non foste una donna, una bellissima
donna, potreste esserci voi ma, ancora una volta la volontà divina ha
stravolto gli eventi cingendo il mio capo della vostra corona. So che avete
molti sostenitori specialmente tra i religiosi del grande tempio, so che
addirittura i miei fratelli vi sono devoti ma tutto questo ha poca
importanza, se dovrà esserci una contesa tra noi io sono pronto a
combattere, pur sapendo che le vostre armi sono più lunghe e ben più
taglienti delle mie.
So bene che non avrei mai
potuto esprimere tutto questo con il suono della mia sgradevole voce, poiché
so che non me ne avreste dato l’opportunità, è quindi dal mio calamo che
apprenderete la mia proposta:
Rinuncio fin d’ora a
pretendere la vostra presenza al mio fianco, rendendovi la libertà di
vivere nella vostra casa paterna, senza però oltraggiare il mio nome
manifestando pubblicamente un amore che dura da anni in gran segreto. Questo
però non mi preoccupa tanto poiché un simile atteggiamento non gioverebbe
neanche a voi, giacché i vostri seguaci potrebbero rimanere delusi scoprendo
che la loro amata regina non è quel raro esempio di rettitudine morale. In
quanto a me, non ho alcun interesse a rendere pubblica la vostra storia.
Anche voi, pur conoscendo il segreto della mia nascita, lo avete saggiamente
taciuto, come vedete siamo ad armi pari, e non farne uso conviene a
entrambi. Ciò che voglio da voi, invece, è ben altra cosa e rientra nei miei
diritti di vostro legittimo sposo, un compromesso al quale dovrete piegarvi,
semplice ed equo: a voi la libertà dalla mia presenza, a me un figlio. Una
sola notte d’amore, ecco ciò che voglio!”
«Costui è folle –esclamò
Neferubity- come può credere che tu possa accettare una simile proposta?»
Hatshepsut non rispose, fu
invece Ahmes a commentare:
«Egli è velenoso come una
serpe e ciò non ci giunge nuovo ma c’è qualcosa che ignoravamo, non è poi
tanto stupido come abbiamo sempre pensato. La furbizia unita alla perfidia
può diventare uno strumento pericolosamente efficace nelle sue mani. Fa
d’uopo adoperare la massima prudenza ed oculatezza nelle nostre mosse
future.»
La giovane Hatshepsut restò
ancora qualche istante a riflettere con lo sguardo fisso su quel foglio che
aveva ancora tra le mani, poi alzando il capo osservò:
«E’ vero madre, forse lo
abbiamo sottovalutato oppure si avvale dei consigli e dell’esperienza di
qualcun altro, magari un confidente che gli suggerisce come agire.»
«Sennefer! –esclamò
Neferubity- Il suo uomo di fiducia è senz’altro anche il suo consigliere.
Lui stesso in quel messaggio ne decanta le doti.»
«Proprio così sorella,
credo che abbiamo colto nel segno. Farò condurre quell’uomo qui a palazzo,
lui e la sua sposa, un invito di cortesia per poter conoscere colui che ha
meritato una così grande stima da parte del faraone. Con questo pretesto
potremo accertarci dell’esattezza dei nostri sospetti e, se fosse veramente
lui ad ispirare il faraone, avremmo anche modo, con qualche astuta
domanda, di valutarne la temibilità.»
«Va bene, figlia mia
–disse Ahmes- mi sembra un’ottima idea ma hai forse dimenticato quale
assurdo, paradossale compromesso ti sia stato proposto?»
«No madre mia, non l’ho
dimenticato anzi posso dirti che allo scadere dei tre giorni quel nobile
sovrano avrà la sua risposta. Ho in mente uno stratagemma e se il suo esito
sarà positivo, otterremo ben tre risultati contemporaneamente. Liberarmi
definitivamente di quell’uomo, rendere giustizia alla memoria di mio padre
e proteggere il paese dalla stirpe di Akheperenra. Ora dobbiamo prepararci
ad accogliere il Nomarca di Uaset, poi vi spiegherò il mio piano.»
Senza aggiungere altro,
Hatshepsut chiamò Ramose, a lui affidò il compito di cercare Sennefer e di
invitarlo a palazzo insieme alla sua nobile sposa.
Quando Sennefer e sua moglie
Senay arrivarono al palazzo di Ahmes, Hatshepsut era pronta ad accoglierli,
scese lentamente la grande scala che dava nell’ampio atrio. I due si
inchinarono alla maestà della regina che diede agli ospiti il suo cordiale
benvenuto.
Sennefer era un uomo alto e
robusto, dai lineamenti virili e dal portamento aristocratico, sul suo viso
scintillavano due occhi marroni vispi ed indagatori, attenti a tutto ciò che
lo circondava, sembrava non stessero mai fermi. Senay era una donna di
indiscutibile bellezza ma i suoi occhi grandi e verdi come le acque del
Nilo avevano una luce strana, il suo volto aveva qualcosa di familiare.
Hatshepsut ebbe l’impressione di aver già visto quella donna ma non riusciva
a ricordarne il luogo, forse si trattava di una semplice somiglianza.
All’improvviso un brivido pervase la giovane regina che per un attimo
rivisse un terribile momento del passato. Se non l’avesse vista morire con i
suoi occhi avrebbe potuto affermare che al fianco di Sennefer c’era
Mutnofret, quella donna le somigliava in modo impressionante, i suoi
lineamenti, i suoi occhi, i suoi modi, persino la sua voce.
«Perdonatemi Sennefer, se
fisso la vostra nobile sposa ma la sua bellezza e davvero cosa non comune,
persino una donna ne può restare incantata. Siete un uomo molto fortunato ad
averla accanto.»
«Vi ringrazio del
complimento maestà. Avete ragione, Senay è una donna molto bella, anche
se la sua bellezza svanisce al vostro confronto, ma ella possiede mille
altre qualità che farebbero felice ogni uomo.»
«Mi rallegro per voi
–rispose Hatshepsut- non è facile trovare nella stessa donna bellezza e
virtù. Ma vi prego, unitevi a noi, abbiamo fatto preparare un banchetto
speciale in vostro onore ed inoltre avrete l’occasione di conoscere gli
altri nobili di corte, illustri personaggi e uomini di governo che, come
voi, amministreranno il Paese.»
Il Nomarca non poté
rifiutarsi all’invito della regina ma era chiaro che fu preso alla
sprovvista. Il banchetto proseguì allegramente. Sennefer e sua moglie erano
al centro dell’attenzione di tutti i presenti che cercavano di coinvolgerli
in discorsi dai più svariati argomenti ma questa era solo una tattica con la
quale Hatshepsut ed i suoi seguaci cercavano di capire la loro vera indole
e questo Sennefer lo capì.
Il banchetto, era quasi
giunto al termine, a quel punto Hatshepsut si avvicinò a Senay e disse:
«Mia nobile amica,
permettetemi di guardare da vicino questo stupendo orecchino, mi ha colpito
dal primo momento che vi ho vista, è veramente un pregevole oggetto.»
Così dicendo si avvicinò
ancora di più ed avvicinò la sua mano al gioiello che pendeva dall’orecchio
sinistro della giovane Senay, delicatamente lasciò che l’oggetto le si
posasse sulla mano e con un leggero movimento ritrasse minimamente la mano
facendo in modo che l’orecchio si discostasse dai capelli quel tanto che
bastava per mettere a nudo la parte superiore del collo. Osservò per qualche
istante poi lasciò che il monile scivolasse dolcemente dalla sua mano.
«Nobile Ineni –disse
Hatshepsut- voi avrete potuto certamente apprezzare la fattura di questo
magnifico orecchino. Il nobile Ineni –proseguì- oltre ad essere un grande
architetto è anche un maestro d’arti orafe e produce degli oggetti di rara
bellezza, vorrei che lui mi realizzasse un orecchino simile al vostro se ciò
non vi infastidisce.»
«Come potrebbe
infastidirmi, –rispose Senay- piuttosto sarà un grande onore per me, che la
nostra Regina indossi un gioiello uguale al mio, qualunque donna del Paese
ne sarebbe lusingata.»
Ormai il buio era già calato
ed ognuno degli invitati dopo aver preso commiato lasciarono il palazzo
delle ospiti reali. Le tre donne erano rimaste finalmente sole. La giovane
regina ed i suoi fedelissimi amici avevano recitato con maestria la loro
parte nel farsesco banchetto ma, nonostante tutto Sennefer si era
insospettito. Ciò che invece nessuno sospettava è che Hatshepsut con tutti i
suoi apprezzamenti aveva usato l’orecchino di Senay come pretesto per
scoprirle il collo. Il sospetto di Hatshepsut, per quanto assurdo si
dimostrò fondato: Senay era figlia di Mutnofret, il marchio di sangue dietro
il suo orecchio sinistro ne era l’inconfutabile prova.
La resa dei
conti
«Ora sappiamo a chi
appartiene la mente che guida le azioni di Akheperenra –disse Hatshepsut-
ma la cosa più straordinaria è stato scoprire che Mutnofret avesse una
quarta figlia ignota a tutti. Dal suo aspetto direi che si tratta della sua
primogenita. Ma chi sarà suo padre? Come avrà fatto a mantenerla nell’ombra
finora? E perché?
Ahmes e Neferubity rimasero
di sasso quando, allo scadere dei tre giorni, Hatshepsut lesse loro la
risposta che avrebbe mandato al faraone Akheperenra:
“Da
quando ho ricevuto il vostro messaggio, ho riflettuto a lungo su quella che
in un primo momento mi è sembrata una proposta quantomeno assurda ed
offensiva che al momento mi sconvolse. Una volta riacquistata la calma ho
ripensato a tutta questa storia che forse, potrebbe avere dei vantaggi
anche per me. Ho deciso quindi di accettare questo compromesso non senza
porvi alcune inderogabili condizioni: l’incontro avverrà qui nella mia
dimora paterna, nel giorno e all’ora che io stessa stabilirò, voi mi
raggiungerete nella mia camera dove mi troverete pronta a unirmi a voi.
L’ambiente non sarà illuminato e non dovrete in alcun modo rivolgermi la
parola, in questo modo potrò immaginare che al vostro posto vi sia qualcun
altro, questo mi aiuterà a soggiacere. Vedrete nostro figlio solo dopo un
mese dalla sua nascita, verrà condotto nel vostro palazzo poiché è lì che
egli crescerà. Se e quando vorrò vederlo sarò io a raggiungerlo nella vostra
casa. L’ultima importantissima condizione: a prescindere dal sesso del
nascituro dovrete considerarmi comunque libera da ogni legame con voi.
Aspetto una vostra risposta.”
«Mia dolce sorella –esclamò
stupita Neferubity- spero che quel messaggio nasconda un piano ben preciso,
non mi sarei mai aspettata da parte tua una decisione simile. Conosco fin
troppo bene la tua determinazione, per credere che tu abbia capitolato. Cosa
hai in mente parla ti prego!»
«Non sono uscita di senno,
–rispose- rassicuratevi, sappiate solo che in quel fatidico momento,
qualcun’altra prenderà il mio posto nel mio talamo, ella si unirà al faraone
e gli darà il figlio a cui lui tanto anela. Dove Mutnofret fallì, io
riuscirò.»
In quello stesso istante
Senenmut arrivò a palazzo, come quasi ogni sera dalla morte di Akheperkara.
Il giovane uomo si sedette
nei pressi della grande vasca godendo del fresco della sera e dei profumi
del giardino, intanto attendeva l’arrivo della sua amata, al fine ella
arrivò.
Dopo un tenero abbraccio
Hatshepsut lo informò sugli ultimi avvenimenti e gli spiegò il suo piano:
«Ora ho bisogno dell’aiuto
di tutti coloro che mi sono fedeli –disse- il primo è tuo fratello
Amenemhat, egli cercherà una donna tra le mercenarie dell’amore, qualcuna
che abbia più o meno il mio aspetto, costei prenderà il mio posto unendosi
ad Akheperenra. Se tutto si svolgerà come previsto, quella donna, avrà in
dono una casa lontano dalla città e molto oro e argento, lei stessa
stabilirà la misura necessaria per comprare il suo silenzio.»
«Un astuto espediente,
–osservò Senenmut- ma molto pericoloso.»
«E’ vero –rispose- ma, non
avevo altra scelta. Dobbiamo rassegnarci, il nostro futuro sarà costellato
di ostacoli, gli dei lo hanno scritto, sta a noi raccogliere tutte le forze
per superarli e questo e solo il principio.
Ma ora vieni –soggiunse- la
nostra prima notte d’amore ci attende, sarai tu a darmi un figlio.»
Amenemhat fu inviato nella
parte povera della città. In quei luoghi, per le vie più isolate spesso si
incontravano le meretrici ma, molte di queste erano semplicemente delle
donne segnate da un triste destino: orfane, vedove di guerra, adultere
scacciate dal loro sposo. In tutte loro, però, un unica condizione comune:
l’indigenza.
Vedere un uomo come
Amenemhat nei bassifondi della città non era cosa di tutti i giorni, il suo
portamento, le sue vesti raffinate, lo facevano apparire agli occhi di
quelle donne come un boccone prelibato, l’uomo ricco in cerca di facili
avventure. La voce si sparse rapidamente tra quelle sventurate che,
cominciarono a girargli intorno invitandolo a seguirle con voci suadenti e
frasi che promettevano le più svariate emozioni. Lui intanto le osservava
una per una nella speranza di trovare qualcuna che, anche vagamente,
potesse assomigliare alla sua bellissima regina. All’improvviso dalla porta
aperta di una misera casa apparve la figura di una giovane donna vestita di
pochi, laceri teli di lino: due occhi neri e vispi, lunghi capelli neri
sciolti sulle candide spalle, ricadenti sul piccolo turgido seno non un solo
anello alle dita affusolate ma, dal portamento fiero e sprezzante.
«Sei tu la donna che
cercavo, -disse Amenemhat avvicinandosi alla giovane- non sono qui per ciò
che tu pensi, -continuò- non per me almeno. Se accetti la mia offerta potrai
diventare una donna ricca e rispettata, avrai una casa dignitosa e delle
ancelle ma dovrai lasciare la città.»
«Entra nobile ufficiale,
–rispose- cosa dovrei fare per meritare tutte queste buone cose?»
«Non essere impaziente,
c’è qualcosa di molto grave che devi sapere prima che io parli: puoi
accettare o rifiutare, ma devi farlo ora poiché quando ti avrò spiegato
ogni cosa potrai solo accettare o morire, in questa faccenda sono in gioco
personaggi troppo importanti per permettere che qualcosa possa trapelare.
Valuta bene e rifletti su quanto ti ho detto, io ritornerò qui fra tre ore,
ti basteranno per prendere una decisione?»
«Non ho bisogno di pensare
tanto a lungo, –affermò la donna- se è vero che la mia ricompensa sarà ricca
come tu hai detto, posso assicurarti che non v’è cosa che non sarei disposta
a fare. Tu mi stai offrendo di porre fine a questa mia squallida esistenza
offrendomi una nuova vita lontano da queste strade cupe dove il sole non
giunge mai. Guarda le donne che sono li fuori ognuna di loro con il suo
dramma, costrette a vendere il proprio corpo per dar da vivere ai propri
figli o per non finire schiave di un padrone. Nessuna di loro aspetterebbe
tre ore per darti una risposta; cosa devo fare, parla dunque.»
Amenemhat le spiegò il
piano della regina con dovizia di particolari, soffermandosi più a lungo
sui momenti più delicati del suo svolgimento, poi insieme aspettarono il
calare delle tenebre per raggiungere il palazzo di Hatshepsut dove dopo aver
fatto un bagno profumato sarebbe stata affidata alle cure delle ancelle
regali che l’avrebbero pettinata e vestita di stoffe pregiate. Il suo collo
e le sue dita sarebbero state adornate con raffinati gioielli. La stessa
Hatshepsut la avrebbe istruita sugli ultimi dettagli della farsa. La notte
dopo sarebbe stata quella decisiva.
Gli dei furono favorevoli,
quella notte la luna era alla sua prima fase e le vie di Uaset erano
completamente avvolte dall’oscurità.
Amenemhat e la giovane Isis
riuscirono ad attraversare la città senza che nessuno li vedesse. Finalmente
i due arrivarono a palazzo e scesi da cavallo si presentarono al cospetto di
Hatshepsut. Isis aveva ancora il capo coperto dal mantello di Amenemhat, del
suo volto si intravedevano solo i suoi occhi neri. Hatshepsut si rese conto
che la giovane donna era terribilmente a disagio e con voce rasserenante le
disse:
«Scopri il tuo volto, non
aver timore, fa che io possa ammirare la tua bellezza. Non vergognarti delle
tue vesti, tra poco vestirai al pari di una regina e profumerai come una
dea. Se reciterai bene la tua parte diverrai una delle donne più ricche e
rispettate di Nekheb e vivrai sotto la mia protezione.»
La donna finalmente tolse il
lungo mantello mostrando così le sue splendide fattezze:
«Ecco maestà, questa è la
vostra umile Isis. Non oso neppur pensare di assomigliarvi, sarebbe come
confrontare l’oro con la sabbia. Il vostro ufficiale vede in me una beltà
che neppure io stessa credo di possedere.»
«Non sottovalutarti
eccedendo in modestia, il fedele Amenemhat ha visto giusto. Sotto quelle
consunte vesti si cela una donna dalla raffinata bellezza, le mie ancelle si
occuperanno della tua cura, tra poco, guardandoti allo specchio, vedrai
un’altra donna!»
Nefer e Atys presero per
mano la sconosciuta e la condussero verso la camera riservata agli ospiti.
Quando le ancelle ebbero
finito Isis era irriconoscibile, chi avrebbe mai potuto affermare che quella
nobile dama, solo qualche ora prima languiva nei bassifondi della città?
Il mattino dopo il buon
Amenemhat rimontato a cavallo si diresse verso il palazzo di Akheperenra per
consegnargli un messaggio della regina, recante la data del loro
appuntamento d’amore… “questa stessa notte all’ora dodicesima in punto”.
Quel giorno per Hatshepsut e
la sua famiglia, trascorse tra mille cose da organizzare tra le quali la
partenza di Sat Ra che avrebbe seguito Isis a Nekheb insieme a tre ancelle.
Era già l’ora undicesima, Isis era visibilmente ansiosa ma, aveva imparato
bene il suo ruolo. Ormai non mancava che l’ultima parte del piano, la più
delicata.
Le porte del palazzo furono
aperte, mancavano pochi minuti alla dodicesima ora, puntuale la figura del
faraone apparse nell’atrio. Poche torce illuminavano a malapena il lungo
scalone in cima al quale troneggiava la sagoma della regina che, con un
cenno della mano e senza proferire parola lo invitò a seguirla. Quando il
faraone entrò la camera era quasi in totale oscurità. I fregi d’oro del
baldacchino luccicavano fiocamente alla luce della luna filtrata dalle lievi
tende di lino su cui campeggiavano le insegne reali. Il debole vento della
notte gonfiava dolcemente quegli esili teli creando una danza fantastica di
ombre che si riflettevano sulle pareti come ibis in volo. La donna era lì in
piedi accanto al letto, ancora con le vesti indosso, mentre il suo corpo
emanava affascinanti profumi. Il giovane faraone non indugiò oltre ed
avvicinatosi le accarezzò le morbide spalle, le loro vesti caddero una per
volta ai loro piedi, poi i loro corpi scivolarono avvinti sul morbido
talamo. Hatshepsut ed Ahmes erano nella camera accanto, una terazza rendeva
comunicanti le due camere dagli ampi balconi, le due donne vivevano quegli
interminabili attimi in attesa che Isis desse il segnale convenuto. Dopo
circa un’ora, finalmente, Isis aprì le tende ed uscì, si avvicinò ad un vaso
di fiori e ne colse uno. Lo scambio fu fulmineo, Hatshepsut che era già
pronta, entrò nella camera dove il faraone era ancora disteso a fissare il
soffitto.
«Avete avuto la vostra
notte d’amore –disse la regina- avrete anche il figlio che desideravate, ora
rispettate i patti, è ora che andiate.»
Akheperenra si alzò
svogliatamente poi si avviò verso l’uscita e arrivato alla porta si voltò e
disse:
«Questa notte siete
riuscita a farmi dimenticare l’odio che ci separa, ho conosciuto la vostra
dolcezza, essa è pari alla vostra durezza. Non so per voi ma sappiate che
per me è stato meraviglioso. Se un giorno vorrete vivere al mio fianco io ne
sarò felice.»
«Sarebbe molto meglio che
voi dimentichiate quel che è accaduto questa notte, –rispose Hatshepsut- se
dolcezza vi è stata non era a voi che essa era rivolta. L’assenza di luce ha
fatto volare la mia fantasia al di la di queste mura, forse accanto a
qualcuno che non potrà mai esser mio. Per tutto quanto il resto, ho solo
tenuto fede ai nostri accordi, ora tocca a voi.»
Con lo sguardo abbassato, il
giovane uscì. La bella regina aveva inferto una profonda ferita nel suo amor
proprio, i suoi passi rimbombarono sul lungo scalone. Poco dopo il nitrire
del suo cavallo echeggiò nella notte e il rumore dei suoi zoccoli divenne
sempre più lontano fino a sparire nel silenzio. L’ultimo atto della farsa si
era concluso.
Erano trascorsi ormai due
mesi da quella notte. Tutto procedeva per il meglio per Hatshepsut che era
riuscita finalmente a liberarsi dal legame con il nuovo faraone. La giovane
regina era come rifiorita, pervasa da una nuova linfa vitale che le
restituiva la gioia di vivere. Sul suo volto brillava una luce nuova, nel
suo sguardo un’infinita dolcezza. Nel suo grembo portava il figlio
dell’amore e questo la riempiva di felicità. Senenmut più innamorato che
mai, lavorava instancabilmente alla costruzione del tempio ed allo studio di
nuove forme architettoniche. Le vestigia della sua regina, quel maestoso
monumento, era il simbolo della loro unione. Lì vicino, infatti, Senenmut
stava edificando la sua piccola tomba: un capolavoro in miniatura
dall’enigmatico soffitto. Nulla poteva separare i due amanti, neppure la
morte, anche nell’aldilà sarebbero stati vicini.
Doppio gioco
Isis, intanto, viveva felice
a Nekheb la sua nuova condizione di ricca cortigiana, nessuno conosceva il
suo passato, quel passato che lei stessa cercava di dimenticare giorno dopo
giorno. Di lei si seppe solo che veniva da Zebu (Edfu) e che il suo sposo
era un ufficiale dell’esercito del re, sempre impegnato nelle guarnigioni
militari perciò costretto a vivere per lunghi periodi lontano da casa. La
giovane era diventata una delle più accanite sostenitrici di Hatshepsut,
colei che l’aveva strappata alla strada per renderla una donna libera e
rispettabile, per lei avrebbe nutrito un’imperitura gratitudine. Per la
popolazione però, l’atmosfera non era altrettanto idilliaca, essi
cominciavano a dare i primi segni di malcontento dovuti ad una esosa
riforma dei tributi divulgata dal nuovo monarca, in occasione dell’immediato
censimento biennale.
Il censimento serviva per
stabilire i beni di ogni singolo soggetto; Il popolo stesso era chiamato a
dichiarare onestamente i propri averi, da qui si poteva calcolare equamente
l’imposta a seconda della posizione economica di ognuno dei sudditi che
variava da cinque a sette misure di grano. I proprietari di piccoli terreni
improduttivi, il clero ed i Nomarchi erano invece esentati da ogni
tassazione. Questa giusta legge, già da decine di dinastie aveva regolato
l’economia del paese, una legge basata sul rispetto dei cittadini che
adempivano a quel dovere non sentendosi oppressi da un onere troppo
gravoso. Il faraone in quei giorni, invece, aveva emanato un editto con il
quale esigeva un rialzo dei suoi diritti sui raccolti di ben quattro misure
di grano in più. I più poveri che sino ad allora avevano goduto
dell’esclusione dai tributi, avrebbero dovuto pagare con il loro lavoro nei
campi del re. “Non essere
avaro delle tue ricchezze, perché queste ti sono arrivate come dono di
Dio... Se dunque coltivi i campi e questi sono fertili, non riempire solo la
tua bocca, ma pensa anche al tuo vicino, perché l'abbondanza ti è stata
donata da Dio". "Da pane all'affamato, da acqua all'assetato, da vesti a
colui che ne è privo, fa attraversare il fiume a chi non possiede una
barca, seppellisci colui che non ha figli”.
Così avevano regnato tutti i
predecessori di Akheperenra che governando secondo queste buone e sagge
regole, furono amati e venerati dal popolo. Queste semplici regole di vita
avevano contribuito a fare di Kemet un grande impero. Ma l’egocentrico
faraone, avido di ricchezze, preferiva ignorarle, fomentato da Sennefer al
quale aveva concesso tutta la sua fiducia. Akheperenra, però, ignorava quali
fossero le reali mire del suo astuto Nomarca.
La popolazione, intanto,
nonostante le esose richieste del sovrano riuscì a reprimere il suo
disappunto, non vi furono infatti ribellioni ne tumulti di sorta. Quella
brava gente, da sempre amante della distensione, preferì incassare il colpo.
Il Visir Ineni fece
annunciare il suo arrivo a palazzo, la regina doveva essere informata su
alcuni gravi episodi che si stavano verificando nei pressi delle sepolture
dei faraoni defunti.
«Lunga vita a voi mia
regina.»
«Salve Nobile Ineni,
–rispose Hatshepsut- sono felice di rivedervi. La vostra espressione, però,
mi fa intuire che siate messaggero di brutte notizie.»
«E’ così, mia sovrana,
purtroppo il regno del giovane Akheperenra sta dando i suoi primi, amari
frutti. Da qualche giorno correvano strane voci di fantastiche storie circa
l’esistenza di uno spirito vagante tra le tombe dei nostri re. Alcuni
sorveglianti mi riferirono di aver visto una nera figura aggirarsi nei
pressi della tomba di vostro padre, uno spirito dalle mostruose sembianze
che illuminava l’ingresso del sepolcro con una torcia. Questi all’improvviso
spariva per ricomparire la notte successiva alla stessa ora. La cosa mi
insospettì e prima di allarmarvi decisi di constatare personalmente quanto
stesse accadendo. Senza indugio mi recai nel luogo delle apparizioni insieme
a due delle guardie che avevano assistito al fenomeno. Ci nascondemmo in una
capanna di operai ed aspettammo pazientemente il calare dell’oscurità.
Trascorsero diverse ore ma nulla accadeva. Era già notte fonda quando decisi
di rinunciare all’impresa. Fu proprio in quel momento che una tenue luce
apparì all’improvviso in lontananza, sembrò come scaturita dal nulla, poi
cominciò a muoversi prima a destra poi a sinistra, restò ferma per qualche
istante e poi ancora verso destra poi a sinistra. Diedi ordine agli uomini
di seguirmi e mi diressi velocemente verso la misteriosa luce, mentre per la
terza volta compiva la sua strana evoluzione ma, quando fummo a circa
duecento cubiti, la luce, di colpo, sparì lasciandoci nel buio più completo.
Accendemmo due torce e proseguimmo la nostra corsa. Arrivammo nel punto
esatto dove la luce era apparsa. Ci guardammo intorno ma non v’era traccia
di alcuno. Poi illuminammo più da vicino l’ingresso del sepolcro e con
grande sgomento ci rendemmo conto che esso era stato profanato, l’accesso
forzato ci induceva a pensare ad un saccheggio ma non osai entrarvi senza il
vostro permesso. Vi lasciai alcuni uomini di guardia affinché non rimanesse
incustodito.»
«Bisognerà verificare se
il vostro sospetto è fondato. –osservò Hatshepsut – Questa notizia mi
addolora. Se la tomba di mio padre è stata saccheggiata come credo, ciò
significa che il popolo ha smarrito il rispetto per noi regnanti. Coloro che
un giorno ci veneravano come dei, oggi cominciano ad odiarci ed io non posso
biasimarli poiché so bene a chi attribuire la colpa di tutto questo. La
prima cosa da fare sarà entrare nel sepolcro e verificare l’avvenuto
saccheggio. Non sarà piacevole rivedere i resti mortali di mio padre ma
tranne mia madre e mia sorella, solo io conosco alla perfezione il corredo
funebre del faraone. Domani all’alba mi recherò nella valle insieme a
Senenmut ed a voi, ispezioneremo l’ipogeo e con la vostra competenza
troveremo una soluzione a queste ruberie prima che divengano una piaga.»
«Domani all’alba sarò qui,
partiremo insieme –rispose Ineni-»
Fu Senenmut il primo ad
entrare, nell’eterna dimora di Akheperkara, la sua mano sinistra reggeva una
torcia, la destra brandiva un pugnale. La grossa lastra di pietra che ne
chiudeva il passaggio era stata rimossa. Dopo un attimo di smarrimento anche
Hatshepsut varcò lo stretto passaggio seguita da Ineni e da due guardie.
All’interno tracce di piedi nudi dimostravano che almeno quattro uomini vi
erano entrati. Imboccarono il primo corridoio discendente, tanto stretto da
obbligarli a camminare l’uno dietro l’altro. Nella prima camera Senenmut
accese le quattro torce incastonate alle due pareti laterali, mentre al
centro della camera troneggiavano i simulacri della triade di Uaset, Amon,
Mut e Khonsu, dietro di loro una piccola porta conduceva al secondo
corridoio anch’esso angusto quanto il primo, anch’esso in discesa ma munito
di una lunga, scivolosa scalinata.
La seconda camera, piccola e
bassa era completamente vuota, le pitture murali raffiguravano il faraone
accompagnato dal dio Anubis affinché non si smarrisse durante il viaggio per
la vita eterna. Un altro cunicolo in discesa sul cui ingresso campeggiava il
serpente alato, simbolo dell’unificazione dell’Alta e Bassa Kemet. Senenmut
non riuscì ad imboccarlo, Ineni lo trattenne gridando:
«Ti prego fermati! Questo
passaggio ti condurrebbe ad una morte orribile. Ho progettato io questa
tomba e ne conosco i tranelli, spetta a me passare per primo e quando
arriveremo laggiù non muovetevi finché non vi avrò dato istruzioni.»
Ineni iniziò a percorrere
lentamente il terzo corridoio che continuava a scendere sempre più
profondamente nelle viscere della terra, dietro di lui tutti gli altri che
timorosi e incuriositi ne imitavano le mosse. Nell’aria aleggiava ancora un
forte odore di resine e natron, ciò faceva intuire che il corpo del
faraone non poteva essere molto lontano. Quando giunse all’ultimo scalino,
Ineni scese e si fermò al centro della terza camera anch’essa vuota. Le sue
braccia si aprirono per impedire agli altri di proseguire oltre.
«Ecco –disse- un passo in
più e sarebbe stata la fine di tutti noi. Vedete la porta alle mie spalle?
Ebbene per varcarla bisogna passare su questo strato di sabbia, essa
nasconde una parte di pavimento cedevole basterebbe anche il peso di un
bambino per farlo crollare, al di sotto vi è un pozzo di centocinquanta
cubiti di profondità, le sue pareti sono talmente lisce e viscide che
neanche un ragno riuscirebbe a risalirlo.
Ora tocca a te mio forte e
giovane discepolo, bisogna fare un salto di oltre sei cubiti, se avessi
avuto qualche anno in meno avrei potuto farcela anch’io. Prendi la rincorsa
e cerca di arrivare nell’altra camera ma prima devi cingere la tua vita con
questa corda, i miei uomini ti reggeranno nel malaugurato caso che il tuo
salto non sia sufficientemente lungo. La camera seguente è quella in cui
giace il nostro re, quando sarai dentro ti dirò cosa fare.»
Senenmut prese la fune e la
fece girare intorno alla vita assicurandola con un doppio nodo, quindi
retrocesse fino al primo gradino, e preso lo slancio saltò agilmente
raggiungendo per un soffio la camera funeraria completamente buia.
«Coraggio Senenmut,
–riprese Ineni- il peggio è ormai passato, ora devi attivare il congegno che
riempirà il pozzo di sabbia, in modo tale da consentire anche il nostro
passaggio. Ma innanzitutto devi far luce, cerca a destra del sarcofago,
sulla parete troverai una torcia. Appena vi sarà luce dirigiti verso la
statua di Sekhmet e tira verso di te il suo scettro ouas, in pochi minuti
il pozzo sarà colmo.»
La luce della torcia si
accese e Senenmut, stupito si accorse di trovarsi in una camera semispoglia:
il sarcofago al suo centro era forse l’unica cosa che non era stata
toccata; gli oggetti più preziosi del corredo funerario erano spariti, la
statua di Anubis era un altero ed inerme simbolo di protezione per quella
eterna dimora ormai già profanata da mani impure, quella di Sekhmet non
nascondeva più alcun segreto, il suo scettro era già stato tratto, il pozzo
era già colmo di sabbia.
Uscendo dalla camera,
Senenmut passò sul pavimento tra le orribili grida di tutti che in un attimo
divennero silenzio.
«La botola, -esclamò
Hatshepsut- il congegno della botola non ha funzionato, come mai?»
«Purtroppo –spiegò
Senenmut- questi congegni a sabbia sono concepiti per funzionare una sola
volta e questo è stato già sbloccato, una parte del tesoro del faraone è
stata trafugata. Entrate anche voi senza timore non c’è più alcun pericolo.»
«Chi altri oltre voi
conosceva il funzionamento del trabocchetto segreto? –chiese la regina-»
«I componenti della
squadra di operai che vi lavorarono, –rispose Ineni- una decina di uomini in
tutto.»
«Non c’è quindi alcun
dubbio che gli autori di questo spregevole gesto siano proprio loro.»
«Credo che quegli uomini
siano solo gli autori materiali di tutto questo. Vedete mia regina, non è
cosa facile vendere oggetti simili, il rischio di essere scoperti è molto
elevato, quei pezzi recano il sigillo reale, chiunque li riconoscerebbe.
Colui che ha progettato tutto ciò avrà certamente la possibilità di far
uscire i gioielli dalle mura della città, forse verso oriente, in ogni caso
si tratta di qualcuno verso il quale nessuno oserebbe dirigere i propri
sospetti, magari un Nomarca, un uomo di elevata posizione sociale. Purtroppo
molti anni or sono si verificarono alcuni casi in tutto simili a questo e al
vertice di tutta la storia vi era un uomo di alto lignaggio che, quando fu
smascherato preferì il suicidio piuttosto che subire la meritata punizione.
Egli aveva assoldato un pugno di operai che avevano lavorato alla
costruzione delle tombe dei nostri antichi re. Il loro compenso era un
decimo del valore dei tesori rubati che lui stesso vendeva in oriente
tramite alcuni carovanieri privi di scrupoli.»
Un nome sfuggì dalle labbra
di Senenmut:
«Sennefer! –gridò- Chi
altri se non lui? Un uomo di alto lignaggio, il confidente del faraone
Akheperenra del quale sappiamo ben poco tranne che la sua sposa è la figlia
segreta di Mutnofret, la quale ama coprirsi di gioielli di gran valore.»
«Anch’io ho pensato allo
stesso uomo, –rispose Hatshepsut- ciò spiegherebbe anche la loro ostentata
ricchezza. Ma nelle nostre mani non vi sono che congetture, con quali prove
oseremmo accusarlo? »
Ineni che conosceva il
sepolcro meglio di chiunque altro, era anche l’unico uomo in grado di
rendere inoffensiva ogni trappola della tomba, essendone lui stesso
l’artefice. Una volta entrati nella camera funeraria, la luce delle torce
illuminò lo splendido sarcofago del faraone Akheperkara, rimasto
inspiegabilmente intatto, dietro le spoglie reali la parete era stata
sfondata, mettendo così a nudo un altro piccolo passaggio. Ineni si avvicinò
con cautela alla piccola porta, raccomandando che nessuno lo seguisse e dopo
aver fatto luce vi entrò, spinse qualcosa su una delle pareti interne poi si
diresse verso destra sparendo dalla visuale dei compagni. Pochi minuti dopo
riapparve, sul suo volto una strana espressione di raccapriccio.
«Cosa accade? –chiese
Hatshepsut- Vi vedo sconvolto.»
«Questo muro nascondeva
una camera segreta –rispose- qui sono nascosti gli oggetti più preziosi del
faraone, i ladri, evidentemente avevano intuito l’esistenza di questo
nascondiglio ma non si aspettavano di dover fare i conti con un altro
trabocchetto mortale.»
Il breve corridoio che
conduceva alla camera del tesoro era protetto da un altro congegno.
«Prima di percorrere il
corridoio volevo sbloccare l’ingranaggio della trappola mortale ma quando
ho spinto il mattone sulla parete mi sono accorto che era già stato
sbloccato. Ora c’erano due possibili spiegazioni: Coloro che erano entrati
conoscevano anche questo congegno oppure ne erano stati travolti. La
trappola consiste in una enorme, pesantissima lastra di pietra su cui vi
sono incastrate dodici lame lunghe due cubiti, passando sull’ultimo tratto
del corridoio la lastra si libera dai quattro ganci che la tengono ancorata
su di una rampa laterale coperta da un fragile muro che ne nasconde
l’esistenza. La seconda ipotesi si è rivelata quella esatta. Sarà meglio
che voi altezza non vediate quella raccapricciante scena.»
Tre uomini giacevano
trafitti dalle terribili lame, i loro corpi erano avvizziti per il troppo
sangue perso, l’odore di morte che emanavano faceva intuire che la loro
fine doveva risalire a diversi giorni prima.
La trappola era riuscita a
salvare il tesoro del faraone.
«Ci attende molto lavoro,
–disse Hatshepsut- avrò bisogno del vostro aiuto, mio nobile Ineni. Il corpo
di mio padre, insieme ai suoi tesori dovrà essere trasferito segretamente in
un luogo più sicuro, qui resterà solo un sarcofago vuoto. Tutto andrà fatto
di notte e da uomini di completa fiducia ed affidabilità. Ora sarà
necessario che questa tomba sia vigilata ininterrottamente da diversi
uomini fino al momento in cui le spoglie reali non saranno trasportate
altrove. I corpi di quei tre verranno lasciati qui privi di sepoltura, i
loro scheletri resteranno di guardia a quello stesso sepolcro che avrebbero
voluto saccheggiare, le trappole saranno ripristinate e quando tutto sarà
fatto richiuderete il passaggio come se nulla fosse mai accaduto.
Contemporaneamente io stessa con l’aiuto di Senenmut cercherò le prove per
poter incriminare il responsabile di questa infame profanazione, Sennefer ha
i giorni contati.»
La giovane regina già da
tempo aveva iniziato i lavori di scavo per la sua dimora eterna, tanto
profonda che sembrava arrivare al centro della terra. Nascosta agli occhi
degli uomini e difesa da innumerevoli tranelli che ne avrebbero garantito
l’inviolabilità nei secoli. Il feretro di suo padre fu trasportato
nottetempo con tutto il suo tesoro nel nuovo rifugio, in una camera segreta
scavata nella roccia apposta per lui.
Non vi fu occhio umano a
spiare questo ultimo viaggio del faraone, la vecchia tomba di Akheperkara fu
richiusa, al suo interno un sarcofago vuoto, tre corpi in decomposizione e
null’altro. L’identità dei tre profanatori fu appurata e Hatshepsut di lì
a poco avrebbe avuto nelle sue mani le prove concrete per condannare
Sennefer, l’uomo che era entrato nelle grazie del faraone e che si avvaleva
di tale appoggio con l’unico scopo di arricchirsi alle sue spalle
organizzando furti sacrileghi e loschi traffici. Un regnante talmente stolto
da lasciarsi plagiare senza accorgersi di quanto gli accadeva intorno.
Akheperenra fu informato di
ogni cosa, ovviamente nulla gli fu riferito sui sospetti che la regina
nutriva su Sennefer. Fu proprio per espressa richiesta di Hatshepsut che
furono rinforzate le squadre di sorveglianza alle tombe, in modo tale da
ostacolare il verificarsi di nuove profanazioni, quindi, furono irrobustite
quelle ai confini dei paesi stranieri per evitare lo smercio degli oggetti
trafugati nelle tombe.
La giovane principessa, in
quel tempo, aveva raggiunto il quarto mese di gravidanza, la rotondità del
suo ventre gli conferiva una particolare dolcezza. Senenmut, nonostante la
segretezza della sua paternità era all’apice della gioia. Il suo bambino
cresceva nel grembo di colei che amava. L’ennesimo suggello di quel tenero,
sconfinato amore.
La maledizione
del Gran Sacerdote
Una moltitudine di uccelli
in quel periodo dell’anno invadevano la valle del Nilo , Akheperenra in
piedi sulla leggera imbarcazione di giunchi si destreggiava con il suo
bastone da getto nella caccia alle anatre, le quaglie formavano nel cielo
grosse nuvole nere contro il sole del mattino. Cento trappole di
sottilissima rete venivano lanciate dagli uomini della squadra sui piccoli
volatili che a migliaia cadevano nel tranello per divenire il bottino di
caccia del giovane faraone.
«Diecimila uccelli per il
dio Amon –disse Akheperenra- questo sarà il mio dono a lui che pur
proteggendo i miei predecessori continua ad essermi ostile. Ingrandirò il
suo tempio, farò erigere enormi obelischi e monumenti, il suo culto diverrà
il primo in tutta la terra di Kemet e, sarà opera mia. Nessuno, neanche il
dio creatore potrà negare la mia grandiosità. Io Akheperenra legittimo
erede, non di Akheperkara ma, figlio del dio Amon il creatore di tutto,
colui che innalzò magnifiche opere in onore di suo padre per rendersi
leggiadro ai suoi occhi divini. Questo sarà inciso sulle mura del grande
tempio, e con il mio nome quello di mio figlio, il figlio del dio vivente.»
Sebbene non avesse il potere
del faraone, Hatshepsut esercitava un forte ascendente sul popolo, cosicché
le fila dei sostenitori della giovane regina andavano sempre più
allargandosi a dispetto di quelle di Akheperenra che si assottigliavano ogni
giorno di più. In realtà neanche il faraone riusciva, suo malgrado a
sottrarsi al grande carisma dell’impetuosa regina che di tanto in tanto gli
inviava i suoi preziosi consigli che lo aiutavano nella gestione del
governo e del popolo, questi, però, discordavano quasi sempre con le idee di
Sennefer. Il monarca conscio della sua netta inferiorità nei confronti di
Hatshepsut seguiva le sue indicazioni alla lettera anche se questo
comportamento provocava il disappunto di Sennefer.
Fu proprio grazie ai saggi
suggerimenti di Hatshepsut che Akheperenra riuscì a mantenersi ancora sul
trono e ad evitare il colpo di stato ormai incombente.
La battuta di caccia del
faraone fu bruscamente interrotta dall’arrivo di un ufficiale dell’esercito.
«Dalla tua espressione
arguisco che non sei messaggero di buone nuove –disse Akheperenra- spero per
te che quanto hai da dirmi sia importante almeno quanto la mia giornata di
caccia che tu hai osato sciupare con la tua venuta. Parla dunque!»
«Perdonatemi Maestà –disse
il soldato mentre riprendeva fiato- ma è qualcosa di molto grave che ho da
dirvi: alcuni ribelli del paese di Kush hanno superato i confini assalendo
alcune nostre fortezze e facendo razzie di bestiame.»
«E mio fratello? –tuonò
furente il faraone- non è forse lui il vostro generale? come può restare
inerte e permettere ad un pugno di predoni di violare i confini e di rubare
il nostro bestiame? E’ un comportamento indegno per un uomo d’armi come lui,
sarà severamente punito –concluse-.»
«Permettetemi di
contraddirvi mio sovrano –rispose timoroso il soldato- ma il generale
Imenmes è scomparso da alcuni giorni, nessuno sa dove sia o se sia stato
rapito dai ribelli. Abbiamo cercato ovunque, considerando anche la dannata
ipotesi che fosse rimasto vittima di qualche imboscata ma neanche il suo
corpo è stato ritrovato. L’esercito ora è disorientato privo del suo
generale non sa cosa fare, è d’uopo che voi stesso ne prendiate il comando,
i soldati attendono i vostri ordini divina Maestà.»
«Mio fratello sparito?
com’è possibile? La vita militare era tutto per lui. Ho bisogno di vederci
chiaro, non appena arriveremo a palazzo farò chiamare Sennefer per
organizzare una squadra e far luce sulla scomparsa di Imenmes, nello stesso
tempo farò emanare un proclama per il popolo, con cui mi impegno
personalmente a riconoscere una lauta ricompensa a chiunque possa darmi
notizie del generale scomparso nel frattempo daremo una dura lezione ai
ribelli che osarono far razzia nelle nostre terre, io stesso prenderò il
comando dell’esercito. Che tutti gli uomini si preparino, partiremo domani
all’alba.»
Qualche ora più tardi un
messaggero del faraone raggiungeva le porte del palazzo della regina.
«Cerco l’ufficiale
Senenmut, –disse l’uomo- ho notizie per lui da parte di sua maestà
Akheperenra.»
La fedele Tefnet disse
all’uomo di attendere e corse via ad avvertire Hatshepsut, Senenmut era con
lei.
«Perdonate la mia intrusione
maestà, –esclamò Tefnet imbarazzata- un uomo mandato dal faraone cerca del
principe Senenmut, deve trattarsi certamente di qualcosa di molto
importante.»
Senenmut seguì l’ancella ed
insieme raggiunsero il giardino dove l’uomo attendeva impazientemente.
«Avete chiesto di me?
–disse- sono io Senenmut, l’architetto personale della regina. So che mi
cercate per ordine del faraone, parlate pure, vi ascolto.»
«E’ presto detto, nobile
Senenmut –rispose- stamani il nostro faraone ha appreso la terribile notizia
della sparizione del generale Imenmes e quindi che l’esercito di Kemet è ora
privo del suo capo.
I ribelli Kushiti proprio in
questi ultimi giorni stanno tentando di insorgere con delle vili azioni
provocatorie che Akheperenra ha deciso di punire. Sarà egli stesso a guidare
il suo esercito contro i ribelli ma vuole al suo fianco tutti i suoi
migliori ufficiali e voi avendo dimostrato grande coraggio e valore, siete
stato scelto dal faraone quale suo attendente. Preparate quindi il vostro
braccio e il vostro cuore, domani all’alba il faraone partirà con il suo
esercito e voi con lui.»
«Gli ordini del sovrano
non vanno discussi, –rispose Senenmut- va e riferisci ad Akheperenra che
Senenmut è pronto a seguirlo. Ringrazialo da parte mia per avermi concesso
tale l’onore e, per avermi dato tanta la fiducia.»
Hatshepsut rimase turbata
dalla notizia della strana sparizione di Imenmes ma la partenza di Senenmut
come intendente di Akheperenra, oltre a turbarla le procurava una terribile
angoscia. Perché mai la scelta del faraone era caduta proprio sul suo amato?
Si trattava forse di una presa di coscienza del sovrano che, avvedendosi
della sua incompetenza sul campo di battaglia voleva davvero avvalersi della
provata competenza dei più valorosi soldati? oppure la sua mente malvagia
stava architettando un tranello ai loro danni?
«Non avrei mai pensato
che un uomo tanto pavido decidesse improvvisamente di mettere a
repentaglio la propria vita in battaglia. –osservò Senenmut- D’altra parte,
come faraone, non avrebbe potuto sottrarsene, ne delegare qualcun altro al
suo posto. Un simile comportamento avrebbe peggiorato maggiormente la sua
vacillante posizione nei confronti del paese. Ciò che è più strano e che
proprio io sia stato prescelto come suo aiutante in campo.
Gli dei sono davvero
beffardi –soggiunse- dovrò aiutare e difendere colui che è il mio
antagonista e per il quale non nutro che un profondo disprezzo.»
«Sii guardingo, amor mio.
–raccomandò la regina- Ricorda che ora siamo in due ad attendere il tuo
ritorno. Che gli dei ti siano accanto e ti proteggano dai nemici ma
soprattutto dalla perfidia di quell’uomo, poiché proprio in lui potrebbe
nascondersi l’insidia maggiore.»
In mancanza di Akheperenra,
la regina poteva esprimere in maniera diretta le sue incontestabili
attitudini di capo del governo, riuscendo in pochi mesi a riportare il paese
nel clima disteso che regnava prima dell’avvento del nuovo faraone. Le
ribellioni interne, infatti, sembravano quasi del tutto cessate. Le uniche
turbolenze scaturivano da quei pochi sostenitori del nuovo faraone, per la
maggior parte si trattava di personaggi che per un motivo o per l’altro
avevano ricevuto dei benefici dal giovane monarca. Un gruppo sparuto su cui
capeggiava l’inaffidabile Sennefer. Ella era consapevole che se al suo
ritorno, il faraone avesse perseverato nella sua linea di condotta,
l’armonia faticosamente raggiunta sarebbe cessata. Allora, il colpo di
stato, già tante volte schivato sarebbe stato inevitabile. Hatshepsut,
comunque si sentiva egualmente gratificata, la sua mente aveva già troppi
problemi a su cui riflettere: Senenmut lontano da lei affiancato da un uomo
pericoloso; il suo parto ormai fin troppo vicino; trovare le prove per
schiacciare l’infido Sennefer e svelare il mistero della sua aristocratica
sposa ma, l’angoscia più profonda era per la giovane Neferubity.
L’amata sorella da molti
giorni era sprofondata in una grande tristezza, sembrava aver perso la sua
proverbiale gioia di vivere, la sua vivacità. Era come se soffrisse in
silenzio e di tanto in tanto le forze la abbandonavano, in quei momenti le
membra non riuscivano a reggere il peso del suo esile corpo. “Non
preoccupatevi per me, –diceva- sto bene, è solo un po di spossatezza,
passerà presto!”
Ma Hatshepsut non le
credeva, conosceva troppo bene quell’adorabile fanciulla che sebbene conscia
della sua malattia, cercava in ogni modo di celarla pur di non farla
gravare sugli altri della famiglia. Il suo nobile animo ancora una volta
metteva se stessa sull’ultimo gradino della scala delle priorità. Contro la
sua volontà, furono chiamati i migliori esperti di medicina ma ogni Sinu che
l’aveva visitata arrivava ad una diversa conclusione con una diversa cura.
Hatshepsut e la regina Ahmes, disperate vollero giocare la loro ultima
pedina: il sommo sacerdote di Amon, il buon Uazmes.
«Mio devoto Pairi, sono
felice di rivederti. –disse Hatshepsut abbracciando il sacerdote in uno
spontaneo slancio forse dovuto alla somiglianza del sacerdote con il
fratello Senenmut, da lei tanto amato-»
«La luce entra nel tempio
ancora una volta, insieme a voi, regina, lunga vita a voi nobilissima
Ahmes, ed a voi sublime principessa Neferubity, –rispose il sacerdote mentre
il suo volto si apriva in una espressione di infinita dolcezza- lasciate che
vi annunci al sommo sacerdote, sarà felice di sapervi qui.»
«Mi è giunto da lontano il
suono soave della tua voce, mia regina. –disse Uazmes apparendo
improvvisamente alle loro spalle- E’ ormai da molto tempo che mi è negata la
gioia della vostra ineguagliabile presenza, nobili maestà; ma mi è giunta
voce di alcuni spiacevoli episodi accaduti alla Valle dei Re e di quanto vi
siete prodigate per il bene del paese. Alla luce di questi ben nobili
motivi, capisco quanto poco tempo avevate per ricordarvi del vostro
affezionato fratello. Ma ora che vi ho qui di fronte a me, sento il mio
animo alleggerirsi e il mio cuore gioire. Vi prego seguitemi nel mio
alloggio, avrete molte cose da raccontarmi, specialmente tu giovane regina,
tu che a breve sarai madre.»
Le tre dame spiegarono al
gran sacerdote gli avvenimenti che avevano caratterizzato la loro vita nel
lungo periodo in cui non si erano più incontrati, compreso l’espediente
dello scambio di persona nella famigerata notte d’amore e, del figlio di
Hatshepsut che avrebbe avuto da Senenmut. Poi Ahmes e la giovane Neferubity
si allontanarono per recare offerte al gran dio del tempio, Uazmes allora si
rivolse ad Hatshepsut con voce paterna:
«Avete agito
pericolosamente ma, neppur io avrei potuto suggerirvi altra soluzione.
Ancora una volta, come vedi, l’oracolo di Amon si è manifestato in tutta la
sua cruda realtà, ricorda le sue parole: “Il suo
cammino sarà erto e costellato da miriadi di prove, non vi sarà tregua alle
lotte che dovrà affrontare ne vi sarà pace per il suo animo. Molti nemici
cadranno ed altri ancora ne sorgeranno al suo orizzonte.
Poi, la prima delle dame
venerabili armerà la sua mano contro i miei nemici, difendendo suo padre
fino ad uscirne vittoriosa. E’ questo il cammino di colei che io designai al
trono di Kemet per la moltitudine di anni che io insieme agli altri dei le
destinammo. Ma ad ogni sacrificio, ad ogni ostacolo superato, al
raggiungimento di ogni meta, ella sarà gratificata dai grandi doni che ho in
serbo per lei”. Così si espresse l’oracolo, le giuste ricompense arriveranno ma
l’ora non è ancora giunta, altri ostacoli ti attendono lungo il cammino.»
«Ne sono pienamente
cosciente fratello mio, –rispose Hatshepsut- e quel che m’attende non mi
incute paura, ciò per cui io temo è lo stato di salute della nostra amata
sorella, ella soffre terribilmente ma non lascia sfuggire nemmeno un lamento
per non essere di peso. Di tutti i Sinu che l’anno osservata nessuno è
riuscito a trarre una conclusione. L’unica speranza rimasta sei tu, i tuoi
occhi vedono oltre i confini che dividono la luce dalle tenebre, la tua
mente illuminata da Amon può scrutare nel suo futuro. Ti supplico, aiutala
se puoi, darei qualsiasi cosa pur di vederla guarita!»
«Va, sorella mia e mandala
qui da sola ma, non attribuirmi dei poteri divini che non possiedo. Non
nutrire vane speranze ma unisciti a me affidandoti all’entità suprema, io
farò tutto ciò che mi sarà possibile, non dubitare.»
La giovane regina corse a
chiamare l’esile Neferubity, mentre la madre, affranta continuava a pregare
con tutta se stessa. Hatshepsut non volle distogliere sua madre dalle sue le
accorate preghiere e uscendo dalla cappella vide il premuroso Pairi che tra
le mani recava uno stupendo vassoio, su di esso una grande brocca e due
calici d’oro.
«Venite, mia regina,
–disse- bevete con me un calice di questo dolcissimo vino, vi farà bene.»
«Grazie amico mio,
-rispose- colmalo fino all’orlo, sento di averne proprio bisogno.»
Pairi riempì i due calici
porgendone uno alla giovane donna, il suo sguardo fissava amorevolmente gli
occhi tristi di lei e senza accorgersene le sfiorò la mano ed anche se
avrebbe voluto stringergliela, la ritrasse immediatamente. Hatshepsut notò
l’imbarazzo dell’uomo e con voce straripante di commozione gli chiese:
«Mio buon amico, quando io
ti proposi di entrare a far parte del clero, tu non opponesti alcuna
difficoltà, anzi sembrò quasi che ne fossi entusiasta, ma oggi a distanza
di tanto tempo mi assale il terribile dubbio che tu abbia accettato solo
per compiacermi. Eppure nonostante i tuoi modi gentili, la tua istruzione ed
il tuo piacevolissimo aspetto, hai sempre condotto una vita solitaria.
Possibile che tu non abbia mai provato attrazione per alcuna fanciulla? o
che il tuo cuore non abbia mai palpitato per una passione?»
«Mia nobilissima regina,
-sospirò Pairi- un giorno vi dissi che la mia vita qui al tempio trascorre
tra la pace e il silenzio e che in Uazmes ho trovato un altro fratello. Qui,
tra queste mura, i miei sensi vivono in pace ed il mio cuore evita le pene
che l’amore, a volte, può infliggere. Questo mio cuore conobbe la sublime
sensazione il giorno in cui i miei occhi videro tutte le beltà del mondo
racchiuse in una sola fanciulla ma quegli occhi non potevano osare di
guardarla, ella era troppo lontana da me ed il suo cuore troppo vicino a un
altro uomo, un uomo a cui anch’io ero legato per sempre.»
Forse Pairi avrebbe
continuato il suo racconto e forse avrebbe svelato il suo terribile segreto
ma si fermò. Dalle labbra della giovane regina uscivano i primi soffocati
lamenti dovuti ai lancinanti dolori che preludevano all’imminente parto.
L’uomo, dopo qualche attimo di panico, intuì cosa stesse accadendo,
istintivamente corse a chiamare la regina Ahmes, mentre le doglie di
Hatshepsut divenivano di attimo in attimo sempre più dolorose.
«Correte mia regina,
presto, vostra figlia ha i dolori del parto, fate in fretta vi prego.»
Pairi prese in braccio la
giovane donna per condurla nella sua camera. Tutto era ormai nelle mani
della regina madre che in quel fatale frangente non poteva avvalersi
dell’aiuto di nessun altra donna. Anche stavolta il disegno degli dei aveva
sconvolto le aspettative dell’uomo anticipando di un mese la venuta al mondo
del nascituro.
«Perché una giovane regina
deve dare alla luce il suo primo figlio in condizioni così disagiate? –pensò
Ahmes, dando subito un’incerta risposta a se stessa- Forse è proprio qui,
nella sua casa, che Amon desidera far nascere questa nuova vita.»
Il giovane Pairi aspettava
al di fuori della sua camera, emozionato come se da un momento all’altro
dovesse nascere il proprio figlio, ma scacciò subito questo pensiero
dalla sua mente, in realtà, di lì a poco avrebbe avuto il suo primo nipote,
rendendosi conto che poteva comunque gioirne. In quegli attimi interminabili
la sua mente cominciò a volare come le ali di un Ibis ed a guardare
dall’alto ciò che era stata la sua vita fino ad allora, un po’ come gli
accadeva in certe notti di gran calura, quando neanche l’oscurità riesce ad
affievolire la terra arroventata dal sole. In un attimo capì che anche lui
era parte di una storia fatta di sotterfugi, di emozioni represse, di verità
nascoste e di leggi crudeli, radicate profondamente nel passato più remoto
che non tenevano conto del valore e dei sentimenti di ogni singolo
individuo.
Senenmut, suo fratello,
sarebbe stato padre, egli stesso, fratello del padre, Hatshepsut la madre di
colui che in quel preciso istante le procurava quelle strazianti
contrazioni. Quel bambino che si dibatteva con tanta forza per venire alla
luce avrebbe subito la sorte peggiore di ognuno di loro. Per gli occhi del
mondo, chi stava nascendo? Forse nessuno, bisognava attendere che
qualcun’altra desse al mondo suo figlio, una donna di nome Isis.
Di colpo i gemiti di
Hatshepsut cessarono, il tempio cadde in un silenzio innaturale. Tutto, come
per incanto, divenne immobile, non una sola lieve folata di vento, non un
solo uccello in volo nel cielo crepuscolare, perfino le foglie degli alberi
e le fiamme degli altari sembravano inerti come immortalate in una pittura
murale. Pairi sentì un brivido pervadere tutto il suo corpo e per un attimo
ebbe paura. Un vento possente e improvviso trasportò la sabbia rossa dai
deserti fino ai suoi sandali; i grandi uccelli riapparsi nel cielo
formarono enormi sagome nere dalle forme fantastiche, quasi spettrali; le
fiamme dei tripodi ripresero la loro danza flessuosa davanti ai simulacri
degli dei, dando vita a gigantesche ombre che sembravano rincorrersi lungo
le alte pareti e nascondersi di volta in volta dietro le possenti colonne.
Un alto vagito ruppe la
calma che regnava ancora tra quelle sacre mura, poi fu ancora silenzio,
pochi attimi ed il pianto del bimbo risuonò alto e prorompente, schernito
dall’eco delle grandi sale, che da emulo irriverente ripeteva il suo suono
mutandolo in una triste e ossessiva cantilena. Neferubity in quello stesso
momento esalava il suo ultimo respiro tra le braccia del sommo sacerdote. Il
grido di disperazione di Uazmes si levò impetuoso e straziante, ma gli dei
non permisero che orecchio umano potesse sentirlo. Una frase blasfema,
irripetibile, inudibile gli sfuggì.
«Perché l’avete sottratta
alla vita, perché avete strappato alla terra questo giovane, delicato fiore.
La sua pelle bianca rispecchiava il candore della sua anima innocente, i
suoi occhi azzurri guardavano oltre le meschinità ed oltre la malizia. Per
quanto tempo l’ho tacitamente amata, senza mai sperare in qualcosa di più
che non fosse la semplice gioia di poterla guardare e di ammirare l’eleganza
dei suoi modi gentili, udire la sua voce sincera e melodiosa come il suono
di cento arpe. Ma come poteva uno storpio sperare di suscitare in lei un
sentimento che non fosse quello della pietà, lei che era perfetta più di
ogni altra cosa che voi dei, abbiate mai creato? Venni qui in questo tempio
per servirvi, grande Amon, e per far si che ella, ormai fanciulla in fiore,
potesse trovare il giovane uomo che l’avesse resa felice. Io, da lontano,
avrei sofferto di meno, convinto che il suo destino ormai fosse lontano da
me. Tutto quel che mi sarebbe bastato era saperla viva e felice, invece l’
avete presa togliendomela per sempre, come avete potuto! »
A pochi passi da lui, Ahmes,
uscì con gli occhi lucidi di gioiose lacrime dalla camera di Pairi,
Hatshepsut stava bene, aveva dato alla luce una stupenda bimba, bella
come Ra, questo sarebbe stato il suo nome.
Pairi, ripresa la calma
sospirò con sollievo:
«Amon, ti ringrazio.»
Davanti a loro, Uazmes
apparse come uno spirito dal viso bianco come la sabbia, le lacrime non
avevano ancora smesso di sgorgare dai suoi occhi, occhi che sembravano
pietrificati e senza più alcuna luce.
Una frase strozzata dal
dolore e cadde in ginocchio avvinto a colei che fu l’oggetto della sua
segreta passione:
«Ecco la fonte che
alimentava la fiamma della mia esistenza, ella è ormai spenta, ora la mia
non ha più ragione di esistere!»
Si accasciarono al suolo e
mentre il gelido abbraccio della morte li avvolgeva, lui ebbe ancora il
fiato per emanare un terribile anatema:
«Che tu sia maledetto
figlio del male!»
Isis, la “ giusta di voce”
Gli ultimi terribili eventi
tinsero di grigio quel periodo che sarebbe dovuto essere colmo di gioia.
Hatshepsut e sua madre, rimaste ormai sole, non riuscivano a rassegnarsi di
aver perso Neferubity, un dolore reso ancora più profondo dalla tragica
scomparsa del buon Uazmes.
Il suo sentimento fu tanto
grande da spingerlo a seguire l’oggetto del suo amore perfino nell’estremo
viaggio.
L’immane sciagura, per le
due donne, fu un colpo tanto duro che neanche la nascita della bellissima
Neferura riusciva ad attutire, le sue grida gioiose riuscivano a stento a
strapparle un amaro sorriso.
Hatshepsut, per la prima
volta, si sentì davvero stanca e inerme di fronte a tante vicissitudini,
eppure doveva farsi forza, la piccola vita che aveva tra le braccia lo
imponeva. Quelle piccole mani tese le chiedevano cure ed affetto. Nello
stesso istante a Nekheb un’altra piccola vita si era appena dischiusa, una
splendida bimba rosea e paffuta di nome Hatshepsut Meritra (colei che è
amata da Ra), la madre Isis aveva voluto dare a sua figlia lo stesso nome
della donna che le aveva dato una nuova vita facendole rivedere la luce del
sole.
I giorni passavano e col
tempo ogni ferita si rimargina, ma per Hatshepsut quella della perdita dei
due fratelli era ancora sanguinante. Neferura cresceva a vista d’occhio, suo
padre era ancora lontano con le truppe faraoniche e la giovane regina
cercava di non pensarci ma, cosa sarebbe stato di lei se avesse perso anche
Senenmut? Ella era così assorta nei suoi pensieri che non si avvide neanche
di sua madre che era entrata per annunciarle una visita inaspettata:
«Isis è qui per te, –disse
Ahmes- reca tra le braccia sua figlia, una bimba nata da poco meno di un
mese.»
«Lunga vita a sua maestà.
–disse la donna inchinandosi- So della terribile sciagura che si è abbattuta
sulla vostra famiglia e, sono venuta da voi per dimostrarvi il mio affetto,
sperando che condividere il vostro dolore possa alleggerire le pene di
questi terribili momenti.
Ecco mia figlia –proseguì-
ella porta il vostro nome quale segno della mia eterna riconoscenza. Ciò che
avete fatto per me mi rende per sempre la vostra umile serva, ma vi prego,
non giudicatemi ingrata o incontentabile, ho ancora una preghiera da farvi.»
«Ti ringrazio per la tua
venuta –rispose Hatshepsut- e per aver voluto dare il mio nome a questa
bellissima creatura. Sono contenta di vederti in ottima salute. Io invece,
come tu stessa hai detto, sto vivendo i peggiori momenti della mia
esistenza ma, purtroppo, non si può vivere aggrappati ai ricordi di coloro
che ci hanno lasciato. Ma ora dimmi pure, cosa posso fare per te?»
«Mia regina, -rispose- i
nostri accordi prevedevano che quando il figlio che avrei dato alla luce
avesse compiuto tre mesi, io avrei dovuto separarmene, egli sarebbe vissuto
nella casa paterna allevato da una nutrice ed io non lo avrei più rivisto.
Ebbene maestà ciò che io vi chiedo è il regalo più grande che voi possiate
farmi. Questa piccola bimba, da poco entrata nella mia vita è ormai quanto
di più caro abbia al mondo. Cosa vi può chiedere una madre cosciente che tra
non molto dovrà abbandonare la sua creatura? Voi stessa avete una bimba
dalla quale dovrete separarvi e conoscete il dolore che si prova quando si
perde una persona amata. Concedetemi, oh mia regina di viverle accanto, io
non svelerò mai il nostro segreto. Sarò conosciuta da tutti come la nutrice
della piccola Meritra, neppure lei stessa saprà che io sono la sua vera
madre.»
«Il dolore che si prova
nel perdere coloro che ami e molto grande –rispose- ed è proprio per questo
che vorrei concederti quanto mi chiedi ma pur fidandomi di te come posso
fidarmi del tuo istinto materno? Esso un giorno potrebbe avere il
sopravvento sulla tua fedeltà ed indurti a tradirmi. Come puoi garantirmi
che ciò non accada?»
«Se riflettete solo per un
attimo –disse Isis- vi renderete conto che sono legata al nostro segreto
quanto e più di voi stessa. Insieme abbiamo dato vita ad un raggiro la cui
vittima era il faraone in persona. Se un giorno avessi la dabbenaggine di
rivelare la mia vera identità e che sua figlia nacque da me e non da voi,
come lui crede, quale speranza avrei di sfuggire all’ira del faraone?»
«E’ proprio vero, sarebbe
la tua condanna a morte –rispose-.
Sia dunque come tu vuoi,
farò in modo che tu possa essere accettata come tutrice della piccola
Meritra. Ora, però anch’io devo chiederti un favore: vorrei che tu e tua
figlia rimarreste mie ospiti fino al ritorno del faraone, avervi con noi, in
questa dimora darà sollievo dal nostro grande dolore. Puoi esaudire questo
mio desiderio?»
«Come potrei rifiutare il
grande onore che mi concedete? -disse Isis- Io, una donna ormai perduta
vivere nella casa della regina, colei che le cambiò l’esistenza e che oggi
mi ha concesso di non separarmi da mia figlia. Sono onorata di accettare
–soggiunse inginocchiandosi davanti alla regina- e se potrò far qualcosa per
voi, non esitate, sono pronta ad eseguire ogni vostro ordine.»
«Non sei la mia schiava
non ho quindi ordini per te, alzati e seguimi, ti condurrò nella tua stanza.
Domani, accompagnata da qualcuna delle mie guardie tornerai alla tua casa di
Nekheb per prendere le tue cose. Tu e tua figlia rimarrete mie ospiti,
quindi al ritorno del faraone vi trasferirete al suo palazzo, spero solo
che la sua ospitalità sia migliore della sua persona, se così non fosse,
avvertimi senza indugio, da oggi sei tutelata dalla mia protezione.»
Insieme si diressero verso
l’alloggio di Isis, mentre quest’ultima non riusciva a trattenersi dal
ringraziare Hatshepsut prostrandosi ai suoi piedi e gli dei per averla
posta sul suo cammino.
Neferura e Meritra stavano
crescendo insieme come due vere sorelle e la giovane Isis viveva con la sua
nuova famiglia come in un sogno meraviglioso. Erano ormai trascorsi quattro
mesi e la vicinanza di Ahmes e di Hatshepsut, avevano dato vita in Isis un
radicale cambiamento, i suoi atteggiamenti, le sue movenze, il suo parlare
erano diventati quelli di una vera gentildonna di corte, una stupenda
metamorfosi, un vero e proprio miracolo. Nessuno mai avrebbe potuto
scambiarla per una donna raccolta dalla strada.
Nei cuori di Ahmes e di sua
figlia, intanto, il dolore aveva lasciato il posto alla rassegnazione,
convinte che l’altra vita avrebbe riservato ai due giovani la felicità che
quella terrena aveva loro negato.
Quanto tempo ancora sarebbe
durata quella calma prima del prossimo nubifragio?
La notizia del rientro in
patria delle truppe di Kemet arrivò a palazzo velocemente. L’esercito era
stato avvistato nel deserto orientale in prossimità di Gebtyu (Copto), in
breve tempo avrebbero raggiunto le mura di Uaset, la spedizione si era
conclusa senza gravi perdite per Kemet e senza scontri troppo cruenti. Gli
Hyksos avevano imparato la lezione, il loro dominio sulle terre del Delta
era solo un lontano ricordo del passato. L’esercito di Uaset ormai già
famoso per i suoi valorosi soldati era giunto in tempo per evitare
l’insorgere di nuove invasioni, il faraone con il suo attendente tornavano
indenni e vittoriosi, dietro di loro migliaia di uomini marciavano verso
casa, lungo le rive del Nilo ansiosi di riabbracciare i loro figli e le loro
spose.
L’animo della giovane regina
si vide combattuto da due sentimenti in lotta tra loro, ma dei quali nessuno
riusciva a prevalere sull’altro: da un lato la felicità di rivedere il suo
amato Senenmut sano e salvo; dall’altro il dolore di dover nascondere la
nascita di Neferura e di conseguenza separarsene per nasconderla in qualche
luogo sicuro e protetto. Tutto ormai doveva decidersi con rapidità ed
oculatezza.
«E’ giunto il momento di
dividerci. –disse Hatshepsut con un velo di tristezza nella voce- Dovrai
prepararti ad affrontare una nuova vita ancora una volta. Mia buona Isis,
sei una donna di grande intelligenza e di buon cuore, questo fa di te una
giusta di voce, ma non lasciare che il tuo passato indebolisca le tue
capacità, ora tu sei una donna diversa, seppellisci ciò che fosti e vivi a
testa alta come Isis, la nobile dama venuta da Nekheb. Io ti sarò vicina!»
«Lascio questa casa con
grande tristezza, –rispose Isis- mi mancherete ma vi prometto che non
appena potrò verrò qui a trascorrere qualche ora con voi. Mia regina,
–soggiunse- ho pensato a lungo alla piccola Neferura, e ad al luogo dove
poterla far crescere al sicuro da ogni insidia. La mia casa di Nekheb
sarebbe il posto ideale, potreste affidarla alle cure delle mie ancelle e
della vostra anziana nutrice. In quella regione nessuno sa nulla di me e se
qualcuno dovesse incuriosirsi si potrebbe far circolare la voce che la bimba
è orfana di una mia immaginaria sorella, morta subito dopo averla partorita,
in questo modo, di tanto in tanto, potreste anche andarla a trovare. Cosa ne
pensate?»
«E’ proprio la soluzione
che cercavo, grazie mia buona amica affermò la regina- seguirò alla lettera
il tuo prezioso consiglio e, grazie ancora perché senza volerlo mi hai
dimostrato il tuo scarso attaccamento alle cose terrene, mettendo la tua
casa a mia disposizione.»
«Quella casa fu un vostro
dono come, tutto ciò che oggi sono e possiedo. Senza di voi sarei ancora a
languire nei luoghi bui di questa città. Come potrei sottrarmi dal mio
dovere senza riconoscervi almeno un piccolo aiuto, il mio cuore me lo
impone, ed è giusto che sia così!»
Hatshepsut, ormai certa
della sincerità di quella giovane donna, la prese tra le braccia
fraternamente, forse, in quella fanciulla rivedeva la sua amata sorella. Non
aveva alcuna prova per crederlo ma sapeva inconsciamente che Isis le
sarebbe stata fedele per tutta la vita.
Il faraone era ormai vicino.
Al suo ingresso trionfale, non mancavano che poche ore.
«Abbiamo bisogno di
riposare –disse Hatshepsut- l’esercito di Uaset è vicino; domani il Paese
dovrà accogliere il sovrano e per noi sarà un giorno faticoso. La nostra
recita non è ancora terminata!»
L’interminabile colonna di
soldati iniziò a serpeggiare per le strade di Uaset quando l’astro lunare
non era ancora sparito dal cielo. La città silente sembrava non voler
condividere la gloria del faraone. Il suo ritorno si preannunciava
tutt’altro che trionfale.
«Il popolo non mi ama,
–disse Akheperenra rivolgendosi a Senenmut che gli stava accanto- in altri
tempi, un re che tornava dalla battaglia veniva acclamato e festeggiato da
tutto il paese, io invece trovo la città deserta, non è un buon segno,
possibile che io sia tanto odiato?»
«Il popolo non vi odia
maestà, –rispose Senenmut- forse, non ha ancora fiducia in voi ed una
popolazione sfiduciata diventa difficile da governare.»
«Allora cosa dovrei fare
per guadagnarmi la loro fiducia –rispose-.»
«L’unico consiglio che
posso darvi e che voi cominciate a vedere le cose dal loro punto di vista.
Non è facile, lo so, ma se riuscirete ad immedesimarvi, anche solo per un
istante in un uomo comune, cercando di capire i loro problemi, forse
riuscirete anche ad intuire il motivo di tanto malcontento. A quel punto
tutto ciò che resterà da fare sarà porvi rimedio. Solo così vi garantirete
un regno lungo e sereno.»
Ormai in prossimità della
sua dimora, Akheperenra si congedò dal suo esercito: «Che ognuno di voi
vada a riposare e chi possiede una famiglia, è libero di raggiungerla,
questo vale anche per te Senenmut.»
Così dicendo si avviò
lentamente verso le porte del palazzo assorto in chissà quali pensieri.
In meno di un’ora Senenmut
era già tra le braccia di suo padre, l’unico che a quell’ora era già desto,
mentre tutti gli altri dormivano ancora. Ma il sonno di Hatshepsut era
talmente leggero ed i suoi nervi talmente tesi che un minimo rumore
l’avrebbe destata. In un attimo, infatti era già in piedi, la voce di
Senenmut era giunta dolcemente alle sue orecchie, solo il tempo di pettinare
i suoi lunghissimi capelli e si precipitò sulle scale.
Giù nella grande sala anche
Titutiu era accorsa a ricevere il figlio, e dopo di lei Ahmes, in punta di
piedi, con tra le braccia la piccola Neferura. Dal quel faccino sereno
scintillavano due occhietti irrequieti, ed attenti ad ogni cosa che la
circondava ma, come per un innato istinto, quasi come incantato, il suo
sguardo di fermò in quello di Senenmut.
L’uomo rimase disorientato
per qualche attimo poi, dai suoi occhi sgorgarono le prime incontenibili
lacrime, la voce del sangue non poteva mentire. Si avvicinò trepidante a
quella tenera, rosea, creatura dal piccolo corpo avvolto da candido,
morbidissimo lino e la strinse a se.
«Mia figlia. –disse- Oh
dei del cielo, vi ringrazio di questo dono, ella è sana e forte ed è bella
come sua madre.»
Erano tante le cose che i
due amanti avevano da dirsi e d il loro discorrere si dilungò per lungo
tempo, fino al racconto dei recenti lutti.
Senenmut apprese con
amarezza, quelle tristi vicende, mentre senza che nessuno se ne rendesse
conto, il sole stava già irradiando i primi raggi nel cielo. La voce di
Isis, appena risvegliata li fece sobbalzare:
«Perdonate, mia regina, è
quasi giorno, bisogna far presto!»
“E’ incredibile il
cambiamento di questa donna –pensò Senenmut guardando la bella Isis- persino
il suo modo di parlare ha assunto un tono diverso, sembra quasi una
principessa”.
«Dai un bacio a nostra
figlia –disse Hatshepsut- tra poco dovremo separarcene, dobbiamo fare tutto
molto in fretta.»
Nefer, con il cuore in gola,
irruppe nella grande sala e ansimando per la corsa gridò:
«Il faraone, mia regina,
l’ho visto arrivare da lontano, si dirige verso di noi, in pochi minuti
sarà quì.»
Senza perdere un solo
istante Senenmut con la piccola Neferura andò a nascondersi nelle cantine ed
Isis affidando Meritra alle braccia della regina Ahmes, corse con Hatshepsut
nella sua camera seguite dalle ancelle.
Il faraone fu ricevuto da
Ramose e Titutiu ancora intontiti da quella veloce sparizione degli altri.
«Salute a te Ramose ed a
te Titutiu. –esclamò Akheperenra- Spero che la vostra regina sia già desta.
Ditele che solo pochi minuti fa ho appreso da una delle mie guardie della
triste perdita della principessa Neferubity e che sono qui per manifestarle
il mio dolore.»
Ramose salì il lungo scalone
e raggiunse le camere. Poco dopo Hatshepsut apparve al cospetto del monarca:
«Lunga vita e voi
Akheperenra, -disse Hatshepsut- io e mia madre vi ringraziamo della vostra
inaspettata visita e della vostra partecipazione al dolore della mia
famiglia. Anche noi ci uniamo al vostro dolore per la scomparsa dell’amato
Uazmes, la nostra famiglia gli fu molto legata.»
Il faraone stava per
rispondere quando un vagito attirò bruscamente la sua attenzione.
Istintivamente volse lo sguardo nella direzione da cui era scaturito il
pianto del neonato ma, nello stesso momento apparve Ahmes sulle scale con
Meritra tra le braccia.
«Un bambino, –disse il
re- che strano, -soggiunse- avrei potuto giurare che il suo pianto veniva
da tutt’altra direzione. Forse saranno gli effetti della stanchezza. Siamo
giunti a Uaset prima dell’alba e non ho ancora avuto il tempo per riposare
dopo il lungo viaggio.
Ma vi prego ditemi, di chi è
questo bimbo?»
«Una bambina, - rispose
Ahmes- ella si chiama Hatshepsut Meritra ed è vostra figlia.»
«Mia figlia? –chiese-
lasciate che la guardi da vicino, è bellissima, come colei che l’ha data
alla luce.»
Akheperenra prese la bimba
amorevolmente tra le braccia e rivolgendosi ad Hatshepsut chiese se il suo
proposito rimaneva fermo sul patto iniziale o se per caso volesse seguirlo
nella sua dimora.
«Credo che ormai il mio
carattere vi sia ben noto –rispose- quindi saprete che tengo fede ad ogni
mia promessa o patto. Non crediate, però che non abbia pensato ad ogni cosa
per far si che questa deliziosa bambina cresca nel migliore dei modi, ecco
la nobile Isis.»
Radiosa di gioventù e
bellezza, la donna uscì elegantemente dai tendaggi scendendo dalla grande
scala con la leggiadria di un lieve soffio di vento. Il suo profumo
inebriante invase la sala, le sue vesti ricamate d’oro scintillavano come il
sole sulle acque e davano al suo volto un etereo candore. Il faraone la
seguiva con lo sguardo come trasognato. Isis si avvicinò a lui prostrandosi
in un ampio inchino.
«Questa giovane,
nobildonna –spiegò Hatshepsut- è degna di fiducia ed è la persona da me
scelta come tutrice della piccola Meritra. Ella l’accudirà come se fosse sua
figlia, avrà per lei ogni cura, già da oggi vi seguirà nella vostra dimora e
di tanto in tanto, con il vostro consenso, verrà a farmi visita insieme alla
piccola. Vi assicuro che in lei vi è una madre affettuosa, quanto di meglio
si potesse sperare per la piccola principessa. Isis è originaria di Iunit,
(Esna) è la vedova di un ufficiale morto in battaglia durante una campagna
di vostro fratello il generale Imenmes ed è una mia ottima amica. Spero che
tutto ciò possa convincervi di questa mia scelta.»
«Mi fido della vostra
parola, -rispose Akheperenra- ed il suo aspetto non lascia dubbi di sorta,
di tutto ciò non posso che ringraziarvi. –Poi si rivolse a Isis: Avanti
nobile Isis prendi ciò che ti occorre e seguimi, da oggi vivrai con me a
palazzo, mentre la servitù appronterà la tua camera, i miei uomini verranno
qui a prendere le tue cose.»
Detto ciò il re salutò la
regina e sua madre e dopo aver ringraziato ancora una volta si diresse con
la giovane verso l’uscita. Quell’uomo sembrava all’apice della felicità. Un
amore improvviso?
La straordinaria
metamorfosi di Akheperenra
La vita di Hatshepsut, come
ogni cosa, nella terra di Kemet, sembrava seguire le acque del sacro fiume,
con le sue tumultuose inondazioni seguite dalla fertilità che da questa
conseguivano. Così per la nostra regina, a periodi di grande amarezza
seguivano momenti tranquilli a volte esaltanti.
Neferura con la sua vivacità
era ormai la gioia di Sat-Ra. L’anziana nutrice viveva la crescita della
bimba ricordando quando Hatshepsut bambina fu affidata alle sue cure e
Neferura con i suoi giochi e le sue espressioni sembrava esserne
l’incarnazione.
Al palazzo del sovrano, Isis
per i primi tempi, dovette subire l’arroganza congenita del suo ignaro
compagno di letto ma pian piano qualcosa in lui stava cambiando.
Akheperenra si innamorò di
Isis sin dal primo attimo in cui ne restò completamente rapito e nei primi
giorni di convivenza le rivolgeva ogni attenzione venerandola come una
divinità. Egli, però non rivelando i suoi sentimenti gioiva della sua
presenza ma quando si accorse di non dover più temere di perderla, il suo
intimo predominante riemerse prevalendo su tutte le sue attenzioni.
Anche Isis ricambiava quel
sentimento ma nei lunghi giorni passati con Hatshepsut ebbe modo di
ascoltare da lei la storia di quell’uomo dalla nascita all’incoronazione. Il
suo passato e le sue malvagità non lo mettevano certo sotto una buona luce e
le prepotenze che stavano affiorando dal suo carattere ne davano, a ragion
veduta, la prova. Lei era comunque convinta che in ogni essere umano, fosse
nascosto nel più profondo dei meandri dell’animo, un fuoco sopito di bontà
in attesa di essere acceso e, in quel caso, lei doveva esserne la
scintilla.
“Se solo sapessi da dove
proviene questa mia vita non oseresti nemmeno pensare di avermi accanto,
–pensava Isis- ho penato a lungo nello squallore di una esistenza priva di
un fine se non quello di sopravvivere. Arrivai al punto di volermene
liberare per sempre ma la mia religiosità me lo impedì, forse, me ne mancò
il coraggio o forse gli dei non vollero. Una dea mi apparve dopo aver visto
un dio sconosciuto, io non me ne accorsi e fui portata in volo verso gli
orizzonti del sole. Come per miracolo mi trovai ricoperta d’oro e d’elettro
e sognai d’essere rinata. Oggi non ricordo più da quale ventre fui
partorita, sono la prediletta della mia dea …. Che ella viva in eterno! e
sono qui nella casa del faraone, colui che mi donò la gioia immensa di un
figlio”.
Isis però non avrebbe mai
accettato di vivere da concubina del faraone, l’amore che nutriva per lui e
la sua onestà non l’avrebbero permesso. Finché un giorno, finalmente, il
re le parlò; le sue parole erano quelle che Isis aspettava ormai da tempo.
«Mia dolce Isis, la tua
presenza nella mia vita ha dato luogo a lunghi giorni pieni di una felicità
che il mio cuore non aveva mai conosciuto.
Senza parlare i tuoi occhi
mi facevano comprendere tutti i miei errori riuscendo con la tua
comprensione a migliorare il mio essere egoista ed arrogante che negli
altri non produceva altro che odio e riluttanza. Tu sola, guidata dai tuoi
sentimenti, hai saputo guardare dentro di me al di là di questo odioso
guscio e capire che nel più profondo e inaccessibile luogo del mio cuore,
forse potevi trovare quel minimo di bontà che cercavi per giustificare a te
stessa l’amore provato per me.
Io nella mia gretta mente
pensavo di avere acquisito su di te ogni diritto, tu sempre in silenzio mi
facevi capire che i diritti che io mi arrogavo erano solo tue amorevoli
concessioni, aspettando che io riuscissi a capire da solo. Ciò che voglio
chiederti è averti per sempre con me. Non come nutrice di mia figlia, non
come una concubina di cui servirsi meschinamente ma come una sposa, la mia
vera unica sposa e come madre di mia figlia che tu hai dimostrato di amare
con tutta te stessa anche se non fu il tuo ventre a deporla al mondo. Ora
decidi e qualunque sia la tua risposta, sappi che non cambierà quella casta
unione che abbiamo condiviso fino ad ora. Gli dei hanno voluto che le nostre
vite s’incontrassero, ma colei che può unirle eternamente sei solo tu.»
«Grande sovrano, -rispose-
vi ho veduto cambiare di giorno in giorno come da crisalide a farfalla ma
quante volte siete caduto nel buio baratro degli uomini che vedono solo se
stessi ignorando coloro che gli sono vicini. E' anche vero che i vostri
occhi hanno cercato e ritrovato subito la luce smarrita ma come posso essere
certa che una volta divenuta vostra sposa non diverrò un oggetto qualunque
di cui vi sentireste il padrone assoluto? Non sapete quanto ho aspettato
questa vostra decisione e solo gli dei sanno quanto ne sia felice ma
credetemi, ne ho timore!.»
«Non posso biasimarti
–rispose- la mia vita è disseminata di errori e di ingiustizie, persino il
trono su cui siedo è frutto di un inspiegabile sortilegio o di una magia
malvagia ma il mio amore è sincero e cercherò con tutte le mie forze di
mutare definitivamente la mia condotta di vita. Dammi l’opportunità di
dimostrartelo, unisci la tua vita alla mia e ne avrai la prova.»
«Sia come voi volete,
divina maestà il mio cuore non può respingervi, egli stesso mi dice che le
vostre parole sono sincere.»
I due caddero in lacrime per
la gioia di quel tenero momento, così il faraone si avvicinò alla dolce
fanciulla abbracciandola appassionatamente.
Nei giorni che seguirono
Hatshepsut, diede inizio alle ricerche per far luce sul segreto di Senay e
sulle profanazioni di tombe avvenute in precedenza, di cui Sennefer rimaneva
il principale sospettato.
Contemporaneamente era
decisa a svelare il mistero della scomparsa di Imenmes . Non aveva ancora
alcuna prova ma qualcosa le faceva pensare che ognuno dei tre casi che a
prima vista potevano sembrare isolati tra loro, avessero un filo conduttore
comune che una volta trovato li avrebbe collegati in un unico, recondito,
scopo.
Senenmut e suo fratello
Amenemhat iniziarono a setacciare il paese con discrezione in modo da non
destare il minimo sospetto. Con l’esperienza militare Senenmut stabilì un
itinerario minuzioso che avrebbe previsto ispezioni sistematiche dalle zone
dei furti sacrileghi fino alle varie oasi dove normalmente avvenivano gli
scambi commerciali con i carovanieri del deserto e dove le merci regolari
venivano importate dai paesi stranieri. Ancora una volta Senenmut doveva
affrontare il mare di sabbia ed intraprendere l’ennesima spedizione ma
questa volta non aveva alcun capo ne lo era di alcuno, semplicemente era
deciso ad andare sino in fondo ed Amenemhat con lui, uniti dal comune amore
per il proprio paese, dalla riconoscenza per Akheperkara e per l’affetto
semplice e sincero che li aveva visti crescere insieme. Non ultima una
promessa suggellata dai due fratelli quando Senenmut alla tenera età di nove
anni salvò la vita di suo fratello che attaccato da un cobra riuscì a
colpirlo prima che il terribile rettile potesse affondare i suoi denti
micidiali nelle sue carni:
«Niente e nessuno mai
potrà dividerci fratello mio, ovunque la tua vita ti condurrà io sarò con
te, qualunque aiuto vorrai da me , lo otterrai, e quando vorrai che la mia
mano ti dia aiuto, in qualsiasi momento io la tenderò.»
Un gruppo di persone era lì
a mercanteggiare quando Senenmut arrivò all’oasi. Dalla foga con cui si
discuteva doveva trattarsi di merci pregiate ed alcuni acquirenti avevano
l’aspetto di persone di una certa posizione sociale, forse inviati di
qualche principe di qualcuno dei piccoli paesi del Delta. I due si
intromisero astutamente nelle trattative fingendosi due ricchi mercanti
venuti dalla Palestina in cerca di merci preziose da introdurre nel loro
paese.
La fortuna non tardò ad
arrivare, i due fratelli, infatti, osservavano attentamente ogni oggetto che
veniva mostrato: vasellame di ogni foggia e materiale pettini, rasoi di
rame, pelli di leopardo, sistri flauti e tessuti ricamati con fili d’oro e
d’elettro. Finalmente vennero alla luce i primi gioielli: collane del valore
bracciali ed anelli in quantità vennero fatti cadere in un grande vassoio di
creta, mentre gli astanti, increduli toccavano gli oggetti quasi a rendersi
conto che tutto quell’oro non fosse soltanto un miraggio. Mai tanta
ricchezza si era vista se non nei palazzi dei re!
Finalmente qualcosa attirò
l’attenzione di Senenmut, un bracciale d’oro sul quale erano incisi i
cartigli del grande Amenofi I, il glorioso condottiero predecessore di
Thutmose I.
«Cosa chiedi per quel
bracciale? –chiese Senenmut-»
«Se siete davvero così
ricchi come dite perché mai non vedo la vostra merce di scambio? –rispose il
mercante- inoltre non credo di avervi mai visti e l’esperienza mi ha
insegnato a non fidarmi di coloro che non conosco specialmente quando
mentono. Dite di venire dalla Palestina ma il vostro aspetto non è quello di
ricchi mercanti, piuttosto sembrereste ufficiali dell’esercito provenienti
dalla capitale. Andatevene finché siete in tempo, non ho nulla da vendervi,
e ringraziate gli dei che sono un uomo pacifico altrimenti avrei potuto
smascherarvi davanti a tutti gli altri mercanti e loro non sono certo
altrettanto pacifici.»
Così dicendo l’uomo radunò
le sue cose ed interrotta ogni trattativa salì in groppa al suo cammello
e si allontanò velocemente.
I due non poterono far
niente se non ritornare sui loro passi. Colui che li aveva scoperti aveva
detto il vero, se avessero tentato un inseguimento avrebbero scoperto le
loro identità ritrovandosi a dover fronteggiare una trentina di possenti
uomini del deserto sicuramente armati fino ai denti. Battere in ritirata era
certamente l’atteggiamento più saggio da assumere. Le loro ricerche non
erano, comunque, state vane. Il volto del mercante era rimasto impresso
nelle loro menti.
Tornati a Uaset riferirono
l’esito delle loro scoperte alla regina, spettava a lei decidere il da
farsi!
«Le poche prove raccolte
non ci pongono certo in condizione di poter agire liberamente ignorando il
faraone, –disse Hatshepsut commentando l’accaduto- corre l’obbligo di farlo
partecipe dei nostri propositi e dei nostri progressi, agiremo tramite la
mia fedele Isis che oggi è divenuta la sua seconda moglie, dovrebbe essere
qui a momenti.»
Infatti le due donne
continuavano a frequentarsi assiduamente ed il loro legame affettivo andava
sempre più consolidandosi grazie soprattutto alla sincerità di Isis verso la
regina ed allo sconfinato affetto che le due donne nutrivano l’una per
l’altra.
«Un bracciale con i nomi
di Amenofi, – esclamò Isis- ed i vostri sospetti cadono, giustamente su
Sennefer. –proseguì- Non posso biasimarvi, anche io ho delle riserve verso
l’atteggiamento di quell’uomo che continua a riempire la mente del faraone
con idee malsane il cui fine è tartassare il popolo.
Io amo Akheperenra e sto
cercando di far riemergere dal suo animo i buoni sentimenti sopiti in ogni
essere umano ed egli da qualche tempo sembra essere rinato a nuova vita, vi
giuro mia regina vedendolo non sareste in grado di riconoscerlo.
Quell’essere malvagio che lo possedeva e predominava su di lui sta lasciando
il posto all’uomo mite e comprensivo che non ha mai avuto modo di rendersi
manifesto ai nostri sguardi ed alla nostra memoria.
Sennefer è furioso per
questo suo cambiamento, ciò dimostra le sue te intenzioni poco oneste ma,
sono certa, che quando gli esporrò quanto sta accadendo potremo agire in
forza con le guardie del faraone e far giustizia sui profanatori ed i loro
mandatari.»
«L’uomo che tu dici di
amare, –rispose Hatshepsut- è stato la causa dei momenti più difficili della
mia vita e tu ne hai la cognizione, ora tu dici che egli è cambiato ed io
che ti conosco ho l’obbligo di crederti. Il tuo animo è chiaro come la luce
del mattino ed il nostro legame è forte come la volontà degli dei. Adesso va
da lui, amica mia ed agisci in nome della giustizia poiché in questo giorno
essa è nelle tue mani.»
La fiducia riposta in Isis
non deluse le aspettative della giovane regina. Akheperenra fu informato
dettagliatamente su tutta quanta la storia dei furti alle tombe fino alla
scoperta di Senenmut.
«Perché mai, –disse
infuriato il faraone- solo ora vengo a conoscenza di questi sacrilegi. Senza
la mia approvazione Senenmut ha affrontato il deserto rischiando la vita
inutilmente, mentre se io ne fossi stato informato avrei potuto affidargli
tutti gli uomini che gli abbisognavano per catturare quei predoni.»
«Sii paziente mio signore,
-rispose Isis- essi non conoscono ancora l’uomo nuovo che è sorto in te, non
puoi pretendere di avere la loro fiducia prima di aver dimostrato la tua
metamorfosi.»
«E’ vero mia adorata,
–rispose- devo ancora imparare ad attendere i frutti della semina ed io ho
appena seminato. Tu ancora una volta mi hai fatto riflettere sul mio
atteggiamento arrogante. Sono felice e fiero di avere al mio fianco una
donna di tale bellezza e di così elevata saggezza. Eppure nonostante il
nostro amore non vuoi ancora rivelarmi le tue origini, non sarà forse perché
nel profondo anche tu non ti fidi completamente?»
«Non è così, mio sublime
sovrano, e la mia risposta è ancora quella di sempre... Non è ancora giunto
il momento.»
Akheperenra le sorrise,
vivere insieme a lei era stato come rinascere. Le immagini truci del passato
svanivano gradualmente dai suoi offuscati ricordi ed il suo cuore
pietrificato dall’egoismo si apriva di giorno in giorno verso un mondo
rivolto all’armonia tra ogni cosa e tra ogni uomo. Di tutto questo maestoso
cambiamento della sua esistenza, un unico artefice… Isis, una dama senza
passato.
Senenmut, chiamato nella
sala del trono, temeva uno scontro con il faraone. Più che temere il faraone
aveva timore di una sua reazione alla proverbiale arroganza del giovane
monarca. Ma ciò che accadde lo lasciò stupito.
Il re si presentò a lui
senza ornamenti regali, non indossava sandali d’oro ma semplici calzari di
cuoio, le sue vesti erano di candido lino bianco privi di ogni ricamo d’oro,
anche il suo incedere era divenuto più umile e la sua voce, la sua voce era
cambiata. Per la prima volta Senenmut sentì la voce di un vero uomo, di un
vero faraone, questi era di fronte a lui ed era lo stesso uomo che aveva
tanto disprezzato.
Akheperenra, semplicemente
imponente nella sua apparizione sembrava l’incarnazione di Thutmose I
sebbene non ne fosse veramente il successore.
«Lunga vita al faraone,
–disse Senenmut- inchinandosi-»
«Lunga vita a te
Senenmut- rispose- apprezzo molto questi tuoi modi sempre così compiti ma
ti prego bandisci le formalità e ascolta ciò che ho da dirti: Isis mi ha
raccontato delle ruberie messe a segno dai sacrileghi nelle tombe dei nostri
re, della vostra disavventura tra i mercanti del deserto, e dei sospetti
che la regina Hatshepsut avrebbe nei confronti di Sennefer, un uomo che
credevo meritasse la mia più incondizionata fiducia. Ebbene, io vi
rimprovero non per i dubbi che muovete verso il mio sindaco ma per avermi
tenuto in disparte e per aver agito e senza che io potessi far nulla per
darvi l’adeguato sostegno ed aiutarvi a far luce e giustizia sul misfatto.»
Senenmut avrebbe voluto dare
una spiegazione plausibile per giustificare un comportamento così
irriverente ma i modi gentili del sovrano lo inibirono completamente,
Akheperenra era davvero irriconoscibile, quale dio aveva operato un tale
miracolo? Finalmente si riprese dallo stupore e con voce sgomenta disse:
«Perdonateci maestà, il
nostro comportamento non merita una giustifica, forse la premura di trovare
coloro che si macchiarono di tali bassezze ci rese ciechi ed irresponsabili
spingendoci ad agire sconsideratamente.
Di ciò la regina non ha
colpe solo io sono il responsabile di questa azione, se qualcuno dovrà
subire una punizione questi son solo io.»
«Non vi sono punizioni da
infliggere, ne colpe da espiare per nessuno di voi. Ammiro il tuo coraggio
nel farti avanti per proteggere la regina Hatshepsut. Ti conosco come un
uomo coraggioso e so quanto ami colei che sarebbe dovuta essere la mia sposa
ma che era già tua da tempo.
Dalle il tuo affetto e falla
felice, io oggi ho conosciuto questa felicità e non posso negarla a voi.
Siate felici, dunque, ma proteggete questo amore da occhi indiscreti e da
quelli del popolo, poiché gli indiscreti potrebbero danneggiarlo.
In quanto al popolo, non
aspetta altro che un semplice appiglio per insorgere contro di me. Una
simile rivelazione darebbe loro il diritto di deridermi e di contestarmi.»
Più disorientato che mai
Senenmut rimase muto davanti a quell’uomo sconosciuto, tanto odiato eppure
così umano da così poco tempo. Un bambino malefico dallo scarso intelletto
era divenuto un uomo saggio dal cuore e dalla mente aperti, le cui parole
non celavano più alcun inganno.
Senenmut stava per chinare
il capo, come per confermare le parole di Akheperenra, quasi ad ammetterne
il tradimento ma il re si avvicinò a lui sorridente e gli cinse le spalle
con un braccio imponendogli di guardarlo in volto:
«Avrai cento uomini al tuo
seguito e l’ordine del faraone di imprigionare chiunque sia in possesso di
oggetti trafugati ma questo non basta, anche cento uomini possono fallire se
lanciati allo sbaraglio, bisognerà studiare un piano per poter prendere di
sorpresa quei loschi mercanti ed agire di conseguenza.»
Insieme ad Akheperenra
Senenmut concepì un efficace tattica per sorprendere i trafficanti senza
destare sospetti e la mattina dopo il piccolo esercito partì verso il
deserto orientale.
CAPITOLO IX
La confessione di Senay
La spedizione di Senenmut
raggiunse il suo scopo con successo, quasi tutti i trafficanti furono
arrestati e, dopo averli lungamente interrogati si appurò, finalmente, che i
sospetti su Sennefer erano fondati. Gli uomini del deserto ammisero,
infine, di appartenere ad alcune bande di trafugatori di tombe e che
quell’uomo ne era a capo.
Il bottino dei saccheggi
veniva valutato dallo stesso Sennefer, (dissero) che tratteneva per se gli
oggetti più preziosi ricompensando gli autori materiali dei misfatti con gli
oggetti di minor valore.
Chiamato al cospetto del
faraone, il suo uomo di fiducia negò spudoratamente ogni cosa minacciando
Senenmut per averlo calunniato così ignobilmente. Akheperenra allora decise
di agire personalmente:
«Se veramente sei
estraneo a questi gravissimi avvenimenti sarai reintegrato nelle tue
funzioni di Stato, –disse il faraone- e coloro che hanno mentito saranno
giustiziati. Se invece si comproverà la tua colpevolezza sarai punito in
modo esemplare. Sarò io stesso a perquisire la tua casa. Quindi rivolto a
Senenmut disse: tu e tuo fratello, verrete con me.» Poi si rivolse alle sue
guardie:
«Voi nel frattempo
incatenate sia Sennefer che la sua sposa, resteranno in catene finché luce
non sarà fatta!»
Quando Akheperenra arrivò
nella sontuosa dimora di Sennefer rimase stupefatto, era la prima volta che
ne visitava l’interno ed il suo aspetto esteriore , seppure imponente, come
si conveniva ad un Nomarca del faraone, non era dissimile a quelle degli
altri funzionari del paese; stupefacente era invece la quantità di servitori
e di ancelle che badavano alla conduzione della casa. I giardini
scrupolosamente curati ospitavano ghepardi e pantere ammansiti, tenuti dai
loro guardiani con lunghe corde di fili di cuoio intrecciato. I grandi
uccelli multicolori lo allietavano con i loro canti volando tra una foglia e
l’altra delle palme rigogliose, degli imponenti sicomori e dei grandi
banani ricadenti di frutti gialli e maturi. Una grande sala delle feste
profumava di ottimo incenso fresco e di mirra. Sennefer godeva certamente di
una posizione privilegiata rispetto ad un comune cortigiano, ma come poteva
un uomo simile disporre di tanta ricchezza? Senenmut autorizzato dal faraone
scrutò attentamente ogni angolo di quella casa ma oltre alle ricchezze
palesemente ostentate, nulla sembrava emergere per confermare i loro
sospetti. I servitori osservavano i movimenti dei tre intrusi con malcelato
timore. Tutto il palazzo fu messo a soqquadro ma senza alcun risultato.
Ormai l’unica camera ancora da perquisire era quella di Senay, la bella
sposa di Sennefer.
«Divino Amon, –esclamò
Senemut come vittima di un’allucinazione-».
quella collana . Sul piccolo
tavolo dove Senay curava la sua bellezza, tra pettini, creme profumate
specchi ed essenze, scintillava una collana: tanti piccoli cerchi d’oro
uniti l’uno all’altro da una sottile catena. L’oro del valore, un
riconoscimento di guerra appartenuto al gran generale Imenmes, il fratello
scomparso del faraone.
Senenmut avendola vista
quando fu conferita al suo generale la riconobbe subito.
«Era di vostro fratello
Imenmes, divina Maestà, –disse Senenmut tristemente- conosco questo oggetto,
ricordo quando il faraone Akheperkara la mise al suo collo dopo la vittoria
ottenuta con sua prima azione bellica, la rividi poi sul suo petto quando
insieme pugnammo contro i ribelli di Kush.»
«Una decorazione militare
appartenuta a Imenmes, qui in casa di Sennefer, per di più tra le cose di
Senay.
Che significato può avere
tutto ciò?
«Non lo so, divina maestà
–rispose Senenmut- ma è giunta l’ora che conosciate il legame di sangue che
vi unisce a Senay. Non avrei potuto farlo prima poiché conoscere questo
segreto quando Sennefer era ancora nelle vostre grazie avrebbe potuto solo
nuocere a tutti noi, voi compreso, solo Sennefer ne avrebbe tratto
giovamento. Per nostra fortuna nessuno sa quanto sto per dirvi.»
«Ti prego Senenmut non
prolungare oltre la mia ansia, fa che io sappia, qual è il segreto legame
che mi unisce a quella donna?»
«Grande Akheperenra, il
segno color porpora che è dietro il vostro orecchio fu notato da Hatshepsut
nel grande tempio quando l’oracolo di Amon mostrò il suo disappunto alla
vostra unione con lei. Lo stesso marchio lo possedevano tutti i figli di
vostra madre Mutnofret…»
«Questo è vero –rispose-
ma ciò esula dal nostro discorso, perché vuoi rivangare sul mio doloroso
passato?»
«Ebbene maestà, Senay
possiede lo stesso segno, poiché anche lei nacque da vostra madre.»
Akheperenra prese la
collana, quindi disse ai due uomini di seguirlo a palazzo. Giunsero davanti
alla coppia ancora in catene ed il re aprì il suo pugno mostrando la collana
di Imenmes:
«Chi di voi due sa dirmi perché quest’oggetto appartenuto a
mio fratello si trovava invece nella vostra lussuosa dimora? e tu Sennefer,
confessi di essere il responsabile dei saccheggi alle tombe? »
A queste domande non vi fu
risposta, il faraone le formulò ancora una volta ed un’altra ancora ma i due
rimasero chiusi nel loro mutismo. Freddamente il faraone fece liberare
l’uomo dalle catene e lo consegnò alle guardie:
«Conducete costui alle torture, solo così potrà rendere agile
la sua lingua.»
I primi colpi di bastone
colpirono le dita del malcapitato, le sue urla di dolore offendevano le
orecchie degli dei ma non confessò.
«Basta! Vi prego
sospendete le torture –gridò Senay- vi dirò ogni cosa ma vi scongiuro
lasciatelo.»
Sennefer ormai svenuto dal
dolore fu trascinato al cospetto della sua sposa mentre lei iniziò le sue
confessioni:
«E’ tutto vero, maestà,
era Sennefer che organizzava i furti nelle tombe, servendosi degli operai
del “luogo della verità e della vita” essi conoscendole meglio di chiunque
altro riuscivano a penetrarvi facilmente. Poi una parte del bottino veniva
data loro per ricompensa ma, gli oggetti più pregiati rimanevano a lui,
molti di questi sono già oltre confine barattati con terre fertili e
schiavi. Tutto ciò sarebbe andato avanti ancora per molto se il vostro
generale Imenmes non lo avesse sorpreso mentre veniva spartito il ricavato
di un saccheggio. Egli però era solo contro Sennefer più altri sette o otto
uomini. Durante la lotta qualcuno estrasse un coltello ed egli fu colpito a
morte. Il corpo fu nascosto non so dove e di lui non restò altro che quella
collana che io volli per me.»
Sennefer intanto riprendeva
conoscenza e pallido dal terrore cercava di impedire che Senay potesse
andare oltre nelle sue rivelazioni ma il re voleva andare fino in fondo.
Senay avrebbe dovuto svelare tutto il suo passato. Akheperenra Si avvicinò
a lei e scoprì il segno che li accomunava:
«Riconosci questo marchio?
–disse-.»
«Non è possibile –gridò la
donna- perché volete prendervi gioco di me, come sapete di quel segno, esso
è un mio segreto che credevo inviolato, vi prego maestà, ditemi che
significato ha tutto questo?»
«Tu vuoi sapere da me cosa
significa tutto ciò? io posso risponderti con una sola, semplice domanda:
quando nascesti? E chi fu la donna che ti concepì? Fa in modo che il tuo
racconto sia sincero e non tralasciare nessun particolare, sappi che da ciò
che tu dirai dipende la vita del tuo sposo. Parla e che Maat ti sia
accanto.»
«Mi domandate da chi
nacqui, –rispose- ma io non posso rispondervi poiché io stessa lo ignoro.
Non so quando nacqui, almeno non conosco il giorno preciso in cui i miei
occhi si aprirono alla vita, anche se vivo da ventotto anni. Non ho mai
conosciuto mia madre e la famiglia che mi adottò era una coppia di
agricoltori che fino ai diciotto anni mi trattò come figlia ed io credetti
di vivere con i miei genitori fino al giorno in cui ascoltai per caso una
loro lite. Sentii parlare di me come di una figlia adottiva. Una nobildonna
di rango elevato mi aveva affidato a loro ricompensandoli lautamente ma di
quella donna, essi non pronunciarono il nome. Irruppi tra loro mentre il
fervore delle loro parole era più acceso che mai, ma non appena mi scorsero
si placarono, anzi tacquero. Passarono solo pochi giorni nei quali chiedevo
incessantemente chi fosse mia madre e chi mio padre ricevendo come unica
risposta che erano loro la mia vera famiglia. Un giorno poi, un uomo si
presentò davanti a me, disse che gli ero stata promessa e che lui sarebbe
stato il mio sposo. Così andai via dalla casa dei miei genitori adottivi e
cominciai la mia nuova vita accanto a lui, in una casa lussuosa e piena di
agi. Sebbene non mi mancasse nulla, il mio cuore aveva nostalgia di
rivedere la famiglia che per anni mi aveva cresciuta con amore e devozione
ma Sennefer non me lo permise mai, riusciva sempre a trovare una scusa per
evitare che potessi rivederli. Finché un giorno la triste notizia della loro
scomparsa giunse fino a me; la loro casa era andata distrutta in un rogo
notturno ed essi furono arsi dalle fiamme durante il sonno. Quel triste
pensiero mi accompagnava di giorno in giorno facendomi vivere in un continuo
dolore. Sennefer per distrarmi mi riempiva di regali, oggetti preziosi e
vesti principesche, era molto buono ed affettuoso con me ed io gli ero
riconoscente egli però sebbene fosse un uomo ricco, negli ultimi tempi
sfoggiava grandezze mai possedute prima e, tra le altre cose, raddoppiò la
servitù ed accolse in casa tre sue concubine. Cominciai ad avere dei
sospetti e gli chiesi da dove scaturisse tanta ricchezza. Scambi con
l’oriente diceva. Gli credetti fino al giorno in cui alcuni mercanti vennero
a cercarlo fin nella nostra casa, si appartarono tutti in un angolo del
giardino per parlare di questioni d’affari ma pian piano la discussione
s’infiammò e le voci divennero minacciose. Fu allora che irruppe Imenmes che
probabilmente aveva pedinato gli uomini del deserto. Iniziò quella lotta
impari terminata con la tragedia che già conoscete. In quanto al simbolo che
porto sul mio corpo, so solo di possederlo fin dalla più tenera età, non so
se mi fu fatto o se fu opera della natura, il suo significato per me è un
mistero.
Ecco maestà, ora sapete
tutto ciò che io so, non vi chiedo clemenza, so di essere colpevole per aver
taciuto finora ma non potevo accusare quell’uomo che mi dimostrò per anni il
suo affetto ed il suo amore, sebbene non lo amassi non ne ebbi il coraggio.»
«La tua storia è toccante
e mi sembra sincera ma rispondi alla mia ultima domanda: cosa sai di una
donna di nome Mutnofret?»
«Non molto maestà, udii delle voci su di lei e sul suo esilio
quando vivevo ancora con i miei genitori adottivi. In quel tempo regnava il
faraone vostro padre. Ricordo che in casa si parlava della nobile Mutnofret
come se i miei la conoscessero. So che ella era vostra madre, madre del
generale Imenmes e del grande sacerdote Uazmes –concluse-»
«Ed è tutto quello che sai
di lei? –chiese il faraone-»
«Si, mio divino, tutto!»
«E’ questa, dunque, la
volontà degli dei? –riprese Akheperenra- è quindi mio, il compito di
rivelarti le tue origini? Ascolta dunque, le mie parole, Senay ed apprendi
da me il segreto della tua nascita:
Imenmes, mio fratello era il
primo dei quattro figli di Mutnofret, la nostra compianta madre, Uazmes il
secondo ed io il terzo figlio, il più piccolo di tre fratelli, un marchio ci
accomunava, un simbolo che ci fu inciso sulla pelle appena svezzati. Nessuno
di noi tre però sapeva dell’esistenza di una femmina, la primogenita di
Mutnofret, il tuo marchio non può mentire, nelle tue vene scorre il mio
stesso sangue, anche tu vittima delle ambizioni di nostra madre ma, una
figlia femmina non sarebbe mai potuta salire al trono, ecco perché nascose
la tua esistenza.»
Senay non riuscì a sostenere
tante emozioni in una sola volta. Ebbe solo il tempo di portare una mano
alla fronte mentre si accasciava al pavimento svenuta.
Ormai tutto era chiaro,
Sennefer era colui che organizzava i saccheggi nelle tombe e che era al
vertice delle bande di profanatori. Meritava quindi la morte ma prima
avrebbe dovuto fare i nomi di tutti coloro che avevano agito materialmente.
Quando Senay rinvenne si
trovò distesa sul letto in una camera del palazzo di Akheperenra, Isis era
vicino a lei.
«Cosa ne sarà di me e del
mio sposo nobile Isis? –chiese Senay-»
«Non oso dirvi quale sorte
attende Sennefer. Per voi il faraone ha riservato una punizione meno
cruenta: diventerete la mia ancella e vivrete qui.»
Proprio in quel momento, il
faraone entrò interrompendo il discorso delle due donne. Senay si gettò ai
suoi piedi implorando il monarca di salvare la vita del miserabile Sennefer.
Il pianto della donna era straziante. Sebbene non lo amasse era disposta a
sacrificare la sua vita in cambio:
«Fate di me ciò che
volete –disse Senay- ma risparmiatelo, so che non merita alcuna clemenza ma
è tutto ciò che posso fare per lui, la mia vita ormai non ha alcun valore,
sono stata ripudiata da mia madre. Per colpa mia coloro che si presero cura
di me sono morti ed i loro corpi arsi dal fuoco non potranno rivivere. Due
miei fratelli sono morti uno dei quali davanti ai miei occhi senza che io
abbia mosso un solo dito.
Mi rimanete solo voi Maestà
accogliete la mia preghiera vi prego.»
«Non posso punirti al suo
posto –rispose- tuttavia voglio essere magnanimo con lui. Per aver fatto i
nomi dei suoi complici, egli non morirà. Sarà spogliato di ogni suo avere e
messo in catene passerà il resto della sua vita in mezzo al fango ed alla
paglia, come coloro che fabbricano mattoni per le case dei nobili. E’ la sua
giusta punizione, non chiedermi ulteriore indulgenza, sarò irremovibile!»
Anche Hatshepsut ebbe ogni
ragguaglio sugli ultimi episodi riguardo al radicale cambiamento di
Akheperenra e dell’evolversi dei fatti connessi al processo di Sennefer.
Molti uomini furono giustiziati alla luce delle confessioni fatte, anche se
non tutti i complici furono trovati ma ormai l’esempio era stato dato e la
sorveglianza resa ancora più stretta ed impenetrabile, gli antichi re ed i
loro corpi potevano finalmente giacere sereni nelle loro eterne dimore. Mai
più membra impure avrebbero osato varcarne la soglia.
La piccola Neferura cresceva
a vista d’occhio e sebbene esile aveva un viso bellissimo e godeva di buona
salute. Anche Hatshepsut Meritra cresceva bene ed Isis l’amava più di ogni
altra cosa al mondo, forse proprio per questo grande amore aspettava un
secondo figlio, il primo con Isis, per il faraone?
Senay lasciava che il tempo
curasse lentamente la sua anima ferita, aiutata dalla dolce, umanissima Isis
e dalle attenzioni amorevoli di un potente fratello scaturito dal nulla.
Sennefer messo in ginocchio
malediceva Senay ed il faraone che gli aveva fatto grazia della vita. Una
morte rapida gli avrebbe evitato quella lunga, dolorosa, disonorevole
esistenza, al pari dell’ultimo dei lestofanti. Lui che era riuscito ad
emergere dalla massa salendo ai più alti vertici della piramide sociale. Le
lunghe giornate sotto il sole bruciante e le fredde notti si susseguivano
con la loro implacabile durezza e specialmente di notte la sua sofferenza e
la stanchezza diventavano insopportabili, gli incubi gli negavano il sonno,
il volto dolce di Senay gli appariva come la dea della coscienza per
rimproverargli tutto ciò che di losco per avidità aveva fatto. Solo la
morte, ormai poteva liberarlo da quell’atroce supplizio. Stremato dalla
fatica, insonne, abbattuto dai rimorsi e terrorizzato dagli incubi… quanti
giorni ancora avrebbe resistito?
Una lama, un veleno, una
qualsiasi arma, ecco ciò che bramava, ma dove trovarla?
Il tempo passava al ritmo
delle piene del Nilo e le sue acque si erano appena ritirate dall’ultima
inondazione. Isis era al suo nono mese e quella notte le doglie la destarono
improvvisamente.
Sennefer intanto, quella
stessa, notte fu svegliato dall’ennesimo incubo. Ormai era divenuto
irriconoscibile tanto era scarno, i suoi occhi allucinati dietro le profonde
e livide orbite erano quelli di un folle ossessionato dalla voglia di
morire.
Era lì sul suo letto di
paglia ancora in preda al terrore, poi sollevò con grande fatica le gambe
una delle quali era cinta da una grossa catena.
All’improvviso qualcosa
entrò attraverso il varco della sua misera capanna. La luce fioca della luna
non riusciva a definire i contorni della piccola macchia scura che si
muoveva sgraziata sul pavimento sabbioso, Sennefer si avvicinò al piccolo,
inaspettato visitatore e quando fu a un passo da lui, egli lo riconobbe.
«Le mie sofferenze sono
ormai finite –pensò mentre il suo respiro si faceva affannoso per
l’emozione-.»
Si chinò e lo raccolse
delicatamente, quasi timoroso di fargli del male ma non ebbe il tempo di
rialzarsi, il grosso scorpione con la sua puntura aveva già iniettato il
terribile veleno.
Il piccolo principe
La notte stessa della
tragica fine di Sennefer, Isis con l’aiuto di Senay e di altre nobili donne
di corte, diede alla luce uno stupendo bambino vivace e di ottimo appetito,
a cui fu dato il nome di Gehutimes. Inutile dire che al palazzo di
Akheperenra si viveva in una strana atmosfera. La coppia reale avrebbe
voluto manifestare a tutta Kemet la grande gioia per la nascita del nuovo
principe. Un tale evento avrebbe dovuto dar luogo a grandi festeggiamenti
ma Senay si sentiva colpevole della morte di Sennefer ed il re rispettando
il suo dolore preferì dare ai sudditi solo un annuncio ufficiale della
nascita del suo primo figlio maschio:
«Il futuro della nostra
terra non è più incerto, –disse il faraone dall’alto della finestra delle
apparizioni- Grande popolo di questa grande capitale, il vostro faraone vi
annuncia la nascita di colui che gli succederà sul trono di Kemet, egli è
bello e forte ed è nato per volere degli dei, ed è a loro che io lo
consacro. Egli al compimento del suo sesto anno di età entrerà nel tempio
del nostro dio per essere educato dai grandi sacerdoti. Loro sapranno farne
un uomo giusto, ma egli imparerà anche a difendere la sua terra dai più
gloriosi ufficiali della corona. Essi ne faranno il più grande condottiero
di tutti i tempi. Infine dovrà imparare a governare da saggio ed in questo
una sola persona può dargli il giusto insegnamento, la nostra grande regina.
Se imparerà da lei potrà diventare un grande sovrano.»
Hatshepsut aveva ascoltato
le parole di Akheperenra e il suo discorso la colpì profondamente, anche il
vecchio Ineni che era accanto a lei rimase stupito:
«Bisogna riconoscere che
quell’uomo ha maturato un’enorme crescita interiore –disse il buon maestro-
sembra impossibile che lui e l’arrogante giovinastro di qualche tempo fa
siano la stessa persona.»
«Ne convengo pienamente
–rispose Hatshepsut- ma avete notato con quale premura egli ha pianificato
il futuro del piccolo principe? Sembra quasi che abbia timore di non poterlo
seguire troppo a lungo. Nella sua voce c’era gioia e fierezza nel mostrare
suo figlio ma il suo cuore tradiva molta amarezza. Ho avuto la netta
impressione che per un attimo egli si sia dovuto accostare alla balausta per
sorreggersi. Cosa ne pensate? –chiese infine ad Ineni.»
«Non osavo dirlo,
-rispose- anch’io ho avuto il vostro stesso sentore. Akheperenra è
sofferente, le sue membra non hanno più molta forza. Ho visto le sue
ginocchia piegarsi sotto il peso del corpo, forse egli sa che il suo ultimo
viaggio non è poi tanto lontano ed a prescindere da quello che era, mi dà
pena vederlo soffrire.»
«Mio buon Ineni –rispose
la regina- è talmente solido il legame che ci unisce che le vostre parole
hanno espresso il mio pensiero. Anch’io ho avuto la vostra stessa intuizione
ed il mio sentimento verso di lui non è più di disprezzo per un piccolo uomo
malvagio ma di comprensione. Egli riuscendo a redimersi ha saputo cancellare
l’abietto ricordo di quel che era, persino il popolo ora lo apprezza. Se
potrò fare qualcosa per alleviare il suo dolore io lo farò. Se potrò
tendergli una mano, la mia è già protesa in suo aiuto.»
Alla corte del faraone si
respirava aria di grande festa, all’indomani il piccolo Gehutimes avrebbe
compiuto il suo quinto anno di età.
Akheperenra aveva imparato a
convivere con la sua malattia, riuscendo, comunque, a condurre una vita
quasi normale, tranne in quei momenti sporadici quando il dolore alle gambe
era tanto forte da costringerlo a letto per diversi giorni. Molti Sinu lo
avevano visitato, i migliori di tutta Kemet, anche Hatshepsut aveva chiamato
gli uomini di medicina di sua fiducia affinché visitassero il faraone ma,
ogni loro rimedio si dimostrò inefficace e inoltre nessuno di loro riuscì a
stabilire l’origine del male.
La fine della stagione di
Akhet era prossima e quell’anno si prevedevano ottimi raccolti. Il popolo
gioiva in previsione della buona annata e si preparava a festeggiare il
piccolo erede al trono.
Senenmut ed Hatshepsut non
perdevano mai l’occasione per recarsi a Nekheb dalla piccola Neferura che
aveva già compiuto sei anni e che vedendo i suoi genitori continuava a
chiedere perché non vivessero accanto a lei.
Il banchetto iniziò tra
musiche e balli, l’odore degli arrosti fumanti saliva dai grandi vassoi
portati a spalla dai servitori nubiani assieme a tutti i buoni frutti della
fertile terra del Nilo. Vino addolcito col miele e birra venivano serviti
per dissetare i personaggi più importanti del Paese intervenuti per
festeggiare il piccolo principe che, con la tipica acconciatura recante il
ricciolo laterale degli adolescenti, era rimasto timidamente in disparte a
giocare con la sorella maggiore. Anche Hatshepsut e Senenmut erano presenti
ma, rispettosamente distanti. Isis e Senay ai due lati del sovrano.
Tutto si svolse in composta
allegria ed alla fine Akheperenra ringraziò tutti coloro che avevano
risposto al suo invito. La grande sala si svuotò man mano, fu allora che il
faraone fece cenno ad Hatshepsut di non allontanarsi ancora. Quando rimasero
soli, il monarca che era rimasto seduto per tutto il tempo, si rivolse alla
regina:
«Grazie della vostra
presenza, –disse il faraone- ciò significa che la repulsione che provavate
per me sta progressivamente dissolvendosi. Questo è per me motivo di grande
gioia, in tal modo potrò parlarvi con maggior libertà considerando che quel
che sto per dirvi è di grande importanza per me e per quello che oggi posso
osar definire il nostro amato Paese.
Quando accolsi Isis in
questa dimora, con lei entrò quella felicità che la mia esistenza non aveva
mai conosciuto, la sua purezza le impedì di unirsi a me e nonostante le mie
insistenza ella non cedette mai, fino al giorno in cui divenne la mia sposa.
Quella stessa notte giacere insieme a lei mi procurò una sensazione
sconvolgente: le sue movenze, i suoi capelli, il suo profumo, ogni cosa di
quella prima notte d’amore io l’avevo già vissuta. Non avevo dubbi ma non
sapevo spiegarmi come. Non avevo mai conosciuto prima quella fanciulla
eppure l’avevo già amata. La risposta arrivò dopo lunghe riflessioni: il suo
straordinario affetto per Meritra, la vostra intercessione affinché io
l’accettassi come nutrice ed infine le strane condizioni che mi dettaste la
notte del nostro primo incontro che mai avvenne. Fu allora che io giacqui
per la prima volta con la mia dolce Isis convinto che quella donna foste
voi.
Non è un rimprovero per
avermi raggirato poiché di tutto ciò vi sono grato, se non aveste
architettato un simile stratagemma io non avrei conosciuto l’amore. Inoltre
meritavo un simile trattamento e conoscendo la vostra coerenza dovevo capire
che non avreste mai tradito colui che alberga nel vostro cuore. Ora molte
cose sono cambiate, io stesso sono cambiato ed anche questo mio mutare
seppure involontariamente è opera vostra. Il piccolo Gehutimes non dovrà
mai cadere nei miei errori, io lo affido ad Isis sua madre legittima sicuro
che saprà farlo crescere con amore e vorrei affidarlo a voi come sua tutrice
perché diventi un grande uomo al servizio del popolo e del Paese.»
«Non avete bisogno di me
per un tale compito –rispose- poiché grazie al miracolo avvenuto in vostra
maestà sarà egli stesso a condurre suo figlio sulla strada della giustizia
e dell’onestà, la stessa strada del vostro nuovo cammino.»
«La mia strada si ferma
qui –affermò tristemente Akheperenra- ormai da molti giorni le mie membra
non si muovono più. Il dolore è svanito ma i miei tendini si sono tramutati
in pietra.
Il povero Uazmes mi ha
perdonato e talvolta appare nelle mie stanze proprio lui mi ha annunciato
che molto presto lo raggiungerò nei bei campi dell’Amenti, vi prego, quindi,
esaudite la preghiera di un moribondo, egli ve ne sarà grato anche
nell’altra vita.»
«Voi vivrete –disse Hatshepsut con tono rassicurante- ma vi
prometto che se mai dovesse accadervi qualcosa il piccolo principe avrà
tutta la mia protezione ed ogni mio sapere. Questo è il mio giuramento!»
Il faraone ormai infermo
dimostrava una incredibile serenità di spirito ed in quei giorni il suo
pensiero predominante era la costruzione di una cappella dedicata al culto
del giovane fratello illuminato.
Uazmes sarebbe stato
divinizzato, questo fu il giuramento che Akheperenra fece a se stesso,
forse per espiare le antiche colpe verso colui che dall’altra vita gli aveva
dato il suo perdono.
I lavori procedettero tanto
alacremente che in soli sei mesi la cappella fu terminata. Il faraone volle
presiedere personalmente alla solenne cerimonia per la divinizzazione di
Uazmes. Fu trasportato a Karnak dove i sacerdoti svolsero rituali e
offerte. Al termine l’incenso purificatore fu bruciato davanti al simulacro
di Amon. Il re aveva adempito al suo dovere, sul suo volto si leggeva la
soddisfazione e la pace di chi assolve al dovere di un giuramento.
L’atto meritorio di
Akheperenra era però destinato ad essere l’ultimo della sua vita, il suo
capo cominciò ad abbassarsi verso le ginocchia ed il suo corpo si rilassò
lentamente perdendo così la rigidezza della lunga malattia. La morte lo
raggiunse proprio nel tempio, tra lo sgomento di tutti. Hatshepsut gli si
avvicinò come per dargli l’estremo saluto: le sue palpebre erano chiuse e
sul volto regnava un’espressione serena. Hatshepsut presiedette
personalmente alle solenni celebrazioni ed al corteo funebre, seguita da
Isis e da Senay. Il sacerdote officiante concluse con il rito dell’apertura
della bocca e la chiusura del sepolcro reale.
Così andava via anche il
terzo figlio di Mutnofret, una donna per cui la perfidia era l’unica
eredità da tramandare ma che nessun erede volle riscuotere.
Maatkare
Kemet, un impero divenuto di
dimensioni colossali si trovava all’improvviso come ai tempi dei gloriosi
faraoni del passato.
Un trono vuoto poteva essere
insidioso ancor più del morso di un serpente. Le notizie viaggiavano tra le
dune veloci quanto le acque del Nilo in piena. Hatshepsut si sentiva in
dovere di assumere il ruolo che per discendenza reale e per volere divino
era già suo da tempo immemorabile.
Gehutimes compiva sei anni
proprio in quel tempo ed onorando le volontà di suo padre fu accompagnato
nel tempio di Karnak dove avrebbe trascorso un periodo di ritiro spirituale.
Neferura ebbe finalmente una
risposta ai suoi ingenui perché, fu ricondotta a palazzo finalmente
ricongiunta agli amati genitori.
Hatshepsut iniziò a
governare sulla sua terra ed ogni uomo di Kemet si affidava fiducioso al
suo volere sebbene lei non fosse il tanto atteso faraone.
Bisognava prendere
rapidamente una decisione, ormai era giunto il tempo di dare a Kemet il suo
nuovo re.
Hatshepsut doveva prendere
le insegne del potere supremo quanto prima, ma volle comunque interrogare
l’oracolo di suo padre Amon.
Seguita da Senenmut e da
sua madre Ahmes raggiunsero il tempio a Karnak. I sacerdoti si preparavano a
questo eccezionale avvenimento.
Una ad una come le stelle
del cielo, le torce vennero accese ed in poco tempo il loro chiarore
illuminò a giorno la sala ipostila. L’incenso cominciò a bruciare e il suo
crepitio sembrava intonare inni surreali al grande dio. La barca sacra
venne issata a spalla dai sacerdoti e finalmente Amon uscì dal sacrario. La
barca compì il primo giro del colonnato e poi si fermò al centro di esso. Il
Gran Profeta del tempio Hapuseneb formulò la sua domanda al dio di cui lui
stesso era l’oracolo vivente:
“Oh Grande Amon, tu Signore
della luce e della vita, tu che dai ordine all’armonia di tutto l’universo,
tu che navighi tra le acque tranquille del regno divino. A te cui nulla può
essere taciuto e che conosci ogni cosa degli uomini e degli dei. A te
chiediamo: guarda costei che ti è di fronte, ella ti fu cara tra le braccia
del suo padre terreno e ti è cara perché tu la scegliesti come figlia.
Dacci un segno della tua volontà e noi lo eseguiremo come per secoli e
secoli hanno fatto i nostri antenati. Il tuo umile servo ascolta… parla o
Dio, colui che ti implora saprà tradurre i tuoi cenni affinché tutti possano
capire ed obbedire al tuo oracolo”.
Amon si mosse ancora una
volta e lentamente compì un largo giro del colonnato poi un terzo, di colpo
si fermò poi la barca sacra fu sospinta da una forza misteriosa e
incontrollabile, sembrò quasi che volesse sfuggire dalla presa dei sacerdoti
che quasi non riuscivano a starle dietro. In una folle corsa si compì il
quarto giro quindi la prua si orientò verso Hatshepsut e la corsa riprese
verso la regina che per un attimo ebbe timore di essere travolta ma, davanti
a lei si fermò. Solo allora si accorse che alla sua destra era apparso come
per incanto il giovane Gehutimes. Hapuseneb allora cominciò ad interrogare
il simulacro del Dio:
«Potente Amon, dai un
segno se ciò che sto per dire corrisponde al tuo volere: E’ ad Hatshepsut
che tu conferisci lo scettro delle Due Terre?»
La barca stava per muoversi
in avanti ma invece ruotò e con la prua indicò il piccolo principe, quindi
si ritrasse di tre passi e girando su se stessa tornò indietro verso la sua
cappella.
Hapuseneb, confuso, non
sapeva che dire. La barca aveva indicato Gehutimes ma il Gran Sacerdote non
poteva assumersi la responsabilità di un oracolo sfavorevole nei confronti
della regina, per di più quel giovinetto non era ancora in grado di
governare un regno.
«Amon non ha voluto
esprimersi –dichiarò Hapuseneb- le strane cose accadute sotto i nostri
occhi mi fanno capire che egli è in collera, molte offerte e molti
sacrifici si dovranno compiere affinché egli si plachi –concluse-.»
Poi sottovoce si rivolse ad
Hatshepsut:
«Vi prego mia regina non
vi allontanate ho qualcosa da dirvi.»
Quando tutti gli altri
andarono via, Hapuseneb la condusse nella sua camera e circospetto le
sussurrò:
«Maestà, non credo affatto
a ciò che ho veduto, ho la netta sensazione che qualcuno sia contro di voi
ed è la stessa persona che ha architettato la messa in scena che abbiamo
appena vissuto.
Spero di sbagliarmi ma se
così non fosse significherebbe che i vostri nemici non sono ancora finiti,
ma chi avrebbe potuto trarre auspicio da tutta questa storia?»
«Nessuno che io sappia,
-rispose- non credo di aver ancora dei nemici eppure qualcuno ha cercato di
prendersi gioco di noi. Ebbene, chiunque sia stato rimarrà profondamente
deluso. »
«Cosa intendete dire,
maestà? »
«Lo saprete molto presto
–rispose-».
Il giorno dopo Hatshepsut
ordinò il trasporto da Assuan a Karnak di due obelischi che aveva fatto
costruire segretamente dopo la morte di suo padre, quindi dette tanto oro da
coprirne interamente le cuspidi e su di uno di questi fece incidere una lode
a se stessa:
“E voi che dopo lunghi anni, vedrete questi monumenti che
parleranno di ciò che io ho fatto, direte: non sappiamo come lei abbia
potuto costruire un monumento tutto d’oro, come se questa fosse un’opera
comune. Per dorarlo ho dato oro a sacchi come se fosse grano. E quando la
mia Maestà ne ha fatto sapere la quantità, essa era superiore a quella che
i due paesi avessero mai visto…E quando leggerete tutto questo, non dite che
era pura vanità, ma dite quanto ciò mi era simile e quanto fui degna di mio
padre”.
Il trasporto dei due
colossali monoliti, costruiti in un unico blocco fu quanto mai trionfale.
Centinaia di uomini furono impegnati a spingere due slitte di legno di
sicomoro lunghe più di cento cubiti.
Ma altrettanto plateale fu
l’innalzamento, i due obelischi furono posati tra il quarto ed il quinto
pilone del tempio di Karnak e quando furono solidamente interrati, le loro
cime colpite dal sole riflettevano i loro raggi sulla rilucente lamina d’oro
innalzandoli come folgori accecanti fino all’infinito del cielo.
Il popolo attonito assisteva
a questo evento unico ed incomprensibile, la regina aveva innalzato i suoi
obelischi a Karnak pur sapendo che solo i faraoni potevano farlo. Tutti
cominciarono a chiedersi cosa intendesse fare.
L’arrivo dell’inondazione era ormai imminente ed in quei
giorni ricorreva il Sema Tauy (la riunificazione delle due terre) e molte
feste religiose sarebbero state celebrate in onore del dio Amon.
Hatshepsut chiamò il Primo Profeta Hapuseneb dandogli
l’ordine che durante le processioni rituali egli diffondesse una serie di
oracoli proferiti dal dio. La processione ebbe inizio e la barca di Amon
iniziò il suo pellegrinaggio facendo il tradizionale percorso ma qualcosa di
inconsueto accadde. La barca sacra condotta dai sacerdoti si fermò davanti
alla doppia porta del palazzo reale, Hatshepsut ne uscì ed inginocchiatasi
davanti alla statua del dio gli domandò cosa dovesse fare per lui
promettendo gli che l’avrebbe realizzato secondo i suoi desideri. Ella
seguì quindi il corteo, prima tra tutti dietro il simulacro divino. Amon la
pose davanti a se nel grande castello di Maat. Poi fu messa al cospetto
della dea Hator, colei che l’aveva allattata e che le aveva conferito
bellissime fattezze. Horus e Thot l’accompagnarono alla sala delle colonne
del tempio per la celebrazione dei riti e dopo la purificazione ricevette
finalmente l’investitura suprema dell’ureus dalla dea cobra Uret Hakau (la
grande di magia), che disse:
“Io mi ergo sulla tua fronte, sulla quale cresco e mi
unisco. Io orno la tua fronte come già ornai quella di tuo padre …”
“Io pongo il timore che essa incute su tutte le terre…”
“Io stabilisco la sua potenza, io estendo il mio dominio per
lei attraverso tutta la terra…
“Ella sarà il punto fermo di approdo di ogni uomo, per lei io
spunto le stelle indistruttibili e per lei conto quelle instancabili. Da
oggi io sarò nel suo protocollo.”
Quindi Amon la pose di spalle davanti a se per consegnarle le
nove corone: il Nemes; la corona Khepresh; la corona Ibes; la corona Net;
poi quella Khabet seguita dalla Miset e dal copricapo Atef ed ancora la
corona Henu dalle alte piume ed infine la corona di Ra. Mancavano ancora le
due corone dell’alta e della bassa Kemet. Salì sul trono e il dio Seth le
consegnò la corona bianca dell’alta Kemet, mentre il dio falco Horus le
affidò quella rossa simbolo della bassa Kemet. La dea della scrittura
Seshat, insieme al dio Thot, lo scriba degli dei, scrissero il suo nome
sulle foglie dell’albero sacro Ished, che cresceva nel giardino degli dei,
era questo cerimoniale che le avrebbe assicurato un regno eterno. Prese poi,
attraverso il Grande Profeta di Amon, i cinque nomi giubilari della
titolatura reale che le mancavano per esercitare il suo potere di faraone.
Egli li pronunciò ad alta voce uno ad uno:
“Useret khau (la potente di kas)”
–il nome di Horus dei viventi.
“Uazet renput (la verdeggiante di anni)” –il nome dell’amata
delle due terre.
“Neteret khau (colei le cui apparizioni sono divine)” –il
nome di Horus d’oro.
(Kenemet-Imen-Hatshepsut). “La prima delle dame venerabili”
Poi si fermò per un attimo come per prendere fiato e con voce
potente disse:
«Ecco dunque il vostro nuovo
sovrano, il suo nome significa “giustizia e verità sono l’anima del sole”
Maatkare, re dell’Alta e Bassa Kemet, che viva eternamente». Le acclamazioni
del popolo si alzarono in un crescendo di voci festose. Il giorno fatidico
annunciato tanti anni prima da Uazmes era finalmente giunto, l’oracolo si
era avverato. Maatkare inviò immediatamente un messaggero in tutte le
province del regno affinché ogni Visir fosse informato della sua ascesa al
trono, cosicché in poco tempo anche ai confini avrebbero saputo che il trono
di Kemet era stato degnamente occupato.
Nei giorni che seguirono, il
faraone accompagnata da Senenmut si recò in tutti quei luoghi dove le
invasioni nemiche avevano lasciato il loro segno distruttore, per constatare
di persona i numerosi danni ai monumenti, quindi affidò all’esperienza del
suo architetto l’avvio dei restauri. Poi scese tra i sudditi per rendersi
conto delle condizioni in cui essi versavano. Molti di loro erano contadini
ed alcuni possedevano terre tanto piccole che nelle annate di buon raccolto,
a stento riuscivano a sfamare i loro figli, mentre in quelle cattive
rischiavano addirittura di morire di fame. Tutto ciò doveva cambiare. Decine
di agrimensori furono inviati nelle zone coltivate per rilevare quali
fossero i campi più piccoli e quelli meno fruttuosi, poiché coloro che ne
erano i proprietari sarebbero stati esentati dal pagamento delle tasse e nel
caso di annate di grave siccità le tasse sarebbero gravate solo sui
grandi e ricchi possidenti.
Il Popolo accolse con
entusiasmo queste nuove riforme ed esaltava il nuovo faraone parlando di
lei come se governasse da sempre. Nei loro discorsi si poteva ascoltare di
“colui che ci governa, colui che è nel giusto”. Tanto era il loro affetto e
la loro stima per Maatkare da parlarne rispettosamente al maschile, quasi
dimenticandone la femminilità.
Trascorsero mesi e mesi di
vita felice nella terra di Kemet che era diventata il luogo più bello per la
vita terrena, ogni cosa funzionava secondo l’ordine e l’armonia, ognuno era
soddisfatto del proprio lavoro e della propria esistenza, non si
verificarono più profanazioni di tombe, non vi furono più divisioni
politiche tra il popolo poiché tutti vivevano sotto un unico binomio,
quello di Maatkare e di Thutmose Menkheperra. Maatkare infatti, giusta di
nome e di fatto non volle escludere dal potere il piccolo principe a cui il
regno spettava per diritto di successione ma egli al suo fianco avrebbe
condiviso nominalmente le due corone imparando da lei passo dopo passo a
governare secondo le regole divine di giustizia ed onestà, mentre la sovrana
avrebbe tenuto fede alla promessa fatta al defunto Akheperenra. Ma era a lei
che il popolo inneggiava, a lei che esso obbediva ciecamente , lei che aveva
conquistato pienamente la loro fiducia.
Anche la vita con Senenmut
ebbe finalmente uno sprazzo di luce, le ferite del passato si erano
rimarginate anche se avevano lasciato vistose, incancellabili cicatrici.
Da molto tempo Maatkare
aveva in mente un progetto che avrebbe potuto migliorare l’economia del
Paese, una spedizione commerciale nella terra dell’incenso, il favoloso
Paese di Punt, da cui arrivavano le spezie più profumate e dove crescevano
alberi straordinari e bellissimi animali appartenenti a razze sconosciute,
uccelli dal magnifico piumaggio e pesci dai vivaci colori.
Stabilire dei contatti con i
sovrani di quella terra significava poter avere rapporti commerciali diretti
in modo tale da eliminare l’intermediazione dei Sementiu e delle
carovaniere, ma per Maatkare significava soprattutto poter adornare il suo
tempio con gli stupendi alberi tropicali visti nel bellissimo giardino del
nobile Ineni. Senza indugiare oltre bisognava dare inizio ai lunghi
preparativi.
Fu durante le campagne di Thutmose I, a cui aveva partecipato
anche il maestro Ineni che quest’ultimo approfittando di trovarsi sulla riva
occidentale del Nilo, compiva delle esplorazioni per studiare la flora e
la fauna locale. Egli era l’unico a conoscere il punto esatto della “terra
delle piante che piangono essenze”. Esse si trovavano verso gli orizzonti
del sole, al di là del Grande Verde (il Nilo durante il periodo dell’Api).
Ineni l’aveva già attraversato altre volte e sapeva in che punto lo si
doveva abbandonare per immettersi in un corso d’acqua minore che portava a
Punt. Il percorso più pratico, era quindi, spingersi al di là della quarta
cataratta fino alla confluenza del Nilo e proseguire a sud fino alla quinta.
Maatkare, quindi mandò in avanscoperta una pattuglia di uomini che dovevano
avventurarsi oltre i limiti raggiunti dal padre, verso la regione degli
incensi, in modo da raccogliere le informazioni necessarie alla
realizzazione dell’impresa. La regina ordinò di costruire cinque navi, le
più grandi ed equipaggiate che mai avessero solcato le acque del Nilo.
Queste, sarebbero state caricate di prodotti della terra di Uaset per
partire alla volta della mitica terra di Punt.
La costruzione delle navi richiese molto tempo, l’occhio
vigile del faraone vegliava sulla progressione dei lavori di costruzione,
Senenmut ed Ineni invece, controllavano sistematicamente ogni elemento delle
imbarcazioni affinchè tutto risultasse tecnicamente perfetto.
Dopo lunghi mesi di lavoro le cinque grandi navi erano
finalmente pronte per solcare le acque, fino ad allora nulla si era mai
visto di così imponente veleggiare sul fiume in piena. I tempi erano maturi,
Amon fu interpellato affinché desse il suo assenso e proteggesse coloro che
si accingevano a compiere la pericolosa navigazione.
La spedizione partì trovando il favore dei venti, i rematori
vogavano al ritmo dei tamburi e le navi fendevano le acque come dardi
nell’aria.
Maatkare sedeva sotto la pensilina di prua guardando i luoghi
della sua terra passare velocemente davanti ai suoi occhi, mentre il ritmico
scintillio dei remi sotto il sole vermiglio della sera produceva un suono
frusciante simile al vento che passa tra le spighe di orzo come una dolce,
sonnolenta cantilena. Il faraone si faceva cullare dal gentile rollio
assorta nei suoi pensieri, i suoi occhi si chiusero lentamente poi stanca si
addormentò. Al suo risveglio Senenmut l’aveva ricoperta con il suo mantello
per ripararla dalla brezza notturna ed ora le stava teneramente accanto.
«E’ già notte. –disse Maatkare stringendo la mano del suo
principe- Sono caduta in un sonno così dolce e profondo da non accorgermi
del tempo che passava, ed i miei sogni erano dorati, tranquilli come non
mai. Abbiamo vissuto mille controversie, abbiamo superato oltraggi, minacce,
tradimenti e congiure ma siamo ancora insieme ad affrontare il futuro, un
futuro ancora incerto».
«Non guardo al futuro, mia adorata, -rispose Senenmut-
vivere al tuo fianco mi ha insegnato a godere dei pochi e fuggevoli attimi
di felicità o anche, più semplicemente, di pura tranquillità ma ogni mia
pena svanisce guardandoti in viso sapendo che esisti, che tu esisti per
me. Come potrei immaginare un mondo diverso? Un mondo oscuro privo della
luce dei tuoi sguardi, senza Neferura, l’immagine tua speculare a cui hai
donato ogni bellezza del corpo ed ogni saggezza dell’anima, quella fanciulla
meravigliosa che mi ricorda la prima volta in cui ti rividi e guardandoti
non osavo sperare che di starti accanto se non come umile esecutore di ogni
tuo desiderio.»
«E’ proprio vero, -rispose- io neppure saprei vivere senza
la dolcezza del tuo amore, ma è pur vero che le nostre tribolazioni non sono
ancora finite. Viviamo quindi ciò che ci riserva il presente con tutta
l’intensità del nostro cuore poiché non sappiamo ciò che avverrà domani.»
Il viaggio procedeva ormai da giorni e giorni, la navigazione
era stata fino ad allora lunga ma piacevole. L’aria calda del giorno era
mitigata da un vento leggero e costante che riusciva a stento ad increspare
le acque in piena ma sufficiente a gonfiare l’unica vela così da rendere
meno faticoso il lavoro dei rematori.
Finalmente le navi, dopo essersi immesse in un corso d’acqua
minore, avvistarono in lontananza la terra dell’incenso, ancora poche ore e
l’avrebbero raggiunta.
Una volta giunti, la prima delle navi, carica di vettovaglie,
approdò sulla riva di quella straordinaria terra, le cui acque pullulavano
di pesci multicolori dalle forme fantastiche. Maatkare osservava dal
battello gli abitanti di Punt che vivevano in mezzo alla rigogliosa flora
tropicale. Lì tutto sembrava essersi fermato al lontano tempo del grande
faraone Cheope: i vestiti, le acconciature intrecciate dei capelli, le
barbe appuntite degli uomini e persino le capanne, di forma rotonda,
sorrette da palafitte e dotate di piccole scale per raggiungerne l’entrata.
I marinai della piccola flotta di Uaset portarono a terra
innumerevoli doni per i loro ignari ospiti, tutte le buone cose della corte:
asce, daghe e collane di perle. Nehesy, il capo della spedizione, seguito
da una piccola scorta militare, salutò il re, Perehu e la moglie Ety. I
sovrani accolsero con grande curiosità i visitatori del lontano nord ma
dimostrarono subito il loro carattere gioviale con una calorosa
accoglienza.
“Perché siete venuti qui? perché siete venuti in questo
paese sconosciuto da tutti? avete percorso le strade celesti o avete remato
sulle profonde acque del mare degli dei? avete camminato sulle orme di
Ra? e il re di Kemet, non ha egli modo di farci vivere donandoci il suo
soffio”?
Proprio in quell’istante Maatkare abbandonata la nave si
presentò al cospetto della coppia reale di Punt, Senenmut era al suo fianco
e dopo aver reso omaggio si presentò ai due che ignorando chi fosse quella
nobile signora chiesero:
«Nobile principe di Uaset dov’è il nuovo faraone dell’alta
e Bassa Kemet, egli è forse rimasto tra le mura del suo palazzo non
potendosi allontanare dalle sue gravose ambasce?»
«Vi sbagliate, potente Perehu –rispose Senenmut- ella è qui
davanti a voi, la maestà del faraone Maatkare è qui al mio fianco, ella mi
diede l’onore ed il privilegio di fare di me il suo intendente personale.»
I due di Punt si inginocchiarono davanti al faraone
visibilmente a disagio mentre qualcuno stupito mormorava sottovoce:
“Maatkare è dunque una donna!”
Il re diede ordine che fossero allestite delle tende per
l’equipaggio e mentre Maatkare faceva distribuire i doni i cucinieri del re
di Punt approntavano un banchetto speciale per gli ospiti a base di
piccoli pesci in salamoia preparati dai sapienti della “Casa della vita”.
I servitori ebbero l’ordine di far preparare due comode
camere per il faraone e per il principe Senenmut. I cuochi intanto stavano
già preparando fettine di filetto di bue e cosciotti di gazzella ricoperti
di spezie, conserve di zucchine e salse a base di olio, olive e formaggi da
servire agli ospiti insieme a cipolline bianche, uova di muggine compresse
ed essiccate. Nelle grandi pentole poi bollivano le fave e i ceci hor bik
“becco di falco”, le lenticchie con le cipolle bianche, infine pane
fragrante arricchito dall’aroma del cumino e del sesamo. Un’infinità di
dolci al miele, alle mandorle e al pistacchio, e i frutti di cui il paese
abbondava, datteri, fichi e uva. Nel terreno vennero scavate numerose buche
dove vennero poste al fresco brocche di miele birra e vino delle vigne del
re, e per un’occasione tanto importante, lunghe bottiglie di vino zuccherato
del paese di Khor.
Si banchettò allegramente fino a notte tarda e la
coppia reale di Punt raccontò al faraone come la sua fama e le sue imprese
fossero giunte fino alla loro terra.
«Concedeteci il vostro perdono oh immensa sovrana –disse
Ety scusandosi- ma, come vedete, sappiamo bene quante lodevoli cose avete
realizzato per il Paese ma ciò che nessuno di noi sapeva è che il faraone è
una splendida e nobilissima donna. Perdonate quindi il nostro giustificato
stupore ed accettate le nostre scuse.»
«Non datevi pena –rispose- non ho nulla di cui perdonarvi,
devo invece rallegrarmi del fatto che sappiate ciò che ho fatto, questo
significa che il popolo ha ben capito le mie buone intenzioni, e si è
dimostrato saggio valutando il faraone per le sue azioni senza farsi
condizionare dal pregiudizio che egli è una donna.»
Il giorno dopo i visitatori, accompagnati da alcuni uomini di
fiducia del re, andarono a scegliere gli alberi dell’incenso che sarebbero
stati donati dalla terra di Punt per poi essere trapiantati nel tempio di
Amon a Karnak.
La piacevole visita di Maatkare si protrasse esortata dai
loro ospiti reali che si dimostravano sinceramente felici di averla nella
loro terra.
Il faraone e Senenmut furono condotti al grande mercato
dell’Africa orientale, dove la confusione e le grida dei venditori creavano
una atmosfera nuova ed allegra agli occhi dei due visitatori. Poi vollero
raggiungere le stupende rive del mar rosso per poter ammirare le sue acque
cristalline ed i pesci tropicali dai colori sgargianti, mentre venivano
catturati dai pescatori locali. Tutto sembrava un sogno bellissimo, in una
terra dove ogni cosa era pura e spontanea. Maatkare sembrava essere
ritornata bambina, Senenmut la guardava incantato mentre lei correva a piedi
nudi sulla riva appena lambita dalle onde.
Ma, anche questo sogno doveva concludersi lasciando posto
alla realtà. Erano trascorsi già diversi giorni dal loro arrivo e gli
uomini dell’equipaggio, sebbene trattati con ogni riguardo, desideravano
tornare alle loro famiglie. Maatkare lo capì, anche lei aveva lasciato la
piccola Neferura nelle sapienti mani della vecchia Sat-Ra e della sua non
più giovane madre, anche il regno di Kemet appena conquistato reclamava la
sua presenza.
La spedizione era ormai conclusa con grande successo ed in
perfetto accordo. I marinai (circa 150) si approssimarono a caricare tutto
ciò che era stato oggetto delle trattative commerciali: oro, avorio, resina
di mirra, alberi della mirra, cosmetici per gli occhi, pelli di leopardo,
legno di ebano, scimmie, cani ed animali feroci tra cui una magnifica
pantera tenuta al guinzaglio, una giraffa, ghepardi e alcuni grandi
uccelli, omaggio della coppia reale di Punt per Maatkare. Più di uno scambio
di merce, si trattò quasi di un tributo dovuto alla regina di Kemet, o forse
di un riconoscimento perché lei aveva fatto erigere sulle coste di quel
paese, una grande statua della dea Hator ritratta insieme al dio Amon. Il
culto di Hator infatti, era molto sentito e praticato in quel luogo,
essendo Hator la dea protettrice di quelle terre.
Gli uomini dell’equipaggio si stavano preparando per
affrontare il viaggio di ritorno, fu un lavoro molto duro caricare gli
alberi, ma tutto fu fatto con estrema precisione.
“Accompagniamo gli alberi
dell’incenso del paese del dio verso il tempio di Amon perché è quello
il loro posto.
Maatkare li farà crescere davanti al suo lago, ai due lati
del suo tempio”.
Il faraone abbracciò gli amici di Punt salutandoli con la
promessa che questo sarebbe stato il primo di una lunga serie di incontri e
di una grande e duratura amicizia. I marinai issarono le vele, e iniziarono
le manovre per la partenza. Le navi partirono facendo rotta verso nord per
ritrovare le acque del Nilo. Il viaggio riprese lentamente la via del
ritorno: “Gli uomini di sua Maestà, avevano raggiunto il paese dell’incenso,
portando con se gli alberi così come Amon aveva ordinato caricandoli sui
loro battelli per soddisfare il desiderio del Dio con alberi d’incenso
freschi.
I battelli portavano tutto ciò che c’era di bello e di vero
in quel paese straniero, doni per il faraone per i suoi uomini e per gli
dei. Ogni occhio a Uaset ne fu testimone.
CAPITOLO X
L’ultimo traditore
Si naviga in pace e nella gioia, i soldati del signore delle
Due Terre hanno raggiunto Karnak. I grandi di quel paese straniero sono al
loro seguito con i loro doni. Maatkare porta quel che non è mai stato donato
a nessun antico re, come le meraviglie del paese di Punt, grazie al potere
dell’immenso dio, Amon Ra, signore dei troni dei Due Paesi.
Il ritorno a Uaset fu quantomeno trionfale. Le vele furono
ammainate e gli alberi abbassati; i remi sollevati.
Gli uomini che dalle imbarcazioni portanti a prua i simboli
magici (Ankh e Horus), acclamavano la regina a gran voce e con le braccia
rivolte al cielo.
Grandi festeggiamenti furono organizzati a Deir El Bahari e a
Karnak. Gli alberi di Punt, le cui radici erano state preventivamente
avvolte con delle stuoie, per poter affrontare il viaggio di ritorno, furono
piantati, per ordine del faraone Maatkare, nella parte bassa del suo tempio.
“Dalla terra divina furono presi gli alberi
da trapiantare a Kemet nel giardino della figlia del re
degli dei .
Essi furono trasportati con tutta la loro mirra affinché se
ne potesse estrarre il balsamo per le carni divine di Amon.
Tutto ciò fu fatto in obbedienza a quanto mio padre Amon mi
ordinò, così come mi ha ordinato di fondare un altro paese di Punt nella sua
casa divina, piantando gli alberi dell’incenso che erano nel Tonutir (terra
divina) ai lati del suo palazzo, nel suo giardino.
Con una solenne cerimonia religiosa, tenuta nel tempio del
dio Amon si procedette alla pesatura dell’oro e degli altri metalli
preziosi sotto l’occhio vigile del faraone in persona, per verificare
l’esattezza delle pesate.
Al termine di questa operazione ella fece dono di tutte le
ricchezze ricevute dalla coppia reale di Punt, ai sacerdoti del tempio,
quindi grandi fumate di incenso fresco inondarono il tempio in tutta la sua
grandezza, il dio Amon fu venerato e ringraziato per aver suggerito a
Maatkare di intraprendere la spedizione a Punt, la terra dell’incenso,
quell’incenso di cui il dio era tanto avido.
Il popolo in festa adora il signore degli dei e celebra
Maatkare mentre l’adora perché è una vera meraviglia. Ella non ha eguale fra
tutte le forme divine che esistevano prima che il mondo esistesse.
Ella vive come Ra eternamente”.
I festeggiamenti nel grande tempio raggiunsero il culmine
quando un miracolo immortalò Maatkare divinizzandola: l’incenso fu donato al
Dio, ella si avvicinò a quella essenza profumata e come per assumere il
profumo di suo padre Amon lo cosparse per tutto il suo corpo, tanto che il
profumo che lei emanava, era come il soffio di Dio”. Il suo odore si
mescolava a quello del paese di Punt. Il suo corpo meraviglioso ed armonioso
era coperto solo di oro, di elettro e scintillava come le stelle sulla
volta celeste. Tutti la videro in quell’istante di mistica ebbrezza, neppure
suo padre Amon dall’alto del suo superbo trono riuscì a tacere al cospetto
di tanta divina grazia. Egli si rivolse a lei per bocca dei suoi sacerdoti:
“Sii la benvenuta, mia cara figlia favorita, tu che
hai avuto in dono la terra dell’incenso e che a me doni i suoi frutti. Tu
che hai innalzato bellissimi monumenti in mio onore e che purificandolo,
fai del trono del grande cielo degli dei, il luogo del mio soggiorno, in
segno d’amore. Tu che più bella di Iside ti prostri al mio cospetto, tu dea
non donna avrai la tua dimora tra i miei pari.
Ti ho dato, come dono, la vita e la pace; ogni stabilità,
ogni salute e ogni felicità ti vengono da me. Ti ho dato tutti i paesi,
affinché il tuo cuore ne goda, perché io te li destinavo da lungo tempo e
gli eoni li contempleranno finché saranno passate le miriadi di anni che
io ho stabilito, in cui si parlerà delle tue opere; ma oggi ti ho dato
l’immortalità divina”.
La voce risuonò per lunghi attimi mentre i sudditi, attoniti,
caddero in ginocchio al cospetto di una dea.
Aprendo gli occhi Maatkare
si trovò distesa sul suo giaciglio di Corte tra le amorevoli braccia di sua
madre Ahmes.
«Voi, madre?…a mia casa?…
come sono arrivata qui? –chiese-.»
«Dio mio! –esclamò Ahmes
– tu non ricordi nulla, cosa ti accade figlia mia? parla, ti prego,
dimmi, dove si sono fermati i ricordi nella tua mente?»
«Sono confusa, –disse-
…l’arrivo delle navi…lo sbarco poi una festosa confusione, la cerimonia in
onore di Amon e qualcuno che mi offriva del vino al miele. L’odore forte
dell’incenso e poi più nulla.»
In quel momento Senenmut
tornava a palazzo dopo una lunga corsa al galoppo alla ricerca del Sinu.
«Eccomi divina Ahmes,
-disse Senenmut ansimante- il grande medico del faraone è qui con me,
lasciate che egli la visiti.»
Dopo un lungo ed accurato
esame il Sinu chiese cosa fosse accaduto e dopo aver ascoltato il racconto
di Ahmes ordinò del latte di capra da somministrare immediatamente al
faraone quindi, dopo che ella lo ebbe bevuto fino all’ultima goccia
dedusse:
«Sono sicuro che quel vino
doveva essere adulterato, qualcuno ha tentato di avvelenarvi, maestà. Il
vostro fisico sano e forte è riuscito a contrastare il veleno reso più
blando dalla presenza di quel miele che forse vi ha salvato la vita. Al di
là di tutte le mie conoscenze posso dire che oggi gli dei hanno voluto
miracolarvi, solo così si può spiegare come siate potuta scampare alla
morte. Ora riposate, la fase cruciale è ormai passata.»
Il giorno successivo dopo
aver dormito profondamente per quattordici ore, Maatkare si ridestò con il
capo dolente ma il pericolo era scampato. Scese lentamente nella grande sala
dove una gradita sorpresa l’attendeva: la bella Isis con sua figlia
Meritra.
«Salve mia sovrana, ho
appena saputo di quanto vi è accaduto e non ho saputo trattenere l’impulso
di venire qui da voi. Vostra madre mi ha detto che siete salva per miracolo
e di questo ne sono felice ma, ditemi, come vi sentite ora?»
«La testa mi duole, mia
buona amica, mi sento come se fossi reduce da una notte di incontrollate
libagioni ma come vedi sono ancora nel regno dei vivi. Tua figlia
–soggiunse- diviene di giorno in giorno, più bella e sempre più simile a sua
madre. Sono contenta di rivedervi –concluse il faraone-».
Le due donne conversarono da
buone compagne per ore intere, ed il pranzo era quasi pronto per essere
servito. Maatkare insistette affinchè la fedele Isis partecipasse al suo
desco, anzi disse:
«mi spiace che Senay non sia
venuta con te, avrei gradito molto anche la sua compagnia» .
«Avete toccato una nota
dolente. –rispose Isis rattristata- Da qualche tempo quella donna si
comporta in uno strano modo. Si allontana da casa per lunghe ore dicendo di
recarsi alle cappelle degli dei ma in realtà dubito che sia vero, talvolta
ho cercato di capire il perché del suo essere sempre di pessimo umore ma
ella é diventata irascibile e non tollera che qualcuno le chieda della sua
vita. Dice di sentirsi un essere inferiore, non possedendo una casa e non
potendo avere una sua vita privata. Credo addirittura che si sia unita a
qualcuno e che lo frequenti di nascosto. Non più tardi di una settimana or
sono mi propose di ritornare nella mia casa di Nekheb, quella che voi mi
donaste in modo da poter essere lei l’unica padrona del palazzo del suo
defunto fratello e la sua richiesta è così frequente ed insistente che mi
sono quasi decisa a cedere.
Ora vi prego, maestà datemi
un vostro illuminato consiglio, Senay da qualche tempo mi fa paura!
–concluse-».
«Non farlo, –rispose- non
cedere a questa sua pretesa, sono certa che queste sue insistenze nel
volerti allontanare da Uaset celino qualcosa in più dei semplici motivi ai
quali si appella. Mia buona Isis –soggiunse- le tue parole hanno aperto uno
spiraglio nella mia mente, chissà che questa storia non sia collegata in
qualche modo a quanto mi è appena accaduto. La dolce Senay quindi sarebbe
legata ad un uomo, eppure è la vedova di Sennefer solo da pochissimo tempo…a
meno che questa sua segreta amicizia non risalga al tempo in cui il suo
sposo era ancora vivo, ricco e rispettato, in tal caso il suo fare
sottomesso ed accomodante, il suo carattere ostentatamente rivolto al bene e
la sua presunta fedeltà e morigeratezza, altro non sono che spudorate
menzogne ».
«Non lasciate che
trascorra altro tempo, maestà –disse Isis- fate in modo che verità e
giustizia di cui siete l’esempio vivente, divengano ragione sul tradimento e
la menzogna, ne vale della vostra inestimabile vita ». «Non temere, amica
mia, la dea Maat di cui porto il nome agisce sempre secondo l’armonia
dell’universo, il dio Horus di cui sono il vivente, mi protegge con il suo
lungimirante occhio e Amon, il più grande degli dei è mio padre e guida i
miei passi. Se l’ultima figlia di Mutnofret è la causa di quest’ultimo
attentato molto presto verrà scoperto. Tu, intanto tienimi al corrente di
ogni suo respiro, e stai molto attenta, ricorda che il gene di Mutnofret
potrebbe essere in lei. Ella possedeva ogni conoscenza dei veleni e
dell’alchimia. Anche la tua vita potrebbe essere seriamente in pericolo».
«Non dubitate maestà, non
la perderò d’occhio un solo istante!»
Maatkare si era
completamente ristabilita ed aveva ripreso ogni sua attività. Decise che
quel giorno si sarebbe recata a Deir El Bahari per controllare l’avanzamento
dei lavori del suo tempio quasi terminato.
Anche gli alberi del paese
di Punt erano stati piantati ai due lati della prima rampa, formando due
splendidi giardini resi ancora più belli dalle grandi vasche. Due grosse
piante di persea furono invece piantate proprio all'ingresso del muro di
cinta. Ora mancavano solo le decorazioni ed i dipinti murali dei portici e
delle cappelle.
Gli artisti seguivano
Maatkare annotando le scene da riprodurre ed i testi da incidere. Tutte le
sue imprese sarebbero state descritte sulle mura del suo santuario. Un
portico sarebbe stato dedicato alla sua nascita divina, uno alla spedizione
di Punt. Le cappelle sarebbero state dedicate alla dea Hator ed al dio
Anubis, una a se stessa. Infine le scene di caccia, l’innalzamento ed il
trasporto dei due obelischi simbolo della sua sovranità. Un viale di sfingi
con il suo volto poste al lati del lungo viale avrebbero accolto poi i
visitatori per le migliaia di anni cui il tempio era destinato a restare
immutato nel tempo.
Mentre i migliori artisti si
mettevano al lavoro, l’occhio esperto di Senenmut, capo degli architetti,
controllava minuziosamente che tutto il lavoro venisse espletato secondo gli
ordini del faraone fin nei minimi dettagli. Nello stesso tempo suo fratello
Amenemhat, per ordine del faraone, si era appostato nei pressi del palazzo
di Isis per poter sorvegliare, senza essere visto, ogni movimento della
vedova di Sennefer.
Trascorsero giorni e giorni
di assidua e snervante sorveglianza ma la bella Senay sembrava aver
intuito di essere al centro dei sospetti del faraone. Infatti il fedele
ufficiale, nonostante tutto non riuscì a scoprire nulla di sconveniente nei
suoi confronti, se non delle ingenue passeggiate o visite spirituali alle
cappelle di culto.
Senenmut in quei giorni
ricevette dal faraone un nuovo, altisonante titolo: “Gran Maggiordomo della
casa del re”, questa onorificenza lo metteva in una condizione di grande
potere e lo autorizzava ufficialmente a frequentare e vivere alla corte di
sua maestà. Questo titolo però non gli consentiva di occuparsi di sua figlia
Neferura ne di presentarsi in pubblico con lei. Di lì a poco egli fu
nominato tutore della figlia del faraone, in questo modo anche questa
barriera burocratica fu brillantemente superata.
Ora poteva occuparsi anche
dell’educazione di sua figlia o accompagnarla durante le sue passeggiate.
In breve tempo Senenmut
divenne un personaggio di grande spicco ed il suo potere salì a tal punto
che se avesse fatto parte anche della classe religiosa, si sarebbe potuto
considerare come il più potente di Kemet, dopo il faraone.
Gli appostamenti di
Amenemhat furono momentaneamente sospesi.
Per un mese intero
l’ufficiale si era prodigato nella speranza di poter consolidare le prove
dei sospetti del faraone ma il comportamento di Senay era ineccepibile.
Neppure Isis era riuscita a scoprire nulla, era evidente che Senay sapeva di
essere sorvegliata e quindi aveva preso le sue precauzioni. Bisognava
attendere ma senza mai abbassare la guardia.
In quel periodo il piccolo
principe iniziò la scuola militare dando prova di un innato talento per le
strategie di guerra e di una inaspettata dimestichezza all’uso delle armi.
Maatkare iniziò a simpatizzare con il giovane Thutmose III Menkheperra, il
quale guardava con ammirazione la potente zia e non si lasciava sfuggire un
incontro con lei, tempestandola di domande così come fa un bambino con
l’oggetto della sua idolatria, eppure per molti, ella era solo
l’usurpatrice di quel trono che sarebbe spettato a lui.
Neferubity cresceva a vista
d’occhio e cominciava a capire cosa significasse essere figlia del re di
Kemet ma molte cose non le erano ancora perfettamente chiare: perché sua
madre non l’aveva ancora presentata ufficialmente al popolo come sua figlia?
Perché sua sorella Meritra viveva in un’altra dimora? perché il faraone non
era suo padre ma sua madre? La bimba era molto intelligente e curiosa ma
ogni sua curiosità si spense quando sua madre le disse che qualche mese dopo
sarebbe arrivato a palazzo un nuovo bimbo ad allietare le loro giornate.
Maatkare infatti si era resa conto di essere ancora una volta in dolce
attesa, probabilmente già da due mesi. Un evento lieto ma che, ancora una
volta, la sua posizione, le imponeva di tacere. Nei mesi seguenti sarebbe
dovuta rimanere lontana dalle pubbliche apparizioni? oppure poteva
tranquillamente ostentare la sua gravidanza? Lei era Maatkare, il sovrano
di Kemet e come uomo poteva essere legato a più consorti ma lei era anche e
soprattutto una donna e come tale non le era permessa la poligamia, ecco un
ostacolo difficilmente superabile. La questione andava presa con coraggio e
senza indugi. Neferubity doveva fare il suo ingresso in società, ecco la
prima cosa da fare. Una volta accettata questa realtà tutto sarebbe stato
più facile. Senza indugiare oltre Maatkare iniziò ad introdurre sua figlia
nella vita sociale del paese. Per un mese intero le apparizioni del faraone
furono sempre accompagnate dal suo fedele Senenmut e da quella esile, eterea
fanciulla.
Sebbene fosse un grande
regno le voci cominciarono ad arrivare da un lato all’altro delle due Terre,
il nome di Neferubity, figlia di Maatkare era sulle labbra di ogni suddito
ed ognuno di loro si chiedeva chi veramente fosse l’erede al trono: Thutmose
III o Neferubity? Nessuno però osava chiedersi chi fosse il padre della
piccola principessa. Il grande carisma della donna faraone era talmente
soggiogante che il popolo aveva accettato questa sua figlia come un dono
divino, forse anch’essa concepita da Amon, il suo divino padre ma, forse
non erano proprio tutti a crederci.
Lo scopo di Maatkare,
pertanto era stato raggiunto, la vita di Neferubity poteva ormai essere
resa pubblica, solo la sua paternità doveva continuare ad essere taciuta e
non solo questa.
La gestazione di Maatkare
era già al quarto mese ed il suo ventre non lasciava alcun dubbio sulla sua
condizione. Ella decise che di non apparire più in pubblico finché il
nascituro non fosse venuto al mondo. Neferubity era stata accettata dai
sudditi senza remore ma, era più saggio non eccedere per non compromettere
la sua immagine e la sua integrità.
In quei cinque mesi durante
i quali sarebbe rimasta tra le mura del suo palazzo, i capi del governo di
Kemet avrebbero fatto le sue veci e Senenmut sarebbe stato il portavoce di
ogni sua decisione.
Lunghi giorni tranquilli
caratterizzarono quel periodo in cui il popolo era occupato prevalentemente
nei campi, durante le due stagioni in cui le acque basse del fiume
permettevano l’agricoltura ed il popolo di Kemet quasi non si accorse
dell’esilio volontario del suo faraone.
Senenmut svolse il suo
compito con estrema precisione e con grande diplomazia. Maatkare era
ammalata e non poteva conferire con i suoi Nomarchi, precisava Senenmut
quando si trovava al cospetto dei Sindaci delle province per comunicare
qualche decisione del re e lui stesso aveva il compito di far eseguire
ogni ordine dato da Sua Maestà.
Assaporare tanto potere
aveva accresciuto in Senenmut il suo naturale orgoglio ma tutto ciò provocò
il malcontento del giovane principe Menkheperra che in silenzio guardava
quest'uomo, per lui sconosciuto, pavoneggiarsi tra le alte sfere del potere
senza possederne il diritto. Il piccolo faraone era irritato.
Aveva accettato la presa di
potere di sua zia ma non tollerava l’intromissione di un estraneo, per di
più, Maatkare, da molti mesi si rifiutava di vederlo. Perché mai si
giustificava dicendo di aver contratto una malattia contagiosa che avrebbe
potuto trasmettergli? Il giovane Menkheperra aveva intuito il legame che
univa sua zia con l’invadente Senenmut e probabilmente ne era geloso.
In grande segretezza e con
il solo aiuto di sua madre e della ormai anziana nutrice Sat-Ra, Maatkare
diede alla luce un bimbo dal viso tondo e dalla pelle bruna come quella di
suo padre, anche gli occhi ed i capelli erano scurissimi, le labbra carnose
ed il naso sottile dalle narici accentuate lo facevano assomigliare ad uno
di quei bimbi appartenenti a quella particolare razza mista Kushita tipica
del Delta, nella Bassa Kemet.
Tutto era andato nel
migliore dei modi, il bimbo era sano, il parto non fu doloroso e Maatkare
stava bene, eppure non si sentiva tranquilla, qualcosa la turbava:
«Ho paura, -disse il
faraone rivolgendosi alle sue levatrici- ricordate cosa accadde quando
nacque Neferura? Ebbene ho la stessa sensazione di allora, come se qualcosa
di spiacevole stesse per accaderci, forse è solo una stupida superstizione
ma non mi sento tranquilla».
Il suo sesto senso non la
ingannava, proprio in quell’istante Amenemhat fece annunciare il suo arrivo
a Corte. Fu suo fratello Senenmut a riceverlo e vedendo il pallore del suo
viso disse:
«Siedi fratello mio, calma
la tua ansia e bevi una coppa di vino dolce, ti farà bene. Il faraone non
può riceverti ma parla pure con me come se al mio posto ci fosse lei».
«Mio nobile fratello, è
molto grave ciò che sto per dirti ma, ti prego lascia che io riprenda fiato
ancora per un attimo. Come tu ben sai –proseguì- ricevetti l’incarico di
sorvegliare la nobile Senay, ed i miei primi appostamenti non dettero il
minimo risultato, fu la stessa Maatkare che mi ordinò, a quel punto, di
sospendere ogni azione in quel senso. Io intanto pur obbedendo agli ordini
del sovrano fin dai primi giorni, dopo i quali ella si assentò dalle sue
apparizioni, non seppi restare inerte, lasciando inconcluso il compito che
mi era stato affidato, il mio orgoglio non me lo avrebbe permesso e sfidando
le probabili ire del faraone organizzai dei nuovi appostamenti agendo in
modo puramente arbitrario. Ogni giorno mi ponevo in osservazione per due
ore, posticipandomi di un quarto d’ora il giorno successivo, in questo modo,
pensavo, qualcosa doveva venire alla luce. Fu più difficile di quanto
avessi previsto. Per giorni e giorni, nascosto, attesi con la speranza di
vederla uscire ma la mia pazienza non fu ricompensata dal minimo successo.
Così decisi di adottare la stessa tattica durante le ore notturne ma anche
questo tentativo sembrava destinato a fallire. Anche ieri mi recai al mio
punto di osservazione ma ero talmente scoraggiato che dopo poco decisi di
abbandonare l’impresa. Mentre mi allontanavo nell’oscurità, qualcosa catturò
la mia attenzione: un’ombra furtiva si allontanava velocemente. Poteva
trovarsi a circa 120 cubiti davanti a me e nonostante l’oscurità riuscii a
distinguere una figura femminile. Continuai a seguirla senza farmi notare e
rimanendo molto distante. Dopo un’ora di cammino la donna si fermò davanti
ad una casa molto modesta ed isolata; costei bussò alla porta, questa fu
aperta ed ella entrò. Mi avvicinai con cautela per poter sbirciare più da
vicino.
All’interno c’erano Senay ed
un uomo che non avevo mai visto prima, li vedevo parlare animatamente ma non
riuscivo a capire cosa stessero dicendo. Mi avvicinai ancora di più fino ad
una distanza che potesse permettermi di ascoltare le loro parole. Quell’uomo
parlava di Mutnofret come di sua sorella. Le sue parole erano piene di odio
per Maatkare, poiché la riteneva responsabile di tutte le vicissitudini
vissute da sua sorella e persino della sua morte e di quella dei suoi
figli. Egli aveva sete di vendetta e voleva l’aiuto di Senay per
assassinare l’odiata Maatkare. Ad un certo punto disse che se il primo
tentativo era fallito il secondo avrebbe fatto giustizia. Sentivo Senay che
cercava di dissuaderlo che il nostro faraone era estranea alla morte di
Mutnofret e dei suoi figli e che lei non l’avrebbe aiutato a compiere una
simile azione. Lui si infuriò ed urlando la coprì di offese, lei cercò di
prendere la porta e fuggire ma egli la raggiunse e la colpì al capo
facendole perdere conoscenza. Istintivamente mi lanciai con tutto il mio
peso contro la porta per correre in soccorso della sventurata, incurante
dell’uomo. Quando le fui vicino fui colpito a mia volta. Mi sentivo
intontito e privo di forze ma ero ancora cosciente. L’uomo stava cercando di
trascinare con se il corpo di Senay ma io mi aggrappai a lei nel disperato
tentativo di salvarla. Poi all’improvviso i miei occhi si chiusero. Quando
li riaprii era già giorno, mi trovavo in quella casa e ero da solo, di Senay
e del suo perfido zio non c’era più traccia.»
«Il vino avvelenato che
Maatkare bevve è quindi opera di questo uomo. –osservò Senenmut- Cosa
possiamo fare per soccorrere Senay e per acciuffare il traditore?
–soggiunse-.»
«L’unica cosa da fare è ritornare in quella casa per cercare
un indizio che ci possa ricondurre a lui. –rispose Amenemhat-.»
«Lo credo anch’io. –disse
Senenmut- Partiremo subito, portando con noi alcune guardie.»
Quando giunsero sul luogo,
la porta era ancora aperta, ogni cosa era rimasta esattamente nella stessa
posizione in cui era la notte prima. Gli uomini cominciarono a rovistare in
ogni angolo della misera casa.
Nel frattempo Senay sfuggita
chissà come al suo aguzzino era riuscita a raggiungere il palazzo del
faraone, vi entrò di corsa senza badare neanche alle guardie che la
rincorsero finché non la raggiunsero.
«Sono Senay, –disse
affannosamente alle guardie- vi prego conducetemi dal faraone.»
Maatkare intanto era in
compagnia della giovane Isis, la quale le stava raccontando della sparizione
di Senay il cui arrivo a corte veniva annunciato in quello stesso istante,
lasciando le due donne stupefatte.
La figlia di Mutnofret,
spiegò al faraone che un uomo sconosciuto l’aveva avvicinata durante una
delle sue visite di preghiera alle cappelle, egli le aveva rivelato di
essere il fratello di sua madre ed aveva chiesto il suo aiuto. Disse che la
sua povertà lo costringeva a vivere da mendicante, non aveva amici e temeva
per la propria vita nel caso in cui si fosse scoperto il suo legame di
sangue con Mutnofret.
«Andai a fargli visita
alcune volte in una vecchia casa abbandonata portandogli delle provviste
affinché non soffrisse la fame. Gli avevo anche promesso di intercedere
presso di voi e che con il vostro aiuto gli avremmo certamente teso una mano
ma non appena intese il vostro nome la sua espressione cambiò
improvvisamente.
Mi pregò di aspettare ancora
prima di parlarvi di lui perché di lì a poco le sue sorti sarebbero
cambiate. Gli chiesi in che modo ma non mi riuscì di ottenere una risposta.
Finché un giorno, finalmente rivelò le sue vere intenzioni e la sua sete di
vendetta verso di voi, a cui addossa la colpa della morte di Mutnofret e
della sua precaria condizione di vita a cui oggi è costretto. Gli spiegai
che uccidere il faraone significava comunque morire ed egli mi rispose che
ormai era già morto, per se stesso e per gli uomini. Non gli restava,
dunque, che questa inutile ma gratificante vendetta. Cercai ancora di
condurlo alla ragione, parlandogli della vostra magnanimità e del vostro
grande senso di giustizia, lo esortai a riflettere sul quel gesto poiché la
causa di tutto era da attribuire non a Maatkare ma alla malvagità di mia
madre ma non volle sentir ragioni. Ormai aveva deciso e voleva che io gli
diventassi complice, minacciò che se non lo avessi fatto non si sarebbe
limitato ad uccidervi ma avrebbe ucciso anche me e tutti coloro che
usurpavano il palazzo del faraone Akheperenra . Mi rifiutai categoricamente
e vidi il suo volto diventare rosso di rabbia ma riuscì a reprimersi. Un
secondo dopo vidi i suoi occhi brillare, mi disse che era fuori di se e di
non pensare a ciò che aveva appena detto egli non avrebbe fatto nulla contro
di voi… io in fondo avevo ragione –disse-.
Continuai a portargli del
cibo rubandolo dalle cucine e dai granai di Isis. Uscivo di notte da un
passaggio sotterraneo in modo da non essere vista, mi vergognavo di
quell’azione così bassa ma quell’uomo mi faceva compassione sebbene lo
temessi. Cercai anche di convincere Isis ad abbandonare quel palazzo e di
andare a vivere per qualche tempo a Nekheb, avevo paura che da un momento
all’altro egli avrebbe messo in atto la sua terribile vendetta.
L’ultima notte mentre tutti
dormivano, passai attraverso i sotterranei del palazzo di Isis con il mio
fardello di vettovaglie. Il passaggio termina con una piccola uscita a
circa cento cubiti dal palazzo, quindi mi inoltrai nel buio.
Conoscendo la strada a
memoria e con l’ausilio della luce lunare, dopo circa un’ora, finalmente
arrivai alla capanna. Lui mi aprì la porta barcollando ed io capii subito
che aveva bevuto. Ricominciò a parlare di morte e di vendetta offendendomi
per il mio rifiuto. Non volendo sopportarlo oltre, corsi verso la porta
per fuggire ma fui raggiunta da un colpo alla testa, riuscii a vedere l’uomo
che tentò di soccorrermi era Amenemhat, poi persi conoscenza. Quando
rinvenni ero legata ed imbavagliata. Mi trovavo in una grotta illuminata da
un fuoco che ardeva al centro della camera, di fronte a me, dall’altra parte
del fuoco c’era Nebpehti l’uomo che diceva di essere mio zio. Finsi di
essere ancora priva di sensi ma lo osservavo ad occhi semichiusi nella
speranza che arrivasse il momento propizio per fuggire. Nebpehti continuò a
bere finché completamente ebbro si addormentò. Allora mi avvicinai al fuoco
fino a far si che la brace arrivasse ai legacci delle mani che in pochi
minuti bruciarono mi scottai le mani ed i polsi ma riuscii a non urlare dal
dolore, in poco tempo anche le caviglie furono libere dalle corde, quindi
silenziosamente uscii dalla caverna il cui ingresso era completamente
mimetizzato da rami e foglie. Mi resi conto del punto in cui mi trovavo e
non era molto lontano dalla capanna di Nebpehti. Gli dei mi hanno aiutata,
ecco perché mi trovo qui. –concluse-»
Nello stesso istante
Senenmut ed Amenemhat trovavano l’ingresso della grotta da dove poco prima
Senay era riuscita a fuggire. All’interno della grotta i resti di un fuoco
ancora fumante, in un angolo una figura umana dal volto contratto in
un’espressione di terrore. Nebpehti era morto senza riuscire a realizzare i
suoi piani di vendetta, i suoi occhi avevano visto qualcosa di terrificante,
quella stessa cosa che l’aveva ucciso. Stretto nel pugno aveva ancora un
anello, la copia identica ed inoffensiva di quello che aveva ucciso il falso
Sinu e che ora era in possesso di Maatkare. Un altro mistero era finalmente
svelato: Nebpehti era l’uomo che aveva procurato il cavallo servito a
Mutnofret per la sua fuga dall’esilio. L’anello che l’uomo aveva ancora nel
pugno ne era la prova.
Così finiva l’ultimo
traditore, colui che fece rivivere anche se per poco tempo l’amaro ricordo
di Mutnofret, quel ricordo che tutti, avrebbero voluto cancellare dalla
propria memoria.
Un esercito per il Faraone
Lunghi anni di calma
seguirono, caratterizzando il regno di Maatkare ormai consolidato da ben
quindici anni sulla terra di Kemet ma tanti nuovi avvenimenti ne segnarono
l’esistenza.
La divina madre Ahmes aveva
lasciato un vuoto incolmabile nella vita del faraone, così come la perdita
dell’affettuosa ed anziana nutrice Sat – Ra e dell’insostituibile maestro ed
amico Ineni.
Il piccolo principe non più
ragazzino veniva introdotto passo a passo nella vita sociale e politica del
Paese ma soprattutto egli era già in grado di comandare un grande esercito
con la competenza e la sicurezza che contraddistinguono i grandi
condottieri. Le due principesse Meritra e Neferura vivevano felicemente la
loro prima adolescenza. Mentre Meritra godeva del benessere e dell’agiatezza
quale figlia del defunto faraone Akheperenra. Neferura compariva già al
fianco del faraone sua madre durante le cerimonie e gli impegni di Stato.
Anche la vita di Senenmut subì delle svolte decisive: i suoi genitori erano
partiti per il loro viaggio verso i verdi campi di Osiride, mentre la
sfavillante carriera del grande architetto di corte raggiungeva a grandi
passi il suo apice. Non v’era uomo in tutto il regno che non riconoscesse in
lui la persona più in vista di tutta Uaset, colui che era secondo solo a
Maatkare.
Sebbene tutto sembrasse
procedere nel migliore dei modi, qualcosa stava accadendo nella zona media
della terra di Kemet. Alcuni piccoli regni cercavano di far sentire la loro
flebile voce, creando scompiglio e disordini quasi come ai tempi del vecchio
faraone Akheperkara.
Maatkare non poteva lasciare
impunita una simile intromissione da parte dei popoli sottomessi anzi
bisognava agire con la massima tempestività al fine di evitare che la
coalizione potesse espandersi a tal punto da costituire un reale pericolo ai
danni dell’intero Paese.
La decisione di Maatkare fu
presa fulmineamente: la spedizione non sarebbe stata capeggiata da Thutmose
III che sicuramente era il più idoneo per farlo ma lei stessa, quale monarca
di Kemet avrebbe assunto il comando del suo esercito. Maatkare, sebbene
fosse cosciente della sua inesperienza sui campi di battaglia non poteva
esimersi dall’esporsi in prima persona di fronte al pericolo. I grandi
sovrani uomini non si sarebbero tirati indietro in simili circostanze e lei
non era certo da meno, per di più al suo fianco avrebbe avuto il giovane
principe coreggente. Questo il binomio che avrebbe terrorizzato e fatto
scempio del nemico.
Ella, quindi, convocò le
alte sfere militari ed ordinò:
«Radunate i migliori
soldati dell’esercito di Kemet, i migliori arcieri ed i più valorosi soldati
addestrati nella lotta corpo a corpo. Mi bastano solo tremila uomini, un
piccolo esercito per dimostrare al nemico che anche in una condizione di
inferiorità numerica siamo in grado di sconfiggere coloro che osano
ribellarsi alla nostra supremazia di cui mai nessuno dovrà dubitare. La
punizione che verrà loro inflitta ne sarà il terribile monito.»
L’esercito fu organizzato in
men che non si dica. Due giorni più tardi tremila uomini ordinatamente
disposti fuori dalle mura di Uaset acclamavano impazienti l’arrivo dei
condottieri reali onde mettersi in marcia e dare inizio alla spedizione
punitiva.
L’arrivo di Maatkare fece
sussultare le fila e la bellezza del faraone non era minimamente sminuita
dall’apparire in vesti maschili anzi, nonostante la sua non più verde età
sembrava addirittura più bella: il corto gonnellino del re, l’acconciatura
dei capelli a tre ordini di ricci ed il braccio armato della mazza da
guerra, elevato e proteso in avanti.
La fitta colonna iniziò così
la sua lunga marcia verso la vittoria, in soli sette giorni la distanza che
separava l’esercito di Kemet dal luogo in cui si erano insediati i nemici,
fu quasi completamente colmata ed alla fine raggiunto nel cuore della notte.
Il nemico si vide assalito
da una guerriglia talmente silenziosa da riuscire a sorprenderli
inaspettatamente.
Il faraone infatti, dopo
aver fermato l’avanzata del suo esercito ad una buona distanza dal luogo
dello scontro, convocò il Consiglio di Guerra ed insieme al principe
ereditario decise di dividere l’esercito in due fazioni. I primi 1500
soldati avrebbero dovuto lasciare i cavalli per proseguire a piedi in modo
tale da insinuarsi senza far rumore nelle fila nemiche, sfruttando così il
vantaggio dell’effetto sorpresa. Nel frattempo, a brevissima distanza di
tempo sarebbe partita la seconda fazione che in groppa ai loro cavalli
potevano piombare su un nemico già sconcertato e disorientato dall’attacco a
sorpresa.
Il semplice piano funzionò
alla perfezione, la coordinazione dei due gruppi armati fu calcolata al
millesimo, il faraone Maatkare ed il giovane principe combattevano armi in
pugno come un solo uomo, i soldati dell’esercito di Kemet, entusiasti e
motivati dall’esempio dei capi si batterono con slancio e con una tale forza
da dimezzare in poco tempo il numero dei nemici.
Non fu possibile contare i
corpi dei ribelli abbattuti ma le mani tagliate furono migliaia. Non si era
mai visto un esercito combattere con tanto impeto e tanta sete di gloria.
Gli ultimi sopravvissuti
nemici cedettero all’avanzata travolgente dell’esercito di Maatkare che alla
fine non riportò grandi perdite. La resa del nemico decretò la vittoria di
Kemet e la fine della battaglia.
Quando l’esercito con il suo
bottino di guerra varcò le mura della capitale non vi fu un solo suddito che
non acclamasse al faraone Maatkare ed al suo generale Thutmose III. Tutto
l’oro sottratto ai nemici fu donato ai templi del dio Amon a cui fu dedicata
questa schiacciante vittoria che per dieci giorni fu festeggiata da tutta la
terra di Kemet.
Musiche e canti, balli,
banchetti e libagioni diedero vita a quei giorni fausti in onore di Amon e
di coloro che come altri in passato avevano scacciato gli invasori dalla
loro terra.
Durante i festeggiamenti
Maatkare volle dare prova della sua rettitudine ed onestà nei confronti di
Thutmose III Menkheperra e del popolo di Uaset e per dare loro la lieta
novella dell’unione di sua figlia Neferura con il giovane principe Thutmose
Menkheperra.
Una volta raggiunta la
finestra delle apparizioni parlò ai suoi sudditi accorsi lì per ascoltare le
sue parole:
“Amatissimo e fedele popolo
di questa antica e verdeggiante terra.
Le parole che udrete oggi
dalla mia voce sono le stesse che da tanto tempo avevo in cuore di
pronunciare per alleggerire il mio animo da un fardello di cui voglio
liberarmi per sempre.
Se oggi avete acclamato il
nome di Maatkare come colei che vinse il nemico erese il nostro Paese libero
dalla minaccia dell’invasore, sappiate che questa gloriosa spedizione non ci
avrebbe visto vincitori se al mio fianco non ci fosse stato il giovane
principe Thutmose che con il suo coraggio e la sua destrezza seppe guidare
me e l’esercito nella giusta direzione. E’ quindi anche al suo nome che
dovete acclamare poiché questa vittoria senza di lui non avrebbe mai visto
la luce e perché sarà a lui che un giorno non lontano spetterà la corona
delle due terre. Lui sederà sul trono dei grandi faraoni e governerà
grandiosamente su Kemet tutta, dal Delta alle cataratte più lontane ed
ancora oltre perché la sua potenza porterà i confini del Paese aldilà del
mio regno.
Fin d’ora io gli affido
questo grande esercito di cui diede prova essere degno condottiero ed
abilissimo stratega. Io lo pongo quindi nelle sue mani ed a lui ne affido le
sorti. Così come per suo espresso desiderio gli affido quelle di mia figlia
Neferura che come sua Sposa Reale lo seguirà amorevolmente e da compagna
devota ne spartirà l’esistenza finché gli dei vorranno.
Ciò detto, tutti voi
capirete che Maatkare non ha mai pensato di usurpare il trono di Kemet che
fu già suo per diritto quando suo padre Akheperkara glie lo trasmise, ma che
allo stesso tempo ed in egual misura, quel trono, appartiene al giovane
principe per eredità ricevuta da suo padre Akheperenra.
Sappiate quindi che i miei
poteri saranno trasferiti a lui di volta in volta finché avendoli acquisiti
tutti sarà lui il solo unico sovrano. Mentre io una volta lasciato a lui il
potere avrò raggiunto lo scopo della mia vita: governare secondo giustizia e
verità e con l’esempio, insegnare a farlo. Cosicché anche una promessa
solenne fatta molti anni or sono sarà finalmente mantenuta.
A quel punto il faraone
Maatkare potrà uscire definitivamente dalla scena regale e dedicare gli
ultimi sprazzi di energia per servire ed adorare il suo divino padre nel
giardino della sua grande casa.”
Un bisbiglio mesto si levò
dalla folla come un lamentoso tremolante coro di migliaia di uomini
sconfortati dal triste, inaspettato annuncio del tanto amato faraone. Molti
di loro si chiedevano se mai quella terra avrebbe avuto un altro re capace
di governare con la stesso senso di giustizia e con la stessa onestà. Un
faraone che come Maatkare avrebbe annullato i propri interessi per dare la
priorità a quelli del suo popolo. La figura del faraone sparì
improvvisamente mentre una frase saliva sempre più potente verso il cielo:
“Maatkare, verità e giustizia sono l’anima del sole!”
La fine di una dea
Ancora una volta gli dei
vollero provare quella donna tanto forte da essere paragonata ad una dea ma
questa volta Maatkare si sentì cadere le braccia al cospetto di tanto
accanimento da parte delle entità malvagie e delle loro instancabili
persecuzioni.
La giovane vita di Neferura,
quella fanciulla ancora in fiore, si era spezzata all’improvviso lasciando
dietro di se i fiumi di lacrime che sgorgarono lungamente dagli occhi di sua
madre e da quelli del suo giovane sposo.
Ormai gli unici affetti di
Maatkare erano il suo piccolo figlio segreto Maiherpera e l’amato Senenmut.
Il tempo trascorse
inesorabile e molte inondazioni gonfiarono le acque del grande fiume,
Thutmose III Menkheperra, rimasto vedovo di Neferura si unì a sua sorella
Hatshepsut Meritra. Isis, sua madre era ritornata nella sua vecchia casa di
Nekheb dove viveva con la buona Senay. Di tanto in tanto le due donne
ritornavano a Uaset per rivedere i due giovani sposi e la tanto amata
Maatkare che ormai aveva lasciato quasi completamente la reggenza nelle mani
del principe Menkheperra.
Il piccolo Maiherpera era
cresciuto al palazzo di Maatkare che facendolo passare come suo figlio
adottivo aveva provveduto alla sua educazione affidandolo alla scuola di
corte. A lui aveva poi associato il titolo di porta flabellum, il titolo dei
principi reali. Il ragazzo fin dai primi anni di vita si rivelò fisicamente
debole ma negli ultimi tempi cominciò ad avvertire degli strani malori che
gli toglievano ogni forza.
Maatkare riunì al suo
cospetto i più grandi Sinu della capitale temendo per la vita del suo figlio
segreto la cui salute peggiorava di giorno in giorno. Nonostante le cure,
nessun risultato sembrava però ottenersi.
Senenmut, intanto, era
cambiato, il suo atteggiamento era di noncuranza per tutto ciò che lo
circondava, persino la precaria salute di suo figlio sembrava non
interessargli. La sua mente era accentrata unicamente sugli impegni di
Stato e sui lavori di completamento del tempio di Deir El Bahari, dove i
pittori e gli scalpellini lavoravano alacremente agli ultimi ritocchi delle
statue, dei bassorilievi e dei dipinti murali.
Ancora pochi giorni e la
“Meraviglia delle Meraviglie” sarebbe stata ultimata.
Quanta maestosità, quanta
incomparabile bellezza racchiusa in una opera eseguita magistralmente da
centinaia dei più abili costruttori ed abbellita da decine dei più valenti
artisti.
Ognuno di loro veniva
seguito dal maestro Senenmut che con il suo grande talento era riuscito a
creare quell’opera meravigliosa che lo rendeva fiero e lo riempiva
d’orgoglio.
Il tempio, finalmente
terminato fin nei più piccoli dettagli, troneggiava nella valle addossato ad
una parete della catena dei monti libici.
In esso Maatkare volle
evocare i momenti salienti del suo lungo regno:
il portico della sua nascita
divina, quello della spedizione nella terra dell’incenso, il portico della
caccia. Le cappelle dedicate ad Anubis, al la dea Hator, al dio sole Ra, a
suo padre Thutmose I ed a lei stessa.
All’ingresso due enormi
alberi di persea adornavano le mura di cinta ed ai lati della prima rampa
laghi sacri e piante da frutta, papiri ed alberi dell’incenso. Una doppia
fila di sfingi con il volto di Maatkare formavano il dromos, quel viale che
ogni pellegrino avrebbe attraversato, cosicché lei stessa li avrebbe accolti
nel suo santuario.
Il popolo ebbe la notizia
della chiusura dei lavori e quindi una infinita moltitudine di persone si
riversò fragorosamente nella valle per poter ammirare il sublime tra i
sublimi, il tempio la cui vista superava in bellezza qualsiasi altra cosa al
mondo. Senenmut ne era estasiato a tal punto da trascorrere intere giornate
a contemplare la sua opera colossale. Il suo compiacimento però, stava
rasentando la paranoia. Sembrava quasi che quel monumento fosse dedicato a
lui e forse in parte lo era davvero.
Un terribile segreto si
celava tra quelle sacre mura, un segreto che doveva rimanere tale per sempre
ma che lo fu solo per poco.
La sfrenata ambizione
dell’architetto di corte infatti era divenuta ossessionante, un pensiero
costante che di giorno in giorno gli divorava la ragione ed il buon senso in
un crescendo che non aveva più un limite, quasi follia. Il bisogno
incontrollabile di lasciare ai posteri qualcosa di se tra le mura del tempio
aveva avuto il sopravvento. Sebbene Senenmut avesse raggiunto una posizione
sociale di tutto riguardo, la sua effigie non poteva essere raffigurata
sulle pareti del santuario di Maatkare, farlo sarebbe stato sacrilegio.
Eppure egli trovò lo stratagemma per soddisfare la sua smodata ambizione. Si
era convinto che mai nessuno sarebbe riuscito a scoprirlo, era quindi certo
che avrebbe evitato la punizione riservata a chi compiva atti sacrileghi.
Assoldati alcuni artisti,
Senenmut li aveva autorizzati a lavorare di notte quando tutti gli altri
operai avevano già lasciato il loro posto di lavoro. Essi avevano realizzato
delle scene dipinte sulle pareti retrostanti ai battenti delle porte delle
cappelle della dea Hator e del faraone Thutmose I. Qui il grande architetto
era raffigurato nel compimento del culto di Akheperkara e della dea, nessuno
avrebbe mai potuto notarle perché nei templi di culto le porte dovevano
ritualmente essere aperte o chiuse dall’esterno e poiché queste durante i
rituali dovevano restare aperte senza eccezione per nessun celebrante,
anche se questo fosse stato il faraone in persona. Le immagini di Senenmut,
quindi, sarebbero rimaste occultate alla vista di chiunque dai battenti che
in posizione aperta li coprivano completamente. Gli dei però non furono
dalla sua parte e qualcuno si accorse dell’esistenza di quelle immagini. La
notizia raggiunse il clero e una volta che i sacerdoti ebbero constatato la
gravità dell’accaduto si presentarono al cospetto di Maatkare per informarla
dell’increscioso episodio. Anche Senenmut fu convocato e messo a confronto
con i religiosi:
«Come avete osato principe
Senenmut, -disse il Gran Sacerdote del culto di Hator- farvi raffigurare in
scene religiose nel tempio del nostro faraone come se foste un re o un erede
al trono? sapete che un simile atto è considerato sacrilegio?»
«Lo so bene oh Gran
Sacerdote, –rispose Senenmut- ma questo mio atto non può essere considerato
un vile sacrilegio poiché è solo l’omaggio di colui che ideò e costruì quel
tempio, alla grandiosità della divina Hator ed alla memoria del grande
faraone Akheperkara. Ciò deve quindi intendersi come la dimostrazione
tangibile della grande venerazione dell’umile Senenmut. Inoltre lo stesso
faraone Maatkare era a conoscenza di questo progetto e proprio lei mi
autorizzò a realizzare quei dipinti.»
Maatkare lo guardò
sbalordita e le sue labbra rimasero mute per alcuni lunghissimi attimi
durante i quali la sua mente rivisse ognuno dei momenti più belli di quella
storia d’amore così intensa, sofferta e imperitura.
Possibile, –pensò- che
quell’uomo a cui lei donò tutto il suo affetto, era cambiato a tal punto da
tradirla? fu forse lei stessa l’artefice di quell’assurda metamorfosi? lei
che aveva elevato ai più alti vertici un uomo di umili origini facendo
nascere in lui una sete di potere che gli aveva chiuso gli occhi ed il cuore
trasformandolo in quel cinico arrivista che ora le stava di fronte? Maatkare
lo guardò negli occhi, quegli stessi occhi che un giorno furono
l’espressione di ogni infinita dolcezza. Poi ad alta voce disse:
«Perché addossi a me la
responsabilità di un’azione inconsulta il cui solo scopo era quello di dare
appagamento alla tua sete di affermazione? come puoi pensare che io arrivi a
mentire per scagionarti se dopo gli innumerevoli anni durante i quali ti
diedi ogni mia fiducia, oggi tu mi tradisci?»
Le parole di Maatkare
facevano ancora eco quando un’ancella con il viso stravolto si avvicinò a
lei ed affannosamente disse:
«Divina maestà, correte
presto! Maiherpera sta molto male.»
Il faraone non perse neanche
un attimo per correre in aiuto del giovane lasciando gli astanti senza
aggiungere una sola parola. Ella sperò con tutte le sue forze che Senenmut
la seguisse, che almeno una ragione imperiosa come la vita di suo figlio
potesse scuoterlo dalla sua indifferenza ma la speranza di Maatkare fu
vana, Senenmut non la seguì. Approfittando dello sbigottimento dei
sacerdoti, egli improvvisamente si diede alla fuga nel tentativo di
sottrarsi alla punizione e raggiunti i sotterranei del palazzo di cui
conosceva anche il più piccolo nascondiglio, sparì.
Quando Maatkare raggiunse il
giovane Maiherpera il suo triste destino si era già compiuto. Egli giaceva
sul suo letto ad occhi aperti ma il suo ultimo respiro era ormai già
esalato. La madre rimase lì accanto a lui accarezzandogli il viso ancora
imberbe. Mentre dai suoi occhi sgorgavano copiose lacrime, dalle sue labbra
sortì una frase empia di amarezza e di rimpianto:
“Ho
speso la vita intera perseguendo un amore impossibile, lo esaltai per
avvicinarlo a me ed invece lo persi.
A cosa serve possedere ogni
cosa se perdi le uniche che ami di più?
Come può l’uomo governare il
mondo se ciò che gli sta accanto gli sfugge dalle mani?”
Si asciugò le lacrime e
riprese un freddo contegno. Chiamò le guardie chiese del giovane
Menkheperra e quando questi si presentò al suo cospetto ella disse:
«Mio giovane principe, è
finalmente giunta l’ora che io riponga nelle tue mani lo scettro del potere.
Tu manterrai grande l’impero che ti affido anzi, sono certa, che saprai
ampliare i suoi confini fino a renderlo il più ricco e potente. Sento già il
fragore delle tue gesta gloriose echeggiare per le valli e i deserti delle
due terre. Il tuo nome seminerà il terrore tra i nemici ma sarà venerato
dalla tua gente.
Al comando del tuo esercito
conquisterai ogni terra, nessuno mai potrà arrestare la tua avanzata. Ricchi
bottini di guerra daranno, grazie a te, benessere e prosperità agli uomini
di Kemet ed ai templi di Amon ed il tuo nome sarà ricordato per le migliaia
di anni cui il mondo e destinato ad esistere.
Eccoti dunque la doppia
corona che da tanto attendi. I miei compiti sono assolti, il mio cammino si
ferma qui.»
«Il tuo parlare sebbene
tortuoso, mi giunge chiaro come la luce di Ra -rispose Menkheperra- tuttavia
spero di non averne colto il vero significato. Sono felice della fiducia che
mi dimostri affidandomi il trono di Kemet ma le tue parole mi addolorano
poiché io non voglio che tu mi abbandoni, ho ancora bisogno di averti al mio
fianco. Da te ho attinto ogni mio sapere, avvalendomi della tua saggezza e
dei tuoi preziosi consigli potrò affrontare le situazioni più difficili. Non
puoi abbandonarmi proprio ora!»
«Mio giovane re, –rispose
Maatkare- non hai più bisogno di me, ormai sei in grado di agire da solo,
sei saggio ed onesto e le tue parole non mentono mai, queste doti fanno di
te il migliore dei faraoni. Lascia dunque che io vada, il mio trono è durato
fin troppo a lungo, per me è giunta l'ora di raggiungere e servire il padre
mio. Quando la tomba di Maiherpera sarà chiusa per sempre anch’io mi
allontanerò da questa terra.»
Menkheperra stava per
risponderle, forse per tentare ancora una volta di dissuaderla ma lei con un
gesto della mano gli fece cenno di tacere e con gli occhi gonfi di lacrime
lo prese tra le braccia poi silenziosamente si allontanò.
Il lungo e lento rituale
funerario ebbe inizio, Maatkare ne seguiva le fasi assicurandosi che ogni
cosa si svolgesse secondo cerimoniali antichi come il mondo. Lei stessa si
preoccupò di preparare tutto ciò che sarebbe stato il corredo funebre del
suo giovane figlio.
Gli imbalsamatori giunsero
quindi alla fase più lunga dell’imbalsamazione: l’immersione del corpo nel
natron. A questo punto non rimaneva che attendere il trascorrere dei
quaranta giorni dopodiché si poteva passare alla fase finale.
Maatkare sembrava
invecchiare giorno dopo giorno. I ricordi del passato le balenavano nella
mente togliendole poco a poco ogni sua forza ed ogni volontà. Quanti
ostacoli aveva superato per amore di un uomo e quanti sotterfugi per un
semplice sguardo o per una carezza: i messaggi segreti dai nastri colorati,
gli appuntamenti notturni nelle cantine della reggia… e il ricordo più
amaro, il primo tenerissimo bacio, quello che le procurava ancora i brividi.
Lunghissime bende di candido
lino avvolsero lentamente il corpo del ragazzo, tra queste furono inseriti
lo scarabeo del cuore ed altri amuleti che lo avrebbero protetto durante il
suo ultimo viaggio.
Il rituale dell’apertura
della bocca concluse la cerimonia, quindi il sarcofago fu introdotto nella
camera funeraria della tomba a cui fu posto il sigillo che l’avrebbe chiusa
per sempre.
Maatkare aspettava lì
vicino. Il corteo funebre si sciolse ed ognuno si incamminò per tornare in
città, solo lei rimase e quando gli altri furono così lontani da sparire
alla sua vista guardò l’anello che aveva al dito: un bellissimo anello d’oro
sormontato da cinque lapislazzuli.
Lo guardò ancora un poco,
poi le sue labbra si schiusero in un sorriso un po’ amaro.
Chiuse il pugno e portò
l’anello alla gola. Un lieve rumore, un secco scatto metallico fece eco nel
silenzio mortale della valle ormai deserta, poi un gemito e nulla più.
Il corpo esanime di colei
che fu paragonata ad una dea giaceva immobile sulla sabbia come un mucchio
di poveri stracci battuti dal vento e frustati dalla polvere.
L’anello della morte che lei
aveva conservato per lunghi anni, aveva magicamente reso di nuovo letale il
suo antico veleno per avverare una vecchia profezia:
…l’anello della morte… non
so cosa ne farete degli altri, madre, ma questo è mio. Un giorno forse,
potrebbe essermi d’aiuto…
Un grido terrificante
risuonò così alto da far tremare le montagne. L’uomo scese da cavallo e
cadde in ginocchio davanti a lei, le prese il candido volto tra le mani
accorgendosi che ella gli sorrideva. Le sciolse i lunghi capelli e nella sua
mente la rivide giovane e bella come nei suoi più verdi anni. Un brivido lo
pervase in tutto il suo corpo.
Piangendo avvicinò le sue
labbra a quelle di lei.
Fu l’ultimo gelido bacio.
«Dio, che cosa ho fatto.
–disse-»
Le prese le mani e le
strinse al petto con tutte le sue forze.
Un piccolo rivolo di sangue
tinse di porpora le cinque pietre dell’anello.
Un ultimo, soffocato lamento
e fu per sempre silenzio.
Salvatore Francone nasce
a Napoli il 27 marzo 1955. Il padre, Vincenzo è napoletano, discendente
dei marchesi Francone, una nobile famiglia partenopea vissuta intorno al
XV secolo ed è primo violinista nell'orchestra del Real Teatro di S.
Carlo di Napoli. La madre, Francesca Cacciatore è nata a Melito di Porto
Salvo (Reggio Calabria) in una agiata famiglia di possidenti terrieri.
La guerra, però, crea distruzione e scompiglio ed ora la famiglia
Francone non vive più in agiatezza, specialmente dopo la dipartita del
padre avvenuta quando Salvatore aveva soli sei anni. Fin dalla più
tenera età egli dimostra uno spiccato senso artistico unito ad una
naturale predisposizione per le arti in genere: musica, pittura e
poesia. La passione per l'antico Egitto nasce quasi per caso e
nonostante le vicissitudini incontrate durante la giovinezza egli la
coltiva, forse in modo superficiale, ma incessantemente, è solo dopo i
trent'anni che inizia a collezionare libri ed oggetti legati appunto
all'antico Egitto, a studiare e ad approfondire quella civiltà così
affascinante. E' in una sera d'inverno che, nella tranquillità della sua
casa napoletana, decide di dare un'occhiata ai tanti videonastri della
sua collezione; un titolo cattura la sua attenzione: "Hatshepsut, la
regina faraone". Egli ricordava vagamente di questa regina che, a
dispetto di tutto e tutti, si proclamò faraone e, dopo venti minuti di
visione, decide di raccontarne la storia in un libro. Da allora comincia
a lavorare senza sosta accumulando notizie, appunti fotografie e
quant'altro potesse essergli utile per realizzare questo ambizioso
progetto. Dopo sei mesi la stesura è ultimata. Questo sarà il suo primo
lavoro, dal titolo "I DUE CARTIGLI", è l'anno 2004. Da qui inizia una
grande passione per la narrativa. Nel 2005, infatti, scrive un romanzo
ispirato alla stessa regina, il titolo è: Maatkare, la prima delle dame
venerabili". Nel 2006 due romanzi surreali dal titolo "L'enigma della
statuina di Faience" e "Lo strano caso della porta alchemica", nel 2007
Un giallo non ancora ultimato che avrà per titolo "Pentagramma in nero".
Nessuno di questi lavori è mai stato pubblicato, ma egli continua a
scrivere. Salvatore Francone vive e lavora a Napoli svolgendo la
professione di pittore naturalista, segue il filone della scuola
napoletana dell'800.
lo strano caso
della porta alchemica
“Ben
arrivato professore, ha fatto buon viaggio?”
“Poteva
andar meglio mio caro Carlo. –rispose l’uomo con un accento
tipicamente nordico- Il mio aereo è partito da Londra con ben
quattro ore di ritardo. Contavo di arrivare a Roma per ora di
cena e invece….”
“Non si
preoccupi professore, se vuole posso servirle qualcosa da
mangiare. Non sono uno chef ma da buon italiano so cavarmela
bene anche in cucina.”
“ Vi
ringrazio ma non è proprio il caso, –rispose- sono talmente
stanco, a quest’ora, che non vedo altro che un buon letto.
Piuttosto mi usi una gentilezza: Ho già chiamato mia moglie non
appena arrivato all’aeroporto di Ciampino, non più di mezz’ora
fa ma sa come sono le donne? Nel caso domattina non dovessi
svegliarmi per le otto, chiami lei stesso questo numero da
parte mia, chieda di mia moglie e me la passi direttamente in
camera.”
“Stia
tranquillo professore, sarà fatto!”
Howard Breadley
aprì la tenda e guardò fuori della finestra della sua camera
d’albergo. Erano appena le sette del mattino, il cielo era terso
ma si accorse che durante la notte la temperatura doveva aver
raggiunto valori molto bassi, i tetti circostanti, infatti,
erano completamente ghiacciati.
Sbadigliò un
paio di volte poi stiracchiò le braccia per ridestarsi dal
torpore. Intanto, attraverso i vetri, guardava S. Pietro in
Vincoli sonnecchiare ancora. A quell’ora la vita della città non
aveva certo ripreso il suo pieno ritmo. Si trovava a Roma solo
dalla notte prima ma conosceva la città abbastanza bene. C’era
stato molte altre volte ed ogni volta ne rimaneva completamente
ammaliato. Mentre osservava distrattamente quell’ inconsueto
scenario, iniziò ad organizzarsi mentalmente la mattinata, non
voleva perdersi neanche un’ora di quella vacanza ma non aveva
fretta, quindi l’avrebbe vissuta con la massima calma ed in
tutto relax. In realtà non si trattava di un viaggio di piacere
vero e proprio. Stava sviluppando alcuni studi sull’architettura
italiana dei primi del 600, per conto della scuola inglese dove
insegnava, a lavoro ultimato, a scopo divulgativo, gli articoli
sarebbero stati inseriti in alcune pubblicazioni scolastiche di
storia dell’arte, quindi oltre alle visite ai vari monumenti,
piazze e musei, avrebbe dovuto scattare fotografie e consultare
le varie biblioteche per documentarsi adeguatamente. Aveva più
di un mese a disposizione, poi ci sarebbero state le feste di
Natale perciò avrebbe potuto lavorare con calma e, magari,
divagarsi anche un pò. Sua moglie, Nora, conservatore capo del
British Museum, era rimasta a Londra per impegni di lavoro ma lo
avrebbe raggiunto non appena si fosse liberata.
Si avvicinò
allo scrittoio ed alzò il ricevitore del telefono, compose il
numero nove ed in pochi secondi si collegò con la direzione
dell’albergo.
“Ben
alzato professore, –esordì l’impiegato- posso metterla in
comunicazione con il numero che mi ha lasciato stanotte?”
Dopo aver
rassicurato Nora e dopo una buona doccia calda si vestì, quindi
scese nella sala ristorante per consumare la prima colazione.
Quando ebbe finito si diresse al bar, si avvicinò alla cassa e
chiese dei gettoni telefonici, quindi andò al telefono. Estrasse
una piccola rubrica dalla tasca interna della giacca, la
consultò e subito dopo compose un numero.
“Vorrei
parlare con il Dr. Nobili” –disse-
“Sono io,
–rispose l’interlocutore- con chi ho il piacere di parlare.
–soggiunse-
“Mio caro
Marco, -rispose Howard- sono davvero felice di sentire la tua
voce, anche se un po’ deluso che tu non abbia riconosciuto la
mia.”
“Howard!
–esclamò con gioia l’amico- sei proprio tu? Che mi venga un
colpo! Cosa
ci fa il Prof.
Howard Breadley qui a Roma?
“Ufficialmente sarei in viaggio di lavoro, -rispose- ma ho
abbastanza tempo per potermi concedere anche qualche giorno di
vacanza. Pensavo che questa potesse essere una buona occasione
per passare un po’ di tempo insieme come ai vecchi tempi, non
credi?
“Ma certo,
mio buon Howard. Dammi solo il tempo di rendermi presentabile e
sarò da te. A proposito dov’è che alloggi?”
“Sono,
come sempre, all’Hotel Byron, in S. Pietro in Vincoli, al Rione
Monti. –Spiegò Howard-
“Ricordo
perfettamente. -rispose Marco- Tu, nel frattempo non muoverti,
sarò da te in un’ora al massimo.
Howard stava
per dire qualcosa ma non ne ebbe il tempo, il suo amico aveva
già riappeso il ricevitore. Ritornò, quindi, al suo tavolo ed
accese una sigaretta sorseggiando quel che rimaneva della sua
tazza di caffè, ormai freddo.
Mentre
aspettava l’arrivo di Marco, la sua mente ritornò al giorno in
cui, per una strana coincidenza, i due si conobbero: fu proprio
a Roma, durante una delle tante volte, forse proprio la prima,
che Howard si trovava nella capitale italiana. Il loro primo
incontro avvenne in una biblioteca della città. Entrambi
cercavano lo stesso libro ma quando Howard consegnò il modulo di
richiesta allo sportello della distribuzione, si accorse che
questo era già stato consegnato al Dr. Nobili. Howard si
avvicinò allo sconosciuto e gli chiese con molto garbo se anche
lui fosse uno storico dell’arte e se, dopo aver consultato il
testo avrebbe potuto avvisarlo prima di restituirlo all’addetto,
poiché anche lui cercava lo stesso libro.
Marco Nobili si
presentò porgendogli la mano e puntualizzò che non era uno
storico dell’arte, bensì un medico chirurgo e che aveva l’hobby
della storia e dell’architettura antica. Howard si presentò a
sua volta e Marco gli cedette subito il libro, probabil-mente
per un atto di ospitalità verso un forestiero. Finirono, invece,
per usufruirne insieme, passando così una piacevolissima
mattinata che diede inizio alla loro grande amicizia. Infatti,
sebbene vivessero in paesi così lontani, mantenevano una assidua
corrispondenza. Anche Marco di tanto in tanto si recava a Londra
per far visita al suo amico, basti pensare che perfino le loro
mogli si erano molto affiatate.
Howard spense
la cicca e si avvicinò alla reception:
“Buongiorno Professore, –disse amichevolmente l’anziano custode-
scommetto che va a comprare qualche quotidiano inglese se
ricordo bene le sue abitudini!”
“Buongiorno Carlo, -rispose Howard- non sbagliate e proprio ciò
che intendo fare. Piuttosto, se durante la mia assenza dovesse
arrivare il mio amico Marco Nobili, vi prego di farlo attendere.
Io starò via solo pochi minuti.
Quando Howard
rientrò in albergo, con il suo giornale sottobraccio, riconobbe
Marco di spalle davanti alla reception; probabilmente ingannava
il tempo scambiando quattro chiacchiere con il custode. Ma non
appena Howard varcò la soglia dell’albergo, Marco si voltò di
scatto:
“I miei
omaggi Professor Breadley, -disse- riconoscerei ovunque il tuo
passo, forse è colpa dei tuoi stivaletti inglesi, non metto in
dubbio che siano di ottima qualità, ma le scarpe inglesi sono
piuttosto rumorose. Lascia che ti abbracci, –soggiunse- sono
davvero felice di rivederti, vecchio filibustiere”.
“Anch’io
lo sono, -rispose Howard mentre gli stringeva vigorosamente la
mano- ma devo smentire le tue affermazioni: queste scarpe,
infatti, sono state acquistate in un negozio di via Condotti.
Saranno anche rumorose come quelle inglesi ma non sono meno
romane di te ma bando alle chiacchiere. Vieni ti offro un buon
caffè, e tu da buon italiano mi insegni che il caffé va preso
comodamente seduti”.
Mentre
consumavano i loro caffè, i due conversarono del più e del meno,
raccontando-si a vicenda le ultime novità, considerato che era
ormai quasi un anno che non si incontravano. Infine Marco chiese
ad Howard notizie più precise sul vero motivo della sua venuta a
Roma e su come avesse programmato la sua permanenza.
“Come ti
dicevo al telefono –spiegò Howard- sto sviluppando uno studio
approfon-dito sull’architettura italiana dei primi del 500 e le
sue evoluzioni fino alla fine dell’800. Uno studio non solo
degli stili architettonici ma anche della storia delle varie
famiglie patrizie che nel corso dei secoli si sono avvicendate
nei vari palazzi ivi compresi i miti e le leggende, laddove ve
ne fossero”
“Qui non
hai che da scegliere, -rispose Marco- Roma è piena di vecchi
palazzi su cui grava qualche antica leggenda ma sono solo storie
tramandate dalla superstizione e dal gusto per lo spiritismo che
dilagò quasi in tutto il mondo già a partire dal 1500”
“Anche
prima, -rispose Howard- se pensi che la leggenda della
confraternita dei rosa croce, secondo alcuni scritti, sarebbe
stata fondata per la prima volta, agli inizi del 1400, da
Christian Rosenkreuz, un nobile tedesco nonchè ex monaco, che
avrebbe raggiunto la veneranda età di 106 anni. In seguito,
forse grazie all’apparizione di centinaia di manifesti che
invasero l’Europa si scatenò la febbre dell’occultismo e delle
società segrete sedicenti rosacrociane, di cui pare facessero
parte persino nomi illustri come il filosofo francese René
Descartes, Michael Maier e Robert Fludd. Senza parlare di coloro
che con la scusa della negromanzia riuscirono ad entrare nelle
grazie di ricchi signori, quali Cagliostro, Casanova e tanti
altri ancora, di cui alcuni degni di ogni attendibilità, come
Lord Byron, il grande poeta romantico, mio connazionale. Ma chi
o cosa può stabilire dove finisce la leggenda e dove inizia la
realtà? “
“E’ vero,
-osservò Marco- eppure qualcosa di vero, in tutte quelle strane
storie, dovrà pur esserci. Comunque sia non mi hai ancora
illustrato il tuo programma di lavoro.”
“E’ presto
detto. -rispose Howard- La prima mossa sarà una visita alle
biblioteche di stato, dove cercherò di approfondire i miei
appunti su alcune antiche chiese dei quartieri poveri e di
alcuni palazzi oggi dimenticati e che nel passato appartennero a
nobili famiglie.”
“Tutto
qui? –chiese Marco- Allora cominciamo subito. Fa pure conto che
io sia il tuo aiutante, la cosa mi diverte moltissimo. Vieni ho
l’auto pronta qui fuori. –concluse-
La BMW rossa si
fermò di fronte al maestoso edificio rinascimentale della
Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II. Dopo aver
superato l’ingresso, i due, ritiraro-no la carta d’entrata,
quindi si diressero verso il grande scalone di marmo grigio.
Come al solito Howard subiva il fascino di quei capolavori di
architettura con le loro volte sorrette da imponenti colonne
sormontate da capitelli corinzi. Enormi, antichi, edifici che
per motivi, quasi sempre ignoti, divengono biblioteche di Stato,
dopo essere stati per secoli dimore Reali o giù di lì. Arrivati
al primo piano Howard avvertì subito quell’ inebriante odore di
antica carta stampata e di preziosi manoscritti. Erano appena le
dieci del mattino e le sale erano già animate da un viavai di
visitatori di ogni genere ed età, tutti, comunque, accomunati da
un grande senso di rispetto per quel luogo. Il silenzio era
infatti rotto soltanto da un lieve, discontinuo, brusio.
“Non credi
sia giunto il momento di andare a pranzo? –disse Marco
guardando l’orologio- sono le due e venti.”
“Caspita!
Il tempo è letteralmente volato. E’ strano ma quando mi trovo in
certi luoghi perdo completamente la cognizione dell’orario.
Concedimi ancora dieci minuti, il tempo necessario per
completare i miei appunti, tu intanto pensa a un buon ristorante
dove poter gustare qualche piatto tradizionale della vostra
cucina romana. Oggi sei mio ospite.”
Howard, sebbene
piuttosto pratico delle strade di Roma, rimase a dir poco
meravigliato quando Marco, parcheggiò l’auto nel proprio garage.
Probabilmente il ristorante doveva trovarsi nelle vicinanze.
Invece arrivarono in Trastevere con un taxi preso al volo.
Howard non riusciva a capire lo strano comportamento di Marco.
“Non dirmi
che hai timore che ti rubino l’auto. –chiese-“
“Proprio
così. –rispose- Purtroppo, in questi ultimi anni, la delinquenza
è molto aumentata, bisogna essere previdenti, specialmente in
zone come questa. Ad ogni modo vale la pena correre qualche
piccolo rischio se si ama la vera cucina romanesca. Si tratta di
una antica trattoria dove si ha l’impressione che il tempo si
sia fermato a cent’anni fa.”
La “Taverna
der Buttero” era, infatti, un’osteria tutt’altro che
elegante: vecchi tavoli logori circondati da sedie di legno non
meno consunte; pareti annerite dal fumo adorne di innumerevoli
oggetti appesi: fiaschi impagliati, vasellame vario e le
fotografie di vari personaggi più o meno noti della TV e dello
spettacolo, immortalati coi proprietari del ristorante. Una
vecchia ruota di carro costituiva, al centro del soffitto, uno
stravagante lampadario a dodici luci; il pavimento in cotto
aveva perso per l’usura il suo colore rossastro ed al passaggio
era tutto un vacillare di mattoni. Ma l’immagine più poetica era
lì vicino al camino acceso: una vecchia signora con uno scialle
di lana multicolore sulle spalle un po’ curve e sul capo un
vecchio foulard dai fiori vermigli annodato sotto la gola,
maneggiava con maestria due grossi ferri da lana da cui pendeva
una piccola calza rosa. Le sue mani continuavano a lavorare con
una cadenza perfettamente ritmata, mentre i suoi occhi azzurri e
vispi seguivano incuriositi i due unici avventori.
“Buongiorno Dottor Marco. –disse la vecchia signora- Finalmente
ci avete portato il vostro amico inglese, il Professore di cui
ci parlate sempre tanto. Perché è di lui che si tratta non è
vero?”
“Salve
Donna Ines. –disse Marco- Avete proprio indovinato, ecco il mio
amico Howard Breadley, Professore di storia dell’arte
all’Università di Yale”
“E’ una
scuola inglese? –chiese la donna- Io non l’ho mai sentita
nominare! Ma non fateci caso, io non mi sono mai mossa da
Roma……. E poi sono ignorante, non ho molta confidenza con le
scuole. Piuttosto, il vostro amico professore, io melo
immaginavo molto più bello, anche se devo ammettere che è molto
elegante e che ha comunque un fascino particolare”.
I due, col
permesso di donna Ines, presero posto al tavolo li vicino dove
furono avvicinati da un uomo di notevole corporatura:
“Non
fateci caso. –disse l’omone- Mia nonna è ultraottantenne e, come
tutti noi, é di umili origini, così, non avendo ricevuto una
buona educazione, dice tutto quello che le passa per la testa.
Spero non abbia detto nulla di offensivo.”
“S’immagini. –rispose Howard- E’ una donna adorabile, mi ricorda
molto la mia vecchia madre.”
L’intrusione di
Marco evitò che il discorso si dilungasse con il rischio di
assumere toni tristemente nostalgici, chiedendo al “buttero”
cosa c’era di buono in cucina, conside-rando anche l’ora
piuttosto inoltrata.
“Rigatoni
al sugo di pajata, -rispose- oppure bucatini all’amatriciana. Io
vi consi-glierei i rigatoni, da noi sono una vera specialità,
mentre per secondo c’è dell’ottimo abbacchio, ci sarebbero anche
delle bistecche ai ferri ma vi consiglio l’abbacchio è stato
cucinato alla maniera antica e vi assicuro è una vera
squisitezza.”
“Devo dire
che raramente ho mangiato così bene, -disse Howard- i rigatoni,
poi erano davvero divini anche se non sono riuscito a capire con
cosa fossero fatti”.
Dopo un buon
amaro i due salutarono il buttero e donna Ines quindi Marco
riaccompa-
gnò Howard al
suo albergo. Salito in camera Howard si distese sul letto si
sentiva un po’ stanco, forse per il viaggio della sera prima,
forse per non aver dormito abbastanza, forse per colpa dell’aria
di Roma o forse perché aveva bevuto qualche bicchiere di vino in
più a pranzo. Sta di fatto che non ebbe neanche il tempo di
svestirsi che cadde subito in un sonno profondo. La sensazione
che provò al risveglio fu molto strana, aprì gli occhi e si
sentì disorientato: “Ma questa non è casa mia. –pensò-“ Poi in
un attimo ricostruì gli ultimi avvenimenti: “Già è vero questa
e la mia camera al Byron di Roma, per un attimo la mia venuta in
Italia si era completamente cancellata dalla mente….. che
strano.”
Guardò
l’orologio e si accorse che erano passate le 21,00. Si sentiva
tutto infreddolito, notò, infatti, che i termosifoni stavano
appena riscaldandosi. Andò in bagno e si sciacquò il viso poi si
rimise giacca e cappotto, prese dal tavolo i suoi appunti ed
uscì dalla camera. Arrivato nella sala ristorante chiese al
cameriere di servirgli qualcosa di caldo, poscia si sedette e,
in attesa della cena, cominciò ad elaborare gli appunti presi in
biblioteca: “S. Maria in Traspontina, S. Spirito in Sassia,
Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano. Certo che questa
città conta più chiese che strade. -pensò- Ma, a parte la loro
architettura, non trovo nulla di interessante, nulla che non sia
già stato ampiamente descritto, devo concentrarmi su qualcosa
che possa ridare nuova vita a vecchi palazzi ormai caduti
nell’oblio. Ecco, questa ad esempio…. Villa Palombara. Che
strano, non ne ho mai sentito parlare. Pare che si trovi nel
centro del quartiere Esquilino.” Quel quartiere, per quanto
Howard ricordasse, doveva trovarsi nelle vicinanze di piazza
Vittorio, una zona piuttosto vetusta e degradata dall’incuria e
dalla moltitudine di bancarelle, ma per quanto si sforzasse non
ricordava affatto che vi fosse una villa.
Finalmente il
cameriere arrivando alle sue spalle annunciò che la cena era
pronta. Howard raggruppò i suoi appunti per lasciar posto alle
vivande. Il cameriere appoggiò delicatamente la fumante minestra
davanti ad Howard che subito gli domandò:
“Mi scusi
Pietro, lei conosce, per caso, Villa Palombara? dovrebbe
trovarsi qui, nel centro di Roma.”
“Villa
Palombara? –rispose- Non mi pare……Villa Palombara. –ripeté
sforzando la memoria- No, sono certo di non averne mai sentito
parlare fin’ora. E’ vero che vivo in Italia da oltre dieci anni
ma le mie origini sono polacche. Mi spiace ma non posso esserle
d’aiuto.”
Howard aveva
appena consumato la sua frugale cena quando gli si avvicinò
Pietro, il cameriere in compagnia del proprietario
dell’albergo.
Il signor
Gianluca Ortis era un uomo molto ricco e di una certa cultura,
aveva ereditato da suo padre alcuni ristoranti e l’hotel Byron
ma, nonostante la sua attività imprendi-toriale, sicuramente
proficua egli amava sfoggiare il titolo di dottore in lettere e
filosofia. Una laurea che campeggiava al centro della parete del
suo ufficio, proprio alle spalle della sua scrivania e della
quale pareva essere smodatamente orgoglioso, tanto da anteporla
alla sua discendenza da una antica e nobile casata romana
“Buonasera
Professore, spero che abbia fatto un buon viaggio. –disse Ortis-
Mi diceva il nostro Pietro che lei era in cerca di notizie su
villa Palombara se ho ben capito.”
“Proprio
così, -rispose Howard- ho trovato notizie molto vaghe negli
archivi della biblioteca e mi ripromettevo di visitarla domani
stesso. Nel frattempo speravo di racimolare qualche notizia in
più.”
“Sono
spiacente, caro Professore ma temo che lei debba abbandonare
l’idea di poterla visitare. Di quella villa, ormai, resta ben
poco. Per quanto io ne sappia si trattava della dimora di
Massimiliano Palombara, marchese di Pietraforte, un uomo vissuto
verso la fine del 600 e sulla cui vita si allungarono misteriose
ombre. La leggenda, infatti, lo vuole al centro di oscure storie
di occultismo e di alchimia. Sembra che in quella villa egli
organizzasse degli incontri con altri appassionati per le
scienze occulte e che sperperasse le sue ricchezze per
finanziare strani personaggi nei loro assurdi progetti. L’unica
cosa della villa che troverà ancora in piedi, caro Professor
Breadley, è una strana porta, sulla quale vi sono incisi segni
astrologici e brevi frasi in latino dal significato
incomprensibile. Fu fatta costruire dallo stesso marchese e pare
che fosse l’ingresso al giardino. Più o meno questo e tutto ciò
che normalmente si diceva sulla villa e la sua famosa “porta
magica”. In ogni caso sono sempre a sua disposizione nel caso
avesse bisogno della mie modeste conoscenze storiche.”
“Veramente
interessante, -osservò Howard- è stato davvero gentilissimo a
racc-ontarmi questa breve ma suggestiva storia. Credo proprio
che valga la pena approfon-dire l’argomento.”
Il seppur breve
racconto del signor Ortis riuscì a destare in Howard una grande
curiosità. Il giorno seguente, infatti, svegliatosi di buon
mattino, si preoccupò prima di ogni altra cosa di recuperare la
sua Leika da una delle valige per poi caricarla con un rullino
da 36 pose. Dopo colazione era pronto per approfondire le sue
curiosità su quella villa fantasma.
“Piazza
Vittorio. –disse Howard al tassista che chiedeva dove condurlo-“
“Curioso.
–rispose l’autista- Lei ha tutta l’aria di essere un uomo colto,
cosa ci va a fare in Piazza Vittorio? Sa non è per farmi gli
affari suoi ma lì ci sono solo venditori ambulanti e qualche
rudere.”
Sceso dalla
vettura, Howard si trovò in una piazza che aveva già avuto modo
di vedere qualche anno prima. I grandi palazzi che la
circondavano avevano la tipica struttura architettonica della
fine dell’800 ed una serie ininterrotta di arcate la
incorniciava interamente. Ricordava perfettamente anche il
grande giardino centrale e le rovine del Ninfeo di Alessandro
Severo ma ciò che non ricordava era proprio la famigerata villa.
D’un tratto volse lo sguardo alla sua destra e in lontananza
vide una strana costruzione: un piccolo muro grigio con ai lati
due statue grottesche, al centro di queste ultime quella che
sembrava essere una porta di pietra sormontata da un disco
marmoreo, forse un emblema. Quella doveva essere certamente la
porta di cui aveva parlato Ortis. Bisognava avvicinarsi per
poter scattare delle foto ravvicinate dei particolari.
A passo spedito
si avvicinava a quello strano monumento, stava quasi per
raggiungerlo quando qualcosa lo fermò.
“Una rete
metallica. –pensò- Come avrò fatto a non accorgermene, eppure
non è tanto sottile da trasparire ed io ho un’ottima vista.”
“Non l’ha
vista vero? – disse un anziano signore con un candido barboncino
al guinzaglio- Non ci faccia caso, succede a molti, a volte
accade anche a me, eppure io so bene che lì davanti c’è una
rete, ma a volte me ne dimentico e ci sbatto contro. Il Comune
anni fa decise di recintare la porta con questa grata per
proteggerla dai vandali ma la cosa strana e che nessuno la vede
finchè non ci sbatte contro, forse è per questo che la chiamano
la porta magica.”
“Già,sarà
così. –rispose Howard per niente convinto-
Lo strano
fenomeno, però, lo lasciò davvero sconcertato ed al tempo stesso
irritato per non potersi avvicinare ulteriormente con la sua
macchina fotografica. Senza perdersi d’animo smontò l’obiettivo
della Leika ed al suo posto inserì un duplicatore di focale, su
questo rimontò l’obiettivo ottenendo così un teleobiettivo non
troppo potente, l’ideale per fotografare i dettagli a quella
distanza. La porta era zeppa di strani simboli, forse
astronomici seguite da bizzarre iscrizioni in latino. In
mezz’ora esaurì tutto il rullino. Aveva fatto un lavoro preciso
e minuzioso. non aveva tralasciato neanche un centimetro, non
una sola incisione, non un simbolo di quella strana porta dalla
quale si sentiva misteriosamente attratto. Senza degnare di un
solo sguardo ai pochi resti della villa, Howard si mise alla
ricerca di un taxi libero, ansioso com’era di saperne di più.
L’auto si fermò in prossimità di via della Conciliazione, dove
si trovava l’ambulatorio medico del suo amico Marco. Sceso
dall’auto entrò nel negozio di fotografo indicatogli
dall’autista e che era lì a pochi metri:
“Avrei
bisogno di sviluppare queste foto. –disse Howard al negoziante-
Ma mi occorrerebbero nel minor tempo possibile, anche se c’è da
pagare qualcosa in più.”
“Deve
darmi almeno un paio d’ore di tempo. –rispose l’uomo- Mi lasci
il suo nome e ripassi dopo le tredici, le prometto che le
troverà pronte.“
“Magnifico! –esclamò Howard- Non speravo di meglio. A più tardi
allora e mille grazie. Ah, dimenticavo….il mio nome è Breadley,
Howard Breadley.”
Uscito dal
negozio si diresse verso l’ambulatorio di Marco Nobili con
l’intenzione di trattenersi da lui nell’attesa che le foto
fossero pronte e dopo, magari, pranzare anche insieme.
“Mi segua Professore, –disse
la segretaria di Marco – il dottor Nobili è occupato con una
paziente, ne avrà ancora per una mezz’oretta, lei nel frattempo
si accomodi nel suo studio privato. Nel caso voglia leggere
qualcosa, sul tavolino davanti al divano troverà delle riviste,
io intanto, le faccio portare un buon caffé.”
Howard
sprofondò nel morbido, vecchio divano di pelle osservando i
bellissimi oggetti del vecchio studio di Marco e sfogliando
distrattamente qualche rivista ma i suoi pensieri non erano
certo concentrati su quelle pagine. Infatti era impaziente di
ritirare le sue foto.
“Spero che
tu non ti sia annoiato troppo. -disse Marco entrando nello
studio- Questa era l’ultima visita di oggi, sono libero fino
alle sei poi ho promesso a Silvia di accompagnarla a fare
shopping.”
“A
proposito di tua moglie, -rispose Howard – perché non le
telefoni, oggi siete miei ospiti a pranzo.”
“Credo che
tu debba rinviare il tuo invito, –ribatté Marco - poiché oggi
sarai tu ad essere mio ospite, ero già d’accordo con Silvia che
è ansiosa di rivederti. Mi ha detto di riferirti che non accetta
rifiuti. Come vedi non hai scelta, dovrai accontentarti della
sua cucina.”
“Accetto
con vero piacere e poi anch’io desideravo rivedere la tua
affascinante metà che, oltre ad essere una donna di rara
cultura, è anche una cuoca eccellente.”
Usciti
dall’ambulatorio, Howard rese partecipe il suo amico
dell’indirizzo che intendeva dare alle sue ricerche e delle foto
da poco fatte alla porta magica di villa Palombara.
“Non dirmi
che ti sei lasciato affascinare dalle tante dicerie che
circolano su quelle quattro pietre. –ribattè Marco-.”
“A dirti
il vero, - rispose Howard - ne so talmente poco che rimanerne
affascinato sarebbe eccessivo. Diciamo piuttosto che sono molto
incuriosito, una curiosità accentuata anche dallo strano
fenomeno di stamattina.”
Marco gli
chiese di quale fenomeno stesse parlando ed Howard gli raccontò
dell’episodio della rete di recinzione. Un fatto a dir poco
singolare per un uomo razionale come Howard che non aveva, oltre
al tangibile, altra materia di lavoro.
“Vediamo
queste foto. – disse Marco entrando nel negozio – Hai sempre la
tua stupenda Leika? –chiese-“
“Eccome!
E’ proprio con quella che le ho scattate ed è qui nella mia
borsa. Anche lei è una amica fedele incapace di tradirmi.”
“Cosa le
devo per le mie foto? –disse rivolgendosi al negoziante-“
“Solo
duemila lire. –rispose l’uomo- Sono spiacente ma il suo rullino
era completa-mente sovraesposto, osservi anche lei, la pellicola
è completamente bruciata”.
“Vuole
scherzare spero. – disse Howard allarmato –“
Ma quando ebbe
la pellicola tra le mani si accorse che era completamente priva
di immagini, una lunga striscia di celluloide interamente nera.
“C’è da
non crederci. –osservò Howard – Il rullino era nuovo ed io non
sono affatto un principiante in fatto di fotografia. Ho scattato
quelle foto avendo cura di ogni parametro: esposizione, velocità
di otturazione, avevo montato perfino un duplicatore di focale
per avvicinare le immagini. Non riesco a capire, in cosa posso
aver sbagliato?”
“Leggo sul
tuo viso una grande delusione. - osservò Marco - Erano davvero
così importanti quelle foto?”
“Non si
tratta di questo, - rispose - sono contrariato dal fatto che
non riesco a dare una spiegazione logica ai due fatti: le foto
bruciate ed il cancello invisibile. Non ti nascondo che mi sento
un po’ confuso, comincio quasi a credere che tra di loro vi sia
un legame.”
“Ti prego
non cominciamo a dire eresie. Non vorrai farmi credere che hai
dato credito a tutte quelle fandonie che si raccontano?”
“No! Certo
–rispose – ma devi, comunque, riconoscere la loro singolarità.”
“Su questo
non posso contraddirti ma non vorrei che ciò ti tolga
l’appetito, la mia Silvia non te lo perdonerebbe. Sai, è da
stamattina presto che armeggia in cucina con il preciso intento
di dar fondo a tutta la sua esperienza e in fatto di cucina
romana ne ha da vendere, è romana da almeno cinque generazioni.”
“Allora
non possiamo farla attendere. - rispose Howard - Sarebbe
davvero scortese da parte mia. Ma d’altra parte ho una
attenuante, non ne sapevo nulla. Come mai non mi hai avvisato
prima?”
“Ho
cercato di farlo. Ti ho telefonato stamani in albergo, tu eri
già uscito ma non mi sono preoccupato più di tanto sapendo che
mi avresti raggiunto in ambulatorio. A proposito, – soggiunse –
non ti ho neanche detto che siamo in partenza per Parigi. Sono
stato invitato ad un convegno sulle nuove tecniche di medicina
preventiva. Pare che ci saranno diversi luminari di varie
branche del settore. Sai meglio di me che al giorno d’oggi
bisogna andare al passo con i progressi e tenersi sempre
informati sulle ultime scoperte se non si vuole rischiare di
rimanere indietro. Ma non preoccuparti non ti lascerò da solo
per molto tempo, quattro o cinque giorni al massimo.”
“I miei
complimenti a Silvia, un pranzo veramente luculliano. –disse
Howard al termine del pranzo - Mi spiace solo che Nora sia stata
trattenuta a Londra per lavoro e non abbia potuto assaggiare
queste prelibatezze.”
“Sono
lieta che ti sia piaciuto. – rispose Silvia – Ciononostante
leggo nei tuoi occhi una strana espressione, mi sembri
preoccupato anzi contrariato per essere più precisa. C’è forse
qualcosa che non và, se non sono troppo indiscreta?”
“Figurati,
-rispose Howard- tu e Marco siete come persone di famiglia e
nonostante geograficamente distanti siete affettivamente coloro
che ci sono più vicini. E’ vero, -proseguì – c’è una cosa che
mi lascia perplesso, anzi due…..”
Howard raccontò
anche a Silvia dei due strani avvenimenti di quella mattina. La
donna dopo alcuni attimi di evidente riflessione disse:
“La porta
magica, meglio conosciuta come “porta alchemica”. Non è la
prima volta che si parla di questo particolare fenomeno di
presunta invisibilità della rete di cinta, sebbene alcuni
sostengano che si tratti di cosa attribuibile alla rifrazione
della luce solare in una particolare ora di alcuni giorni
dell’anno non meglio definiti. Questo forse spiegherebbe anche
la perdita delle tue foto. Perché non ci riprovi? Magari con
una pellicola
di minore sensibilità.”
“E’
proprio ciò che ho intenzione di fare, – rispose- ma torniamo a
quanto dicevi a proposito di quella particolare condizione di
luce; per quanto ho capito si tratta di un fenomeno che si
ripete più volte all’anno o sbaglio?“
“Proprio
così ed ora che mi ci fai pensare sembra che ciò avvenga in
dipendenza di certe particolari congiunzioni astrologiche.
Almeno così dice la gente . Devo anche averlo letto su di una
pubblicazione di antiche leggende romane. Credo di averla ancora
tra i miei libri, se vuoi posso cercartela.”
“Te ne
sarei veramente grato. –rispose Howard mordendosi le labbra e
volgendo lo sguardo al soffitto.”
Marco che fino
a quel punto era rimasto in silenzio cominciò a preoccuparsi
dello smodato interesse del suo amico per delle banali dicerie
legate a semplici superstizioni.
“Non
prenderai troppo sul serio queste coincidenze spero.”
“No! Certo
che no, ma vedi è il mio io che si ribella a qualcosa a cui non
so dare una spiegazione. Probabilmente si tratta di
“deformazione professionale” che mi induce a ricercare una
spiegazione anche laddove la risposta potrebbe essere
semplicemente una pellicola esposta alla luce o un fenomeno
solare, nonostante ciò non riesco a reprimere il desiderio di
andare fondo.”
“Eccolo!
–esclamò Silvia quasi trionfante- L’ho trovato. Era quasi
sepolto sotto una pila di romanzi in camera da letto. Puoi
tenerlo quanto vuoi, spero solo che possa esserti utile.”
“Bene,
amici miei, -disse Howard- credo proprio che sia venuto il
momento di salutarvi.
Siete stati
davvero affettuosi ad invitarmi a pranzo, con tutte le cose che
avrete da fare prima della partenza. Vi auguro buon viaggio e mi
raccomando fatevi sentire quando arriverete a Parigi.
Io, nel
frattempo, cercherò di raccogliere quante più notizie possibili
su questo argomento. Non so perché ma sono convinto che mi trovo
al cospetto di qualcosa di veramente avvincente.”
Tornando in
albergo Howard passò dal negozio di fotografo per comperare un
nuovo rullino, questa volta meno sensibile di quello precedente.
Quando salì nella sua camera cominciò a scorrere le pagine del
libro avuto da Silvia “Leggende romane”. L’autore narrava
delle varie leggende che, secondo la tradizione, serpeggiavano
intorno ai più famosi palazzi e ville patrizie. Secondo quanto
riportato non erano pochi i casi di vecchie abitazioni infestate
da inquietanti presenze: Villa Stuart, Villa Manzoni, Villa
Bessarione, Villa delle Sirene e finalmente Villa Palombara con
la sua “Porta magica”.
Si racconta che
nell’antichità fosse l’ingresso al giardino della villa, un
giardino segreto poiché erano solo in pochi ad aver visto “gli
horti”, come li chiamava lui, Massimiliano Palombara, un
personaggio dotato di grande cultura e possidente di enormi
ricchezze; egli era famoso per essere un cultore delle arti
esoteriche, negromantiche, alchemiche e spiritistiche. Tra i
suoi seguaci più illustri si annoveravano la regina Cristina di
Svezia che dopo aver abdicato si stabilì a Roma nel 1655. Nel
giardino vi era una sorta di dependance che pare fosse il luogo
di riunione di uno sparuto numero di adepti e che in seguito
ospitò anche un laboratorio alchemico dove il marchese
effettuava con scarso successo i suoi esperimenti di
trasmutazione dei metalli.
La leggenda narra che il marchese, un giorno,
trovò un giovane nascosto nel suo giardino. Egli gli domandò chi
fosse e cosa stesse facendo nei suoi horti. Si trattava di un
certo Giuseppe Francesco Borri, giovane milanese, scacciato dal
collegio dei gesuiti, dove studiava, il quale era ricercato
dall’inquisizione perché sospettato di praticare arti occulte.
Dopo essersi scusato per l’intrusione, il giovane
spiegò che era entrato per cercare alcune rare erbe necessarie
ai suoi esperimenti scientifici.
Questi entrò subito nelle grazie del marchese il
quale gli offrì ospitalità e protezione e gli permise di
utilizzare il proprio laboratorio per proseguire nei suoi studi
alchemici. Così come apparse, il giovane Borri sparì senza alcun
motivo concreto lasciando nel laboratorio, come uniche tracce
dei suoi esperimenti un crogiuolo rovesciato da cui era colata
una piccola quantità d’oro puro e delle pergamene contenenti
formule scritte in latino accompagnate da strani simboli. Dopo
innumerevoli tentativi di decifrare gli scritti del Borri, il
marchese ed i suoi amici abbandonarono l’impresa e chiamarono in
causa i maggiori sapienti della materia ma, anche questo
tentativo fallì, le pergamene erano praticamente indecifrabili.
Il nobiluomo, forse, aveva nelle sue mani il segreto di Borri
ma non era in grado di leggerlo, era veramente disperato. Fece
un ultimo tentativo: fu inciso tutto quanto era riportato nei
manoscritti, sulla porta di pietra che da quel giorno assunse il
nome di porta alchemica, nella speranza che qualche sapiente di
passaggio potesse essere attratto da quei segni misteriosi e ne
rivelasse il significato. Delle due statue che fiancheggiano la
porta, invece, si sa ben poco. Pare si tratti dell’effigie del
dio Bes, una divinità egiziana antropomorfa. Era considerato
protettore del parto e dei neonati, patrono dei danzatori ed
allontanava il malocchio. Probabilmente era una divinità
originaria dell’Africa centrale, forse acquisita attraverso la
Nubia. Aveva sembianze di pigmeo con il viso incorniciato da
una folta barba, orecchie e coda feline. Nell’antico Egitto,
infatti pigmei erano molto ricercati ed impiegati come danzatori
sacri, molto spesso veniva raffigurato in tipiche posizioni da
danzatore. La figura di Bes rappresentava, nell’antico Egitto,
un’eccezione alle regole dell’arte figurativa. Come è noto gli
egizi raffiguravano cose e persone esclusivamente di profilo,
unica eccezione era l’effigie di Bes, che veniva rappresentato
sempre di prospetto e con una espressione cattiva, e minacciosa,
forse per intimorire e scacciare i demoni malvagi. Pare che
quantunque fosse molto apprezzato e benvoluto, non gli fu mai
dedicato alcun tempio, veniva venerato soprattutto nelle case
private o in templi di altre divinità.
“In effetti non è molto. –pensò Howard- Avrei
bisogno di consultare dei testi più antichi e poi di poter
studiare quei simboli e quelle formule per vedere se riesco a
ricavarne qualcosa, ecco perché le foto mi sono indispensabili.
Domattina ci riproverò con questo nuovo rullino.“
Il mattino dopo, infatti, Howard si destò
prestissimo, era ancora buio e lui era già pronto per uscire.
Doveva arrivare alla porta alchemica prima che la piazza
cominciasse a pullulare di vita,
solo così avrebbe potuto mettere in atto il piano
che si era prefissato. Un’idea assurda ed anche pericolosa ma
valeva la pena tentare.
Quando arrivò in Piazza Vittorio, il sole
iniziava appena a far capolino dai palazzoni e le strade erano
pressoché deserte. Howard pagò il tassista che continuava a
guardarlo incuriosito e si avvicinò alla porta. Finalmente
l’automobile partì allontanandosi velocemente. Era il momento
che Howard stava aspettando. Si appiattì contro la grata e
cominciò ad arrampicarvisi. La scalata si dimostrò meno facile
di quanto potesse sembrare. Howard aveva solo 46 anni ma da buon
intellettuale non aveva alcuna dimestichezza con prove atletiche
di sorta.
La grata, poi, vecchia ormai di molti anni aveva
subito vandalismi ed intemperie, perdendo così buona parte della
sua originaria stabilità rendendola, in alcuni tratti,
pericolosamente vacillante. Arrivato in cima, guardò in basso ed
ebbe quasi un capogiro trovandosi a quell’altezza. In realtà non
erano che poco più di quattro metri.
Dopo aver portato le foto a sviluppare, decise di
fare un salto alla biblioteca Ales-sandrina alla ricerca di
qualche testo antico per approfondire le sue indagini,
consultando gli elenchi alla voce Alchimia, la sua attenzione fu
rapita da un testo riguardante gli studi alchemici di Philippus
Theophrastus Hobenheim, un medico e famoso alchimista svizzero
vissuto alla fine del 400 meglio conosciuto in Italia con il
nome di Paracelso. Questo enigmatico personaggio non gli era del
tutto ignoto, egli ricordava vagamente di aver letto di lui su
qualcuna di quelle strane riviste che si sfogliano per caso, per
ingannare il tempo, in un negozio di barbiere. L’autore
dell’articolo affermava che l’alchimista sarebbe stato il primo
a trasformare in oro il piombo, secondo una ricetta da lui
inventata che pare tenesse conto delle fasi lunari e di
particolari combinazioni astrologiche. Ma Howard ricordava il
nome di Paracelso per un’altra creazione che egli stesso si
attribuiva, quella di un essere vivente che chiamò homuncolo, un
piccolo uomo fatto nascere da un seme umano lasciato per nove
mesi in gestazione al calore del letame dei maiali o dei
cavalli. Howard sorrideva al pensiero di questo omuncolo che
dopo una simile gestazione sarebbe stato alto non più di venti
centimetri e che così sarebbe rimasto per il resto della sua
vita: chiuso in un barattolo, come un cetriolo sottaceto, in
attesa che qualcuno gli cambi l’acqua recluso in una prigione di
vetro.
Con quel volume tra le mani ed assorto in quelle
fantasie Howard non si rese conto del tempo che passava. Le
sue foto, se mai fossero apparse dai negativi, sarebbero
sicuramente pronte ma egli non nutriva che poche speranze. Entrò
timidamente nel negozio, col fare del giovincello a cui è stata
regalata la sua prima macchinetta fotografica ma non riuscì a
spiccicare neppure una parola poiché il negoziante
riconoscendolo esclamò impaziente per la curiosità:
“Mi dica Professore, ma che razza di
pellicola ha usato per queste fotografie?”
“Vuole prendermi in giro, -rispose Howard- è
una ottima, comunissima pellicola Agfacolor da 100 ASA in
confezione da 12 pose, lei lo sa meglio di me, senza contare che
me l’ha venduta proprio lei. Ma a che cosa devo attribuire
questa sua morbosa curiosità?”
“Guardi lei stesso, -rispose l’uomo- non ci
trova qualcosa di anormale in questa pellicola?”
Howard prese delicatamente la pellicola e la
osservò controluce.
“Le immagini sono tutte al positivo
–esclamò-…… io volevo delle foto normali, come le è saltato in
mente e come ha fatto a svilupparlo in questo modo?”
“E’ da stamattina che impazzisco per
capirci qualcosa. E’ la prima volta che mi capita di sviluppare
un negativo e di ottenere una pellicola al positivo, se non
fosse per il fatto che il rullino gliel’ho venduto io, giurerei
che si tratta di una pellicola per delle diapositive. Ma lei è
proprio sicuro di aver usato proprio quel rullino?”
“Ma certo, - rispose Howard- non ne avevo
altri, è per questo che l’ho comprato!”
“Mi creda, -disse l’uomo con tono di
mortificazione- per quanto mi sforzi, non riesco a spiegare
come sia potuto accadere. S’immagini che bella pubblicità se lo
sapesse qualcuno in giro. Per fortuna che è capitato proprio con
lei che è di passaggio, altrimenti avrei perso più di un cliente
”
“Va bene, -disse Howard- non si arrabbi, mi
dica, piuttosto quanto le devo?”
“Nulla -rispose- e mi scusi per i miei modi
ma, dopo trent’anni di mestiere è la prima volta che mi capita
una cosa simile. Spero solo che non faccia troppa pubblicità a
questo episodio.”
“Non si preoccupi, -disse Howard- anzi le
stampi ugualmente così come sono, mi sa-
ranno comunque utili. Ripasserò a ritirarle
questa sera prima di cena.“
La sera stessa, rientrando in albergo, Howard
disse al cameriere che quella sera avrebbe preferito consumare
la sua cena in camera. Quando ebbe raggiunto quest’ultima si
mise subito in libertà, poi prese una lente d’ingrandimento
dalla borsa quindi estrasse dalla tasca della giacca le foto
appena ritirate. Nonostante le immagini fossero al negativo,
erano abbastanza precise, tanto da distinguere sia i simboli che
le frasi incise sulla pietra. Non restava che guardarle
attraverso uno specchio.
La prima foto riproduceva la soglia su cui si
leggeva la prima frase in latino:
“SI SEDES NON IS”
Poi sull’architrave:
e sugli stipiti:
“VILLAE IANUAM TRANANDO RECLUDENS IASON OBTINET
LOCUPLES VELLUS MEDEAE”
“DIAMETER SPHAERAE THAU CIRCULI CRUX ORBIS NON
ORBIS PROSUNT”
Era così concentrato che un lieve rumore lo fece
sobbalzare, poi si rese conto che qualcuno stava bussando alla
porta. Aprì e sull’uscio vi trovò il cameriere con in mano un
grande portavivande.
“Già, -disse- è la mia cena, me ne ero quasi
dimenticato, la poggi lì per favore.”
Ma appena richiuse la porta tornò ad esaminare le
sue foto. Prese carta e penna e cominciò a tradurre le frasi:
Se siedi non procedi. – Un drago custodisce
l’ingresso del giardino magico delle esperidi e senza Ercole,
Giasone non avrebbe gustato le delizie della Colchide. –
Oltrepassando la porta della villa Giasone ottenne il ricco
vello di Medea. – Quando nella tua casa il nero corvo partorirà
la bianca colomba allora potrai essere chiamato saggio. – Colui
che sa cuocere con l’acqua e lavare col fuoco fa della terra
cielo e del cielo terra preziosa. – Se farai volare la terra al
di sopra del tuo capo, con le sue penne convertirai in pietra il
torrente delle acque. – Il diametro della sfera, il tau del
circolo, la croce del globo, non giovano ai ciechi.
“La prima frase sembra l’unica ad avere un
senso. –pensò- Se siedi non procedi, suona quasi come un invito
ad andare avanti e a non fermarsi alle prime difficoltà. Ma in
quanto alle altre non riesco a capire cosa possano significare e
perché vi siano abbinati quegli strani simboli che, sebbene non
ne sia certo , hanno tutta l’aria di essere simboli astrali. Ci
vorrebbe qualcuno che sia ferrato sull’argomento.”
Quando Howard si decise a scoprire il vassoio
erano già passate le dieci e la sua cena ormai fredda. Tra un
boccone e l’altro sfogliava il libro preso in prestito in
biblioteca.
Leggeva, molto superficialmente, della vita di
quel mago terapeuta e un certo scetticismo su quanto l’autore
del libro affermava ma, d’altronde, anche l’autore aveva fatto
parte di una strana e fantomatica corrente spirituale, quella
dei Rosa+Croce.
Ad un tratto l’attenzione di Howard fu
irresistibilmente attratta da una formula alchemica dove
venivano raffigurati dei simboli che ricordavano
inequivocabilmente quelli delle sue foto, era la formula per
creare un particolare metallo, l’electrum magicum. La formula
era così descritta:
Prendere dieci
parti di oro, dieci di argento, cinque di rame, due di stagno,
una di ferro in polvere e cinque di mercurio. Ognuno di questi
metalli deve essere allo stato puro. La prima fusione, ovvero
quella del mercurio e del piombo, dovrà avvenire quando i
pianeti Saturno e Mercurio saranno in congiunzione, per cui
preparare tutto in anticipo in modo tale che non vi siano indugi
quando giunge il momento della congiunzione. Occorreranno il
fuoco, un crogiuolo, il mercurio ed il piombo. Fondere il piombo
aggiungere il mercurio e lasciar raffreddare.
A questo punto
bisognerà attendere la congiunzione dei pianeti Giove Saturno e
Mercurio. Questa volta si dovrà fondere in un crogiuolo il
composto di piombo e mercurio ed in un altro crogiuolo lo stagno
ed al momento della congiunzione unire e mischiare i due
metalli.
Fatto questo si
dovrà attendere la congiunzione del sole con uno o più dei
pianeti già nominati, al momento di quest’altra congiunzione
bisogna aggiungere l’oro seguendo la procedura delle precedenti
fusioni.
Per aggiungere
l’argento, invece, si dovrà attendere la congiunzione della luna
con il sole, Saturno e Mercurio, mentre per aggiungere il rame
si dovrà aspettare la congiunzione di Venere con qualcuno dei
pianeti già nominati. A questo punto manca solo la polvere di
ferro che si dovrà aggiungerere alla congiunzione di Marte con
uno dei pianeti già nominati. Quindi mescolare il composto
ancora fluido con una bacchetta asciutta di olmo di riccio e
lasciar raffreddare.
Si sarà così
ottenuto l’ electrum magicum, con il quale si potrà fabbricare
uno specchio in cui si potranno vedere gli eventi del passato e
del presente, di amici o nemici e tutto quello che essi stanno
facendo. Si potrà vedere in esso qualsiasi oggetto si voglia
vedere e tutto quello che gli uomini fanno, di giorno e di
notte, tutto ciò che è stato scritto o detto nel passato ed
anche la persona che lo ha detto e le cause che gliel’hanno
fatto dire. Si potrà vedere in esso qualunque cosa per quanto
segreta essa possa essere.
Questi specchi
di elettro magico dovranno essere del diametro di circa due
pollici e devono essere forgiati nel momento in cui avviene la
congiunzione di Giove con Venere. Dovranno essere utilizzati
stampi di sabbia fine, levigati con la mola e di rifiniti con
tripoli e un pezzo di legno di tiglio. Anche tutte le fasi
finali di lavorazione su questi specchi dovranno avvenire sotto
aspetti planetari favorevoli, quando, contemporanea-mente, il
sole, o la luna sono nella “casa del signore dell’ora della
vostra nascita”.
I simboli della
porta alchemica riproducevano forse le fasi della formula di
Paracelso? In questo caso, il Borri doveva aver, in qualche
modo, acquisito il procedimento per creare l’electrum e ciò
poteva essere verosimile poiché Paracelso visse intorno al 400
mentre Borri duecento anni dopo.
A questo punto
Howard ebbe la netta sensazione di aver imboccato la strada
giusta. I simboli erano certamente riferiti ai pianeti ed ai
metalli, bisognava accoppiare il pianeta della formula di
Paracelso alla frase latina di Borri corrispondente.
La prima frase andava abbinata a Saturno.
La seconda a Giove.
La terza a Venere.
La quarta a Mercurio.
La quinta a Marte.
Qualcuno bussò nuovamente alla porta. Howard
rimase molto meravigliato nell’aprirla
e scoprire che si trattava del Dr. Ortis.
“Buona sera Professore, -disse- mi scusi se
la disturbo ma considerato che si è fatto così tardi e lei non
ci ha chiamati per il ritiro delle stoviglie, sono venuto a
vedere se per caso avesse bisogno di qualcosa.”
“No, grazie. Dovevo essere così assorbito da
uno studio che sto svolgendo da non accorgermi dell’ora.
Accidenti, -esclamò guardando l’orologio che aveva poggiato sul
tavolo- è l’una e venti, mi spiace che si sia scomodato per
colpa mia”.
“S’immagini, diciamo pure che ho colto
l’occasione sperando di trovarla ancora sveglio. Purtroppo
soffro di insonnia e ricordavo che anche lei, spesso, ha il mio
stesso problema, così ho pensato di venirle a fare compagnia
sempre che non la disturbi.”
“Affatto, non avverto la minima stanchezza e
non ho per niente sonno. Ma la prego si accomodi.”
Ortis sedendosi sul divano fu attirato dagli
appunti di Howard e senza nascondere la sua curiosità estrasse
gli occhiali da lettura dal taschino della sua giacca e li
inforcò per osservarli meglio.
“Incredibile. –disse- Ma come ha fatto a
capire che Borri si riferiva ad una formula di alchimia
paracelsica?”
“E lei, come fa a sapere che ci sia
veramente un nesso tra le due cose? Io mi sono limitato
semplicemente a supporlo. Lei invece, mi sembra esserne
seriamente convinto.”
“Vede Professore, il mio cognome è Ortis,
–rispose- ed i giardini di Massimiliano Palombara erano chiamati
“Horti”. Non trova che ci sia una notevole assonanza?”
“Già, è vero, non ci avevo fatto minimamente
caso. –osservò Howard- E con questo?”
“Bene, -continuò Ortis- come lei saprà,
discendo da una nobile famiglia romana della quale non si
avevano che vaghe notizie ed uno stemma tramandato dai miei
trisavoli. Ebbene, le ricerche sui miei natali cominciarono dai
registri araldici e dopo vari mesi di indagini riuscii solo a
stabilire che lo stemma in mio possesso era quello dei Conti di
Ortis, una nobile famiglia romana vissuta agli inizi del 700.
Ben poca cosa quindi per la mia sete di approfondimento.
Continuai a portare avanti la ricerca sulle mie origini
consultando tutte le biblioteche di Roma. Ricordo che in quel
periodo ero completamente assorbito da questo assillo, non
facevo altro che consultare testi antichi e vecchi manoscritti.
Se non fosse stato per mia moglie e per i miei fedeli
collaboratori che curavano coscienziosamente i miei affari avrei
certamente chiuso bottega. Andai avanti così per svariati mesi
senza riuscire a ‘cavare un ragno dal buco’, la storia degli
Ortis sembrava non esistere. Finii quindi per rendermi conto che
avevo sprecato troppo tempo rincorrendo un passato sepolto ormai
dalla polvere dei secoli. A quel punto era meglio tornare alla
realtà ed abbandonare ogni ricerca. Passò molto tempo ed io
avevo quasi completamente abbandonato l’idea di far luce sulla
storia dei miei antenati. Quel giorno, sei mesi fa per
l’esattezza, io e la mia famiglia eravamo partiti per
Cerveteri, dove posseggo una villa lasciatami in eredità da mio
nonno che l’ebbe in eredità dal suo, vi avremmo trascorso alcuni
giorni e festeggiato il 28 giugno, giorno del mio compleanno.
Così una volta arrivati mentre mia moglie e la domestica si
occupavano della cucina io me ne stavo tranquillamente in
giardino a godermi un po’ d’aria buona. Mio figlio Giacomo, di
circa undici anni, come al solito spariva in qualcuna delle sue
immaginarie avventure, nonostante le nostre raccomandazioni di
non allontanarsi nei campi e, naturalmente, il compito di
andarlo a cercare toccava a me. Ormai conoscevo tutti i suoi
nascondigli, era come un gioco, un segreto tra noi due, le donne
non dovevano saperlo, diceva lui. Verso le due, la domestica mi
avvertì che dopo poco, il pranzo sarebbe stato servito,
pregandomi di scovare Giacomo dal suo nascondiglio. Lo cercai
invano per più di mezz’ora ma, evidentemente, non era in uno dei
nostri luoghi segreti. Mi ricordai, allora, di quanto fosse
sempre stato affascinato dalla vecchia soffitta, alla quale gli
era stato proibito l’accesso. Vi arrivai col fiato corto, a
causa della scalinata e per l’apprensione, lui invece, era lì
seduto su di un antico baule con un vecchio libro tra le mani.
“Guarda cosa ho trovato, -mi disse-
dev’essere il diario di un nostro antenato, parla di noi, della
nostra famiglia.” In quell’istante non detti credito alle parole
del bambino, mi sembrò la solita scusa per evitare una paternale
ma dovetti ricredermi subito dopo, quando ebbi tra le mani quel
vecchio manoscritto che finalmente svelò le origini del mio
casato. All’improvviso mi resi conto che ciò che avevo cercato
per mesi era in mio possesso da anni senza che io ne fossi a
conoscenza. Ma, forse, mi sto dilungando un po’ troppo, spero
di non annoiarla –disse Ortis interrompendo il suo racconto-”.
“Affatto! –rispose Howard- Continui la
prego, questa storia oltre ad interessarmi mi affascina
moltissimo”.
“Bene! -disse Ortis riprendendo dal punto in
cui si era interrotto- Colui che aveva scritto quel diario era
proprio il capostipite della nostra casata, nato da un rapporto
extraconiugale del marchese Palombara con la sua amante
segreta, di cui si conosce soltanto il nome: donna Flora, una
popolana che il marchese aveva conosciuto non si sa come ne
dove. Costei si recava a Villa Palombara due o tre volte a
settimana per curare i fiori del giardino ma, questo era solo un
banale espediente per potersi incontrare con il padrone di
casa. A sua volta, infatti, anche il marchese le faceva delle
visite notturne non appena riusciva ad allontanarsi da casa
senza essere visto. Pare che costei fosse una giovane di rara
bellezza, di cui il marchese era perdutamente innamorato, di lei
invece non si sa, se il suo amore verso il nobile fosse sincero
o se mirava semplicemente al suo danaro. Sta di fatto, comunque,
che riuscì a conquistare la totale fiducia del marchese il
quale le confidava ogni suo segreto, la donna era al corrente,
tra l’altro, di tutto ciò che accadeva nel laboratorio segreto.
Flora, tenne segreto il suo stato finché la sua gravidanza non
fu evidente, solo allora confessò al Marchese di aspettare un
figlio suo. L’uomo in un primo momento avrebbe voluto da-re
libero sfogo alla sua ira ma si trattenne. Quella donna sapeva
di lui fin troppe cose che, se rese pubbliche, avrebbero potuto
nuocere gravemente sia la sua persona che la sua posizione.
Le disse quindi che da quel momento avrebbe
potuto chiedergli qualsiasi cosa di cui avesse avuto bisogno per
crescere dignitosamente il nascituro. Ella rispose che era ben
cosciente di non potergli chiedere di rendere legittima la sua
paternità ma che in un modo o nell’altro avrebbe dovuto
provvedere a procurargli un nome ed un titolo.
Il nobiluomo, non si sa come riuscì a cambiarle
l’identità ed a farla diventare la contessa Fiorenza Ortis con
tanto di stemma nobiliare, dandole in dono la villa di
Cerveteri, oggi mia ed una forte somma in danaro, strappandole
in cambio la promessa di non tornare più a Roma. Sotto allo
stemma degli Ortis si legge chiaro il monito del marchese a non
svelare i segreti che ella conosceva: “NON OMNIBUS NOTUS EST
ARCANUM HORTIS” Non tutti sanno il segreto degli Horti. Questa
soluzione, che per il marchese al momento sembrava aver salvato
le apparenze, non servì a mettere a tacere la sua coscienza. Il
cuore del Marchese palpitava ancora per la bella Flora che, nel
frattempo, nella sua nuova identità aveva intrecciato altre,
importanti, relazioni con la nobiltà di mezza Italia, alcune
delle quali ben più intime di una semplice amicizia.”
“Incredibile! –disse Howard interrompendolo
per la seconda volta- Lei ha tra le mani un documento di
eccezionale importanza storica, spero lo custodisca
gelosa-mente.”
“Se si riferisce al diario, - rispose Ortis-
le dico subito che non esiste più.”
“Cosa? –domandò Howard-
“Già, è così. –rispose- Lei ora potrà
pensare che tutto ciò che le sto raccontando sia pura fantasia,
o peggio, menzogne, ma le garantisco che non ho aggiunto ne
tolto nulla alle pagine originali del diario.”
“Ma allora?”
“Dopo aver letto il diario trovato da mio
figlio, mi resi conto, come giustamente ha osservato lei, di
avere tra le mani un documento di grande valore, quindi pensai
di metterlo in una cassaforte a muro che avevo in villa e così
feci. Dopo le feste pasquali dovendo rientrare a Roma lo
recuperai, non potevo certo lasciarlo nella villa che, rimaneva
disabitata per quasi tutto l’anno. Lo avrei portato a Roma per
poi sistemarlo in un posto secondo me più sicuro, vale a dire la
cassaforte di questo albergo, e così sarebbe stato se il caso
non avesse voluto che proprio quel giorno, mezza Roma era in
subbuglio per l’arrivo di un famoso divo del cinema. Quando
arrivammo, il direttore del mio albergo mi chiamò al telefono
chiedendomi di raggiungerlo subito. L’attore famoso aveva deciso
di soggiornare proprio da noi ed il povero direttore si vide
assalito dai giornalisti e dalla televisione. Senza neanche
darmi una rinfrescata ne cambiarmi d’abito, mi precipitai in
albergo ma non dimenticai di portare con me il diario degli
Hortis. Mi feci strada con fatica tra la folla di curiosi che si
accalcava all’ingresso dell’albergo e non fu facile superare la
barriera degli agenti di polizia ai quali dovetti dimostrare la
mia identità. Finalmente fui all’interno ma venni aggredito da
una moltitudine di individui armati di microfoni e telecamere,
nel frattempo uno dei miei dipendenti mi avvisò che il nostro
famoso ospite era già stato sistemato nella suite n. 2 ma non mi
disse la cosa più importante, il suo nome. Risposi evasivamente
a decine di domande e andò avanti così per circa mezz’ora
finché congedandomi dai giornalisti diedi disposizione di
chiudere le porte. Ero veramente esausto. Portai istintivamente
la mano alla tasca destra della mia giacca dove poco prima avevo
messo il diario, la palpai più volte senza guardare sperando di
sentire tra le mani la forma rettangolare del piccolo volume,
probabilmente dovetti impallidire poiché mi chiesero se stessi
male ma io non risposi. Il diario era sparito.! L’avevo perduto
nella confusione o, in quella stessa, qualcuno l’aveva rubato?
Cercai ovunque sperando ancora di ritrovarlo, magari mi era
inavvertitamente caduto dalla tasca ma la mia speranza si
rivelò vana. Ricostruii mentalmente i miei movimenti, ero certo
di essermi allontanato dalla mia auto con il diario stretto
nella mano e di averlo messo in tasca solo dopo essere entrato
in albergo quindi era sparito mentre venivo distratto dalle
domande dei giornalisti. Eppure non avevo fatto nessun movimento
che potesse farlo scivolare via, tanto più che nel caso in cui
fosse caduto per terra i miei dipendenti lo avrebbero certamente
consegnato nelle mie mani, così come per le innumerevoli volte
in cui qualche cliente abbia perso o dimenticato qualcosa.
Quando raccontai ai miei familiari della scomparsa del diario
notai Giacomo impallidire ed ebbi la netta impressione che mi
stesse nascondendo qualcosa. Infatti, non appena restammo da
soli mi disse che doveva confidarmi un segreto ma che prima di
condividerlo con me dovevo promettergli che non mi sarei
arrabbiato e che non l’avrei punito. Gli dissi di non temere e
gli assicurai che poteva parlare liberamente, lui mi prese per
mano e mi trascinò in camera sua. Si tolse le scarpe e salì in
piedi sul letto, allungò un braccio e prese un libro dalla
mensola, lo aprì e ne estrasse due pergamene, logorate dal
tempo. Mi confessò di averle trovate nello stesso baule dove
aveva rinvenuto il diario e di averle prese e nascoste
scambiandole per indicazioni di una caccia al tesoro ma poi, non
avendoci capito nulla, decise che era meglio darle a me. Le
presi con la massima cura, erano davvero molto fragili. Mi
chiusi nel mio studio per poterle esaminare con calma, la
curiosità mi divorava. Accesi la lampada ed inforcai i miei
occhiali da lettura. In realtà si trattava di un’antica cronaca
ottocentesca scritta in italiano da un altro mio antenato, il
quale, a sua volta era venuto in possesso del famoso diario.
Pare che se lo vide sparire dalle mani quasi come dissolto, un
po’ come era accaduto a me. Egli, però era riuscito a leggerlo
quasi tutto prima di perderlo, mentre io ne avevo letto soltanto
le prime pagine.”
A questo punto Ortis cadde improvvisamente in uno
strano mutismo, mentre Howard attendeva ansioso il seguito della
storia.
“Allora….. perché si è fermato? Spero non
vorrà lasciarmi così, dopo aver destato il mio interesse . La
prego continui.”
“Farò di più, – rispose- le mostrerò le
pergamene, così potrà constatare di persona l’autenticità del
mio racconto. Ma ora è tardi ci vedremo domattina alle dieci
nella Hall. Le auguro una felice notte!”
Ortis prese il vassoio della cena di Howard,
quasi intatta e, con inaspettata destrezza lo elevò sulle cinque
dita della mano sinistra per poter liberare la destra con cui
abbassò la maniglia della porta ed aprirla. -Uscì e soggiunse:-
“A domani professore.” mentre con un colpo d’anca fece
richiudere la porta. Howard, era rimasto sconcertato, le parole
di Ortis gli risuonavano nella mente. Ormai era certo non
avrebbe, preso più sonno tanto era preso da tutta la faccenda.
Ma cosa aveva voluto dire Ortis con quella frase: “Lo vide
sparire dalle mani quasi come dissolto, un po’ come era accaduto
a me.” Voleva forse fargli intendere che il diario, come per
magia, era sparito dalle mani del suo antenato e che nello
stesso modo era sparito dalla sua tasca?
Howard si stese sul letto con le luci spente
nella speranza di sconfiggere per qualche ora la sua perenne
insonnia, questa volta, alimentata dai tanti interrogativi
scaturiti da quegli inspiegabili episodi del racconto di Ortis.
Era venuto a Roma per degli studi didattici e si trovava
coinvolto, suo malgrado, in una storia di maghi e di alchimisti.
Le sue foto fantasma, le statue del dio egizio Bes a guardia
della porta, una divinità egiziana nel cuore di Roma, un diario
contenente antiche pergamene che appare e scompare. Fatti
apparentemente inspiegabili. O più semplicemente sia lui che
Ortis stavano cercando spiegazioni logiche e fatti tangibili in
qualcosa che non aveva nulla di logico?
Tutto, invece, sembrava avvolgersi in un alone di
mistero sempre più fitto e mentre Howard guardava il soffitto
cercando di trovare la giusta collocazione ai tasselli del
mosaico, il sonno sopraggiunse improvvisamente.
Alle dieci spaccate, Howard era già nella Hall,
ansioso. Ortis sarebbe arrivato da un momento all’altro. Ma fu
Carlo ad apparire:
- Buongiorno Professore, c’è una
comunicazione telefonica per lei, ho cercato di passargliela in
camera, non sapevo che era già uscito. Venga alla reception
credo sia sua moglie.
Infatti era proprio Nora che, avendo assolto ai
suoi ultimi oneri professionali, era dunque libera di
raggiungerlo. Aveva già acquistato il biglietto aereo e
l’indomani stesso sarebbe partita per Roma. Frattanto Ortis
seppur in ritardo giunse all’appunta-mento avvicinandosi ad
Howard che aveva appena riagganciato la cornetta.
“Buongiorno Professore, vedo che non ha
ancora fatto colazione. Venga, si segga al mio tavolo.”
Dopo aver consumato una lauta colazione Howard,
impaziente si rivolse al suo ospite:
“Allora mio caro Ortis, dove sono le
famigerate pergamene il cui pensiero mi ha tenuto compagnia
tutta la notte?”
“Al sicuro, -rispose- sia gentile, mi segua
nel mio studio”.
Lo studio di Ortis si trovava sotto il livello
della strada, vi si accedeva da una porta mi-
metizzata in uno dei pannelli di legno alle
spalle della reception, mediante una breve scalinata di una
trentina di scalini.
“Visto che temperatura mite quaggiù? -disse
Ortis- Vede Professore è per questo che ho qui il mio studio,
calda d’inverno e fresca d’estate, senza contare che qui sono al
riparo dagli odori e dai rumori della strada, è il luogo ideale
per il riposo della mente e dello spirito.
“Va bene, -rispose Howard- ma dove ha
nascosto quei fogli preziosi, non vedo alcuna cassaforte, a meno
che non sia celata dietro uno di questi quadri ma dubito molto
che un uomo della sua intelligenza abbia sfruttato un espediente
tanto diffuso, è il primo posto dove chiunque andrebbe a
guardare.”
“Infatti, -rispose- la mia cassaforte è
invero dietro un quadro ma all’interno del quadro stesso”.
Ortis andò dietro la sua lussuosa scrivania e
staccò dal muro la sua laurea abbellita da una cornice massiccia
ma di scarso valore. Si sedette comodamente alla sua poltrona e
cominciò ad armeggiarci con la punta di una biro. Uno scatto e
la modestissima cornice rivelò il suo doppio fondo.
“Ecco, -disse Ortis- ecco le sei pergamene.
Chi mai penserebbe di rubare un diploma di laurea, racchiuso
in una spartanissima cornice di castagno? Inutile dire che il
luogo del loro nascondiglio dovrà rimanere segreto; conto sulla
sua discrezione di gentiluomo inglese,”.
“Ha la mia parola. “
“Legga pure allora. disse Ortis porgendogli
le preziose pergamene.”
Più eccitato che mai Howard inforcò gli occhiali
ed iniziò la lettura:
“Anno del Signore 1885.
Io Sigismondo, Conte degli Hortis, discendente
diretto di donna Fiorenza Hortis, scrivo questa cronaca per
coloro che in avvenire verranno in possesso, così come è
accaduto a me, di un diario dai singolari poteri.
Questo libro, rilegato in pelle di salamandra,
riporta sui frontespizi cinque simboli astronomici che io stesso
ho identificato come Saturno, Venere, Giove, Mercurio e Marte.
La copertina non ha alcuna intestazione su nessuno dei due lati,
tanto meno sul dorso ed i due frontespizi sono perfettamente
identici; in questo modo poteva essere utilizzato dall’uno o
dall’altro lato. Esso, prima di me, è appartenuto alla stessa
Fiorenza, la quale duecento anni fa scriveva di suo pugno di
alcuni segreti di cui era venuta abilmente a conoscenza
strappandoli dalle labbra del Marchese Palombara e di altri
ancora di cui si impossessò a totale insaputa di lui. Pare che
la donna, prima di sedurre il Palombara, fosse riuscita a
stabilirsi nella sua villa con la scusa di accudire ai fiori del
giardino, nel quale gli fu permesso di accedere liberamente.
Grazie a ciò, Fiorenza si introduceva furtivamente nel
laboratorio segreto per cercare di svelare i segreti degli
alchimisti che ci lavoravano ma probabilmente non trovò mai
nulla, finchè non arrivò un frate colto da anatema per aver
praticato alchimia ed occultismo, certo Giuseppe Francesco
Borri. L’uomo riuscì a guadagnarsi le simpatie del Marchese che
lo sottrasse alla cattura ospitandolo nel suo laboratorio. Borri
passava intere giornate senza mai uscire dal suo nuovo
nascondiglio, tranne quelle poche volte in cui di notte si
aggirava furtivo tra le piante del giardino in cerca di erbe per
i suoi esperimenti. Correva infatti voce che lo strano individuo
riuscisse, con la sua arte di alchimista, in cose davvero
mirabolanti. Fiorenza lo sorvegliava senza sosta aspettando il
momento propizio. Finalmente una mattina, molto presto, vide il
Borri allontanarsi furtivamente dalla villa. L’astuta donna ebbe
la netta sensazione che l’uomo non si sarebbe mai più rivisto.
Quando Fiorenza entrò nel laboratorio, vi trovò un
indescrivibile disordine ed un odore nauseabondo. Guardandosi
intorno, trovò resti di cibo sparsi un po’ ovunque, forse
residui dei pasti del fuggiasco ma in un angolo della grande
stanza, qualcosa che la fece inorridire: un mucchio di letame
di cavallo come, un monticello, alto quasi un metro e tra tutta
quella sporcizia un barattolo di vetro da cui traspariva una
sagoma simile ad una marionetta. Fiorenza, superato il primo
attimo di sconforto, si animò ed agguantò l’immondo barattolo
che da vicino mostrò il suo macabro contenuto: Un piccolo essere
dalla pelle verdognola, simile ad un uomo adulto ma alto solo un
suo decimo. Il piccolo essere era immobile in un’espressione di
dolore. Fiorenza, seppur inorridita, scosse il barattolo colmo
di liquido rossastro sperando, forse, in un risveglio ma nulla
di tutto ciò accadde. L’omuncolo, esanime, girò nel liquido
affondando e riemergendo come un legno inzuppato.
La bella giardiniera lo ripose poi con cautela
laddove lo aveva trovato dirigendosi, poscia, verso il tavolo da
lavoro zeppo di barattoli di erbe e strani oggetti, tra cui
alcuni crogiuoli e decine di alambicchi. Disgustata per
l’orrendo fetore, stava per abbandonare quell’orribile luogo ma
qualcosa la distrasse dal suo attacco di panico: Per terra, ai
piedi del tavolo, qualcosa brillava con un luccichio
sfavillante: Pagliuzze d’oro puro in quantità, tutte ammucchiate
su di alcuni fogli di pergamena scritti in latino. La giovane,
senza indugio, fece di tutto un cartoccio che portò via di gran
carriera. Era chiaro che Fiorenza, li per li, non aveva certo
pensato al valore dei manoscritti che le erano serviti solo da
involucro per il prezioso metallo, tant’è che alcuni fogli
rimasero per terra insieme a poche pagliuzze d’oro che il
Marchese Palombara trovò il mattino seguente quando si rese
conto che il suo alchimista si era dato alla fuga; senza
minimamente sospettare di non essere stato il primo ad entrare
nel laboratorio dopo che questo era stato abbandonato dal Borri.
L’astuta Fiorenza serbò al sicuro l’oro rubato ma con lo stesso
zelo tenne al sicuro anche le pergamene a cui in un primo
momento aveva attribuito scarsa importanza. Priva di istruzione,
ella, non era in grado di leggerle ma intuì che in quelle pagine
doveva celarsi la chiave di un importante segreto. Questa
supposizione le fu confermata tempo dopo quando, divenuta la
contessa Hortis, si decise a mostrare il manoscritto ad un
nobile letterato che, però, era destinato a sparire pochi giorni
dopo in circostanze a dir poco misterio-se. Ciò è quanto, per
sommi capi, Fiorenza Hortis scrisse nel diario duecento anni fa.
E’ evidente che da nobile aveva preso lezioni di
scrittura e che le sue memorie furono riportate alcuni anni dopo
il ritrovamento dei manoscritti. Qualcosa o qualcuno le aveva
imposto di scrivere su quel diario, del quale ella stessa non ha
mai fatto menzione su come o quando ne fosse venuta in possesso
ma che, son certo, aveva tro-vato nel laboratorio alchemico di
Borri insieme all’oro ed alle pergamene. Aprendo il diario dal
lato opposto, infatti, si trova una formula alchemica scritta da
Borri appresa dallo stesso durante una seduta spiritica il cui
medium avrebbe parlato per bocca dello spirito del grande
Paracelso.
Ignoro di quale formula si tratti poiché quando
iniziai a leggerla, il diario sparì dalle mie mani.
Era la notte tra il 30 giugno e il primo luglio
1885, l’orologio scandiva in quel momen-to i dodici rintocchi.
Dopo Fiorenza, il diario appartenne ad un altro
nostro antenato, Lorenzo Hortis, il quale probabilmente cominciò
a leggerlo dal lato della formula e fu proprio su quest’ultima
che egli si concentrò in approfondite indagini. I suoi studi,
però, non lo condussero al risultato da lui sperato: la
trasmutazione dei metalli vili in nobile oro. Pare, invece, che
la presunta formula dettata da Paracelso, altro non fosse che
una serie di indizi cifrati per la soluzione di un enigma ma non
seppe mai di quale enigma si trattasse. Poi un bel giorno, si
confidò con un suo amico esperto di astrologia, il quale
incuriosito gli chiese di mostrargli il famoso diario, ma quando
Lorenzo andò a prenderlo lì dove lo aveva riposto la sera prima,
ebbe un’amara sorpresa: il diario era sparito. Era il primo
luglio 1775.”
“Cosa ne pensa? – chiese Ortis vedendo
Howard pensieroso-
“So solo che ci capisco sempre meno.
–rispose Howard- Sussistono troppe coincidenze in questa storia,
ed alcune di queste sono addirittura incredibili, ma la più
straordinaria è che io abbia deciso di interessarmi a questa
faccenda e che proprio lei ne sia coinvolto.”
“Già, coincidenze. –rispose Ortis con un
tono vagamente ironico- Bene professore –riprese- credo che per
il momento non posso fare altro ma disponga pure di me senza
indugio, sono a sua disposizione per qualsiasi cosa avesse
bisogno. Intanto, spero che il mio piccolo contributo possa
esserle d’aiuto nelle sue ricerche, sempre che sia ancora deciso
a proseguirle, in tal caso le sarei grato se mi tenesse
informato sui suoi sviluppi.“
“Stia tranquillo, la informerò su ogni
novità, qualora ve ne fossero.”
Uscito dall’albergo Howard s’incamminò senza una
meta precisa e intanto pensava a tutta quella ingarbugliata
faccenda: Sigismondo Hortis afferma che il diario sparì alla
mezzanotte del 30 giugno mentre Lorenzo, avendolo riposto lo
stesso giorno 100 anni prima, il giorno appresso non lo trovò
più. Chissà che giorno era quando sparì dalla tasca del dottor
Ortis. –pensò-
Quella mattina, l’aeroporto di Fiumicino era
particolarmente affollato. Ormai l’atmosfe-ra natalizia aveva
pervaso tutta la città, ogni angolo di strada luccicava di
festoni, lampadine colorate, abeti luminescenti, agrifoglio e
pungitopo. La voce dal megafono annunciò, in quel momento,
l’arrivo del volo Alitalia 1174 proveniente da Londra. Howard si
avviò a passo svelto allo sbarco, non vedeva l’ora di rivedere
la sua Nora e di raccontarle di quella misteriosa storia. Era
sicuro che anche lei ne sarebbe rimasta affascinata e di sicuro
avrebbe saputo contribuire a capirci qualcosa in più.
Finalmente la vide in lontananza, avvicinarsi con
la sua inseparabile compagna di viaggio, una grossa valigia
antiurto rossa con tanto di rotelle.
Dopo un lungo abbraccio, Howard le prese la
valigia ed insieme si avviarono verso l’area di sosta dei taxi.
“Com’era ieri il tempo a Londra?” –chiese
Howard a Nora che dopo aver sistemato le sue cose, stava facendo
un rilassante bagno caldo.
“Una bellissima giornata, -affermò lei- ma
terribilmente fredda. Non so se è l’aria di Roma ma è appena
mezzogiorno e ho già un discreto appetito.”
“Stai tranquilla. Ho già prenotato un tavolo
in una locanda che ho conosciuto grazie al buon Marco dove
potremo gustare delle vere prelibatezze della cucina romana.
Quando la coppia entrò nella taverna del Buttero
erano da poco passate le ore quattordici ed il vecchio locale,
pur essendo quasi pieno non era per niente rumoroso. Gli altri
clienti, infatti, erano per la maggior parte coppie di coniugi
medio borghesi e qualche studente che consumando il proprio
pranzo dava una ripassata al compito di latino o di greco.
Howard non credeva che i proprietari si
ricordassero di lui, con tutte le persone che giungevano ogni
giorno nel ristorante ma si sbagliava. La prima a riconoscerlo
fu proprio la vecchia donna Ines che da sotto ai suoi occhialini
rotondi, distolse lo sguardo dal gomitolo di lana.
“Buongiorno professore. –disse quasi
sottovoce- Avevo immaginato che Breadley fosse lei. L’avevo
detto anche a mio nipote quando per telefono ha preso la sua
prenotazione, e questa bella signora dev’essere sua moglie vero?
Ma prego ac-comodatevi, il vostro tavolo è quello lì in fondo.”
Nel corso del pranzo Howard raccontò
dettagliatamente tutta la storia che ruotava in-
torno a Villa Palombara, al Dr. Ortis ed ai suoi
antenati.
“La cosa più strana, -osservò Nora- è la
faccenda del diario. Sembra quasi che quel libro sia destinato a
sparire in un preciso giorno dell’anno per poi riapparire dopo
un secolo. Secondo il tuo racconto, -proseguì- è già sparito tre
volte. La prima quando questo era in possesso di Lorenzo
Hortis, il quale si accorse della sua sparizione il 1 luglio
1775; la seconda volta sparì dalle mani di Sigismondo Hortis
alla mezzanotte del 30 giugno 1875 , e la terza dalla tasca del
Dr. Gianluca Ortis quando tornò dalla sua villa di Cerveteri,
reduce dalla sua festa di compleanno del 28 giugno che era
trascorsa da qualche giorno. Ciò considerato possiamo supporre
che il diario sia sparito alla mezzanotte del 30 giugno 1975,
vale a dire lo stesso giorno delle due precedenti sparizioni,
100 e 200 anni prima.”
“Così sembra, -rispose Howard- si può anche
supporre che allo stesso modo sia sparito dalle mani della
stessa Fiorenza Hortis, magari alla mezzanotte del 30 giugno
1675, ma questa per ora è semplicemente una congettura, priva di
qualsiasi riscontro. Riflettendoci bene, però, seppure dessimo
per vera tutta la storia, il punto oscuro resta la ricomparsa
del diario. A quanto pare nessuno dei quattro possessori ne ha
mai fatto cenno.”
“Sai cosa penso? –osservò Nora- Come prima
cosa dovremmo chiedere conferma al Dr. Ortis la data precisa in
cui smarrì il diario, quindi chiedergli di poter fare un
sopralluogo nella sua villa di Cerveteri. Chissà che non si
riesca a trovare qualche ulteriore indizio.”
“Mi sembra un’ottima idea anche se non
riesco ad immaginare la reazione di Ortis nel momento in cui
riceverà la richiesta di aprirci le porte della sua villa per
permetterci di ficcanasare.”
“Io credo che sarà positiva. –rispose Nora-
D’altronde mi è parso di capire che sia stato lui a prendere
l’iniziativa di aiutarti nelle ricerche.”
“Proprio così. In ogni caso vale la pena
tentare. –concluse Howard-.
Dopo aver chiesto il conto, Howard lasciò due
banconote da diecimila sotto il piattino poi con la mano destra
fece un cenno di saluto a donna Ines e al buttero che invece di
ricambiare gli si avvicinò circospetto.
“Non è mia abitudine, -disse- ascoltare i
discorsi dei miei clienti, ma passando tra i tavoli, a volte si
percepiscono, involontariamente delle frasi. Se vuole un
consiglio spassionato, professore, lasci perdere le sue
ricerche. Vi sono delle manifestazioni inspiegabili sulle quali
sarebbe meglio non indagare.”
In quel preciso istante un altro cliente, da un
altro angolo del locale attirò l’attenzione del corpulento
ristoratore, con l’inequivocabile cenno di chi vuole il conto.
“Vengo subito dottò. –disse rispondendo
all’avventore, poi rivolgendosi nuova-mente ad Howard, ripetè-
Si ricordi del mio consiglio e… venga a trovarci presto.”
I due coniugi salirono sul taxi che stranamente
era già arrivato.
“Londra 38. –disse Nora ripetendo la sigla
del taxista, e poi dicono che le coincidenze non esistono.”
“E’ vero! –l’apostrofò Howard- E’ il tuo
luogo di nascita e la tua età… ma a proposito, cosa ne pensi di
quello strano discorso del buttero, più che un consiglio
sembrava quasi una minaccia.”
“Devo confessarti che anch’io ho avuto la
stessa sensazione, non credo, però che sia
il caso di dargli più importanza di quanta ne
abbia. E’ gente legata a vecchie tradizioni e ad ataviche
leggende da cui difficilmente riusciranno a staccarsi. Devo
dire, comunque, che alla base di ogni superstizione c’è sempre
qualcosa di fondato. La storia antica e l’archeologia stessa ce
lo insegnano. I Sumeri, gli Egizi, gli Incas, i Maya, ognuno di
questi popoli ci ha tramandato la loro storia attraverso
trattati di magia e di
riti religiosi.”
“E’ vero. –rispose Howard- ma… un
momento….Non so per quale strana associa-zione di idee mi sia
giunto alla mente un episodio che destò lo stupore di tutti
nella Francia del 1600.”
“Signori! –Esordì l’autista, un po’
infastidito- Siamo a destinazione.”
Una volta in camera , Nora gli chiese:
“Allora, di quale episodio parlavi?”
“Già, i manifesti dei rosacroce, tu non ne
hai mai sentito parlare?”
“Si, ma molto sommariamente, in effetti non
ne so tanto, pare che si annunciasse la rinascita di una
confraternita i cui fini non contemplavano alcun lucro, ma
ignoro quali fossero le loro attività:”
“Neppure io ne so tantissimo ma ricordo di
aver letto delle antiche cronache parigine in cui si parla di
questi famosi manifestini. Se ricordo bene, il fatto accadde
alla fine di una estate tra il 1620 ed il 1625. Durante la
notte, le vie di Parigi furono inva-se da misteriosi attacchini
che non lasciarono alcuna traccia del loro passaggio, tranne le
centinaia di quei famosi manifesti che il mattino dopo si
trovarono affissi per ogni dove. Il testo recitava più o meno
così:
Noi membri del collegio dei Rosa+Croce, riveliamo
agli abitanti di questa città, la nostra esistenza. Coloro che
desiderano entrarvi a far parte saranno istruiti nella perfetta
conoscenza dell’Altissimo, nel cui nome oggi stesso ci
riuniremo, rendendoli come noi, da visibili ad invisibili e da
invisibili visibili. Ognuno degli adepti potrà essere condotto
in qualunque paese straniero in cui vorrà divulgare tale realtà.
Ma attenzione! A quelli che, desiderosi di acquisire tali
meravigliosi poteri. Sappiate che noi conosciamo i vostri
pensieri e che se lui desidera conoscerci per sola curiosità,
non ci troverà mai. Ma se vuole veramente firmare sul registro
della nostra confraternita, noi che conosciamo i suoi pensieri,
gli mostreremo la veridicità di quanto affermiamo ma non
indicheremo il luogo della nostra casa, poichè i pensieri uniti
alla volontà sincera potranno svelarci a lui e lui a noi.”
“Molto interessante –disse Nora- ma quale
nesso trovi con la nostra storia?”
“E’ semplice, non ti dice niente la frase
rendere da visibile ad invisibile e vice-versa? E’ come il
diario degli Hortis, visibile ed invisibile. E cosa ci dice che
quando diviene invisibile in un luogo non divenga visibile in un
altro? E’ così che prometteva il manifesto. Sai cosa penso? Che
non mi meraviglierei affatto se scoprissimo che qualcuno degli
antenati di Ortis sia stato un rosacruciano.”
Howard restò per alcuni minuti in silenziosa
riflessione, poi allungò un braccio verso la cornetta del
telefono e compose il numero nove.
“Buonasera Carlo, -disse Howard riconoscendo
subito la voce dell’interlocutore- volevo sapere se il Dottor
Ortis è in albergo, nel qual caso passarmelo cortesemente
all’apparecchio.”
“Buonasera professore, -esclamò la voce di
Ortis al telefono- in che cosa posso esserle utile?”
“Buonasera a lei Dottor Ortis, avevo bisogno
di parlare con lei in merito ad alcune supposizioni che io e mia
moglie abbiamo formulato circa la soluzione del famoso mistero.
“Sono a sua disposizione, scenda pure,
l’aspetto nel mio studio.”
Pochi minuti dopo, Howard e Nora erano nello
studio di Ortis. Dopo i convenevoli, Howard spiegò al suo ospite
la sua idea raccontandogli, inoltre, di quello strano
avvertimento ricevuto dal buttero.
“Ora faccia appello alla sua memoria,
-proseguì Howard- cerchi di far mente locale e ricordare la data
e l’ora esatta di quando il diario sparì dalla sua tasca.”
“Doveva essere appena passata la mezzanotte,
-rispose- lo ricordo perché appena entrai in albergo l’orologio
della reception segnava le 23,50. Fu dopo appena un quarto d’ora
che mi accorsi di aver perso il libro. Per quanto concerne la
data, dovrebbe essere il 30 giugno scorso ma posso controllare
sul registro, infatti, fu proprio il giorno in cui arrivo quel
divo di Hollywood di cui le ho già parlato.”
Così dicendo aprì un cassetto della scrivania e
ne estrasse un grosso quaderno con la copertina verde.
“Non mi sbagliavo, -affermò- era proprio il
30 giugno di quest’anno.”
“Ci avrei giurato! -asserì Howard- Come
vede le nostre supposizioni cominciano a prendere consistenza.
Ora con il suo permesso ed il suo aiuto, avevamo pensato di
effettuare un sopraluogo accurato alla sua villa di Cerveteri,
sempre che lei non abbia niente in contrario, s’intende.”
“Assolutamente nulla. -rispose- Dobbiamo
solo decidere la data della partenza”.
“Per noi due andrebbe bene anche domattina,
vero Nora? Non so, però, se vada bene anche per lei.”
“Domattina? –domandò Ortis- Per me va
benissimo. Ci vedremo nella Hall alle otto in punto. Partiremo
con la mia auto. In un’ora al massimo saremo alla villa potete
contarci”.
Ortis, infatti, mantenne la promessa. Erano
appena le nove e trenta quando parcheggiò l’auto nel grande
cortile della villa. La costruzione era chiaramente di stile
seicentesco anche se i numerosi restauri subiti nel corso dei
secoli ne avevano modificato l’aspetto originario. Si trattava
di una antica dimora di campagna di una quindicina di camere
disposte su tre piani. Dal cortile d’ingresso si potevano ancora
ammirare le due grandi balconate del primo e del secondo piano,
circondate da eleganti balaustre di candido marmo. Ognuna di
queste era sorretta da quattro colonne, anch’esse di marmo
bianco di Carrara. Tutt’intorno era un lussureggiare di piante
di ogni specie, comprese quelle esotiche. Qua e la fontane e
statue allegoriche facevano bella mostra di se, il tutto
all’interno di un grande giardino che circondava la casa a 360
gradi.
Oltre la siepe di cinta, immense distese di terra
ordinatamente coltivata con poche case coloniche e disseminate
di rigogliosi, innumerevoli uliveti.
“Un vero paradiso. –osservò Nora-
“Proprio così. –rispose Ortis- Questo è il
mio rifugio dallo stress e dai rumori e dall’inquinamento della
vita cittadina, sentite che silenzio e che aria pulita? Come
dico sempre, è un luogo incantato”.
Da buon padrone di casa, Ortis, mostrò ai suoi
ospiti i vari ambienti della villa, dei quali aveva mantenuto lo
splendido arredamento originale poi li fece accomodare in un
grande salotto mentre lui armeggiando tra i fornelli si
prodigava per preparare un buon caffé.
“Avevo telefonato ad un mio colono che abita
qui vicino affinché mi mandasse sua moglie per prepararci
qualcosa per colazione ma evidentemente sarà ancora al mercato
per fare la spesa. Per il momento accontentatevi del mio caffé,
non è molto ma in casa non ho altro”.
“I miei complimenti, Ortis. Davvero ottimo
il suo caffè. Ora, però, cosa ne dice di dare un’occhiata alla
famosa soffitta?”
“Impaziente, vero professore? Prego da
questa parte, non voglio tenerla sulle spine
neanche un attimo di più. I tre cominciarono ad
inerpicarsi su di una vecchia scala di legno, probabilmente la
stessa che aveva sostenuto il peso dei suoi proprietari di tre
secoli prima. Molte tavole, infatti, al loro passaggio
cigolavano seccamente.
Finalmente, dopo un centinaio di scomodi scalini
arrivarono ad una antica, pesantis-sima porta. Ortis infilò una
grossa chiave nel lucchetto che si aprì con uno scatto sordo.
Spinse la porta verso l’interno con tutto il peso del corpo
provocandone l’apertura ed un orribile stridio che echeggiò più
volte nel pozzo della scala, quasi da sembrare uno sghignazzo.
Ortis entrò per primo ma non ci fu bisogno di accendere alcuna
luce, il locale era ben illuminato da due file di sei lucernari
per ogni lato spiovente del tetto. Howard e Nora rimasero
impressionati: le antiche strutture in legno erano pressoché
intatte, un intreccio labirintico di travi si intersecava per
tutta l’ampiezza della soffit-ta….complessivamente duecento
duecentocinquanta metri quadrati ad occhio e croce.
“Vi confesso che ogni volta che salgo fin
quassù lo faccio sempre con una certa trepidazione ed una volta
che entro ho sempre la sensazione che qualcuno mi osservi, anche
quando sono sicuro di essere da solo -disse Ortis-
“E’ vero. -dissero quasi in coro i due
ospiti- Anch’io ho avuto la netta sensazione di essere… come
dire…. Spiato……proprio spiato è il termine giusto per definire
la mia sensazione. -soggiunse Howard che rotti gli indugi
cominciò a curiosare in quell’ac-cumulo di vecchie cose
accantonate sistematicamente sui quattro lati-
Unica nemica si rivelò la polvere che regnava
sovrana su ogni cosa. D’un tratto Ortis, fermatosi al centro
della soffitta, nel punto in cui la luce sembrava convergere in
un unico punto esclamò!:
“Eccolo è questo”. Indicando un vecchio
forziere di legno che sembrava essere stato sottratto alle stive
di qualche antico galeone pirata.
“E’ qui che mio figlio trovò il diario, in
questa vecchia cassa”. Così dicendo Ortis afferrò il pesante
coperchio nel tentativo di sollevarlo ma per quanti sforzi
facesse non riuscì ad alzarlo di un solo centimetro.
“Che strano, -disse- mio figlio Giacomo lo
aprì da solo ed è solo un bambino”.
“Uniamo le nostre forze e riproviamo
insieme. –Propose Howard-
Dopo vari tentativi, il forziere era ancora
ermeticamente chiuso. Nora che fino a quell’istante era rimasta
in silenzio ad osservare i due uomini, intervenne
improv-visamente:
“Un attimo, -disse- guardate in questo
punto”. Preso un fazzoletto di carta dalla borsetta, Nora tolse
un po’ di polvere da una placca di ferro posta nella parte
frontale del forziere, rivelando così una stella con due
iniziali incise al suo interno: una F e una H maiuscole.
“Le iniziali di Fiorenza Hortis! –esclamò
Howard stupito-
Nora, intanto, continuava ad armeggiare sullo
stemma, finché non riuscì a farlo ruotare di 90 gradi. Con un
rumore metallico il coperchio si sollevò leggermente lasciando
gli altri due a bocca aperta.
“Ma… come hai fatto a capire il
funzionamento del sistema di bloccaggio? –chiese Howard-
“L’ho intuito quando voi due avete cercato
di forzarlo. Forse, non lo avete notato ma in quel momento lo
stemma ha ruotato leggermente verso sinistra. Evidentemente
eravate talmente concentrati sul coperchio del forziere da non
accorgervi di quel-l’impercettibile movimento.
“E mio figlio? –intervenne Ortis- Non mi
direte che anche lui aveva aveva scoperto come si aprisse!”
“A volte i bambini hanno delle innate,
imprevedibili, risorse. –Rispose Nora-
“Comunque sia, -soggiunse Ortis- pare
proprio che tutti i nostri sforzi non ci abbia-
no condotto a nulla.” Il forziere, una volta
spalancato risultò essere completamente vacuo.
“Vuoto, -disse Howard con una strana luce
negli occhi- vuoto come le tasche di un mendicante…..almeno a
prima vista.”
“Cosa intende dire professore? “ –chiese
Ortis incuriosito da quella sibillina afferma-
zione-
“Vede caro dottore, nel mio mestiere bisogna
sviluppare il senso delle proporzioni ed a mio parere lo
spessore del legno con cui è stato fabbricato questo forziere, è
di circa tre centimetri, tranne che sul fondo, il quale dista
dal pavimento di circa cinque centimetri in più rispetto agli
spessori del perimetro del solido”.
“Stai pensando a un doppio fondo.” -dedusse
Nora-
“Infatti.”
Ortis introdusse le mani ed iniziò ad
ispezionarne il fondo con i polpastrelli.
“Non c’è che polvere, -disse- null’altro che
polvere ma, un attimo, un foro…..un foro perfettamente levigato,
sembra quasi creato apposta per inserirci l’indice della mano.
Provo a vedere se….”.
Un pannello più sottile, infatti, nascondeva un
banale doppio fondo a custodia di un lungo foglio di pergamena
arrotolato su se stesso e privo di qualsiasi iscrizione ma
inspiegabilmente forato in determinati punti.
“cosa vorranno significare? Sembrano quasi
delle schede perforate.” –disse Ortis maneggiandole
cautamente-
“Non c’è la minima traccia di scrittura,
anche se vorremmo supporre che il tempo l’abbia sbiadita tanto
da cancellarla almeno qualche segno sarebbe dovuto rimanere
visibile ma, non ci sono che questi strani fori”
“Mi lasci guardare meglio, -disse Howard che una
volta avuti i fogli tra le mani li osservò lungamente girandoli
e rigirandoli più volte come se cercasse
qualcosa. “Propongo di cercare ancora tra
queste vecchie cose, –soggiunse- ma sono certo che non
troveremo null’altro. Qualcosa mi dice che abbiamo in mano la
chiave del mistero anche se non ne conosciamo l’utilizzo…..per
ora.”
La “profezia” di Howard si rivelò, ben presto,
esatta, oltre a quegli strani fogli di pergamena, infatti,
null’altro fu rinvenuto, nulla per lo meno, che avesse attinenza
con le loro ricerche. Erano già passate da un bel pezzo le
cinque del pomeriggio ed i tre che essendosi concentrati nel
loro intento, avevano trascurato anche il pranzo, saltandolo.
Decisero quindi all’unanime di prendere la via del ritorno, non
prima, però, di essersi dati una ripulita dalla polvere presa in
soffitta.
Arrivati in albergo, una gradita sorpresa per
Howard e Nora: Marco e sua moglie erano appena tornati dal loro
viaggio a Parigi ed erano li, al bar dell’albergo ad attenderli.
Dopo le presentazioni Howard propose:
“Cosa ne dite se stasera cenassimo tutti
insieme?”
“Ottima idea, -rispose Ortis- siete tutti
quanti miei ospiti, tanto più che più tardi mi raggiungerà mia
moglie. Sarà l’occasione buona per presentarvela. Nel frattempo,
con il vostro permesso, io andrei a farmi una doccia calda, non
ci metterò più di una quindicina di minuti. Voi, intanto, perché
non bevete qualcosa?”
“Già, -replicò Howard- credo che il dottor
Ortis abbia ragione, sarà meglio che tu e Silvia prendiate
qualcosa al bar, anche io e Nora sentiamo il bisogno di darci
una ripulita. Ci vediamo qui tra un quarto d’ora.”
“D’accordo, -rispose Marco- ma fa presto,
sai a Parigi, al mercato delle pulci, ho trovato qualcosa che,
sono certo, ti interesserà moltissimo.”
“Di cosa si tratta?”
“Lo saprai dopo, è una sorpresa! Tu intanto
pensa a sbrigarti. Io e Silvia siamo let-
teralmente affamati.”
Poco più tardi le tre coppie prendevano posto al
tavolo della sala ristorante dell’Hotel Byron. Ortis presentò
con malcelato orgoglio la sua bellissima moglie Isabella. Una
donna dai lineamenti tipicamente mediterranei: occhi e
carnagione scuri, capelli ondulati e nerissimi su un volto che
poteva essere paragonato a quello di una statua del
la dea Afrodite.
“Davvero un’ottima cena, dottor Ortis.”
–Affermò Marco- “Ma ora vorrei conoscere gli sviluppi delle
ricerche di Howard, -soggiunse- credo di aver capito che anche
il dottor Ortis e Nora stiano interessandosi a questa faccenda.”
Howard prese la parola ed iniziò cronologicamente
la narrazione delle ultime scoperte cercando di non omettere
alcun particolare.
“Davvero un bel rompicapo.” –esordì
Isabella-
“Già, -rispose Howard- ma sono certo che la
soluzione dell’enigma sia più vicina di quanto non sembri.” A
quel punto Marco prese la borsetta di Silvia e ne estrasse un
rotolo di carta tenuto da un nastrino bianco.
“Ecco, questo è per te.” –disse porgendo
l’oggetto ad Howard-
“Sembrerebbe solo vecchia carta.” –osservò
Howard-
“Aprilo e vedrai!”
Aprendo il rotolo notò al centro della parte
superiore del foglio un simbolo raffigurante una croce con una
rosa nel centro.
“Credo si tratti del simbolo della
rosa-croce. –disse Howard-
Una volta aperto completamente capì subito di
cosa si trattava.
“E’ uno di quei famosi manifesti
rosacrociani che invasero Parigi nell’estate del 1623. Ne
parlavo appunto ieri con Nora. Chissà se si tratta di un
originale o di una semplice riproduzione.
Se è così, devo ammettere che è molto ben
imitato. Ti ringrazio Marco, sei stato davvero molto gentile, lo
farò incorniciare e lo appenderò su una parete nel mio studio a
Londra.
“Dunque, -disse Marco rivolgendosi ad
Howard- facciamo il punto della situazione: tu arrivi a Roma per
questioni di lavoro, ti rechi in una biblioteca pubblica e trovi
per caso notizie su villa Palombara. Ti appassioni al caso e ti
rechi sul posto ma arrivato sul luogo non ti accorgi della rete
metallica di protezione. Scatti delle foto il cui negativo allo
sviluppo risulta bruciato. Ne scatti altre oltrepassando la rete
ed invece di foto normali ottieni delle foto al contrario.
Il Dr. Ortis , nel frattempo ti racconta del
diario che sparisce e delle pergamene del suo antenato. Infine
saltano fuori altre pergamene forate ritrovate nella villa del
Dr. Ortis a Cerveteri. Questi però sono fatti indipendenti l’uno
dall’altro che, mi pare, non ti abbiano portato a nessun
risultato concreto, a nessuna soluzione.”
Intanto Howard mentre ascoltava il discorso
dell’amico, osservava il manifesto regala-togli da Marco. Nora
che gli stava accanto, appoggiò distrattamente il suo tovagliolo
ricamato sul vecchio manifesto. A questo punto accadde qualcosa
che aprì la mente del giovane professore: Alcuni fori del
ricamo, si trovarono in perfetta corrispondenza con alcune
lettere del foglio. Howard lesse le quattro lettere in
successione così come trasparivano dal ricamo del tovagliolo:
“ N-O-I-R. -incredibile disse e guardando
gli amici esclamò esultante- Come ho fat-to a non capirlo prima?
Ecco a cosa serve la pergamena forata! Tutto sta a trovare il
testo giusto ed i fori della pergamena ci daranno il messaggio
che cerchiamo.”
“Vuol dire che i fori della pergamena, una
volta sovrapposta ad un testo specifico, serviranno ad
evidenziare una frase o qualcosa del genere?” –chiese Ortis-
“E’ proprio ciò che penso. –affermò Howard-
Ora, però, devo chiederle di farmi una
fotocopia di quella pergamena, mi servirà per
trovare lo scritto che cela la frase segreta.”
“Non sarà facile individuarlo. –Disse Nora-
“Come trovare il famoso ago nel pagliaio.
–rispose Isabella-
“Non sarà facile, è vero. –ammise Marco- Ma
almeno, il primo passo è fatto e questo
grazie al mio manifesto.”
“Ho capito. - disse Howard- Vuoi la tua
parte di gloria, mi sembra giusto. Non temere, se mai riusciremo
a far luce su questo mistero un po’ di merito andrà anche a te e
a Silvia naturalmente poiché anche il suo libro ha contribuito
allo svolgimento delle ricerche. Ma riserviamo i riconoscimenti
al momento in cui l’enigma sarà risolto.”
Nei giorni che seguirono Howard si dedicò quasi
completamente alla consultazione di testi nelle varie
biblioteche ed alla stesura del suo articolo didattico. Nora, in
questi casi era per lui una collaboratrice insostituibile. Ormai
le feste di Natale erano alle porte ed il calore della sua
atmosfera invadeva ogni strada della città eterna: lo scintillio
delle vetrine, gli abeti ovunque addobbati ed il suono delle
cornamuse allietavano quella marea di persone che nel primo
pomeriggio invadevano i grandi centri assalendo negozi e
bancarelle alla ricerca di un regalo.
Erano trascorsi diversi giorni dalla cena con gli
Ortis, e da quella sera Howard, a causa dei suoi impegni di
lavoro non aveva trovato il tempo per rivedere il suo amico
Marco che, in quel periodo si trovava, anch’egli oberato di
lavoro. Nonostante ciò erano riusciti a sentirsi telefonicamente
almeno un paio di volte. In quanto ad Ortis, lo aveva incontrato
in albergo indaffaratissimo nell’organizzare le sue aziende di
ristorazione e l’albergo per le feste natalizie.
“Mi raccomando professore, -gli disse- non
prenda impregni per le feste di Natale, lei e sua moglie sarete
miei ospiti, anzi, estenda l’invito anche al Dr. Nobili e alla
signora Silvia. Festeggeremo tutti insieme qui in albergo.”
“Ma… veramente….” –rispose Howard-
Ma Ortis non accettò obiezioni di sorta.
“Non dica nulla. –disse- non si accettano
rifiuti”
Era il 20 dicembre ed Howard aveva finalmente
terminato il lavoro didattico per il quale si trovava a Roma.
Ormai il suo viaggio in Italia stava per volgere al termine, il
suo rientro in Inghilterra era previsto per la fine della prima
settimana del nuovo anno, aveva pochissimo tempo per risolvere
l’enigma della porta alchemica. Bisognava rimboccarsi le maniche
e riprendere le indagini. Quel pomeriggio Nora era uscita con
Silvia per fare un po’ di shopping ed Howard non avendo
compagnia ne approfittò per fare una passeggiata a piedi, alla
ricerca di qualche regalo per sua moglie e per i suoi amici. La
passeggiata fu piacevolissima e rilassante ma faceva molto
freddo, mentre tornava in albergo, infatti, cominciavano a
cadere i primi fiocchi di neve. Salì in camera carico di pacchi
adorni di nastri colorati e di allegre coccarde, Nora non era
ancora rientrata. Si tolse il soprabito e si versò un whisky poi
prese la fotocopia della pergamena forata avuta da Ortis e con
una forbicina cominciò ad eliminare le parti scure che
nell’originale corrispondevano ai fori, facendo molta attenzione
che il taglio non sbordasse. Intanto pensava a dove potesse
trovarsi la frase segreta. Gli vennero subito in mente le foto
scattate alla porta alchemica, forse era lì che si trovava il
messaggio. Le prese dalla borsa e cominciò a provare a
sovrapporre la copia forata della pergamena, ma per quante prove
facesse sembrava non ottenere alcun risultato. In quello stesso
istante bussarono alla porta. Probabilmente era Nora di ritorno
dallo shopping. –pensò-
Non si era sbagliato, infatti anche lei rientrava
con le mani occupate da buste e pacchetti.
“Buonasera cara. –disse Howard- Sembrerebbe
che tu abbia svaligiato un intero negozio.”
“Ho comperato qualcosa per me e qualche
regalo per i nostri amici. Considerando che dovremo passare le
feste insieme mi sembra il minimo che potessi fare. A proposito
ho informato Silvia dell’invito del dottor Ortis ed ha accettato
subito, era vera
mente felice di questa notizia.”
“Molto bene! –rispose Howard- Ora cosa ne
diresti di scendere per la cena?”
Durante la cena il discorso cadde sulle indagini
momentaneamente sospese.
“No, -disse Howard- non ho assolutamente
intenzione di abbandonare le mie ricerche sul mistero degli
Hortis. Purtroppo abbiamo ben poco tempo per trovare la chiave
dell’enigma e, devo dire, che siamo ancora in alto mare. Poco fa
ho provato a sovrapporre il foglio forato sulle foto della porta
ma non vi è alcuna corresponsione.”
“Hai provato a girare il foglio, oppure a
capovolgerlo?”
“Ma certo, ho provato tutte le combinazioni
possibili ed ora sono certo che dobbiamo cercare altrove…… ma
dove?”
“Andiamo per gradi. –riprese Nora
concentrandosi- Escludendo le frasi incise sulla porta e dando
per scontato che esiste un messaggio segreto, cos’altro abbiamo
tra le mani che potrebbe rivelarcelo?”
“Nient’altro. –rispose Howard con amarezza-
Già non ho altro che quelle inutili foto…. ma….. Ascolta
–soggiunse eccitato come se all’improvviso qualcosa avesse
illuminato la sua mente- Io non ho altro ma Ortis si, egli
possiede le pergamene scritte da Sigismondo Hortis.”
“Potrebbe rivelarsi un’altra falsa pista,
-disse Nora- ma non possiamo tralasciarla.”
Senza pensarci oltre Howard chiamò il cameriere
chiedendo del dr. Ortis.
“Mi spiace, professore, -rispose Pietro- ma
il titolare in questo periodo è indaffaratissimo, l’ho veduto
stamani di sfuggita. Sa in questi giorni c’è tanto da fare sia
qui in albergo che nei ristoranti.”
“Mi faccia un gentilezza, Pietro, non appena
lo vede gli dica che ho una cosa molto importante da
comunicargli. Non se ne dimentichi per favore.”
“Non si preoccupi. –rispose- Non me ne
scorderò.”
Ma il buon Pietro non ebbe il tempo di
scordarsene, Ortis, lupus in fabula, apparve nella sala
ristorante. Pietro gli si avvicinò bisbigliandogli qualcosa
all’orecchio, quindi Ortis si diresse spedito in direzione del
tavolo di Howard.
“Ben trovato professore, –disse- so che
voleva parlarmi, mi dica pure, spero di poter esserle utile.”
“Sono certo di si. –rispose Howard- Vede
caro Ortis, ancora una volta ho bisogno del suo aiuto per le mie
ricerche. Stavolta dovrebbe farmi avere, se fosse possibile, una
copia degli scritti di Sigismondo Hortis, forse…….”
“Non mi dica altro, -disse Ortis
interrompendolo- le avrà in pochi minuti ma a due condizioni: la
prima è che le custodisca con la massima cura e la seconda, che
le bruci una volta che non le serviranno più. Inutile ripeterle
che appena vi saranno degli sviluppi significativi, gradirei che
lei mi tenesse informato.”
Quindici minuti dopo, mentre Howard e Nora erano
arrivati all’amaro, Pietro si fermò al loro tavolo con una
busta gialla da lettera ben chiusa che consegnò nelle mani di
Howard. Sulla stessa era scritto in bella grafia: “ RISERVATA
PERSONALE per il Profes-sor Howard Breadley – S.P.M.- Saliti in
camera i due non seppero aspettare oltre ed aperta la busta ne
estrassero le preziose copie. Erano perfette, molto chiare e
della stessa dimensione degli originali. Iniziarono subito a
sovrapporre la famosa copia forata su una delle copie appena
ricevute da Ortis e, dopo un paio di tentativi, poterono
rendersi conto di essere sulla buona strada. Dalle caselle vuote
emerse una prima frase che, però, sembrava non avere alcun
significato comprensibile: IN AMOR PER DONARE IN TRE CENTO
TRENTA ID FU ERETTA.
“Credo sia solo una parte del messaggio,
sicuramente il seguito o l’inizio si trova sull’altro foglio.
–decretò Howard- Coraggio prendilo.”
Bastò, infatti capovolgere il foglio forato
sovrapponendolo sull’altra pergamena per far
apparire l’altra parte del messaggio: BENCHE’
ORIENTALE AD OCCIDENTE ELLA NASCONDE.
“Ancora più sibillina dell’altra.” –esclamò
Nora-
“Non amo le citazioni, -affermò Howard- ma
credo che Emerson avesse proprio ragione nell’asserire che ogni
cosa è un enigma, persino la chiave dell’enigma è essa stessa un
enigma. Comunque sia –soggiunse- abbiamo finalmente qualcosa di
concreto su cui studiare, guarda l’inizio della frase, “In amor
per donare in tre cento trenta id fu eretta” a differenza della
seconda parte non sembra avere un senso compiuto. Inoltre, pur
essendo scritta interamente in italiano contiene il pronome id
che in latino significa questo o questa ma i numeri tre cento
trenta cosa stanno a significare? Potrebbero riferirsi al numero
330 ma anche in questo caso non ha senso. Mi pare che non dia
alcuna indicazione di cosa cercare ne dove.”
“Hai detto dove cercare, ebbene tutti sanno
che Roma letta al contrario diventa amor, se così fosse sapremmo
per lo meno che è questo il luogo dove cercare.” –disse Nora-
“Può darsi che tu abbia ragione anche se
l’indicazione sarebbe fin troppo generica. Roma è talmente
grande…….. a meno che all’interno della frase non vi siano altre
parole anagrammate.
Infatti, se la tua supposizione è giusta, credo
che la frase parli di qualcosa che fu costruito in Roma,
qualcosa che ricorderebbe l’oriente a quanto pare. Forse un
edificio, forse una statua o addirittura un monumento.”
“Che ne pensi se rimandassimo tutto a
domattina. –disse Nora- Quando si è stanchi il cervello lavora
al cinquanta percento delle sue reali potenzialità.”
Erano quasi le tre del mattino ed Howard convenne
che forse era preferibile andare a dormire.
A mente fresca, forse, sarebbe sembrato tutto più
semplice.
Erano appena le nove del mattino quando lo
squillare del telefono li svegliò. Howard si alzò sbadigliando
ed alzò il ricevitore:
“Pronto. ….Ah è lei Carlo, mi dica……Una
comunicazione per mia moglie? la signora Silvia Nobili? Va
bene me la passi pure. E’ per te. -disse a Nora passandole la
cornetta-”
Le due donne si prolungarono per almeno una
decina di minuti, infine Nora riagganciò.
“Sai, -disse- Silvia deve fare le ultime
compere per Natale e mi ha pregato di farle compagnia. Non ho
saputo dirle di no, d’altra parte ci vediamo così di rado.”
“Non preoccuparti, hai fatto benissimo, per
di più che oggi non farò altro che delle noiosissime
consultazioni alle varie biblioteche di Roma nella speranza di
trovare qualcosa di interessante.
Dopo aver fatto colazione, la coppia inglese,
uscita dal Byron, fermò un taxi al volo. Arrivati all’abitazione
di Marco, Howard salutò Nora, che scendendo dall’auto ribadì:
“Ci vediamo stasera alle nove alla taverna
del Buttero ci sarà anche Marco.”
Howard proseguì in auto diretto alla biblioteca
Vittorio Emanuele.
Puntuale come sempre Howard raggiunse il
quartiere di Trastevere, erano le 20,50. Fece poche decine di
metri a piedi ed arrivò alla Taverna. Il buttero era
all’ingresso dell’osteria con le braccia incrociate sul petto,
aveva tutta l’aria di non aver molto da fare, sembrava quasi
aspettare qualcuno. Nonostante il freddo indossava solo un
vecchio maglione giro collo. Quando Howard gli fu abbastanza
vicino, lo saluto con tono cordiale:
“Salve professor Breadley, il vostro tavolo
è già apparecchiato ma dei suoi amici non si è visto ancora
nessuno, lei è il primo ad arrivare.”
“Buonasera, -rispose Howard infreddolito- le
dispiace se continuiamo a parlare al
coperto, sa stasera fa più freddo del solito. Mi
stavo domandando come fa a resistere avendo indosso solo quel
pullover”.
“Non soffro il freddo -disse- e non
dovrebbe soffrirlo neanche lei che essendo inglese dovrebbe
essere abituato a ben altro clima.”
“E’ vero, -rispose- ma ogni volta che vengo
qui in Italia penso sempre di trovare una temperatura mite e
così evito di portare capi troppo pesanti, così finisco sempre
col dover comprare qualche cosa di più caldo da indossare.”
“Capisco, -rispose- si accomodi allora, si
metta a sedere lì, le porterò un bel bicchiere di vino cotto
fumante. Vedrà tra qualche istante sentirà il bisogno di
togliersi anche la giacca.”
“Howard si sedette ed in attesa del vino
prese la sua borsa ed estrasse il blocco con gli appunti presi
in biblioteca. Aveva ricercato ed annotato alcune tra le più
importanti costruzioni di stile orientale esistenti a Roma: Un
obelisco egiziano sorgeva in Piazza del Popolo, un altro in
Piazza della Rotonda, uno nel viale delle terme di Diocleziano,
uno a Piazza Montecitorio ed altri ancora in Piazza della
Minerva, in Piazza S. Pietro, in Piazza Navona ed in Piazza del
Quirinale. Poi estrasse una cartellina verde con su scritto: “LA
PORTA ALCHEMICA”, da questa tirò fuori un foglio sul quale
era scritta la frase nascosta: IN AMOR PER DONARE IN TRE CENTO
TRENTA ID FU ERETTA. BENCHE’ ORIENTALE AD OCCIDENTE ELLA
NASCONDE. La rilesse alcune volte e si convinse che gli
obelischi di Roma non potevano avere alcuna affinità con il
mistero degli Hortis. Infatti, la frase parlava di un qualcosa
che fu eretto in Roma, mentre gli obelischi erano di autentica
fattura egizia ed importati nella capitale italiana solo
successivamente alla loro costruzione. Si convinse che bisognava
dirigere le ricerche su qualcosa di orientaleggiante ma che
fosse stato costruito proprio a Roma. Assorto nei suoi
ragionamenti non si avvide che il buttero era lì davanti che
aspettava. Howard si affrettò a mettere via tutte le sue carte
che avevano invaso l’intero tavolo, tanto da non lasciare
neanche lo spazio per il vassoio che l’uomo continuava tenere
tra le mani.
“Mi scusi, non l’avevo vista arrivare –disse
Howard- poggi pure qui.”
Intanto il buttero aveva avuto modo di notare
l’etichetta della cartellina e con tono inquisitorio disse:
“Non mi dica che sta continuando ad indagare
sulla leggenda della porta magica? Spero solo che non le capiti
qualcosa di spiacevole. C’è qualcosa di malefico tra quelle
vecchie mura cadenti.”
“Non capisco perché dovrebbe capitarmi
qualcosa di brutto. –lo apostrofò Howard-
“Vede professore, lei mi dirà che sono solo
coincidenze ma si da il caso che qualche anno fa un mio cliente
si appassionò a quella leggenda e, così come sta facendo lei,
iniziò a svolgere delle ricerche convinto che sarebbe riuscito a
svelare chissà quale segreto. Era uno studente venuto a Roma
dall’alta Italia e stava per laurearsi in architet-tura. Veniva
spesso a mangiare qui e sovente scambiavamo quattro chiacchiere
insie-me. Un bel giorno mi disse che era sulla buona strada per
arrivare alla soluzione del mistero. Era un bravo ragazzo, molto
aitante, sempre allegro e circondato da belle ragazze. Rimasi
letteralmente sconvolto quando due giorni dopo appresi della sua
morte dai giornali. Era annegato nel Tevere, si parlava di
suicidio ma io non ci ho mai creduto.”
“E’ una storia triste –osservò Howard- e può
anche darsi che lei abbia ragione a non credere ad un suicidio,
potrebbe trattarsi semplicemente di un banalissimo incidente ma
non vedo come la sua morte possa essere, in qualche modo,
collegata alle sue presunte scoperte.”
Il buttero non fece alcun commento, disse
semplicemente:
home
![]()
Doppio intrigo per Norman
Parker
lirica tenuto ieri al Royal Opera House. La famosa soprano francese Yvette
Bourgueis aveva concluso brillantemente la prima parte della sua esibizione
e si accingeva a ringraziare il pubblico per la moltitudine di omaggi
floreali che continuavano a giungere sul palco accompagnati da calorosi
applausi. La vedette aveva attirato, nel famoso teatro della zona di Covent
Garden, un enorme numero di spettatori che aveva fatto registrare il tutto
esaurito. L’intervento degli uomini della polizia è stato tempestivo ma non
è riuscito a stabilire la causa di una morte tanto improvvisa quanto
inaspettata.
Tutto farebbe pensare ad una paralisi cardiaca ma coloro che la conoscevano
escludono l’ipotesi in quanto la donna era sanissima sotto questo aspetto;
qualcuno, invece, ipotizza che potrebbe trattarsi di omicidio ma non è
stata ritrovata alcuna traccia utile ad avvalorare tale tesi. Sul corpo
della sventurata non è stata rinvenuta alcuna ferita ne altri segni che
possano indurre a pensare ad un omicidio. Il cadavere, pertanto è stato
affidato all’esame del Coroner da cui si attende un responso definitivo.
Pertanto tutto sembra coperto dal massimo riserbo mentre il caso si avvolge
in una coltre di mistero. Secondo voci non ufficiali, le indagini del caso
sarebbero state affidate all’ispettore Norman Parker della sezione omicidi
di Scotland Yard, noto per aver già risolto brillantemente altri complicati
casi avvenuti nella nostra città .
Così si leggeva alle prime pagine del Times e del Daily News usciti la
mattina di…
lunedì 21 febbraio 1937.
Era una mattina talmente grigia ed uggiosa che sembrava scoraggiare la gente
dall’uscire dalle proprie case. La neve accumulatasi nei giorni precedenti
si stava sciogliendo a causa di una pioggia frustante che, contro ogni
possibile previsione, aveva preso il posto dei candidi fiocchi creando sul
selciato una fanghiglia gelida ed insidiosa. I passi di Norman Parker
risuonavano gracidanti nella strada deserta. Il suo sguardo di rivolse al
terzo piano dell’imponente edificio della storica sede di Scotland Yard; la
finestra del suo ufficio era già illuminata.
“Complimenti Norman, -disse il detective Gordon- il tuo nome è su tutti
i giornali di Londra.”
“Già. -rispose- Vorrei solo sapere chi ha messo in giro questa notizia.
Quel caso non è stato affidato a me!”
“Ne sei proprio certo? Se fossi in te guarderei sulla tua scrivania. Se
non sbaglio dovrebbe esserci una comunicazione scritta che arriva
direttamente dal gran capo. Ieri sera, quando è accaduto il fatto, ti
abbiamo cercato ovunque ma tu eri letteralmente sparito. Sembra quasi che
diventi invisibile quando non sei in servizio. Ma dov’eri?”
Norman lesse il biglietto dell’ispettore capo Dawson, sul suo viso apparve
un sorrisetto ironico.
“E’ vero, -disse- pare proprio che il caso sia di mia pertinenza. Mi
chiedevi dov’ero? Ero a cena con mia moglie in un ristorante di Covent
Garden, nei pressi del Royal Opera. Purtroppo la notizia della disgrazia mi
è giunta troppo tardi. Quando sono arrivato sul luogo voi eravate già andati
via ed il corpo era già stato prelevato dal Coroner. A quel punto non mi
restava che dare un’occhiata in giro e ritornarmene a casa, tanto più che
non ero in servizio né tanto meno sapevo che quel caso venisse affidato a
me. Ma ora che lo sappiamo, ci conviene metterci subito al lavoro.”
“Perché parli al plurale?” –domandò Gordon-
“Perché sembra proprio che in questa indagine saremo costretti a
lavorare in coppia. Sei stato scelto come mio aiutante e devo ammettere che,
se fosse dipeso da me, avrei fatto la stessa scelta.”
“Anche per me è un vero piacere Parker, come intendi procedere?”
“Per prima cosa bisognerà conoscere i risultati dell’autopsia poi
interrogare ogni componente dell’orchestra, cominceremo dal direttore. Tu,
strada facendo mi racconterai dettagliatamente ciò che hai visto ieri sera
quando arrivasti sulla scena del presunto delitto.”
“Quel che mi ha colpito immediatamente, -raccontò Gordon- è stato il
suo profumo, era molto dolce ma così penetrante da dar fastidio. Aveva
ancora tra le mani un bellissimo fascio di fiori, ma tranne questo non c’era
nulla di strano, l’ipotesi di un omicidio mi sembra assolutamente da
scartare. Non riuscirei neanche ad immaginare quale arma potrebbe aver usato
l’assassino. Un’arma da fuoco sembrerebbe da escludere poiché a detta dei
presenti non si sentì alcuno sparo ne altro rumore simile. D’altronde il
corpo della vittima non presenta alcun foro da arma da fuoco”
“Non è detto. –rispose Parker- Immagina un revolver di piccolo calibro
usato durante l’esecuzione di un brano musicale in un grande teatro come il
Royal Opera, nel momento in cui viene dato un colpo di gong, ad esempio, i
due suoni si fonderebbero insieme e probabilmente lo sparo si sentirebbe ben
poco. Naturalmente questo non è il nostro caso. L’altra ipotesi è quella di
escludere qualsiasi arma da fuoco, come dicevi poc’anzi. Ma ciò ci
porterebbe a pensare ad armi inusuali per il nostro tempo come balestre,
archi, frecce, fionde, lance e cerbottane, ma questa ipotesi mi sembra
piuttosto remota anche se non è da escludere completamente. Almeno per ora
.”
“Ecco quella che potrebbe essere la causa della morte. –disse il medico
legale- Una piccolissima puntura, quella di un’ape, infatti all’interno
della puntura abbiamo trovato il suo pungiglione. Come saprete si tratta di
un veleno che solitamente non è letale per l’uomo, fatta eccezione per chi
ne sia particolarmente allergico. In tal caso potrebbe provocare uno shock
anafilattico.”
“In quanto tempo sopraggiunge la morte dopo essere stati punti?”
–chiese Parker-
“Non è facile stabilirlo. –rispose- Solitamente il veleno prodotto
dalle api, nell’uomo si limita a provocare un banale dolore accompagnato da
gonfiore e solo in casi rari provoca la morte; si tratta di soggetti
allergici ipersensibili alla tossina. Diciamo che in linea di massima la
morte sopraggiunge entro un paio d’ore, se non si è intervenuti con un
farmaco appropriato, anche se i tempi di assimilazione del veleno possono
variare ampiamente da soggetto a soggetto. L’insetto, invece perde il
pungiglione e muore quasi subito dopo.”
“Piuttosto singolare perdere la vita in questo modo, –soggiunse Parker-
considerando che due ore prima del decesso la donna era ancora sul
palcoscenico o forse nel suo camerino. Consideriamo anche che siamo in una
grande città dove la presenza di questi insetti è rarissima, specialmente in
pieno inverno . Che morte assurda, per quanto si possa lavorare di fantasia,
non riesco a capire come sia potuto accadere. Mio caro Gordon, credo che tu
debba cominciare ad indagare sulla vita privata della vittima. Io, nel
frattempo comincerò ad interrogare i componenti dell’orchestra. E’ un
incidente troppo banale per essere una semplice fatalità Ci vediamo
domattina in ufficio.”
Parker si recò immediatamente al Royal Opera e dopo aver presentato il suo
distintivo al direttore artistico chiese un elenco di tutti coloro che
facevano parte dell’orchestra poi gli domandò se la sera dell’omicidio
avesse notato qualcosa di strano.
“Assolutamente nulla. –rispose- Vede ispettore i nostri spettacoli
vengono provati e riprovati fino a sfiorare la perfezione, per cui
difficilmente può accadere qualcosa di anomalo.”
“Capisco ma mi scusi se insisto, non ricorda, per caso, di aver notato
del nervosismo, della tensione in qualcuno dei musicisti o degli altri
addetti?”
“No, non mi pare. D’altra parte si tratta di decine di persone e,
sebbene siano quasi tutti dei veterani, la sera di una prima importante c’è
sempre un po’ di emozione e quella sera c’era anche un po’ di tensione
poiché il maestro Hunter era arrivato in teatro con un ora di ritardo e
quindi le ultime prove che ritualmente si fanno prima di uno spettacolo
importante dovettero essere ridotte all’essenziale. Tranne questo
particolare, -concluse- non ho notato proprio nulla di strano.”
Dopo essersi congedato, Parker si fece accompagnare nel camerino della
cantante nella speranza di trovare una traccia, un indizio. A prima vista
sembrava essere tutto in ordine ciononostante elencò scrupolosamente tutto
ciò che aveva trovato, una volta chiusa la porta del camerino estrasse la
chiave e se la mise in tasca.
“Temo che dovrete fare a meno di questo camerino. L’accesso, per ora,
sarà limitato ai soli agenti di polizia.
Uscì dal teatro dirigendosi verso l’abitazione del direttore d’orchestra.
Arrivato davanti al custode gli chiese:
“Abita qui il signor Hunter?”
“Certo signore, terzo piano interno dieci.”
“E’ da molto tempo che vive qui?” –soggiunse-
“Se intende il maestro sono circa tre anni.” –rispose il custode- Io
abito qui da quasi quarant’anni, il che significa più della metà di tutta la
mia esistenza.”
“Lei lo conosce bene… il maestro?”
“Ma perché mi fa tutte queste domande? non sarà mica della polizia? non
starà indagando sull’omicidio di quella cantante per caso?”
Annuendo Parker mostrò le sue credenziali quindi pregò il suo interlocutore
di rispondere alla sua
domanda. L’uomo ebbe un attimo di esitazione poi, dopo aver guardato
attentamente il distintivo di Parker , si decise a parlare:
“Non posso certo dire di conoscerlo bene. Il maestro non è un tipo
molto loquace, se incontra qualcuno per la strada, saluta a testa bassa e
cammina oltre. Posso affermare con certezza di non averlo mai visto in
compagnia di alcuno e nessuno mai è venuto a fargli visita. Da tre anni esce
e rincasa sempre alla stessa ora. Nel nostro condominio non riscuote le
simpatie di nessuno ma nello stesso tempo mai nessuno ha avuto modo di
lamentarsi di lui. Io dal mio canto ho cercato varie volte di scambiare
quattro chiacchiere ma non c’è stato verso di intavolare un discorso. Dice
sempre di essere molto occupato, saluta frettolosamente e sparisce su per le
scale.”
Improvvisamente il custode cambiò letteralmente espressione, portando la
mano destra alla fronte come se avesse ricordato qualcosa di molto
importante.
“Mi perdoni ispettore, -disse- temo di aver detto un’imperdonabile
inesattezza affermando che non ha ricevuto mai visite ma le giuro che mi era
completamente sparito dalla memoria, tutta colpa della mia veneranda età,
ormai sono prossimo ai novanta ma sono ancora attivo, mi creda. Come le
dicevo qualcuno è venuto a fargli visita proprio ieri pomeriggio.”
“Suppongo che non avesse mai visto prima quell’uomo.” -disse Parker-
“Mai visto prima, -rispose- ma se devo essere sincero dovrei dire non
averlo visto ne prima ne durante ne dopo.”
“Cosa vuol dire.” –chiese Parker-
“Vuol dire che quell’uomo aveva il volto coperto fin sopra il naso da
una lunga sciarpa di seta bianca, indossava una bombetta nera e piccoli
occhiali fumè, del suo volto non si poteva vedere assolutamente nulla.”
“Non ricorda nessun particolare, qualcosa di insolito, nel suo
atteggiamento, o nella voce?”
-chiese Parker-
“Ora che mi ci fa pensare aveva una voce strana, molto bassa. Quando
gli ho chiesto dove andasse mi ha risposto semplicemente Hunter. Quando poi
è andato via, nel dirmi buonasera, ho avuto l’impressione che fosse
addirittura rauco. ”
“Ricorda che ora era e quanto tempo si trattenne dal maestro Hunter?”
“Non doveva essere più tardi delle diciassette, il sole era tramontato
da poco. L’uomo non si trattenne molto, mezz’ora, forse tre quarti d’ora.
Ricordo di averlo visto andar via, passò davanti alla mia guardiola a testa
bassa, mi salutò senza neanche rivolgermi uno sguardo.”
“La ringrazio, -disse Parker- mi è stato di grande utilità. Ora vorrei
fare quattro chiacchiere con il maestro, non sa dirmi se è in casa?
“Veramente sono almeno un paio di giorni che non lo vedo uscire ma non
me ne meraviglio, non è la prima volta che si chiude in casa senza uscire
per giorni e giorni. Una volta, preoccupato, andai a bussare alla sua porta
chiedendogli se stesse bene e se avesse bisogno di qualcosa. Per tutta
risposta mi disse che non erano affari miei e che non aveva bisogno di
nulla. Ora ho imparato la lezione e anche quando per qualche giorno non lo
vedo uscire di casa mi astengo dal salire a domandargli il perché.”
“La capisco. –rispose Parker- Terzo piano interno dieci –soggiunse-
non è vero?
“Esattamente. –rispose il custode- Dovrà salire a piedi l’ascensore è
guasto.”
L’ispettore si incamminò su per le scale di marmo grigio. In quei giorni
aveva piovuto a dirotto ed i gradini erano sporchi di fango proveniente
dalla strada, trasportato dalle scarpe degli abitanti del palazzo ma
arrivato al pianerottolo del terzo piano le impronte di fango si
interrompevano.
“Strano saranno state pulite da poco.” –pensò-
Quando arrivò alla porta del maestro, Parker bussò più volte al campanello
ma non vi fu alcuna risposta. Aspettò ancora qualche minuto poi iniziò a
battere energicamente con la mano ma il risultato non cambiò. Prima di andar
via l’ispettore diede un’occhiata alle scale che proseguivano per il quarto
piano: fango anche lì. Ritornato al cospetto del custode gli chiese se era
veramente sicuro di non averlo visto da un paio di giorni. Il custode
affermò che l’ultima volta che lo aveva visto fu poco prima della visita del
misterioso personaggio dagli occhiali scuri.
“Era rientrato da poco quando ebbe la visita di quell’uomo.”
“E da allora non è più uscito di casa?” –chiese Parker-
“Proprio così. Vede ispettore, non lasciamo mai la guardiola
incustodita. Quando devo allontanarmi c’è sempre mia moglie a sostituirmi.
Le assicuro che nessuno potrebbe passare di qui senza essere notato.”
“Devo smentirla, purtroppo. -Affermò Parker- Il maestro Hunter, ieri
sera si trovava al Royal Opera a dirigere l’orchestra per l’apertura della
stagione lirica, durante la quale è stata uccisa la cantante Yvette
Bourgueis. A questo punto viene spontaneo pensare che lei o sua moglie non
abbiate notato Hunter che usciva per recarsi a teatro, non le pare?”
“E’ vero, -disse- come avrò fatto a non pensarci prima. Hunter, ieri
sera, doveva dirigere l’orchestra e l’ha fatto a quanto pare ma di qui non è
uscito, potrei metterci la mano sul fuoco.
La pioggia non aveva dato che brevi, sporadiche tregue ma il freddo non
accennava a mitigarsi. C’era da chiedersi come mai non nevicasse. Ovunque si
respirava l’odore forte ed acre del fumo dei ceppi ardenti dei camini
accesi, un fumo nero che sembrava tingere ogni cosa. Unici punti bianchi i
lampioni ancora accesi in quel paesaggio irreale, tenebroso, del tutto
simile ad un vecchio disegno a china o a carbone.
Martedì 22 febbraio ore 7,45.
Gordon metteva al corrente Parker dei primi risultati delle sue indagini
sulla vittima:
“Yvette Bourgueis era nata a Parigi trentacinque anni prima, da madre
francese e padre londinese. Si trasferì a Londra all’età di quindici anni
quando suo padre dovette tornare in patria per motivi di lavoro. A
venticinque anni era già una cantante di grande successo, richiesta dalle
maggiori orchestre d’Europa. Era continuamente in viaggio ma risiedeva
stabilmente a Londra nella casa dei genitori ancora viventi. La cosa strana
è che, sebbene fosse una donna indubbiamente affascinante, non era sposata
ne, pare, avesse alcuna relazione.
“Non è molto ma meglio di niente. -rispose l’ispettore- Purtroppo tra
le tue indagini e le mie possiamo dire, senza ombra di dubbio, di essere in
alto mare. C’è qualcosa, però che mi lascia perplesso ed è la sicurezza del
custode nell’affermare che Hunter non si era mosso di casa da almeno due
giorni.”
“Ma di cosa stai parlando?”
“Un attimo di pazienza e lo saprai.”
“Capisci, Gordon? –disse Parker alla fine del suo racconto” Il custode
asserisce di essere certo che Hunter non sia uscito di casa pur sapendo
benissimo che la sera del giorno 20 il maestro dirigeva l’orchestra al
Royal Opera. Vedi –soggiunse- quell’uomo sa perfettamente che la sua
affermazione è in netta contraddizione con i fatti ma lungi da lui l’idea
che Hunter sia potuto uscire di casa senza che lui l’abbia visto.”
“Tu cosa ne pensi?” –chiese Gordon-
“Non oso pronunciarmi, almeno per ora. Piuttosto, c’è un particolare
che forse può sembrare insignificante ma che continua a tormentarmi: il
pavimento del pianerottolo del terzo piano del palazzo in cui vive Hunter
era perfettamente pulito, mentre l’ingresso ed i primi due piani erano piene
di impronte di scarpe bagnate, così come le scale che proseguivano verso il
quarto.”
“Può darsi che Hunter fosse un maniaco della pulizia ed avendo notato
che fuori dal suo appartamento si era formato del fango si fosse preoccupato
di ripulirlo, senza contare che aspettava una visita e che forse l’uomo in
nero era una persona di riguardo con la quale, forse, aveva interesse a fare
una buona impressione.”
“Non credo, amico mio. Per due buoni motivi: per prima cosa, se il
pavimento fosse stato pulito prima dell’arrivo dello sconosciuto, avremmo
dovuto trovare almeno le sue impronte. Perciò deduco che la pulizia sia
stata fatta dopo la visita dell’uomo in nero. Per seconda, Hunter non
aspettava alcuna visita, un tipo puntuale e metodico come lui non avrebbe
dato un appuntamento un’ora prima delle prove generali, con il rischio di
arrivare tardi a teatro come poi si è verificato. Comunque sia la prima cosa
da fare è quella di procurarci immediatamente un mandato di perquisizione
onde poter penetrare nell’appartamento di Hunter, forse in quella casa
potremo scoprire qualcosa in più.”
Un’ora dopo i due varcavano la soglia del grande portone e avvicinatosi alla
guardiola, Parker scorse il pallido viso dell’anziano custode i cui
occhietti neri e vispi scintillavano al di sotto di due folte e candide
sopracciglia.
“Buongiorno ispettore. –disse- Qual buon vento?”
“Le presento il tenente Gordon, è il collega che mi sta affiancando
nelle indagini del caso Bourgueis. Siamo qui con un mandato di
perquisizione, dovremmo dare un’occhiata all’apparta-mento di Hunter, sempre
che in questo frattempo non si sia fatto vivo.”
“No, ispettore di lui non si è vista nemmeno l’ombra.”
“Bene, -replicò Parker- se permette andiamo a fare un sopralluogo. Può
salire anche lei se vuole.”
“Preferisco di no. –rispose- L’ascensore è ancora fuori uso ed alla mia
età tre piani di scale sono faticosi da salire.”
“A quanto ho capito lei sale solo con l’ascensore. Non è lei, quindi
che si occupa delle pulizie giornaliere!”
“No! Infatti. Sono già diversi anni che, sia io che mia moglie, non ce
ne occupiamo più. E’ un ragazzo ad occuparsene per conto nostro ed a nostre
spese. Viene ogni giorno al mattino presto, prima che gli inquilini escano
per le loro faccende.”
Arrivati al terzo piano Parker e Gordon bussarono vigorosamente alla porta
dell’interno dieci ma come già si aspettavano nessuno rispose. Gordon
estrasse dalla tasca del paletot un astuccio con numerosi chiavistelli e
cominciò ad armeggiare sapientemente nella serratura. In men che non si dica
furono all’interno dell’appartamento. I due entrarono lentamente
guardandosi bene dal toccare qualunque cosa Le tende delle finestre erano
completamente chiuse e la luce fioca del pianerottolo entrando dalla porta
lasciata aperta non riusciva ad illuminare sufficientemente l’ambiente,
bisognava aprirle. Copiosamente la pioggia di un improvviso temporale arrivò
inaspettata sui vetri delle finestre conferendo all’ambiente un aspetto
ancora più austero, quasi lugubre.
“Allegra come casa vero?” –osservò Gordon-
“Già. –rispose Parker- Come tutti gli artisti deve essere un tipo
piuttosto trascurato almeno a giudicare dalla polvere e dal disordine. Come
vedi ciò smentisce che Hunter potesse essere un maniaco per la pulizia, come
tu avevi supposto. Che senso avrebbe avuto preoccuparsi della pulizia del
pianerottolo quando la casa era sporca ed in disordine?”
In camera da letto tutto era rimasto come il maestro l’aveva lasciato
dall’ultima volta che vi aveva dormito il letto era, quindi, disfatto. Nel
guardaroba numerosi abiti da sera impeccabilmente stirati emanavano un
gradevolissimo profumo maschile. L’ispettore osservava attentamente ogni
cosa nella speranza di poter trovare un idizio che potesse essergli utile
per le sue indagini ma la fortuna sembrava non volergli arridere.
“Nulla di interessante, vero Parker?”
“Così sembra, amico mio. Converrà dare una frugatina anche ai cassetti
ma mi raccomando non toccare nulla senza prima aver messo i guanti.”
Dalla minuziosa perquisizione non emersero che pochi ed apparentemente
insignificanti effetti personali del maestro: diverse partiture musicali,
qualche fotografia scattata in compagnia di altri musicisti o mentre
dirigeva qualcuna delle molteplici orchestre sparse per l’Europa. Sulla sua
scrivania ancora spartiti musicali ed alcune targhe ricordo ricevute nelle
sue numerose tourneé.
“Che strano, -osservò Gordon- nemmeno una fotografia di sua moglie o
dei familiari, si direbbe un uomo completamente solo”
“E’ esatto fino ad un certo punto. –rispose Parker- Ho racimolato
qualche notizia qua e la nell’ambito del Royal Opera House e pare che sia
rimasto vedovo cinque anni or sono, quando viveva ancora nella sua terra
natia, la Germania. Pochi mesi dopo si trasferì in Francia dove si stabilì
per circa due anni ed infine qui a Londra in questa casa dove vive da circa
tre anni per quanto riguarda i genitori non sono riuscito a reperire alcuna
notizia, tranne alcune voci secondo cui Hunter padre sarebbe stato un alto
ufficiale dell’esercito germanico ma come dicevo si tratta di semplici voci
probabilmente senza fondamento. A quanto pare il maestro conduceva una vita
piuttosto solitaria e dopo la perdita di sua moglie non ha avuto altre
relazioni sentimentali ne ha intrecciato amicizie di alcun genere. Anche con
gli elementi dell’orchestra aveva un rapporto formalmente professionale,
nulla di più. Si ignora anche dell’esistenza di altri eventuali parenti, ad
eccezione di un l!
ontano cugino con il quale aveva uno scambio di corrispondenza ma nulla di
assiduo. Come vedi amico mio è davvero una figura a dir poco enigmatica.”
“Scusami Norman mi spieghi perché ne parli al passato? Sembra quasi che
tu lo creda morto.”
“Non so dirti il perché, -rispose- ma ho come il presentimento che gli
sia accaduto qualcosa di spiacevole.”
I due richiusero la porta con lo stesso sistema con cui era stata aperta e
cominciarono a scendere lentamente le scale. Parker procedeva a testa china
con l’aria di chi è tormentato da un pensiero assillante. Non riusciva,
infatti, a trovare una spiegazione alle affermazioni del custode. Come
aveva fatto Hunter ad uscire dall’appartamento e recarsi in teatro senza
esser visto? Chi era il misterioso personaggio che gli fece visita? e perché
l’ultima rampa di scale era stata pulita nel pomeriggio e da chi,
considerato che l’addetto alle pulizie svolgeva il suo lavoro esclusivamente
di mattina presto?
Erano queste le domande a cui Parker doveva dare una risposta. Tutto ciò era
certamente legato alla scomparsa di Hunter e forse all’assassinio della
cantante ma la matassa non era certo facile da dipanare.
“A cosa devo attribuire questo tuo strano mutismo? –chiese Gordon- non
dirmi che ti sei già fatto un’idea di quanto sia potuto accadere in
quell’appartamento?”
“Mi sopravvaluti. -rispose- E’ pur vero che la persona a cui ti rivolgi
è il miglior investigatore di cui Scotland Yard possa avvalersi attualmente,
sicuramente colui che conta il maggior numero di casi risolti con successo,
ma non certo famoso per avventatezza. Dammi il tempo necessario e qualcosa
ne verrà fuori. Tanto per cominciare, ho la precisa sensazione di aver
imboccato la strada giusta. Andremo avanti con l’indagare sui componenti
dell’orchestra ma è per pura pignoleria. I personaggi del nostro caso sono
tutti già evidenti nella mia mente, anche se non so ancora quale ruolo
attribuire loro. Le vittime e gli assassini, spesso, diventano tutt’uno. A
volte si trovano talmente vicini da essere confusi gli uni con gli altri.
Chiaro no?”
“Ci capisco sempre meno, - rispose Gordon – complimenti per la
modestia, comunque.”
Arrivati all’ingresso trovarono l’immancabile custode che ansiosamente
chiese:
“Trovato niente ispettore?”
“Nulla di interessante temo. Comunque mi avverta immediatamente nel
caso in cui il professor Hunter si faccia vivo nell’arco delle 48 ore in
caso contrario darò ordine di sigillare l’ingresso del suo appartamento. A
presto.”
Parker porse la mano al custode che, per tutta risposta, ritrasse la sua.
“Mi perdoni se non le stringo la mano, ma le mie sono tutte tinte di
nero. E’ per colpa di questo pezzo di carbone. E’ stato trovato tra i
contatti dell’ascensore. L’operaio dice che il guasto dipendeva proprio da
questo. Ora funziona perfettamente.
“Un pezzo di carboncino da disegno. –Osservò Parker- Le risulta che
qualcuno degli abitanti in questo palazzo ne faccia uso per professione o
per diletto?
“Nessuno, che io sappia. Non ci sono artisti qui, tranne Hunter:”
“Le dispiace se lo tengo io?” -chiese Parker-
“Certo che no, –rispose il custode- lo tenga pure, io non saprei
proprio che farmene.”
L’ispettore prese il pezzo di carbone e lo ripose delicatamente in una
bustina di carta.
“Mettilo in borsa. –disse rivolgendosi al suo aiutante- Ed ora seguimi,
si ritorna al terzo piano e questa volta si sale in ascensore.”
L’atteggiamento di Parker lasciò il suo collega completamente disorientato.
Avevano perquisito l’appartamento di Hunter senza tralasciare neanche il più
insignificante dei dettagli ed ora lui decideva di tornare su al terzo piano
solo per un pezzetto di carbone trovato tra i contatti elettrici
dell’ascensore. Mentre Gordon si arrovellava il cervello per capire il nesso
tra il pezzo di carbone e le loro indagini, Parker osservava accuratamente
l’interno dell’ascensore. Quando furono al terzo piano aprì le porte e con
la lente d’ingrandimento esaminò i contatti elettrici. Sempre con la stessa
lente osservò il pavimento del pianerottolo del terzo piano, palmo a palmo.
Poi fu la volta della vecchia porta d’ingresso dell’appartamento di Hunter.
Non un solo centimetro dell’infisso fu risparmiato ed alla fine sul volto di
Parker apparve, come per magia, un sobrio sorriso di compiacimento.
“Vuoi essere così gentile da dirmi cosa stà accadendo? Hai l’aria del
segugio che ha appena annusato un tartufo. Io però non vedo altro che una
vecchia, consunta, porta d’ingresso.”
“Guarda tu stesso attraverso la lente, osserva questo punto preciso.
Non vedi delle linee che formano una figura geometrica?”
“Perbacco! –rispose Gordon- Sono molto lievi ma con la lente riesco a
vederle anch’io. Sembrano comporre un triangolo equilatero.”
“Esatto, -rispose- ma se allarghi la visuale noterai che esiste un
secondo triangolo capovolto che si interseca con il primo e se guardi il
disegno nella sua totalità, noterai che si tratta di una rudimentale stella
a sei punte. La cosiddetta stella di David.”
“E’ vero. –osservò Gordon- Se non erro è un simbolo che si incontrava
molto spesso nei trattati di alchimia.”
“Non solo in alchimia ma anche in magia. Infatti le si attribuiva un
potere benefico che serviva a scacciare le entità maligne e ad invocare
quelle benevole ecco perché veniva definita lo scudo di David. Ma chi e
perché l’ha disegnata su questa porta? Di certo non il maestro, anzi credo
sia stato proprio lui a cancellarla. Ho la vaga idea che l’autore del
disegno sia proprio il fantomatico uomo dagli occhiali scuri.”
Dopo essersi procurato un foglio di carta assorbente, Parker lo inumidì e lo
stese sul quel disegno quasi invisibile poi facendo pressione con le mani
cercò di farlo aderire il più possibile al legno. Quindi lo staccò
lentamente. In questo modo il carbone aveva lasciato il suo segno anche sul
foglio.
“Può anche darsi che ciò non servirà a nulla ma, di sicuro, questo
simbolo deve avere un significato, sia per colui che lo ha eseguito che per
colui che ha cercato di eliminarlo. –disse Parker- Ad ogni modo qui non ci
resta altro da fare.” –concluse-
Gordon stava per entrare in ascensore ma Parker gli fece cenno di chiuderne
le porte e di seguirlo per le scale.
“Domattina manda un agente a sigillare la porta dell’appartamento di
Hunter. –ordinò Parker- Nel frattempo avvertiremo il custode di stare con
gli occhi ben aperti, non vorrei che qualcuno entrasse in quella casa a
nostra insaputa. L’intrusione di chiunque potrebbe compromettere il lavoro
della scientifica.”
“Parli di mandare la scientifica, di mettere i sigilli alla porta? Mi
pare che tu dimentichi la cosa più importante: qui non è successo nulla di
strano tranne un ascensore bloccato da un pezzo di carboncino da disegno ed
una stella disegnata su di una porta. Non ti sembra troppo poco per
scomodare anche i colleghi della scientifica? Ho l’impressione che tu ti
stia arrampicando sugli specchi.”
“Sarà come dici tu… ma non senti uno strano odore nell’aria?” –rispose
evasivamente Parker-
“E’ appena percettibile. Magari è qualcuno che sta cucinando del pesce,
non trovi?.”
“Sai che ti dico? –riprese Parker- Dimentica quel che ti ho detto
prima. Domattina insieme a quell’agente che manderò per apporre i sigilli ci
sarò anch’io, Tu, invece, ti dedicherai ad approfondire le indagini sul
passato della vittima.”
Finalmente le nuvole erano state spazzate via da un vento freddo e leggero
ma costante. L’orologio della cattedrale aveva da poco suonato la mezzanotte
e la pioggia aveva smesso di tintinnare sui tetti inzuppati. Solo pochi,
isolati, cirri galleggiavano sparsi in un cielo nero punteggiato da poche
stelle velate. Il mattino dopo le strade erano coperte da una sottile coltre
di ghiaccio resa ancor più candida dal sale che qualcuno di buon senso si
era prodigato a spargere senza parsimonia.
Mercoledì 23 Febbraio ore 7,30.
L’ispettore Parker prima di recarsi in centrale passò dal Dr. Preston della
scientifica. Gli raccontò del caso su cui stava indagando e di quel poco che
era emerso dall’inchiesta appena iniziata.
“Ben poca cosa.” –osservò Preston-
Parker era ben cosciente che la sua richiesta non era del tutto regolare ma
seguiva il suo fiuto, come aveva sempre fatto.
“Agisci come sempre: di tua iniziativa e non pensi al rischio che stai
correndo. Se sbagli distruggerai la tua reputazione e tanti anni di ottimo
lavoro.”
“Sono certo di aver imboccato la strada giusta.” –rispose-
Il medico legale annuì sorridendo. Sapeva che era inutile cercare di
dissuaderlo e sapeva anche che le intuizioni di Parker si erano dimostrate
sempre esatte quindi si arrese cedendo alle sue insistenze.
“Ok! Norman, mi hai convinto. –disse- Ci vediamo sul posto alle nove in
punto.”
“Ti ringrazio Preston, mi troverai con un mio agente. Aspetteremo il
tuo arrivo prima di entrare nell’appartamento del maestro.”
Erano appena le otto e trenta ed il palazzo di Hunter era già aperto e ben
pulito. L’immancabile figura del custode faceva capolino, come sempre, dalla
vecchia guardiola. Dopo averlo salutato, Parker si avvicinò all’ascensore
per salire al terzo piano. Annusò per qualche istante l’aria e si accorse
che il cattivo odore avvertito il giorno prima non era affatto sparito anzi
ebbe l’impressione che questo fosse diventato perfino più penetrante.
“Senti niente tu.” –chiese all’agente-
“E’ qualcosa di maleodorante, -rispose- ma non saprei dirle di cosa si
tratta.”
“Non fateci caso. –intervenne il custode- E’ una tubazione delle
fognature. E' lesionata proprio nel punto che si trova sotto la botola
dell’ascensore, e quando piove più forte emana questo odore poco piacevole.
Sono anni che tentiamo di convincere i condomini a farla riparare ma non c’è
modo di metterli d’accordo. I preventivi sono sempre troppo esosi e la cosa
cade come sempre nel dimenticatoio.”
“Oggi però non piove, –rispose Parker- ed il cattivo odore mi sembra
essere aumentato rispetto a ieri pomeriggio. Come lo spiega?”
“Non saprei proprio cosa risponderle ma la cosa non mi meraviglia per
niente.”
In quel preciso istante due sagome nere varcavano l’androne del palazzo, una
delle due era inconfondibile per Parker: alto più di un metro e novanta,
rubusto e con la sua inseparabile bombetta portata leggermente di traverso.
Si trattava di Preston che, in compagnia di un suo collega giungeva
puntualissimo all’appuntamento.
“Preciso come sempre.” –disse Parker sorridendo-
“La precisione fa parte del nostro mestiere. –rispose- Precisione,
pignoleria e testardaggine e tu di quest’ultima ne hai da vendere. Tanto che
anche stavolta sei riuscito a coinvolgermi in una delle tue “intuizioni”.
Comunque direi di sbrigarci, abbiamo un mucchio di lavoro da svolgere e non
vorrei sottrarvi troppo tempo.”
Preston rilevò accuratamente tutte le impronte scovate su qualunque oggetto
che potesse contenerne, quindi le fotografò per poterle confrontare con
quelle degli schedari. Infatti nessun oggetto poteva essere prelevato
dall’appartamento, l’intrusione stessa, di Preston e di Parker nella casa,
non era propriamente ortodossa anzi, per essere precisi, esulava da ogni
procedura legale.
“Ma guarda cosa mi tocca fare.” –borbottò Preston-
“Non farla così tragica, -rispose Parker sorridendo- in fondo non ti
ho sottratto tantissimo tempo… ma guarda un po’ cosa ci era sfuggito.”
–soggiunse-
Così dicendo, Parker si avvicinò al camino , ci si accovacciò davanti e con
la delicatezza delle ali di una farfalla prese dalle ceneri quel che
restava di un foglio di carta ripiegata più volte e non ancora bruciata del
tutto.
“Interessante! -esclamò Preston- Converrà trattarlo con la massima
attenzione se vogliamo che questo foglio arrivi ancora intero in
laboratorio.”
Poco dopo i quattro richiusero la porta dirigendosi a passo veloce verso
l’ascensore. Parker annusò ripetutamente l’aria circostante e meravigliato
che nessuno se ne lamentasse chiese nervosamente:
“Possibile che voialtri non avvertiate questo odore nauseante, per lo
meno inconsueto?”
“Per tutti i fulmini. –urlò Preston- Devo essermi talmente abituato da
non farci più minimamente caso. E’ fin troppo evidente, -soggiunse- che da
qualche parte, in questo stabile, c’è qualcosa di organico in stato di
decomposizione, il fetore è inconfondibile. Se non me ne ero ancora reso
conto è semplicemente perché nel mio laboratorio la si sente quasi ogni
giorno… deformazione professionale.” –concluse-
“Di cosa potrebbe trattarsi? –chiese Parker-
“Di tante cose. –rispose- Una ciotola con il cibo del cane o del gatto
lasciata in un angolo da qualche giorno, la carogna di qualche animale,
della cacciagione dimenticata in dispensa e via di seguito.”
“Ma potrebbe essere anche qualcosa di peggio non è vero?”
“Già. –rispose Preston- Potrebbe essere anche un cadavere al primo
stadio di decomposizione nascosto da qualche parte,”
“E’ proprio ciò che troveremo. –affermò Parker con, inspiegabile,
ostentata sicurezza di se- Sono almeno un paio di giorni che avverto
quest’odore. Avevo solo bisogno della tua conferma per averne la certezza.
Pertanto caro Preston ti devo pregare di trattenerti ancora.”
L’uomo annuì senza batter ciglio. Poi Parker accorgendosi di essersi
sbilanciato un po’ troppo si rivolse al suo agente ridimensionando il suo
atteggiamento.
“Andiamo a dare un’occhiata alla botola dell’ascensore, ho
l’impressione che potremmo trovarvi qualcosa di interessante.
In breve tempo gli agenti si portarono al cospetto del vecchio custode che,
dopo aver bloccato la cabina al primo piano li accompagnò nel seminterrato,
dove proprio sotto agli ammortizzatori dell’ascensore, era situata la botola
coperta da una spessa lastra di ferro. L’odore li vicino era nauseabondo.
“Ci siamo. –disse Parker- Ora ci vorrebbe un attrezzo per far leva sul
coperchio.”
“Dovrei avere una grossa tenaglia tra i miei attrezzi. –intervenne il
custode- Era proprio con quella che, quando ero più giovane e ne avevo la
forza, alzavo la lastra per ispezionare la botola di tanto in tanto. Ma ora
che le forze sono venute a mancare lascio che siano gli addetti alla
manutenzione a farlo.”
“Immagino che questo lavoro venga eseguito periodicamente.” -rispose
Parker-
“Proprio così. La botola viene aperta una volta all’anno e precisamente
con l’avvento dell’inverno, quando le piogge iniziano a scendere copiose
intasando i tombini. Ma è capitato di dover intervenire anche più volte
nello stesso anno, per un imprevedibile temporale estivo, come successe
l’altro anno ad esempio.”
L’agente afferrò saldamente il grosso utensile con il quale agganciò
l’anello centrale della botola. Iniziò quindi a tirare divaricando le gambe
e puntellandosi con i piedi. Doveva essere molto pesante a giudicare dallo
sforzo dell’uomo tutt’altro che gracile. La lastra metallica cominciò
lentamente a muoversi mentre l’odore diventava sempre più intenso e
disgustoso. Quando la botola fu finalmente spalancata, Parker accese la sua
torcia elettrica e uno spettacolo raggelante apparve sotto il fascio di
luce: il corpo esanime di un uomo in posizione supina coperto da centinaia
di fameliche larve bianche, a fianco al corpo luccicava la lama di un grosso
coltello da caccia.
“Per l’inferno. –esclamò Preston- Chi diavolo può essere questo
poveretto?”
“Non ne ho la più pallida idea. – rispose Parker-
Nemmeno il custode seppe dire di chi si trattasse.
“Credo di non averlo mai visto in tutta la mia vita.” –affermò-
“Che strano. –osservò Preston- Costui nonostante il freddo non indossa
un soprabito e nemmeno un cappello ma solo un vecchio abito di pessimo gusto
ed un paio di scarpe che in origine dovevano essere di pelle nera. Non
doveva passarsela troppo bene in vita, suppongo.”
“Bisognerà scoprirne l’identità, la natura del decesso mi sembra
evidente, un colpo alla testa molto violento e ben assestato. –disse Parker-
Naturalmente si dovrà operare un’autopsia e per farlo si dovrà trasferire il
corpo nel tuo laboratorio, inoltre bisognerà rilevare le eventuali impronte
lasciate sul coltello. Buon divertimento amico mio e non dimenticare di far
scattare delle fotografie, principalmente del volto. Lei, agente si occupi
di mandare un fonogramma urgente a tutte le stazioni ferroviarie di
frontiera con l’ordine di fermare Il passeggero di nome Karl Hunter che
dovrà essere ricondotto a Londra, sotto scorta, presso il mio ufficio
all’FBI.”
La città si era vestita ancora una volta con l’abito ad essa più congeniale.
La neve era ricomparsa fitta e lieve mentre il sole, di quando in quando,
con la sua calda luce illuminava d’argento il respiro dei passanti e quello
emanato dalle forti narici dei cavalli da traino.
Giovedì 24 Febbraio ore 16,45
“Come ti dicevo stamani, sono stato a casa dei genitori della vittima.
-disse Gordon- Ma non sono riuscito a scoprire nulla di interessante e
inoltre ho avuto la netta impressione che avessero qualcosa da nascondere.”
“Cosa te lo fa pensare.” –chiese Parker-
“Vedi, mi ha sempre meravigliato che una donna di tale bellezza e con
centinaia e centinaia di ammiratori, non avesse una storia sentimentale. Se
la Bourgueis ne avesse avuta una chi poteva saperlo meglio dei suoi vecchi?
Ebbene, essi, non facevano altro che tergiversare quando toccavo
l’argomento. A sentir loro era una donna dedita al lavoro ed alla famiglia,
usciva poco la sera e non aveva che poche selezionate amicizie. A quanto
pare aveva un carattere mite e cordiale, una donna allegra e piena di vita
e tutti coloro che la conoscevano nutrivano per lei una profonda stima,
insomma sapeva farsi voler bene.”
“Secondo il tuo racconto quindi, nessuno poteva trarre giovamento dalla
sua fine.” –disse Parker-
“Così sembra. –rispose- Ma torniamo alle amicizie della vittima, anzi
dovrei dire all’amica del cuore ed è appunto questa la cosa interessante.
Colei alla quale la cantante confidava anche i più intimi segreti:
Annabelle Lafayette. E’ così che si chiama ed oltre ad essere grandi amiche
erano anche colleghe di lavoro. Questa Annabelle infatti, era la sua
amministratrice, era lei ad occuparsi delle trattative con gli impresari ed
a curare gli interessi della cantante. Si conoscevano sin da ragazze e pare
che costei abbia seguito la vittima in ogni passo della sua carriera,
seguendola in tutti i suoi viaggi di lavoro ed in tutte le sue tourneé.”
“Ottimo lavoro. -disse Parker compiaciuto- quella donna potrebbe
esserci di molto aiuto, conosci il suo indirizzo?”
“Ma certo. Il suo appartamento è proprio nel palazzo di fronte alla
casa dei Bourgueis.”
“Molto bene! –esclamò Parker- vado subito a farle visita, tu invece
farai un salto dal Dr. Preston e ti farai consegnare l’esito dell’autopsia,
fotografie comprese. Ci aggiorneremo più tardi in ufficio.”
“Ok! Parker.” –rispose l’altro-
Il quartiere dove abitava Annabelle Lafayette era uno dei più lussuosi di
tutta Londra ed il suo palazzo non era certo da meno. La donna che gli aprì
la porta era alta , bruna e con i capelli raccolti sulla nuca in una
impeccabile acconciatura, vestita in modo molto elegante anche se austero.
Non poteva trattarsi della Lafayette poiché la descrizione fatta dal suo
amico Gordon non corrispondeva alle fattezze della donna che aveva davanti.
Questa, infatti, aveva certamente più di cinquant’anni ed il suo accento
londinese gli diede la conferma definitiva.
“Buonasera ispettore. –disse la donna guardando la tessera che Parker
aveva estratto dalla tasca prima di bussare- Immagino che lei sia qui per la
morte della povera signorina Yvette. Immagino, altresì che lei voglia
parlare con la signorina Lafayette, non è vero?”
“Proprio così” –rispose, non sapendo cos’altro aggiungere-
“Vado subito ad avvertirla della sua visita. Io sono solo la
governante.”
L’entrata di Annabelle disattese l’immaginazione di Parker, la donna era
l’opposto di come lui l’aveva immaginata: capelli corti; statura media;
trucco leggerissimo, quasi inesistente; nessun gioiello tranne un
braccialetto portato con molto charme alla caviglia destra. Parker lo notò
subito per il semplice motivo che la donna lo ricevette scalza. La sua
espressione era stranamente lontana da quella di una donna addolorata, così
come colei che ha perso la sua migliore amica. Nei suoi occhi brillava una
sorta di energia negativa che Parker non riusciva a tradurre. Indosso aveva
una spartanissima tunica nera ricamata, di tipica fattura indiana mentre il
suo incedere era sicuro ed elegantemente disinvolto. Si trattava
indubbiamente di una donna dal temperamento ferreo, da cui difficilmente
sarebbe trapelata alcuna emozione. Guardava l’ispettore con aria
provocatoria quasi di sfida.
“Lieta di fare la sua conoscenza. –disse la donna evitando inutili
convenevoli- Se posso esserle utile in qualcosa disponga pure di me ma, la
prego sia telegrafico, ho pochissimo tempo e tantissime altre cosa da fare.”
“Stia tranquilla, -rispose Parker per nulla intimidito- neanche io
posso permettermi delle inutili perdite di tempo quindi verrò subito al
sodo: si tratta dell’omicidio della sua amica Yvette. Mi racconti brevemente
le sue impressioni su quanto è accaduto. So che lei era la sua migliore, se
non unica, amica, quindi conosceva meglio di chiunque altro l’ambito delle
sue conoscenze. Magari aveva dei nemici oppure qualcuno che avrebbe potuto
trarre dei benefici dalla sua scomparsa.”
“La sua morte è qualcosa di inspiegabile, un mistero indecifrabile. Per
quanto possa sforzarmi non riesco ad immaginare una persona tanto mostruosa
da poter commettere una simile infamia. Mi creda ispettore e, chi l’ha
conosciuta glielo potrà confermare, Yvette era una donna adorabile;
assolutamente priva di cattiveria e sempre disponibile verso chiunque avesse
bisogno di un aiuto anche se tendenzialmente era una donna estremamente
riservata. Io la conoscevo da quasi diciotto anni. La prima volta che la
vidi di persona fu il giorno del mio compleanno, ero appena ventenne ed in
compagnia di alcuni amici decidemmo di andare a teatro per assistere ad un
suo concerto, davano l’Aida. Mi sentii subito catturata dal suo fascino e
non seppi resistere alla tentazione di conoscerla personalmente. Aspettai la
fine della rappresentazione e riuscii, non ricordo neanche come, ad
introdurmi furtivamente nel suo camerino. Temevo seriamente che quella
inaspettata irruzione potesse scat!
enare il suo disappunto ma, con mio grande stupore, Yvette non si scompose
minimamente, restò calma e silenziosa ascoltando le mie adulazioni che poco
a poco sembrò accettare quasi con orgoglio. Mai nessuno aveva osato tanto
solo per riuscire a conoscerla, mi disse, per giunta mi regalò dei biglietti
per il suo successivo concerto. In pochi mesi diventammo amiche
indivisibili. Ricordo che in quel periodo lavoravo come segretaria presso lo
studio di un notaio. Non guadagnavo male ma non navigavo certo nell’oro! Un
giorno confessai ad Yvette che ero veramente stanca del mio lavoro, avevo
avuto una lite furibonda con il figlio del notaio che, forte dell’autorità
di suo padre, si credeva in diritto di molestare ogni impiegata dello
studio.
Fu allora che Yvette mi propose di lavorare per lei; Disse che non amava
occuparsi personalmente delle trattative di lavoro e che io ero senz’altro
la persona adatta per farlo. Mi offrì uno stipendio innegabilmente
allettante ed io, naturalmente, accettai.”
Cosicché lei non ha neanche un piccolo sospetto, un dubbio, una
traccia sbiadita che, in qualche modo ci possa condurre all’assassino?”
“No, proprio no! Spero vivamente che quell’uomo possa ricevere al più
presto quel che merita ma non posso fare di più. Ora vi prego di scusarmi,
ma ho ancora tantissime cose da sbrigare”
“La ringrazio –disse Parker- e la prego di non lasciare la città,
almeno finché non sarà fatta piena luce sul caso.”
Sceso in strada l’ispettore ripensava al breve racconto della enigmatica
donna ed alle espressioni del suo volto. Parlava della cantante come farebbe
una persona innamorata ma, nei suoi occhi c’era tanta rabbia, tanto
rancore.”
Più tardi negli uffici della centrale, l’investigatore Gordon era seduto
dietro la propria scrivania immerso nella lettura. Le dita della sua mano
destra, come martelletti di un pianoforte, si alternavano in un fastidioso
tamburellare. Parker entrò nella stanza ma, l’altro non se ne avvide finchè
non gli fu davanti.”
“Accidenti Parker mi hai spaventato!”
“Sei un po’ teso a quanto pare.”
“Vorrei vedere te dopo aver passato un paio d’ore in obitorio. Ti posso
assicurare che non è affatto divertente.” –disse Gordon-
“Non posso darti torto, anch’io ho i brividi quando entro in quel
luogo. Qualcosa di interessante nei risultati dell’autopsia?”
“In verità non molto. -rispose- La morte risale a quattro giorni fa ed
è stata causata da un colpo alla testa, come ben sai. L’oggetto con cui è
stato colpito doveva essere piuttosto pesante a giudicare dai danni che ha
provocato, ma la cosa strana è che aveva solo una piccola ferita. Voglio
dire che il colpo ricevuto doveva aprire una ferita ben più estesa e
profonda; penso che la vittima indossasse ancora il cappello e che questo
abbia attutito il colpo.”
“Si ha un’idea di quale possa essere l’oggetto?” –chiese Parker-
“Non si può stabilire con precisione, proprio perché aveva il capo
coperto, ma a quanto dice Preston potrebbe trattarsi di un tubo metallico o
di qualcosa di simile. Ah dimenticavo, aveva tracce di carbone sulle dita ed
era privo di documenti, anzi per la verità le sue tasche erano completamente
vuote e sul coltello le uniche impronte rilevate erano proprio le sue. In
questa busta, poi, ci troverai le fotografie del suo volto.”
“Un viso non comune, -osservò Parker i suoi lineamenti sono davvero
marcati: naso sottile; mascella quadrata; occhi grigi e capelli di un
brizzolato misto al biondo. Doveva avere circa cinquant’anni e dai tratti
somatici direi che aveva origini germaniche. Dicevi che aveva le tasche
vuote, -soggiunse- ma io sarei curioso di vedere i suoi abiti.”
In meno di mezz’ora i due agenti federali erano alla scientifica, al
cospetto di Preston che, data l’ora stava per concludere la sua giornata di
lavoro.
“Immagino che le mie deduzioni scritte non ti abbiano soddisfatto.”
–disse Preston con una vena di ironia-
“Tutt’altro amico mio. Il fatto è che mi sono ricordato che la vittima
numero due non indossava un cappotto, quindi volevo dare un’occhiata agli
abiti che aveva indosso.”
“A proposito, -disse Preston- ho notato qualcosa di curioso… ma guarda
tu stesso: l’abito è vecchio e consumato la stoffa è di pessima qualità,
sicuramente non si tratta di tessuto inglese e la giacca è talmente stretta
che non riusciva nemmeno ad abbottonarsi. La camicia è di flanella ed il
gilet fa parte certamente di un altro abito, comunque tutta roba molto
usata. Per non parlare delle scarpe, un vero pugno nell’occhio.”
“E’ vero! –assentì Parker- Sono davvero orribilmente vecchie e
consumate; non solo, sono enormi quest’uomo benchè non fosse molto alto ha
dei piedi veramente smisurati. Saranno non meno di taglia 9 e ½; non è
facile in giro trovarne un paio simile. Chissà che questo piccolo
particolare non ci torni utile prima o poi.”
“Cosa significa?” –domandò Gordon-
“Ogni cosa a suo tempo, -rispose- finalmente comincio a vedere uno
spiraglio di luce, ma è solo un’ipotesi quella che sto elaborando, ma che
per ora preferisco tacere.”
Il cielo terso cancellava piano piano il tedio dei giorni passati. Sembrava
quasi un ritorno alla vita: ovunque gruppi di fanciulli avvolti nelle loro
sciarpe colorate si avviavano allegramente verso la scuola e le coppie di
anziani stretti nei loro pesanti cappotti passeggiavano lentamente tra i
giardini del parco. Qualcun altro più in la seduto su di una panchina
affondava gli spessi occhiali tra le pagine di un giornale gualcito, forse
di qualche giorno prima, forse trovato lì per caso; ma in fondo che importa
“le brutte notizie sono sempre uguali”.
Venerdì 25 febbraio ore 9,00
Ho controllato il nostro casellario giudiziario e l’uomo denominato vittima
numero due non risulta essere schedato. –affermò Gordon- Scoprirne
l’identità non sarà un gioco da ragazzi neanche per te caro Parker.”
“Può darsi che tu abbia ragione, ma potrebbe anche essere più facile di
quanto tu possa credere.”
“Cosa intendi dire?”
“Vedi, mio buon amico, il fatto che quell’uomo sia stato trovato morto
nel palazzo di Hunter, non indica necessariamente che l’autore del delitto
debba essere il maestro, ma prova senz’altro che i due si conoscevano.
Tuttavia se vuoi la mia opinione, credo che la cosiddetta vittima numero
due sia la stessa persona vista dal custode salire da Hunter prima che
quest’ultimo sparisse. Supponiamo che Hunter avesse un movente che lo avesse
indotto ad ucciderlo, supponiamo anche che non vi era alcuna premeditazione.
L’uomo si presenta senza preavviso a casa del maestro, entra nella sua casa
e qualche minuto dopo scoppia un violento diverbio, Hunter perde il
controllo e con il primo oggetto che gli capita sottomano sferra, senza
misurarne la violenza, il colpo fatale. A questo punto, resosi conto di ciò
che ha fatto, cade in una totale confusione, non vuole chiamare la polizia,
forse non può. Inizia a fare cose senza senso. Per prima cerca di far
sparire ogni traccia della vi!
sita dello sconosciuto pulendo le sue impronte sia dall’appartamento che
dal ballatoio, poi cancella la stella che l’uomo, chissà perché, aveva
disegnato sulla sua porta quindi indossa il mantello del malcapitato inclusi
sciarpa cappello ed occhiali scuri. Esce dal palazzo e passando davanti alla
guardiola saluta il custode che non si accorge del travestimento. Una volta
in strada si libera del travestimento e si reca a teatro e con
insospettabile sangue freddo dirige la sua orchestra. Chi mai potrebbe
sospettare che ha appena commesso un omicidio e che la vittima è chiusa nel
suo appartamento? Durante il concerto, però, accade qualcosa che nessuno
poteva prevedere, l’assassinio della cantante francese. Probabilmente per il
maestro fu una sfortunata coincidenza, la polizia avrebbe concentrato la sua
attenzione sulla morte della Bourgueis, di conseguenza anche lui sarebbe
stato interrogato; si rendeva necessario far sparire quel corpo nel più
breve tempo possibile.
Probabilmente aspettò che il custode andasse a dormire e poi salì nel suo
appartamento, non sapeva proprio come disfarsi di quel pericoloso fardello.
Forse fu proprio il cattivo odore che gli suggerì la soluzione: la botola
era un ottimo nascondiglio per il corpo dello sventurato, ma doveva fare
tutto silenziosamente. Dopo aver bloccato l’ascensore con il primo oggetto
che gli capitò sottomano, scese a piedi dalle scale di servizio ed aperta la
botola vi lasciò scivolare il corpo. Richiuse accuratamente e salì in casa,
raccolse lo stretto indispensabile che poteva servirgli e partì per chissà
quale destinazione, forse la sua terra d’origine.”
“Un racconto suggestivo, -osservò Gordon- ma pieno di lati oscuri, uno
di questi è il motivo della lite oppure il significato della stella
disegnata sulla porta. Anche il fatto che Hunter si sia preoccupato di
pulire le impronte dell’uomo mi sembra stupido ed inutile, considerando che
prima o poi il corpo sarebbe stato certamente ritrovato.”
“La risposta alla tua prima domanda potrebbe trovarsi proprio nel
significato della stella a cinque punte che l’uomo aveva disegnato sulla
porta di Hunter. Non dimentichiamoci che quel simbolo veniva usato
nell’antisemitismo per identificare le abitazioni degli ebrei.”
“Non vorrai farmi credere che un uomo con un cognome come Hunter sia
un ebreo?”
“Non lo sto affermando, -rispose Parker- sto solo continuando a
supporre e visto che ci siamo, supponiamo anche che Hunter non sia il suo
vero nome e che la vittima conoscendo la sua vera identità, lo ricattava con
la minaccia di rivelare tutto.”
“Perbacco! Se i fatti si sono svolti veramente così, il nostro amico
musicista si trova davvero in un mare di guai. C’è qualcosa, però, che non
riesco a collegare ed è l’omicidio della cantante. Non riesco proprio a
trovare un minimo legame che possa connettere i due crimini. Tu cosa ne
pensi?”
“Hai messo il dito sulla piaga, amico mio. Sembrerebbe proprio che i
due casi non abbiano alcun legame tra loro, eppure il mio intuito mi dice
che non è così. Vedrai che prima o poi l’elemento catalizzatore salterà
fuori. Per ora dobbiamo solo sperare di rintracciare Hunter; scommetto che
una volta acciuffato potrà raccontarci qualcosa di molto interessante.”
“Se non hai nulla in contrario io andrei a prendere qualcosa da
mangiare, è quasi ora di pranzo. –disse Gordon- Vuoi che prenda un panino
anche per te?”
“No grazie, preferisco fare un salto a casa, oggi c’è il mio piatto
preferito. Dopo pranzo andrò a fare una visitina in casa della Bourgueis,
vorrei vedere la sua camera, magari sarò più fortunato di te. Tu, intanto,
cerca di sapere se le fotografie dello sconosciuto che abbiamo distribuito,
hanno prodotto qualche risultato. Non so se stasera riuscirò a ritornare in
centrale, mal che vada ci aggiorneremo domattina.
I signori Bourgueis erano davvero una bella coppia di aristocratici: lei sui
cinquant’anni, scura di carnagione e con degli occhi nerissimi, così come i
capelli: neri e lunghi ma raccolti in una impeccabile acconciatura. Snella
ma non molto alta, aveva un’aria severa. Il marito dall’aria sorniona doveva
avere qualche anno più di lei; un uomo robusto ma non grasso, di media
statura e con un paio di baffi bianchi ben curati ma un po ingialliti dal
fumo. Di sicuro tra i due era il più socievole. Quando Parker chiese di
poter dare un occhiata alla camera della figlia, fu proprio la moglie a
porre delle difficoltà ma il tatto di Parker vinse ogni ostilità. I due lo
accompagnarono al piano superiore ed gli aprirono la porta ma non vollero
assistere alla perquisizione. Preferivano evitare di vederlo mentre frugava
tra i ricordi della figlia. “Meglio così, -pensò Parker- da solo potrò
lavorare senza preoccuparmi di urtare la loro sensibilità.”
L’enorme guardaroba addossato alla parete di destra conteneva decine e
decine di abiti per ogni occasione, tutti di eccellente fattura e
confezionati con le stoffe più costose. Modelli parigini molto costosi che
solo poche persone potevano permettersi di acquistare. Senza parlare delle
scarpe che ad occhio e croce potevano essere non meno di quaranta paia,
tutte diverse e di ogni tinta e pellame. Richiuse le ante del guardaroba e
solo allora notò che la stanza si era sprigionato un intenso profumo di
tuberosa che prima non aveva avvertito. Di certo, il guardaroba ne era
impregnato. Difatti aprendolo di nuovo si accorse che l’odore veniva proprio
dagli abiti. Nella camera tutto era in perfetto ordine: lo scrittoio era
immacolato, non una sola macchia di inchiostro, neppure una matita spuntata
o un foglio fuori posto. Nei cassetti lo stesso meticoloso ordine ma nulla
di interessante per Parker. Sulla tolettina, abbellita con finissimo pizzo e
raso di un azzurro tenue, delicat!
issimo, c’era il suo profumo ve ne erano ben cinque flaconi, l’etichetta
era di una ben nota casa profumiera. Vicino al profumo un prezioso cofanetto
portagioie in radica ed argento con le cifre YB in oro applicate sul
coperchio. Al suo interno, alcuni fiori secchi e diverse fotografie di lei,
quasi tutte la ritraevano durante gli spettacoli, molte in compagnia della
sua amica Lafayette. Ad un certo punto l’attenzione di Parker fu attirata da
una fotografia di gruppo, scattata in platea mentre la cantante elargiva
autografi, attorniata da una folla di ammiratori. Parker estrasse la piccola
lente d’ingrandimento dalla sua tasca per esaminare meglio l’immagine… non
si era sbagliato. Dietro la cantante, proprio vicino ad Annabelle Lafayette
c’era il misterioso uomo trovato morto nella botola; i due, nella foto,
avevano tutta l’aria di conoscersi. Presa la foto, l’ispettore uscì dalla
camera e raggiunse i coniugi Bourgueis mostrandogliela.
“Avete mai visto quest’uomo?” –chiese-
“Non mi pare, -rispose l’uomo- no, non mi pare proprio.”
“No, -ripeté la moglie- sono certa di non averlo mai visto. Ma perché
si interessa tanto a quell’uomo, forse si tratta semplicemente di un
ammiratore trovatosi per caso nel momento in cui scattarono quella foto.”
“Può darsi, -rispose Parker- in ogni caso temo che dovrò portarla via,
questa foto potrebbe essere un indizio importante. L’uomo che vedete sul
ritratto è stato trovato ucciso proprio nel palazzo del maestro Hunter e non
credo che questa sia una coincidenza.”
Parker era sicuro che Annabelle Lafayette e la vittima numero due si
conoscessero, era quindi d’uopo una visita a quest’ultima. Stavolta, magari
sarebbe emerso qualcosa di interessante.
“L’ispettore Parker, -disse Annabelle- qual buon vento?”
“Vento di incertezze. -rispose- La faccenda si fa sempre più
ingarbugliata ma io non dispero. Guardi attentamente questa fotografia.
-soggiunse - Immagino che lei conosca l’uomo che le è accanto vero?”
“A prima vista direi di no, ma la mia vista non è delle migliori… mi
faccia mettere gli occhiali, forse andrà meglio. No! non l’ho mai
conosciuto. –rispose-
Ma si vedeva benissimo che la vista di quella foto la aveva profondamente
scossa. Finalmente quella donna imperturbabile dimostrò un minimo di
debolezza.
“Ne è proprio certa? Ci pensi bene prima di rispondere, si tratta di
omicidio.”
“Certo, quello di Yvette!”
“Mi scusi l’imperdonabile inesattezza, avrei dovuto dire omicidi, anche
l’uomo della foto è rimasto vittima di un omicidio.”
Il viso della donna assunse improvvisamente il pallore della morte, le sue
mani cominciarono a tremare ma nonostante l’evidente emozione cercò ad ogni
costo di controllare i suoi nervi e di darsi uno stentato contegno; a
Parker, però era bastato guardarla in volto per capire che la morte
dell’uomo l’aveva profondamente turbata.
“Lo conosceva, non è vero?”
“E’ così. -rispose- Lo conobbi in teatro, era un appassionato di lirica
ed uno dei più ferventi ammiratori di Yvette. Era sempre in prima fila
quando Yvette si esibiva, una persona perbene dai modi gentili e dal
carattere mite. Aveva sempre un pensiero galante per Yvette, non si
presentava mai senza un fascio di fiori. La notizia del suo assassinio mi ha
sinceramente scosso.”
“Suppongo che lei lo conoscesse abbastanza bene.”
“Affatto, -rispose- lo incontravamo solo in occasione di qualche
rappresentazione teatrale. Come le ho già detto non se ne perdeva neanche
una.”
“Come si chiamava?”
“Steve Davies, era così che si firmava sui biglietti che accompagnavano
i fiori che mandava a Yvette.”
“Mi sa dire come viveva, intendo dire se aveva una professione, un
lavoro…”
“Non so che dirle, aveva l’aria di essere un benestante. Vestiva sempre
in modo elegante ed era sempre molto curato ma non so di cosa si occupasse
nella vita. Ora la prego non mi faccia altre domande, ho bisogno di restare
da sola, per favore.”
“Va bene, -rispose Parker- ma resti a nostra disposizione. Mio malgrado
dovrò importunarla ancora.”
E’ sorprendente come le condizioni del tempo riescano ad influenzare l’umore
dell’uomo o come ne possano condizionare il comportamento. La luna piena
aveva rischiarato le strade per tutta la notte e a mattino inoltrato la
sfera lucente era ancora visibile, ancora per poco. Ancora poca vita per
l’astro notturno che poi si sarebbe spento per far posto al sole. Così come
l’assassino sparisce per dar posto al gentiluomo che cela in sé. Così come
innalza le maree la luna fa emergere dall’intimo dell’uomo comune la parte
più infima e malvagia celata nei recessi del suo animo?
Colpa della luna o di un innato, dannato istinto?
Sabato 26 Febbraio ore 9,30
“Come vedi, mio caro Gordon, il puzzle comincia a prendere forma. Il
maestro Hunter è stato fermato mentre cercava di imbarcarsi per l’Irlanda e
in più c’è il ritrovamento del passaporto della vittima numero due. A
proposito dove è stato ritrovato il documento?”
“Lo ha trovato un mendicante in un cassone dei rifiuti e lo ha portato
subito alla polizia, forse sperava in una ricompensa.”
Parker prese il passaporto ed iniziò ad esaminarlo con cura.
“Stephen Davies, nato a Pittsburgh (Pennsylvania) il 12 luglio 1898, di
professione giornalista.
Dunque aveva 39 anni, -disse Parker- ne dimostrava di più ma a parte ciò c’è
qualcos’altro che non mi convince: come può un giornalista dare
l’impressione di un benestante come afferma la Lafayette? Ma quel che mi
lascia perplesso più di ogni altra cosa è la fotografia del documento:
facendo fede alla data di rilascio la foto dovrebbe essere vecchia di dodici
anni. Com’è possibile che in tanti anni il suo viso non sia cambiato quasi
per niente? Questa foto, per me, è stata fatta al massimo tre anni fa.”
“Un passaporto contraffatto!” –esclamò Gordon-
“E’ proprio quel che penso. –rispose- Comunque sarà opportuna la
conferma degli esperti, di questo potresti occupartene tu e, giacché ci sei,
cerca di scoprire costui dove alloggiava.”
Poco più tardi, il maestro Hunter faceva il suo ingresso nell’ufficio di
Parker accompagnato da due agenti.
“Buongiorno maestro. Finalmente possiamo scambiare quattro chiacchiere.
Sono l’ispettore Norman Parker e sto indagando sull’omicidio della signorina
Yvette Bourgueis.”
“Cosa volete da me? perché mi avete sequestrato e condotto qui contro
la mia volontà? Sono una persona rispettabile io, non sono abituato e non
amo essere trattato come un criminale, me ne darete conto!”
“Si calmi, maestro… si calmi, ci troviamo di fronte a un duplice
omicidio ed il motivo per cui è stato condotto qui, se non lo sa, è perché
uno dei due cadaveri è stato trovato proprio nel palazzo dove abita lei.”
“Ma lei farnetica!”
“La prego di moderare i termini e la invito per la seconda volta a
calmarsi, piuttosto il nome Stephen Davies, le dice qualcosa?”
“Non so proprio di chi stia parlando.”
“Sto parlando dell’uomo che abbiamo trovato morto nella botola sotto
l’ascensore del suo palazzo. Aveva il cranio sfondato da un colpo infertogli
con un oggetto metallico, probabilmente un portacandele. Abbiamo ragione di
credere che costui venne a farle visita lo stesso giorno in cui fu uccisa la
signorina Yvette; è proprio per questo motivo che l’uomo si trovava lì. Come
vede è inutile continuare a mentire, persino Annabelle Lafayette ha ammesso
di conoscerlo; era un appassionato di musica lirica ed un grande ammiratore
della cantante francese, anzi la stessa Lafayette mi ha fatto intendere che
forse ne era invaghito. Se ciò non dovesse bastare, abbiamo constatato che
l’uomo in questione, al momento del ritrovamento, aveva le dita ancora
sporche di carbone, quello stesso carbone che aveva usato per disegnare
sulla sua porta una enigmatica stella a cinque punte. Cosa cercava da lei
Davies?”
Hunter continuò a ripetere di non conoscerlo ma Parker era certo che il
maestro mentiva.
“Non credevo che fosse così caparbio –disse Parker- e purtroppo non ho
prove concrete per trattenerla ma si ricordi che dovrà essere a mia
disposizione in qualunque momento fino a che il caso non sarà
definitivamente risolto. Abbandoni quindi qualsiasi programma di viaggio.”
Il maestro si allontanò a testa bassa, aveva tutta l’aria del proverbiale
“cane bastonato” mentre, a sua insaputa, un agente in borghese era già alle
sue calcagna.
“Crede che commetta un passo falso?” –chiese uno degli agenti-
“Può scommetterci, tenente.”
Un’ora dopo Gordon tornava con i risultati dell’esame del passaporto:
“Non ci eravamo sbagliati, è spudoratamente contraffatto.” – disse-
“Bene, ora non ci resta che attendere e, se le mie previsioni sono
esatte, tra non molto avremo notizie di Hunter. E’ solo questione di ore.”
Le previsioni di Parker si dimostrarono esatte. Nel tardo pomeriggio
l’agente in borghese che era stato messo sulle tracce di Hunter, portava
notizie davvero interessanti: il maestro dopo essersi recato a casa per
cambiarsi era uscito di nuovo ed aveva raggiunto con molta circospezione la
casa di Annabelle Lafayette.
“Ho fatto esattamente come mi ha detto lei. –disse l’agente- L’ho
seguito a debita distanza facendo molta attenzione a non farmi notare. Lui,
infatti non si è accorto di nulla. Dopo essere stato a casa sua per una
trentina di minuti è sceso di nuovo, aveva l’aria di essere molto nervoso,
camminava a passo spedito e sembrava dirigersi verso una meta ben precisa.
Quando è arrivato in quel palazzo mi sono avvicinato per vedere in quale
appartamento entrasse: era quello di Annabelle Lafayette. Mi misi ad
origliare e capii che erano rimasti a discutere proprio nella sala
d’ingresso. In un primo momento colloquiarono su quanto fosse stata assurda
la morte della cantante e di quanto entrambe ne fossero rimasti addolorati,
ma dopo un po’ il maestro deviò il discorso su Stephen Davies, provava in
tutti i modi di scoprirne l’indirizzo anche se cercava di non darlo a
vedere. I suoi sforzi, però, risultarono vani, la donna lo ignorava o
fingeva di non sapere. Si sono dilungati anc!
ora per qualche minuto in banali convenevoli, poi si sono salutati molto
freddamente; io mi sono allontanato rapidamente ed ho ripreso il mio
pedinamento per assicurarmi che tornasse a casa.”
“E così il nostro Hunter cercava di scoprire l’indirizzo di Davies!
–borbottò Parker-”
“A cosa può servire l’indirizzo di un morto? –domandò l’agente-”
“Suppongo che Hunter stia cercando qualcosa… qualcosa di molto
importante di cui Davies era in possesso, forse qualcosa di compromettente
visto che Hunter ha sempre negato di conoscerlo.
Nello stesso istante Gordon annunciò una visita inaspettata per l’ispettore
Parker, strano ma vero si trattava di Annabelle Lafayette. La donna aveva i
nervi a fior di pelle, entrò nell’ufficio con la furia di un ciclone; salutò
a stento.
“Ma cosa le sta accadendo?” –domandò l’ispettore-
“Mi scusi per l’irruzione, ispettore ma sono molto agitata. Se ne sarà
accorto, immagino.”
“La prego si segga e cerchi di calmarsi. Le farò portare qualcosa di
forte, vedrà che si sentirà meglio, dopo mi dirà il motivo della sua
venuta.”
Una volta riacquistato il controllo dei suoi nervi, la donna spiegò:
“Non più tardi di un ora fa ho ricevuto una visita da qualcuno che non
avrei mai potuto immaginare…”
“Il maestro Hunter, suppongo.” –la apostrofò Parker-
“Proprio lui, ma come fa a saperlo? Già, che sciocca. Lo avrà affidato
alle cure di qualcuno dei suoi angeli custodi. Come le dicevo, -proseguì-
quell'uomo è venuto nella mia casa oggi, per la prima volta. Tra noi non
c’è mai stato nulla di più di un semplice rapporto di lavoro, così come per
Yvette. Dai giornali avevo appreso che era sparito e che era ricercato da
voi della polizia, è anche per questo che mi sono tanto meravigliata di
vederlo. Ad ogni modo era venuto da me con il pretesto di farmi le
condoglianze per la morte della mia amica ma il suo unico scopo era carpirmi
l’indirizzo di Stephen Davies, chissà a cosa poteva servirgli. Se davvero
era l’indirizzo che voleva, non è riuscito ad ottenerlo e per quanto
insistesse ho sempre negato di esserne a conoscenza ma mentivo. Non volevo
diventare la complice inconsapevole di qualcuno che potenzialmente potrebbe
essere l’assassino di Davies, che sicuramente è uno dei primi ad essere
sospettato dell’omicidio, anzi, !
degli omicidi. L’indirizzo è scritto su questo biglietto. Se devo
collaborare con qualcuno, preferisco farlo con la giustizia. Vi auguro di
trovare il bandolo della matassa, ispettore.”
Le strade buie del mattino, quando il cielo è scuro, sembrano nascondere in
ogni angolo ombre fugaci. In un solo attimo la mente umana cerca nella
logica il rifugio da quelle tenebrose apparizioni, anche se il brivido ci
attraversa ancora la schiena.
Un riflesso di luce…forse, un ramo mosso dal vento…magari. Non c’era nulla,
–pensiamo- ammettere il contrario sarebbe da folli.
Ma non è forse follia cercare la ragione in qualcosa che nulla ha di
razionale?
Domenica 27 Febbraio ore 7,15
La casa di Davies in realtà era un seminterrato ai margini della periferia
di Londra, un luogo abitato da poveri diavoli abituati a vivere nella più
totale indigenza ma anche da loschi figuri dediti al vizio, al furto ed al
gozzoviglio. Non era certo la prima volta che Parker si doveva avventurare
in quei vicoli per questioni di lavoro; quel dedalo di viuzze poco
illuminate era, infatti, il nascondiglio ideale per chiunque avesse compiuto
un misfatto e volesse sfuggire alla giustizia. Ma sfuggire all’ispettore
Parker non era certo un gioco da ragazzi, molti dei casi da lui
brillantemente risolti, si erano conclusi proprio nello squallore di quei
luoghi che, visti come un buon rifugio si erano rivelati una trappola per i
malviventi. Una quindicina di scalini conducevano alla cantina del vecchio
stabile; una porta dai battenti ingrossati dall’umidità era tenuta chiusa da
un grosso lucchetto mezzo arrugginito. Bisognava forzarlo, nessun
grimaldello, sebbene adoperato dalle ab!
ili mani di Gordon sarebbe mai riuscito ad aprirlo. Un calcio ben
assestato e i cardini cedettero, all’interno altri tre scalini in discesa,
un forte odore di chiuso ed il buio più totale. Parker accese un fiammifero
e si accorse che alla sua destra c’era un candelabro con mezza candela, la
accese e subito un barlume di luce rischiarò l’ambiente: un letto disfatto,
un tavolo con due vecchie sedie ed un armadio addossato alla parete
sinistra. Una stufa a legna su cui era appoggiata una pentola per metà piena
d’acqua, faceva intuire che spesso fungeva da fornello. Sopra una mensola
alcune bottiglie di liquore vuote e pochi bicchieri capovolti su un
tovagliolo aperto.
“Che strano, -osservò Gordon- escludendo il letto mi sembra tutto
abbastanza pulito e in ordine, anche il pavimento sembrerebbe spazzato da
poco. Ma mi dici cosa stiamo cercando?”
“Una lettera, un documento, qualcosa che riguarda il maestro
Hunter…qualcosa di cui egli ha paura. Sono certo che si trova qui, bisogna
solo trovare il nascondiglio.”
Parker si avvicinò all’armadio e spalancò le due ante.
“Si trattava bene il nostro amico, -osservò Gordon- abiti, camicie,
cravatte, tutto di ottima qualità e c’è anche un buon profumo.”
“E’ vero, ma non è questo che mi interessa sapere.”
Parker cercò di richiudere l’armadio ma invano le due ante urtando tra loro
non consentivano più una chiusura perfetta .
“E’ stato spostato da poco per questo non si chiude più inoltre c’è
quella parte più chiara sul muro retrostante. Ciò indica che l’armadio è
stato portato in avanti e che quando è stato riaccostato al muro non è stato
rimesso precisamente nella posizione originaria. Dammi una mano a spostarlo,
sono proprio curioso di vedere cosa c’è dietro.”
Il mobile era molto pesante e i due dovettero faticare per riuscirlo a
spostare quel tanto che bastava per poter esaminare il muro retrostante.
Ancora una volta Parker aveva colto nel segno, una piccola parte
dell’intonaco era stata rifatta di recente. I due agenti non si persero
d’animo e preso un ceppo di legno dalla stufa cominciarono a battere sul
muro. In breve qualcosa cominciò a cedere finché venne alla luce una piccola
nicchia; al suo interno un pacchetto di carta di giornale.
“Per Giove! -esclamò Gordon- Un passaporto… ma questo è il maestro
Hunter.”
La foto del passaporto, infatti, era quella dell’uomo conosciuto sotto il
nome di Hunter, ma sul documento il nome del titolare era completamente
diverso. Parker non sembrò affatto meravigliato di questa inaspettata
scoperta.
“Il maestro Hunter, -disse- in realtà si chiama Miklos Kanitz, senza dubbio
è un nome ebreo, questo spiega diverse cose: Davies sapeva benissimo che il
maestro Hunter aveva cambiato identità e probabilmente lo ricattava
minacciandolo di rivelare le sue vere origini. Naturalmente l’altro era
terrorizzato, di questi tempi per gli ebrei c’è poco da stare allegri. Ciò
spiegherebbe anche la stella che Davies aveva disegnato sulla porta del
maestro, quel simbolo aveva un significato preciso, quasi
una condanna a morte, senza contare che Hunter come maestro d’orchestra
aveva raggiunto l’apice di una carriera prestigiosa, un personaggio
costruito minuziosamente con il lavoro di anni. In fondo ho compassione di
quell’uomo, chissà per quanti anni ha subito i ricatti di Davies e quanti
soldi gli sarà costato il suo silenzio. L’unico che potrà dare una risposta
a queste domande è proprio il nostro Miklos Kanitz alias Gustav Hunter,
credo che andremo a fargli una visitina.
Quando il maestro aprì l’uscio il suo viso apparve nella penombra, era
talmente pallido che sembrava invecchiato improvvisamente, i lunghi capelli
grigi scompigliati e le mani tremolanti gli conferivano ancora di più
l’aspetto di un vecchio debole ed impaurito eppure quell’uomo non aveva che
cinquant’anni e solo qualche giorno prima era l’impetuoso direttore di una
delle più prestigiose
orchestre di Londra. Appena riconobbe i due agenti balbettò qualcosa, forse
un imprecazione. Parker estrasse dalla tasca l’indirizzo di Davies e lo
porse al maestro.
“Buonasera signor Kanitz, era questo che cercava?”
“E’ stata lei a darvelo! –disse- Sapevo che l’aveva, che l’inferno la
ingoi…maledetta arpia.”
“Spero non voglia lasciarci sulla soglia, le dispiace se entriamo?”
“Credo che siate già entrati in mia assenza e non me ne avete certo
chiesto il permesso. Entrate pure, comunque.”
“Come avrà avuto modo di capire, caro maestro, siamo all’epilogo. Continuare
a mentire non le servirà a nulla se non ad aggravare la sua posizione.
Collabori con noi e le prometto che avrà tutto il nostro appoggio per
evitare le sue origini vengano rese note, le do la mia parola.”
“Sono così confuso, -disse- mi sembra di vivere in un terribile
incubo, i miei nervi sono a pezzi non riuscirei a reggere oltre questa
situazione, vi dirò ogni cosa: la mia infanzia è stata breve e molto dura,
ero l’unico figlio di una famiglia medio borghese. Eravamo sempre in fuga
per evitare gli aguzzini di noialtri ebrei; a volte eravamo costretti a
rimanere nascosti in qualche nascondiglio di fortuna per interi mesi senza
mai vedere la luce del giorno, razionando al massimo quel poco cibo che i
miei genitori riuscivano a reperire in un modo o nell’altro. Questo stile di
vita andò avanti per anni finché un brutto giorno, mio padre fu costretto ad
uscire dal rifugio in pieno giorno, eravamo rimasti senza una briciola di
pane e dopo sei giorni di digiuno avevamo fame. Io avevo diciannove anni e
quella fu l’ultima volta che lo vidi. Rimanemmo soli io e mia madre e
riuscimmo a sopravvivere spostandoci di notte da un paese all’altro e
mangiando quel che capitava. La fo!
rtuna ci aveva aiutato ancora, ma due anni dopo, durante uno dei nostri
spostamenti notturni, fummo sorpresi da un drappello di militari nazisti;
mia madre cadde loro prigioniera mentre io, per puro miracolo, riuscii a
dileguarmi nell’oscurità. Ormai ero rimasto solo ed ero disperato, ma fu
proprio la forza della disperazione che mi aiutò ad andare avanti. Conobbi
Davies mentre viaggiavo clandestinamente su un treno che conduceva qui a
Londra. Mi promise una nuova identità, disse che conosceva qualcuno che mi
avrebbe potuto procurarmi dei documenti falsi. Gli risposi che non avevo
danaro e che non avrei potuto pagare, mi rassicurò dicendo che mi avrebbe
aiutato lui. Fu lui, infatti a pagarmi i documenti falsi anzi fece di più mi
diede dei soldi, ma io al momento non sapevo ne come ne quando avrei potuto
restituirglieli. Mi disse che era sicuro che un giorno o l’altro avrei
saldato il mio debito e che gli avrei restituito molto più di quanto lui mi
aveva dato. Con la mia n!
uova identità mi sentivo finalmente libero e smisi di nasconde!
rmi, tro
vai persino un lavoro come barista in un locale notturno e con i guadagni
riuscii a riprendere i miei studi al conservatorio. Non fu facile: di notte
lavoravo e di giorno studiavo, dormivo solo tre o quattro ore per notte.
Andò avanti così per più di cinque anni poi uno dei miei maestri mi prese a
benvolere e cominciai a lavorare in piccole orchestre come direttore e
talvolta anche come pianista, i guadagni salivano ed il mio stile di vita
anche. Passo dopo passo il nome di Gustav Hunter diveniva sempre più
popolare finchè un giorno fui chiamato a dirigere una grande orchestra in
Francia, fu proprio a Parigi che conobbi Yvette e fu proprio li che cominciò
la mia ascesa al successo e con essa i miei guai. Davies non tardò a farsi
vivo e a reclamare il suo credito nei miei confronti, io senza batter
ciglio gli restituii quanto gli dovevo ed in più gli elargii una congrua
somma per ricompensarlo di quanto aveva fatto per me. Credevo che non lo
avrei più rivisto ma mi sbagliavo!
. Qualche anno più tardi tornò a farsi vivo, era al corrente di ogni mia
mossa e sapeva che ormai disponevo di molto denaro. Disse che il mio debito
non era ancora estinto e mi consigliò di pagarlo senza fare storie, in fondo
era merito suo se io ero diventato una celebrità. –disse- Assecondai la sua
richiesta senza fiatare e lui per tutta risposta mi minacciò chiaramente:
sarebbe tornato ancora per riscuotere ed io avrei dovuto pagare se volevo
evitare guai. Lui conosceva la mia vera identità e l’avrebbe usata come arma
per ricattarmi. Cercavo di sfuggirgli; cambiai alloggio tre o quattro volte
ma lui riusciva sempre a trovarmi e le sue pretese divenivano di volta in
volta sempre più esose, doveva vestire elegantemente per far bella figura
con colei che amava e poi doveva regalarle fiori, gioielli e le cose di
lusso costano –mi disse un giorno. La donna a cui si riferiva era Yvette
Bourgueis ma non so se l’amava davvero o se mirava solo ai suoi quattrini.
Lunedì scorso, in!
fine, avvenne l’irreparabile. Si presentò a casa mia con l’int!
enzione
di spillarmi altro danaro, stavolta era una cifra davvero ragguardevole ma
io, stavolta ero deciso a non cedere. Ormai avevo capito che l’unica arma
era tenere duro; le sue armi, però, erano ben più pericolose delle mie: mi
mostrò il mio passaporto originale, quello che ora è nelle vostre mani. Non
capivo come fosse riuscito ad impossessarsene, quel documento non doveva più
esistere, io stesso lo avevo dato alle fiamme quando il falsificatore, dopo
essersene servito per creare quello contraffatto me lo restituì. Davies mi
rivelò che quella che mi fu restituita altro non era che un’altra copia del
mio documento, commissionata da lui per impossessarsi di quello autentico.
Risposi che non gli avrei dato nulla e sarebbe stato meglio per lui andar
via dopo avermi restituito il passaporto. Con un gesto di sfida mi tirò il
documento sulla faccia dicendo che anche quella era una copia e che quello
autentico era ben nascosto. A quel punto estrasse un coltello dalla tasca
minacciando!
di uccidermi: “Non ci vuole nulla a farti fuori –disse- non è certo la
prima volta che faccio fuori un bastardo, ne sa qualcosa quello che tu
chiami “il mio amico falsario”. Credeva che l’avrei pagato… povero illuso.
Mentre parlava continuava ad avanzare verso di me brandendo l’arma con uno
sguardo allucinato e rabbioso, fui assalito dal panico ed istintivamente
afferrai il primo oggetto che mi capitò… il candeliere, era proprio a
portata di mano.
Lo scagliai con tutte le mie forze contro di lui, ma il suo cappello sembrò
attutire il colpo, il coltello gli scivolò dalle mani mentre lentamente si
accasciava sul pavimento. L’avevo ucciso, solo in quel momento mi resi conto
del delitto di cui mi ero macchiato. La mia mente lavorava febbrilmente ma
non riuscivo a avere il controllo del mio corpo, ero tutto un tremore,
sentivo il mio cuore battere freneticamente. Presi la bottiglia del cognac e
bevvi lunghe sorsate; finalmente il tremore scemò. Dopo aver pulito ogni sua
traccia dalle scale e dall’appartamento mi accorsi che aveva tracciato un
segno a forma di stella sulla mia porta, cancellai anche quel minaccioso
simbolo di morte quindi spogliai il cadavere dei suoi panni e lo occultai
sotto il mio divano. Io indossai il mio paletot e su questo il suo mantello
nero gli occhiali ed il cappello, uscii di casa. Il custode mi vide uscire
ma non si accorse della sostituzione. Andando a teatro mi liberai del
travestimento get!
tandolo in un cassone dei rifiuti. Stavo riacquistando il mio autocontrollo
convincendomi sempre più che tutto sarebbe andato nel migliore dei modi.
Anche a teatro tutto andò alla perfezione tranne l’omicidio di quella povera
ragazza, questo provocò un tale scompiglio che nessuno fece caso a me che ne
approfittai per lasciare il teatro dall’uscita di sicurezza. Arrivato a casa
mi accorsi che il custode era ancora seduto nella sua guardiola ma, buon per
me, dormiva profondamente. Attesi che giungesse l’ora della chiusura del
portone poi bloccai l’ascensore con un pezzo di carboncino trovato per
terra e con fatica trascinai il cadavere giù per le scale di servizio,
raggiunsi la botola dell’ascensore, la aprii facendo leva con il suo
coltello e lo scaraventai all’interno insieme all’arma.
Ritornai su in casa e presi la valigia nella quale avevo messo tutto ciò che
mi potesse servire e scappai.”
“Mi dia i polsi. –ordinò Parker-
Il desiderio della scoperta nasce con l’uomo, è parte dei suoi istinti e con
ogni probabilità è uno dei più forti. Il desiderio di scoprire la verità
risale alla notte dei tempi ed è il motore che muove l’ingegno dell’uomo.
La sete di giustizia, in fondo è parte del desiderio di scoprire la verità.
Ma quante volte si è fatta “giustizia” mentre la verità non era ancora
svelata?
Lunedì 28 Febbraio ore 0,10
Nel suo ufficio Parker commentava col fedele Gordon gli ultimi avvenimenti
del caso.
“Cosicchè il maestro sarebbe del tutto estraneo alla morte della
cantante? Io sarei propenso a non crederci.”
“Fai male, mio buon amico. Il nostro maestro è colpevole, ma di uno
solo degli omicidi, potremmo dire che Hunter o meglio Kanitz sia diventato
un assassino solo per caso, in effetti era lui ad essere la vittima e
l’altro l’aguzzino. Per quanto riguarda l’omicidio della cantante, ho idea
che la morte della Bourgueis sia opera di ben altra persona. A proposito,
domattina arriverò in ufficio due o tre ore più tardi, tu nel frattempo
farai un giro dei vari negozi di fiori che si trovano nelle vicinanze del
teatro e chiedi se il giorno 20 qualcuno di loro ha ricevuto qualche
richiesta inusuale come ad esempio una varietà di fiori particolare o una
composizione fuori dal consueto.”
“Ma che significa tutto questo, cosa c’entrano i fiori?”
“Mio caro Gordon, fino ad ora abbiamo concentrato le nostre indagini
sulla morte di Davies facendo luce solo su una delle due morti ma il caso
principale ovvero il delitto Bourgueis non è stato ancora risolto. A questo
proposito sto riesaminando gli appunti presi durante il mio sopralluogo
effettuato a suo tempo nel camerino della cantante e ti posso garantire che
i fiori c’entrano ma ti dirò di più: l'assassino di Yvette non potrà mai
essere messo in manette, egli è già uscito dalla scena.”
Il giorno dopo Parker arrivò in ufficio alle diciassette e quarantacinque.
“Alla buon ora!” –esclamò Gordon vedendolo arrivare-
“E’ stato meno semplice di quanto pensassi, ma ne è valsa la pena.”
Parker si tolse cappotto e cappello e li appese all’attaccapanni accanto
alla sua scrivania sulla quale appoggiò la sciarpa ed i guanti, quindi si
avvicinò alla vecchia stufa per riscaldarsi le mani, poi con tutta calma si
avvicinò alla sua poltrona da lavoro e finalmente si sedette. Gordon osservò
nervosamente quei movimenti flemmatici ma non riuscì a trattenere oltre la
sua impazienza.
“Insomma, ti decidi a parlare? Avevi annunciato di arrivare con due o
tre ore di ritardo ed invece arrivi in ufficio a sera inoltrata. Dici che
però ne è valsa la pena e intanto ti metti a gironzolare per l’ufficio senza
aprir bocca. Si può sapere cosa hai scoperto?”
“Calma Gordon, calma. Ora siedi e rilassati, un po’ di pazienza e
saprai tutto. Sto aspettando qualcuno che troverà il mio racconto molto
interessante, tu intanto dimmi com’è andata .
Pochi minuti dopo, infatti un agente annunciò l’arrivo di Annabelle
Lafayette.
“Buonasera ispettore, spero che il motivo per il quale mi ha fatto
accompagnare da lei sia per lo meno “un buon motivo” visto che ero nella mia
vasca da bagno. Tanto più che non avevo alcuna intenzione di uscire questa
sera.”
“Il motivo lo capirà quando avrà ascoltato quel che è emerso dalle
indagini che stiamo svolgendo sul caso Bourgueis e precisamente di quanto ho
appreso in queste ultime ore. Per prima cosa devo dire che la mia visita al
medico della signorina Yvette è stata a dir poco illuminante. Ascoltatemi
con attenzione: tre anni or sono ella si trovava in campagna per una breve
vacanza che rischiò di tramutarsi in tragedia per una semplice puntura
d’ape. La sua amica ebbe la fortuna che proprio nel suo albergo alloggiava
uno dei più noti medici di tutta Londra che la soccorse immediatamente
salvandole la vita. Un minuto più tardi e per lei non ci sarebbe stato più
nulla da fare. Più tardi si scoprì la sua ipersensibilità a quella
particolare tossina. Yvette, da allora, fu costretta ad evitare nel modo più
categorico tutti gli ambienti dove l’insetto poteva essere presente, in
particolare le campagne e le zone lacustri, non solo ma era talmente
terrorizzata da un probabile attacc!
o di qualche ape che prima di andare a letto usava cospergersi di creme
repellenti. Una ossessione divenuta quasi paranoica, quindi che però
contrastava fortemente con un’abitudine di cui non riusciva a fare a meno,
quella di usare un fortissimo profumo a base di tuberosa.
Quando andai nella sua casa per un sopralluogo ne trovai diversi flaconi.
Purtroppo questa sua mania determinò la sua fine. Il giorno della prima al
Royal, la signorina Yvette tra gli altri fiori ricevette una particolare
qualità di orchidee: Ansellia africana, più comunemente nota come orchidea
leopardo. E’ una varietà molto rara dalle nostre parti, ma si da il caso che
il proprietario del negozio dove sono state acquistate, possegga una serra
dove le coltiva personalmente e dove ha creato il clima ideale per la loro
crescita. L’acquirente le volle in una confezione davvero singolare:
una scatola di cartone completamente chiusa con centinaia di minuscoli fori
del diametro di una capocchia di spillo. I fiori furono acquistati solo
un’ora prima dell’inizio dello spettacolo e l’acquirente non volle
incaricare un fattorino per la consegna, come si fa di solito, ma li portò
via personalmente. Stamattina presto sono ritornato a teatro per riesaminare
il camerino della Bourgueis. Ho osservato ogni angolo e mi è sembrato che la
prima volta non mi era sfuggito nulla, avevo annotato ogni cosa sul mio
taccuino ma mi sbagliavo. In un angolo del guardaroba c’era qualcosa di
veramente inconsueto per un camerino e maggiormente per quello di Yvette:
un’ape morta e ad un attento esame dell’insetto abbiamo potuto constatare
che era privo del pungiglione.
Il negoziante di fiori è riuscito a fare una descrizione precisa
dell’acquirente ed io non ho dubbi, si tratta di lei, signorina Lafayette.”
A questa affermazione l’accusata cominciò e protestare violentemente, Gordon
intervenne tempestivamente riuscendo, a malapena a farla tacere.
“Mi lasci finire, -l’apostrofò Parker- dopo sarò pronto ad ascoltare tutte
le sue dimostranze. Il pomeriggio del 20 febbraio scorso lei si recò al
negozio di fiori del signor Patton per ritirare delle orchidee; per la
precisione orchidee leopardo, una varietà molto costosa e non facilmente
reperibile qui a Londra, tranne che in quel negozio, dove arrivavano con una
frequenza periodica. Lei, infatti, si era già prenotata diversi giorni prima
per non correre il rischio di non trovarle. La signorina Bourgueis amava
riceverle ogni volta che si esibiva in pubblico. Era quasi un rituale, una
ossessione scaramantica alla quale non riusciva a sottrarsi. Erano anni
ormai che le trovava nel suo camerino prima di ogni sua esibizione e,
naturalmente, era la sua amministratrice nonché amica del cuore che si
interessava di farle trovare i fiori sul tavolo da trucco, sempre allo
stesso posto: davanti allo specchio. Il fioraio, Patton, le aveva già
preparate varie volte ma questa volta la!
sua richiesta fu davvero originale: una scatola di cartone che gli aveva
procurato lei stessa. Una scatola di cartone con dei piccoli fori su tutte e
quatto le pareti. Patton le chiese il perché di una scatola chiusa che,
avrebbe impedito di poter ammirare a vista la bellezza di quei costosissimi
fiori, senza contare che la mancanza d’aria avrebbe potuto sciuparli. Lei
rispose che era uno scherzo, voleva fingere di non aver trovato le orchidee,
facendo credere alla sua amica che nella scatola vi fosse un’altra varietà
di fiori. Per quanto riguardava l’aria, non c’era da preoccuparsi, la
scatola era tutta forata. –affermò-
Ma ora facciamo un passo indietro nel tempo: da quando lei iniziò a
lavorare con Yvette Bourgueis molte cose sono cambiate. All’inizio le era
molto riconoscente ma pian piano qualcosa stava mutando in lei.
Probabilmente, a causa del suo passato, aveva maturato una profonda
avversità verso il sesso opposto, in lei cominciò a crescere giorno dopo
giorno una innaturale attrazione verso la sua benefattrice. Non le bastava
più tutto quello che aveva ottenuto: un bellissimo appartamento, gioielli e
danaro; ora voleva di più... molto di più: voleva lei... il suo amore. Ma
Yvette era una vera donna e non aveva alcuna intenzione di cambiare, accettò
passivamente le sue attenzioni per anni senza mai concedersi completamente.
Solo negli ultimi anni Yvette lasciò intravedere che i suoi sentimenti verso
di lei stavano cambiando, dandole così nuove speranze ma la comparsa di
Davies sovvertì l'andamento degli eventi. Il signor Davies era diventato
un rivale pericoloso, lui non mirava !
all'amore della Bourgueis, come voleva far intendere, bensì ai suoi soldi.
Si era costruito un personaggio indubbiamente affascinante che era riuscito
a far innamorare la Bourgueis con un lavoro di indicibile perseveranza e
grande pazienza. Davvero ammirevole per un volgare malvivente.”
“Moderi i termini, ispettore.” -interloquì inaspettatamente Annabelle-
“Mi aspettavo questa sua reazione. -affermò Parker- Devo ammettere che
era un trabocchetto, dovevo avere la conferma ad un mio sospetto: Stephen
Davies si era ingraziato la signorina Yvette con una corte spietata, ma
portata avanti con una classe insospettabile, decine e decine di lettere in
cui manifestava i propri sentimenti; poesie sdolcinate ma di sicuro effetto
su un animo gentile e nobile e poi i fiori che lei amava tanto, non
dimenticava mai di mandarglieli almeno una, due volte al mese. L'uomo aveva
portato avanti questo tipo di comportamento per svariati mesi ma solo dopo
più di un anno la bella Yvette cominciò a nutrire un certo interesse, fu
allora che i due iniziarono a frequentarsi sporadicamente anche se il loro
rapporto rimase ad uno stato squisitamente platonico. Yvette non amava che
la cosa divenisse di dominio pubblico ed i loro incontri avvenivano sempre
nel più rigoroso riserbo, ecco perché nessuno ne sapeva alcunché. Tranne lei
signorina Annabelle !
e naturalmente i signori Bourgueis, ai quali il signor Davies piaceva ben
poco. Il signor Stephen Davies... ma forse sarebbe più giusto dire il signor
André Lafayette, vale a dire suo fratello.”
Seguirono attimi di interminabile silenzio, l'atmosfera si incupì
improvvisamente, l'unica fonte di luce quella del lume della scrivania di
Parker si spense, forse a causa di un lampo; intanto il temporale
imperversava tra il fragore dei tuoni e lo scrosciare della fitta pioggia
che il forte vento faceva ondeggiare a destra e a sinistra sotto i lampioni
della strada appena riaccesi, quasi come il grigio sipario di un
palcoscenico sotto le luci dei riflettori all'ultima scena della commedia.
“Mio fratello! -disse la donna rompendo il silenzio- Ci siamo sempre
odiati fin da bambini, dopo tutto non eravamo dei veri fratelli e per lui
sono stata sempre un'intrusa, un usurpatrice, colei che aveva preso il
posto della sua vera sorella. I signori Lafayette mi avevano adottata quando
la loro figlia di appena cinque anni morì per una banale caduta. Il dolore
fu tale che pochi mesi dopo l'accaduto decisero di adottarmi. Speravano che
affezionandosi a me avrebbero potuto dimenticare la perdita della loro
figlia diletta ma non fu mai così. Crebbi in un clima di ostilità e di
tensione, André non sopportava la mia presenza e non perdeva mai
l'occasione per rinfacciarmi le mie origini, anche sua madre era contro di
me; solo il vecchio padre mi dimostrava un poco di affetto, ma era un uomo
debole e malato e non visse abbastanza a lungo per potermi difendere. Decisi
di scappare via da quella vita d'inferno e lo feci quando avevo appena
quindici anni ma ciò mi fece cade!
re dalla padella alla brace. Finii per vendermi sulla strada, vittima del
mio nuovo aguzzino.
Andai avanti così per anni finché non incontrai Yvette, fu la mia ancora di
salvezza, con lei riuscii a dimenticare il mio passato ed a ricostruirmi una
nuova esistenza: avevo denaro ed ero rispettata da tutti. Nella mia vita non
avevo mai amato e forse fu per questo che finii per innamorarmene ma lei,
all'inizio, non mi accettava ed io, pur soffrendone, mi sentivo sempre più
attratta . Quando, finalmente, il nostro rapporto stava per concretizzarsi
ecco apparire André, che in tutti quegli anni si era dato alla brutta vita
ed al crimine. Aveva cambiato identità e da qualche tempo ricattava il
maestro Hunter, ma quando scoprì della mia amicizia con Yvette, cominciò a
corteggiarla spietatamente.”
“Un corteggiamento che piano piano cominciò a dare i suoi frutti:
-interloquì Parker- Yvette se ne stava innamorando e lei lo odiava sempre di
più, avrebbe voluto ucciderlo e forse l'avrebbe anche fatto se il caso non
avesse voluto che il maestro lo facesse prima di lei, ma torniamo a suo
fratello; quell'uomo non nutriva alcun sentimento verso la povera Yvette,
quel che voleva raggiungere era ben altro che il suo cuore. La signorina
Yvette aveva accumulato un capitale davvero ragguardevole ed era proprio a
quello che l'uomo mirava. I soldi che riusciva ad estorcere a Kanitz gli
servivano per pagarsi la lussuosa camera d'albergo che usava per i suoi
incontri galanti con la vittima e per farsi confezionare abiti costosi. Il
sottoscala alla periferia era solo un rifugio che usava quando voleva
sparire per qualche tempo dalla circolazione. Il giorno della morte della
Buorgueis, lei ordinò le orchidee con quella particolare confezione perchè
quella stessa scatola doveva !
contenere oltre ai fiori, anche delle api che avrebbero aggredito Yvette
nel momento in cui la scatola sarebbe stata aperta. Ecco a cosa servivano i
fori: per dare ossigeno agli insetti che, altrimenti sarebbero morti in
pochi minuti. Le api una volta liberate sarebbero state attratte dal profumo
di tuberosa che la donna usava indossare in abbondanza Ma non era sua
intenzione ucciderla infatti, dalle mie indagini risulta che si era
procurata un medicinale che opportunamente iniettato avrebbe reso inerte il
veleno. Tutto ciò per dimostrarle il suo amore e, forse, per tentare di
riavvicinarla a se. Ogni cosa avvenne secondo i suoi piani, e quando Yvette
aprì la scatola delle orchidee venne subito assalita da uno dei temibili
insetti, prontamente intervenne lei con il suo antidoto ottenendo così la
sua riconoscenza, era certa di averle salvato la vita e sperava con tutta se
stessa in un ritorno di fiamma. Yvette si vestì per andare in scena e lei la
aiutò amorevolmente... com!
e sempre. Yvette Bourgueis era sul palco da quasi un'ora e st!
ava dand
o ancora una volta il meglio di se stessa quando all'improvviso si accasciò
al suolo priva di vita. Il terrore di averla uccisa si impossessò di lei
immediatamente. Cos'era accaduto? L'antidoto non aveva funzionato? Si
precipitò nel camerino per cercare di far sparire qualsiasi prova che
potesse far luce sul suo piano ma era terrorizzata e suo malgrado le
sfuggì qualcosa: l'insetto morto, ecco il piccolo indizio che mi ha
permesso di ricostruire gli avvenimenti. Tutto questo le costerà qualche
anno di prigione per tentato omicidio anche se lei, forse, era l'unica
persona a non ricavare alcun beneficio dalla sua morte. Colui che ne avrebbe
ricavato grande giovamento era il suo compianto fratello che, riuscì ad
essere nominato nel testamento della defunta, per il quale sarebbe venuto in
possesso di circa il settanta percento dei suoi averi.”
Parker fece cenno a Gordon di evitare alla donna l'umiliazione delle
manette; Annabelle lo capì.
“Credo che dobbiate portarmi via vero?” -chiese-
“Purtroppo si, si renderà conto di ciò che ha fatto. Ammetterà che è
stata una follia?”
“E' vero, a volte i sentimenti ci offuscano la mente impedendoci di
usare la ragione facendoci comportare oltre i limiti della pazzia. Ma chi
l'ha uccisa, ispettore? Se lei mi sta accusando di tentato omicidio vuol
dire che l'assassino è qualcun altro... ma chi?”
“Qualcuno che ha già pagato per il crimine commesso, suo fratello
signorina Lafayette. Egli aveva sfruttato una delle tante fobie della
Bourgueis: lei era convinta che sarebbe morta molto giovane, ecco perché
aveva fatto testamento in così prematuramente.”
“E in che modo l'avrebbe uccisa?” -chiese Gordon-
“Con un semplice regalo. Une bellissima collana di perle, una delle
quali aveva solo l'aspetto di una perla, in realtà si trattava di una
piccola ampollina di vetro munita di una punta acuminata pronta a iniettare
una buona dose di curaro: un estratto vegetale ricavato da numerose piante
della foresta amazzonica utilizzato dagli indigeni della zona per avvelenare
la punta dei loro dardi da caccia.”
“Ma perchè complicare tanto le cose? -si interrogò Gordon- non sarebbe
stato più semplice propinarle il veleno in una bevanda, magari in un
bicchiere di Porto, visto che la Bourgueis era solita berne almeno due o tre
al giorno?”
“Non avrebbe potuto. -rispose Parker- poiché per fare come dici, egli
si sarebbe dovuto recare di persona a teatro prima che iniziasse la serata.
Il suo alibi, invece, era quello di non essersi mai mosso dalla sua camera
d'albergo come avrebbe confermato anche l'addetto alla reception. Infatti
quando l'uomo si ritirò disse al portiere di non voler ricevere nessuno
poiché non si sentiva bene, si sarebbe messo a letto e non sarebbe uscito di
casa prima del giorno successivo. Invece uscì dalla scala di servizio con il
travestimento con il quale è stato visto dal custode di Hunter la sera
stessa in cui fu ucciso. La collana, invece, avrebbe funzionato anche in sua
assenza poiché egli l'aveva regalata ad Yvette facendosi promettere che
l'avrebbe indossata solo prima di entrare in scena. Quando la donna avrebbe
fatto scattare la chiusura del collier, avrebbe involontariamente attivato
il minuscolo congegno che le avrebbe iniettato il veleno. Veleno che non è
stato di !
facile individuazione neanche con l'autopsia a causa della presenza sia
del veleno dell'insetto che del medicinale iniettato da lei. Tutti questi
elementi si erano confusi nel sangue della vittima fuorviando le analisi del
Coroner che solo stamattina è riuscito a darmi le analisi definitive.”
“E la collana? Quella era il corpo del reato!” -intervenne Gordon-
“La collana era volutamente stretta per il collo di Yvette ed il nodo
che teneva insieme le perle si sarebbe sciolto subito dopo lo scatto ecco
perchè non fu indossata. E' stato facile per me ricostruire la collana
raccogliendone i vari pezzi sparsi sul pavimento del camerino ed accorgermi
che mancava una perla, al suo posto trovai quel che rimaneva della piccola
sfera di cristallo.”
“Che menti contorte.” -bisbigliò Gordon con voce sgomenta-
“E' vero. -rispose Parker- ma non credere che questo sia un caso
particolarmente singolare ho visto di peggio in vita mia e, se vuoi il mio
parere, tra qualche tempo crimini del genere saranno considerati banali se
non addirittura ridicoli. Fra meno di cent'anni il crimine avrà assunto
forme ben più agghiaccianti nella sua cruda follia. Saranno brutti tempi,
amico mio quelli cui si va incontro .”
“Per fortuna noi non ci saremo.”
MAATKARE
La figlia del
dio

CAPITOLO I
L’erede di Akheperkara
CAPITOLO II
Una mancata congiura
Il romantico Senenmut
La rivelazione di Tefnet
CAPITOLO III
Amenemhat il
messaggero
Uazmes l’illuminato.
L’oracolo di Amon
CAPITOLO IV
Ahmes, una
madre generosa
Un volontario
per l’esercito del faraone
CAPITOLO V
Il frutto del
tradimento
CAPITOLO VI
CAPITOLO VII
CAPITOLO VIII
“HORTI
MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE
COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON”
“QUANDO
IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS TUNC VOCABERIS
SAPIENS”
QUI
SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE
CAELO TERRAM PRETIOSAM”
“SI
FECERIS VOLARE TERRAM SUPER CAPUT TUUM EIUS PENNIS AQUAS
TORRENTUM CONVERTES IN PETRAM”